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CAPITOLO III

MANTICA, KABALAH E ALCHIMIA

Sommario:
3.1 - Dall'Egittologia alla Kabalah 3.2 - La mantica e la sua storia 3.3 - Perché la Kabalah? 3.4 - Il linguaggio della Kabalah: il Tetragrammaton 3.5 - La trasmissione iniziatica 3.6 - I libri Kabalistici: il Sèpher Yetzirah e lo Zohar 3.7 - I Mondi dello Zohar: creazione ed emanazione 3.8 - Le Sephiroth e l'Albero della Vita 3.9 - Kabalah e Tarocchi 3.10 - Giudaismo e Tarocchi: pregi e difetti del Kabalismo 3.11 - Dalla Kabalah all'Alchimia

3.2 - La mantica e la sua storia
La mantica è un "linguaggio".
Esso si esprime attraverso segni come scrittura e, più in generale, simboli (61).
A differenza degli Oracoli (che appartengono alla fenomenologia propria della chiaroveggenza e riguardano esclusivamente il passato ed il presente), la mantica si riferisce solo al futuro.

Tra il 1888 ed il 1917 opera Gèrard Encausse (detto Papus): Kabalista e membro della "Società dell'Ordine rosacrociano". Studioso di magia e di mantica, si occupò in modo particolare del rapporto tra indovino ed adepto approfondendo collateralmente i rapporti tra Kabalah e mistica dei numeri.
Pure appartenente all'Ordine rosacrociano di Forest Hill, in collegamento col Kabalismo, è Mac Gregor Mathers (noto come Samuel Liddel Mathers): egli operò dopo il 1888 e fu il fondatore dello "Hermetic Order of The Golden Dawn", al quale aderirono Waite, Yeats, Smith, Alaister Crowley e diversi altri occultisti.
Gli studi Kabalistici della scuola rosacrociana vennero continuati da Edward Crowley (noto come Alick o Alistair o Aleister Crowley (1875 - 1947), il primo studioso di "I Ching" in occidente.
Studi più specificamente a carattere occultistico venivano condotti dall'Americano Paul Foster Case (nei testi pubblicati tra il 1927 ed il 1947) e da Elbert Benjamine (noto come C. C. Zane): entrambi autori di personalissimi mazzi di Tarocchi tuttora molto diffusi negli U.S.A.

Ma la storia della mantica comincia molto più da lontano perché essa caratterizza, pur se in modi e forme diverse, tutti gli ambiti culturali più antichi.

Così presso il "Popolo Eletto" era in voga la mantica e la profezia, intesa come comunicazione diretta con Dio. La profezia costituiva una forma di individuale manifestazione delle leggi dello spirito (62).

Gli Antichi egizi "...costruirono iconografie magico-simboliche [il cosiddetto alfabeto sacro: N.d.A.] con emblemi e immagini degli dei, con il nome del Dio ed il proprio (63) ed alcune delle sacre lettere che... ...componevano talismani o pentacoli da usare negli incantesimi, nella divinazione o come amuleti portafortuna" (64).

Vasta portata, soprattutto come fenomeno di rilevanza sociale, ebbe la mantica etrusca: "Tutto è utile ai maghi, agli aruspici ed agli indovini per calcolare e prevedere l'avvenire" (65). E Cicerone, nella "Epistola a Cecina", esalta "...l'insegnamento davvero meraviglioso, della disciplina etrusca..." (66). Purtroppo la mantica o disciplina etrusca o aruspicina ci è nota solo in maniera indiretta, attraverso riferimenti di Seneca, Plinio, Cicerone, Aulo Gellio e Nigidio Figulo. Sappiamo così ben poco ed essenzialmente che comprendeva tra arti:
1 - Interpretazione dei lampi, folgori e tuoni (67);
2 - Lettura delle viscere degli animali sacrificati ("aruspicina" in senso stretto) (68);
3 - Interpretazione dei prodigi (69).

