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CAPITOLO III

MANTICA, KABALAH E ALCHIMIA

Sommario:
3.1 - Dall'Egittologia alla Kabalah 3.2 - La mantica e la sua storia 3.3 - Perché la Kabalah? 3.4 - Il linguaggio della Kabalah: il Tetragrammaton 3.5 - La trasmissione iniziatica 3.6 - I libri Kabalistici: il Sèpher Yetzirah e lo Zohar 3.7 - I Mondi dello Zohar: creazione ed emanazione 3.8 - Le Sephiroth e l'Albero della Vita 3.9 - Kabalah e Tarocchi 3.10 - Giudaismo e Tarocchi: pregi e difetti del Kabalismo 3.11 - Dalla Kabalah all'Alchimia

3.6 - I Libri Kabalistici: il Sèpher Yetzirah ed lo Zohar
La autorità della Kabalah si fondava essenzialmente sull'antichità dei due testi che ne costituiscono il fondamento e l'essenza dottrinaria: il "Sepher Yetzirah" ed lo "Zohar".

Il primo dei libri cabalistici è senz'altro il "Sepher Yetzirah" il cui testo, secondo la leggenda, sarebbe "comparso" a Babilonia nel corso del I sec. d.C. Talvolta traslitterato in "Sepher Jephirah". L'espressione è ebraica e si compone di "Sepher" (= libro) e "Yetzirah" (= creazione, formazione). Il testo che conosciamo, scritto in ebraico, non è stato mai fatto oggetto di revisione critica. Se ne conoscono solo talune traduzioni parziali. Ricordiamo quella curata, in italiano, da Savini, per i tipi dell'editrice R. Carabba. Le origini storiche sono sconosciute. La leggenda cui mi sono riferito nel testo, tende, in effetti, a collegare la tradizione kabalistica della seconda diaspora a quella Talmudica fiorita, appunto, tra gli ebrei restati a Babilonia nonostante la conclusione della cattività decretata dal persiano Ciro il Grande.

La tradizione dotta medioevale ne attribuiva la paternità ad Abramo affermando che ciò potesse dedursi da prove testuali interne: ma non indicava quali fossero (116), né sono altrimenti riscontrabili.
Alcuni studiosi isolati lo attribuivano ad un rabbino, un certo Akiba, vissuto tra il 50 ed il 130 d.C., probabilmente un adepto della corrente mistica del pensiero neopitagorico giudaico (117).
In linea di massima la tendenza fu quella di non indagare su un autore per fissare l'attenzione su una data di nascita che venne collegata all'epoca tardo-Talmudica (e, cioè, al VI sec. d.C.) (118).
Recentemente il Ratzenstein ha ribadito che si tratta della tesi più corretta: il VI sec. è conosciuto come "epoca Gaonica" [dall'ebraico "Gaonin" = eccellenze] nella quale furono composte molte opere anche se non dell'importanza del "Sepher Yetzirah". In senso stretto "Gaonin" indica i "capiscuola" che seguono alla chiusura del Talmud e caratterizzano una breve parentesi tra i due periodi dei "Saboraim" (= opinanti) estinguendosi definitivamente intorno al 1000, proposto come epoca di nascita il II sec. d.C.
J. Abelson, richiama il "Poimandrés" ed osserva che tale conclusione sarebbe suffragata dalla somiglianze che accomunano le teorie sulle lettere e sui numeri, contenute nel Sepher Yetzirah, ai poteri cosmici e miracolosi attribuiti ai numeri ed alle lettere nei libri taumaturgici degli Gnostici del II sec. a.C. Tuttavia, d'accordo con l'Abelson, ritengo che la tesi non sia accettabile. Innanzitutto la Kabalah non è l'unica filosofia mistica che si occupi di suoni, forme, posizioni relative e valori numerici della lettere dell'alfabeto: ne consegue che tutte le teorie, derivando da radici più antiche, finiscono col ritrovarsi nel Talmud senza che per questo siano stati i rabbini a crearle (si pensi all'esempio dell'esoterismo egiziano, babilonese, mandeo e sumero). Si veda il "Talmud Babilonese Berachoth", 55 a in relazione ad "Esodo", 31,3 e "Proverbi", 3,19. Di fatto il potere magico delle lettere e dei numeri era proprio della Zoroastrismo che l'aveva ereditato dai Sumeri [N.d.A.]. (119).

