
CAPITOLO III
MANTICA, KABALAH E ALCHIMIA
Sommario:
3.1 - Dall'Egittologia alla Kabalah 3.2 - La mantica e la sua storia 3.3 - Perché la Kabalah? 3.4 - Il linguaggio della Kabalah: il Tetragrammaton 3.5 - La trasmissione iniziatica 3.6 - I libri Kabalistici: il Sèpher Yetzirah e lo Zohar 3.7 - I Mondi dello Zohar: creazione ed emanazione 3.8 - Le Sephiroth e l'Albero della Vita 3.9 - Kabalah e Tarocchi 3.10 - Giudaismo e Tarocchi: pregi e difetti del Kabalismo 3.11 - Dalla Kabalah all'Alchimia
3.8 - Le Sephiroth e l'Albero della Vita
La teorizzazione circa l'Albero della vita e le Sephiroth forma oggetto di trattazione nel Sepher Yetzirah che è incentrato sulla mistica del numero dieci e sull'idea del mondo come scenario delle potenze divine ("Middot").

Eliphas Levi osservò che l'Albero della Vita kabalistico, che rappresenta la scienza divina e la genesi della trasmissione iniziatica, unisce i primi dieci numeri con i ventidue sentieri corrispondenti alle lettere dell'alfabeto ebraico.
Secondo E. Schuré si tratta dell'albero della tradizione zoroastriana transitato nel "Genesi" (131). Per G. D'Amato per comprendere il senso dell'Albero della Vita, bisogna passare, nell'analisi dei segni, dallo studio della scrittura a quello del linguaggio, la prima delle arti, lo strumento per eccellenza del pensiero. Infatti la parola venne considerata un dono della divinità della quale rifletteva il principio e la potenza creatrice (Logos = logos) (132).
L'origine della parola si confonde con l'origine del cosmo al punto che il linguaggio è una necessità che scaturisce dalla forma stessa del cervello che condiziona la produzione dei suoni.

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Nel "Vangelo di S. Giovanni" è scritto: "In principio era il Verbo e il Verbo era Dio". Gli fanno eco le "Leggi di Manù": "La parola ha abitato i cieli e non è stata rivelata che in parte". G. D'Amato, che è un cultore del "linguaggio degli uccelli" di Fulcanelliana memoria, citando l'esperimento di Ippolito (op. cit., pp.164 ss.), ritiene che lo stesso principio possa essere applicato alle sillabe ed alle parole intere e cita diversi casi: il primo immortale degli indiani, "Manù", divenne "Am-Un", ma anche "Nu-Ma" (il leggendario re di Roma). "L'Albero... ...simboleggia ancor oggi la parola del Signore che spesso sceglie un albero [o un roveto ardente: N.d.A.] per far sentire la sua voce". Una tipica raffigurazione dell'Albero della vita è la croce che era conosciuta da vari popoli sotto varie forme.

Basti pensare:
(a) alla dea Azteca della morte (Teoya Omiqui);
(b) alla forma della tomba di Dario a Persepoli;
(c) al soggetto della camera funeraria etrusca di Corneto;
(d) al tumulo che contiene la camera funeraria di Re Mida in Anatolia.