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Il Documento più importante di cui siamo in possesso è, indubbiamente, il famosissimo "fegato di Piacenza" che riproduce la contrapposizione, tutta indoeuropea, tra il rotondo e il quadrato. L'epatoscopia riguardava l'esame delle viscere, ma soprattutto del fegato che era considerato la sede della citae, per ciò stesso, "...uno specchio dello stato del mondo nel momento in cui la vittima è stata immolata... Per questo visi possono leggere le disposizione favorevoli o sfavorevoli e, in linea più generale, tutte le volontà degli dei". Ma, come ci riferiscono Lucano ("Farsaglia", I) e Seneca ("Edipo") non vengono trascurati altri elementi delle viscere. I due Autori evidenziamo come per l'aruspicina etrusca ogni anomalia "...significa rottura dell'equilibrio naturale e annuncia dunque un cattivo presagio... ...che a volte può essere ambiguo....". Come è il caso di un segno funesto in una regione favorevole: ne fa fede Tito Livio ("Storia di Roma", VIII, 9). Cicerone (nella "III Catilinaria") riferisce episodi di vaticini brontoscopici verificatisi nel 61 a.C.; altri esempi sono riportati in Tito Livio, mentre esempi di infedele vaticinio trovano spazio in Aulo Gellio ("Notti Attiche", IV, 5) e Valerio Flacco ("Avvenimenti memorabili").
Ad esempio: "...Tinia (l'equivalente di Juppiter romano: N.d.A.) ne lancia tre". Secondo Seneca ("Naurales Questiones", II, 32 e 39) parla dei "Libri Fulgurales", che non ci sono pervenuti e ci riferisce che gli Etruschi "...riferendo ogni cosa alla divinità, sono convinti, non che le folgori diano segni perché prodotti, ma che si producono perché hanno qualcosa da annunciare...". Seneca ci parla ancora della classificazione del fulmini sulla base degli effetti che producono. Plinio il Vecchio, nel Libro II della sua "Naturalis Historia", riferisce che vi sono nove dei che scagliano i fulmini e che vi sono dodici varietà di fulmini; afferma quindi che "gli Etruschi hanno diviso il cielo in dodici settori per le loro osservazioni... ...ma i settori principali sono quattro, ciascuno diviso in quattro parti, tutti divisi in sinistri a levante e destri a ponente".
L'Apparizione di un prodigio assume particolare importanza perché "...sfida l'equilibrio naturale così importante... ...nella sensibilità religiosa etrusca. Rompe violentemente il corso normale delle vite degli individui e anche delle comunità e costituisce, proprio per questo, un avvertimento rivolto dagli dei ai mortali". Cicerone di riferisce di boati verificatisi nell'"ager latiniensis" il 56 a.C. interpretati dagli aruspici etruschi come segni funesti.
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La civiltà greca, prima, e quella romana, poi, sotto il profilo della mantica pura non aggiunsero molto a quella egiziano-ebraica anche se sono chiari, almeno per quella latina, le influenze della divinazione etrusca. Sia gli uni che gli altri si limitarono a mutare i nomi delle deità planetarie come si può rilevare dalla tabella che segue (70).

[Tabella 1 - Tabella comparativa delle divinità planetarie]

Tabella 1 - Tabella comparativa delle divinità planetarie

Per quanto poi riguarda la mantica greca, quella esercitata a Delfi era incentrata sulla "chiaroveggenza", misto di magia e scienza. Se molto praticata era la "chiaroveggenza", non dobbiamo dimenticare che gli antichi praticavano anche la "genetlialogia", dalla quale derivò l'astrologia medievale, tesa a fornire schemi generali di comportamento (71).

Schuré ci spiega, a questo proposito, che "...nell'antichità esisteva un legame profondo tra divinazione e culti solari. È, appunto questa, l'aurea chiave di tutti i misteri rituali magici". Ma, nello stesso tempo sono notevoli i progressi anche nella direzione di una specifica scientificità: Ipparco (II sec. a.C.), ad esempio, approfondendo lo studio della genetlialogia, scoprì le correlazioni tra precessione degli equinozi (già nota ai Mesopotamici) e ritmi vitali (72).