La leggenda della "comparsa" a Babilonia, deve essere considerata artificiosamente creata per collegare la Kabalah alle più antiche tradizioni e, quindi, manifestamente infondata. Le presunte origini babilonesi nobilitavano di riflesso gli eventi del giudaismo, soprattutto della Spagna, dopo l'espulsione degli ebrei nel 1492.

La verità è che il Sepher Yetzirah non è ascrivibile ad un'epoca precisa e che la stessa Kabalah è riferibile al XI-XII sec.; basti pensare ai rapporti con la "Dottrina dell'Arcano" e con gli "Zenuin" (120). Non se ne conosce la paternità né la data di composizione; piuttosto che una composizione unica appare una stratificazione di letterature ebraiche di varie epoche che, sotto un profilo formale, si autodefiniscono "racconto di una rivelazione divina al Rabbino Simon ben Yohai" (nato in Galilea nel II sec. d.C.). Ma tale paternità è stata giudicata non sostenibile dalla critica.
Sembra sensato farla risalire ad un'epoca posteriore anche se molte delle idee che vi sono esposte sono certamente anteriori (121).

* * *
Il secondo dei Libri cabalistici è il "Sepher-ha-Zohar" o semplicemente "Zohar". Il suo nome significa "[Libro dello] Splendore o [Libro della] Luce" e deriva dalla Bibbia: "E coloro che saranno saggi brilleranno come lo splendore del firmamento" (Daniele 12,3). Fu composto intorno al 1280 in Spagna dallo studioso Moshe ben Shem Tov o Moshe Leon. Ma il testo di Tov è chiaramente una sorta di antologia di testi della più varia provenienza, sicché possiamo affermare che le sue vere origini siamo almeno oscure quanto quelle del Sepher Yetzirah. Sembra, in ogni caso che lo Zohar sia il più antico dei due, in quanto prosecuzione diretta del Talmud. Non è tuttavia anteriore al II sec. perché proprio in quell'epoca cominciarono i contrasti con la cultura ellenizzante.
Lo Zohar compare nel XIII sec. in Spagna, un terreno ove gli ebrei furono particolarmente presenti ed autorevoli dal X al XIV sec.

Sotto il profilo del contenuto lo Zohar è un commento al Pentateuco: esso presuppone che il principio che Dio è il "senza limiti" ["En Soph"].
En Soph è un termine strettamente cabalistico derivante dalla contrazione dei principi maschili e femminili della divinità ed individua la divinità infinita e, quindi, inconoscibile. Attraverso le sue emanazioni, è possibile studiarne le manifestazioni su tre mondi: inferiore (="Nephesh"), medio (="Ruah") e superiore (="Neshamah"), conoscibile solo attraverso il mondo dei suoi attributi ["le sephiroth"]. La Sephiroth sono sfere di manifestazione di Dio attraverso le quali si produce e circola la vita.
Si tratta, in altre parole, di un'opera sincretica che molte civiltà, fedi e filosofie hanno concorso a formare, filtrate attraverso il "vaglio della mentalità giudaica" tesa a dimostrarne le superiorità intellettuale e l'estraneità a qualsiasi altra cultura, soprattutto a quella greca (122).