La stessa crocifissione era praticata dai Persiani, dagli Sciti, dai Greci e Cartaginesi, dagli Ebrei, dai Giapponesi, dai Maya (che veneravano il Grande Ceiba). Ma non basta perché approfondendo il discorso ci rendiamo conto che appartengono alla stessa categoria anche l'Yggdrasil (della mitologia nordica) il Martello di Vulcano, il geroglifico dell'Ankh (croce ansata); le cariatidi e le Erme greco-romane, gli obelischi, i tumuli, menhir e cerchi megalitici, il Lingam di Shiva, stele, antefisse e cippi. Nel Genesi l'Albero della Vita era uno dei due alberi del Giardino di Eden. Adamo ed Eva mangiarono il frutto di uno di essi (l'Albero della conoscenza) e furono cacciati; secondo l'antico mito prebiblico il diavolo mangiò, invece, il frutto dell'albero della vita e divenne immortale.
Secondo Churchward la raffigurazione di un serpente avvinghiato ad un albero risalirebbe al libro perduto dell'improbabile Codice di Naacal e sarebbe stato il simbolo di Mu.
La verità è che l'origine del simbolo si perde nella notte dei tempi. Nel Messico antico e moderno esistono diverse versioni dell'Albero della Vita, sia in chiave popolare che metafisica. "Non è affatto strano che quasi tutte le Bibbie delle antiche civiltà d'Oriente parlino di un misterioso Albero della vita (e delle conoscenza) da cui i primi uomini attinsero i beni dell'esistenza terrena, in modo peccaminoso talvolta e per sostentamento quotidiano: Il monde vegetale era preesistente al mondo animale, quindi la generosa Madre terra in esso e tramite esso apportò le sementi del nutrimento e della benedizione celeste" (G. D'Amato, op. e loc. cit.). Si tratta, in altri termini, di una jerofania comune a tutte le religioni: per i Maya Yaxchè in cima ad esso si trova l'olimpo degli dei; nella giungle del Petèn il Grande Ceiba era considerato il centro dell'universo (umbilicus mundi) ed il primo albero del mondo che, coni suoi rami, raggiungeva i tredici cieli. Il Ceiba - Albero Cosmico era, quindi, allo stesso tempo cielo e terra, dimora degli dei e dimora degli spiriti sotterranei.
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Ma diversa è l'origine delle sostanze intorno alle quali vengono costruite le Sephiroth come concetti filosofici.
Chiariamo subito che la parola Sephirah (al plurale Sephiroth) è termine ebraico e significa numero primordiale. Deriva da Sephert ed esprime l'unità dell'anima nelle connessioni del fisico, del metafisico e del soprasensibile.

Nel Sepher Yetzirah la dottrina dell'emanazione si fonde con quella delle dieci Sephiroth della Kabalah medioevale che sembrano, a loro volta, essere un tutt'uno con le dieci potenze creatrici del Talmud con quest'unica differenza: mentre nello Zohar e nella Kabalah le Sephiroth hanno un carattere più marcatamente mistico, nel Sepher Yetzirah caratterizzano, più marcatamente, il misticismo dei numeri. A tal proposito è stato affermato che nello Zohar: "...dire che in origine ogni cosa emana dallo spirito... ...corrisponde ad affermare che i prototipi della materia sono tutti aspetti o modificazioni dello Spirito Divino". Ciò serva a dare una maggiore impronta ebraica alla dottrina dell'emanazione che, portata alle sue logiche conclusioni, proprie del neoplatonismo, conduce al panteismo, insidia che il kabalista sembra voler evitare rifugiandosi nell'immanentismo (133).

Sta scritto nel Sepher Yetzirah che "l'ultima della Sephiroth si unisce alla prima come la fiamma alla candela, poiché Iddio è uno e non v'è il secondo" e, quanto al rapporto tra le 22 lettere dell'alfabeto e le Sephiroth, si afferma che queste ultime sono astratte, categorie dell'universo, causa prima della materia. Ogni cosa esistente è dovuta ai poteri creativi delle lettere ma resta inconcepibile senza la forma che ad esse conferiscono le Sephiroth "... forme ed essenze, unità di Dio e del mondo" (134).