A partire dalla caduta dell'Impero romano d'occidente, per tutto il Medio Evo e fino al Rinascimento, le varie arti mantiche, prima comprese nell'unica disciplina della genetlialogia-astrologia, cominciarono ad acquisire una propria distinta autonomia didattica e pratica. La mantica si separò dall'astrologia. Quest'ultima, pur conservando una funzione socio-culturale e pur perseguendo il recupero di antiche scienze da parte di autentici "specialisti", tese a divenire sempre più "astronomia". È tipico di quest'epoca il tentativo di recupero e la rivalutazione della magia spicciola del popolino: ne scaturì la separazione tra "magia bianca" e "magia nera" o "goetia".
"Questa scissione - afferma il Tavaglione - continuò, aiutata anche dalle proibizioni e divieti della Chiesa ufficiale, che condannava tutto il passato ed ogni visione polimorfa e panteistica allargata ai messaggi delle dottrine pagane precedenti (come quella gnostica: N.d.A.). La divisione tra pochi e nascosti saggi e molti ignoranti, passò attraverso il Medio Evo e Rinascimento sino ad oggi, quando non è ancora chiaro se il rifiorire e la grande diffusione degli interessi magico-esoterici, tenda a portarci verso un rinascimento... ...armonico tra uomo e cosmo, o se volga verso il rinnovarsi della caotica situazione della peggiore decadenza dell'Impero romano" (73).

Su un piano generale, la mantica pone quattro tipi di problemi: (a) quali sono i soggetti della divinazione; (b) su cosa si basa; (c) di quali strumenti si serve; (d) da cosa trae la propria giustificazione.

I soggetti della Mantica: sono, di volta in volta, il sacerdote, lo sciamano, il mago, le pitonesse, i profeti. Soggetti della mantica, in altri termini, sono coloro che si pongono, nella considerazione generale, come intermediari tra l'uomo e la divinità, rapporto che i seguaci di Zoroastro (i famosi Magi sui quali avremo modo di tornare) chiamavano "chisti", cioè illuminazione: "...una conoscenza fuori dell'ordinario, una visione ed un percezione che non sono né mediate, né trasmesse dagli organi fisici e [neppure] dai sensi... ...una vista interiore che comprende sia gli occhi della mente, sia l'intelligenza...". Questa illuminazione si sostanzia in un particolare stato di coscienza e di esperienza mistica: il "maga".

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Il termine persiano "maga" deriva dall'unione di due radici sanscrite: "ma" (= madre) e "ge" (= terra) e significa "[unione] con la madre terra". La concezione che sottende è, infatti, propria del più antico esoterismo orientale che sta' alla base della geomanzia. In termini cosmogonici, il risultato di questa unione è l'uovo primordiale proprio della mistica tantrica. Non a caso esiste un sinonimo di "maga" che indica mescolanza: lo "abezagih". Nello zoroastrismo questo termine fa espresso riferimento al caos primordiale, anteriore all'avvento dello Spirito del Male ("Ahriman") la cui presenza provoca la formazione del Reale. In senso esoterico "maga" è ciò che genera la fusione del corporeo ("getig") con lo spirituale ("menog") che conduce al "Nirvana" consentendo il diretto contatto con gli "Amesa Spenta" (i Santi Arcangeli). Questi ultimi sono gli spiriti che animano gli elementi primordiali fornendo l'energia che anima la natura.
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Su cosa si basa la mantica. Le antiche religioni sono caratterizzate, quale più quale meno, da strette interrelazioni col mondo del divino e presuppongono, quindi, metodi apprendimento della volontà divina alla quale viene ascritta l'origine e la causa di ogni evento umano, buono o cattivo che sia (74).

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La correlazione del mondo umano e di quello divino si chiama "principio di causa ed effetto" e costituisce una delle sette Chiavi dell'Ermetismo, come risulta dai frammenti del "Kybalion" nel quale si legge: "Ogni cosa ha il suo effetto; ogni effetto ha la sua causa; ogni cosa avviene secondo una legge; il caso non è che un nome per una legge non riconosciuta; non esistono molti piani di causalità, ma nulla sfugge alla legge".
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Ne è un esempio, per quanto possa sembrare strano, l'antico mondo degli israeliti, che ufficialmente condannava sia la mantica che la magia, ma che di fatto istituzionalizzava entrambe nella profezia. Esse finirono, quindi, con l'assumere tutta la portata, la levatura, l'autorevolezza e la dignità che il monoteismo conferiva allo spirito umano (75).