Ma, indipendentemente da questa pretesa, nel Zohar è possibile trovare tracce di "Gnosticismo" e di "Neoplatonismo" ma anche di "Sufismo" persiano (VIII sec. e segg.). Anzi, proprio dalla Persia, all'epoca di Beniamino di Tudela (prima metà del XII sec.) sarebbe stato trasmesso agli ebrei spagnoli andando a costituire una parte sostanziale della Kabalah medioevale (123).
Secondo l'Abelson, lo Zohar costituisce "...una continuazione dell'antica corrente di pensiero Talmudico e dei Midrascin con l'aggiunta di elementi estranei raccolti, com'era inevitabile, nel passaggio attraverso molti paesi. La mescolanza con questi elementi deve avere in molte guise trasformato il colore originario e la natura della corrente" (124).

Il testo è redatto parte in aramaico e parte in ebraico e questo fa pensare ad un'opera a più mani e comunque di epoche diverse. Sotto l'aspetto formale si tratta di un lavoro pseudo-epigrafico: un compendio di teosofia kabalistica, un incredibile miscuglio di ingredienti della più varia provenienza e del più vario contenuto. Nello Zohar coesistono astrologia medioevale, pitagorismo, angelologia talmudica ed antropocentrismo esasperato. Come è noto, secondo la tradizione, lo "Zohar" sarebbe stato scritto, su ispirazione del Profeta Elia, da Simon ben Johai, vissuto tra il 70 ed il 110 d.C., all'epoca della seconda distruzione del Tempio di Gerusalemme. In tale occasione ben Johai, per sfuggire alla persecuzione, si rifugiò per dodici anni in una caverna con il figlio Eliezer, dedicandosi alla vita contemplativa. Proprio il figlio ed un certo Abba avrebbero raccolto i suoi scritti nello "Zohar" (125).

Lo scopo dello Zohar è l'esaltazione mistica della "legge" e, su tale fondamento, si innesta la convinzione che la fenomenologia sia, allo stesso tempo, una realtà esoterica ed una exoterica; il mondo una serie di emanazioni progressive, oggettive ed effettuali, del divino, dell'Uno, di En Soph (126).

E l'uomo, dotato del privilegio di contemplare intorno a sé l'immagine del divino, ha il potere di realizzare l'unione con l'invisibile.

Vedremo ora quali siano gli sviluppi di questa dottrina ed in che modo questa confluisca nella storia dei Tarocchi.

Note:
116. La tesi corrispondeva a quella ermetica che voleva Abramo discepolo di Thoth - Ermete Trismegisto.
117. Da ricollegarsi, quindi, al misticismo esoterico egiziano. Si veda la nota che precede tenendo conto, ovviamente delle differenze temporali.
118. Abelson (op. e loc. cit.).
119. Abelson, op. cit. pp. 94 ss., ma anche pp. 56, 261 e 291.
120. Alla "Dottrina dell'Arcano", della quale non esiste documentazione diretta, ho già fatto riferimento in precedenza. Gli "Zenuin" (= i nascosti) sono i componenti di una setta esoterica giudaica cui si fanno risalire le dottrine sul nome di Dio.
121. J. Abelson, op. cit., pp. 111 ss.
122. J. Abelson, op. cit., pp. 112 ss.
123. J. Abelson, op. cit. p. 113.
124. J. Abelson, op. cit. p. 114.
125. Trascritto in J. Abelson ,op. cit., pp. 111, 117 ss.
126. Come si legge nel Zohar (fl. 20): "Egli [En-Sof] fece questo mondo in basso per corrispondere al mondo in alto. Ogni cosa che è in alto, ha il suo modello qui in basso e tutto costituisce una unità che corrisponde al motto della scuola pitagorica 'Così in alto, così in basso'".
Il termine exoterico deriva dal tardo latino "exotèricus" a sua volta dal greco exoterikos (= exoterikos), da ex (= fuori), esterno, palese a tutti. Esprime un concetto opposto ad "esotèrico" (dal latino "esotericus", a sua volta dal greco esoterikos (= esoterikos), da eso (= all'interno). J. Abelson, op. cit., p. 115.
					
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