Nella loro essenza le Sephiroth sono "intelligenze" (tipiche del misticismo neoplatonico) che simboleggiano tutto ciò che "à" e che "sarà". Questa è la ragione per cui lo stesso simbolo assume un ulteriore valore (geroglifico) in funzione del significato che assume quella singola lettera (si veda la Figura 2 che segue) (135).
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Nell'ordine da 1 a 10 esse simboleggiano, Corona, Saggezza, Intelligenza, Gentilezza, Forza, Bellezza, Virtù, Splendore, Sintesi, Regno.
L'albero della Vita è un vero e proprio archetipo che corrisponde all'albero cosmico dell'Europa neolitica, simbolo tra i più comuni di tutte le antiche mitologie, tale da costituire una costante mitologica riscontrabile presso quasi tutte le culture e civiltà. Per Otto Much esso sarebbe stato derivato dal vulcano di Atlantide (oggi Pico Alto delle Azzorre): "una tarda forma del Monte fumante che regge il cielo... ...Questo simbolo appartiene alla cultura megalitica che si sviluppò laddove gli uomini di Cro-Magnon cominciarono a coltivare le terre vergini appena liberate dai ghiacciai in ritiro...".
Nella tradizione esoterica più antica, d'altra parte, gli iniziati erano chiamati anche "alberi sacri" o "alberi del Signore" e sono rapportabili al ramo dell'immortalità che Gilgamesh va a cercare in fondo al mare: nella tradizione mesopotamica e babilonese, oltre che in quella sumera "l'albero della vita" e "l'albero della scienza" coincidono. Nel Talmud babilonese (non a caso) il rabbino Nahan parla del grande albero posto al centro del paradiso terrestre dicendo che le sue foglie sono lettere ed i rami parole. Nella Creta minoica l'albero della Vita, oltre che iconograficamente rappresentato a Cnosso fa parte della cerimonia dello sradicamento della pianta. Presso i Greci Atena vince la gara con Poseidone per il dominio dell'Attica con una pianta di ulivo. Nelle culture del Mar Rosso, esprime il collegamento tra animali totemici e simbologia vegetale. Nelle culture celtiche si identifica col vischio dei druidi; lo ritroviamo sotto forma di pesce nelle simbologie paleocrisitiane ma era oggetto di culto anche da parte di Sciti ed Ittiti. Nelle culture mesoamericane equivale all'albero del mais di Maya ed Azteche ed in quelle sudamericane di Incas e Nazca.
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La Stella negli Arcani Maggiori dei Terocchi Visconti-Sforza (Collezione dell'Autore)
Figura 2 - L'Albero della vita kabalistico ed i sentieri (136)

Tabella 3 - Riepilogo delle Sephiroth, sei sentieri e delle corrispondenze con gli Arcani Maggiori dei Tarocchi (137)

Note:
131. E. Schuré, op. cit., nota p. 85.
132. G. D'Amato, op. cit. p. 163.
133. "Dalla parola del Signore sono stati fatti i cieli, e dal soffio della sua bocca tutti i loro eserciti". "Salmi", XXXIII, 6. J. Abelson, op. cit., pp. 103 ss.
134. J. Abelson, op. cit., pp. 108 ss.
135. Nell'estremo oriente lo ritroviamo in India (il bianco Hom sotto il quale la vergine Dèvaki concepisce Khrishna: "Vishnu Purana", V, 22 e 30), presso i buddisti cinesi (il giardino della scienza con gli alberi della vita e della conoscenza), presso i Giapponesi e presso le culture dell'Oceania (aborigeni Papua, Araucani, Australiani): in tutti i casi simbolizza la divinità, l'eternità e la fonte della vita. Si veda per tutti: G. D'Amato, op. cit., op. e loc. cit.; Piantanida, op. cit. pp. 75, 166 ss. Kaplan, op. e loc. cit. Otto Much ("I segreti di Atlantide", Milano, 1986.p. 106. Sayce, "Hibbert Lectures", 1877, p. 240.
136. La prima triade, costituita da Keter (=corona: padre), Binah (=sapienza; madre), Chochmah (=intelligenza; figlio [la ragione]), corrisponde al "Da'at" egiziano e rappresenta Dio come unione di pensiero ed essere, come potere pensante immanente nell'universo.
La seconda triade, costituita da Hesed (=misericordia; padre). Geburah (= giustizia; madre) e Tiphereth (= bellezza; figlio), rappresenta Dio come potere morale immanente nell'universo.
La terza Triade, costituita da Netzah (= Vittoria; padre), Hôd (= gloria; madre) e Yesôd (= fondamento; figlio) presenta l'aspetto fisico e dinamico dell'Universo, il mondo che si sviluppa attraverso la varietà e molteplicità delle forme.
J. Abelson, op. e loc. cit.; M. Heindel, op. e loc. cit.; "Zohar", III, 296.
137. Liberamente elaborata da Kaplan, op. cit., pp. 59 ss. Avverto il lettore che le sedici carte figurative degli arcani minori, quattro per ciascun seme, corrispondono ai quattro stadi della creazione, cioè ai quattro "Mondi dello Zohar". Nelle quaranta carta numerali restanti ogni seme riproduce le dieci sephiroth.
138. I Sentieri iniziano dal numero undici perché i primi dieci numeri sono propri delle Sephiroth.
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