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Si pensi all'opera dei Profeti Biblici, ai "miracoli" dei Patriarchi ed alla Talmudica "Mercabah": magia e mantica erano il "mezzo" della comunicazione diretta con Jehowah.
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Di quali strumenti si serve. Il meccanismo di funzionamento della mantica viene spiegato da M. Heindel, attraverso le "leggi di rinascita" e "di conseguenza" che funzionano in correlazione col movimento dei corpi cosmici "...del sole, dei pianeti e dei segni dello Zodiaco: tutti si muovono in armonia con queste leggi... ...Opera pure in armonia con le stelle, in modo che un individuo nasce al tempo in cui la posizione dei corpi celesti del sistema solare provvedono le condizioni necessarie alla sua esperienza e al suo progresso..." (76).

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L'argomento verrà approfondito nel prossimo Capitolo. Le due leggi costituirebbero, per l'A. la base del cristianesimo e avrebbero costituito oggetto di insegnamento occulto secondo la teoria dell'Arcano che utilizzava le forme di occultamento tipiche dell'ermetismo. L'intervento delle due leggi spiega un certo determinismo e l'incapacità a sfuggire a ciò che sta' scritto nelle stelle anche se queste possono "...perciò chiamarsi orologio del destino".
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Nella pratica si avvale di qualunque strumento, naturale o artificiale, suscettibile di affinare il rapporto tra l'uomo e la divinità. Ad esempio era comune, fin dall'antichità, l'uso di droghe, dell'ebbrezza rituale, dei vapori vulcanici inebrianti (si pensi ai vaticini della Sibilla Cumana), delle caratteristiche termali e minerali delle sorgenti (si pensi al culto della dea Sequana presso Parigi).

Più sofisticata, in relazione alla natura della mantica come linguaggio, appare l'utilizzazione di "rappresentazioni artificiali", o di "segni naturali" ai quali l'interprete attribuisce valore di simboli.
La rappresentazione in questi casi, non corrisponde a criteri fissi ma richiede l'impiego di facoltà superiori in grado di scoprire la natura del rapporto tra micro e macrocosmo, perché il Tutto, in quanto tale, contiene in sé ogni singolo evento dello spazio-tempo.

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Si pensi, per chiarire, alla utilizzazione nella moderna psichiatria, del testo di Roschach (quello delle macchie d'inchiostro, per intenderci) e del rapporto con l'inconscio dal quale lo psicologo trae conclusioni sul quadro della salute mentale del soggetto. La divinazione per simboli, alla quale l'esoterismo riconosce un significato molto più profondo essendo l'uomo (microcosmo) una parte del Tutto (macrocosmo), procederebbe allo stesso modo. In questa visione il Tutto è un continuum spazio-temporale come nell'esoterismo egiziano e come nella realtà Bergsoniana [N.d.A.].
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Per il primo assioma dell'esoterismo le stesse conoscenze sono contenute, come afferma S. Agostino, in interiore homine e la loro estrazione è solo questione di metodo che afferisce alla ricerca ed all'individuazione "...delle corrispondenze simboliche che connettono il macrocosmo con il microcosmo. La comunicazione è così resa possibile dal fatto che la conoscenza nascosta nel profondo dell'uomo è quella stessa di Dio, in quanto Dio ed uomo sono... ...la medesima cosa riconciliantesi nell'Ente Universale" (77).

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Per l'evangelista Giovanni, Cristo è l'alfa e l'omega di tutte le cose: si pensi alle immagini del Cristo Pantocratore al centro dell'universo e del tempo quale conciliatore della Grande Triade Dio-Cosmo-Uomo [N.d.A.].
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Lo spazio ed il Tempo si riducono, in questa visione, a categorie del pensiero e della logica umana, come i concetti di vicino e lontano, nel senso che gli eventi divinati sono tutti su piano spazio-temporale. Al contrario di quanto ci mostrano i nostri sensi, "...gli eventi non si susseguono, ma 'sono'": nella mantica per simboli chi sa riconoscere i segni può adire al Tutto.

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Per comprendere questo concetto si pensi alle colombe che aiutano Enea nella ricerca del "Ramo d'oro" che gli consentirà di aprire le porte dell'Ade. Gli uccelli (simboli di Venere), anche se sono più di semplici segni, devono intendersi come riflessi di quanto accade nel macrocosmo. Il Ramo d'oro ci porta al mito dell'immortalità perché è l'equivalente del ramo che Gilgamesh va a cogliere in fondo al mare (78).
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Questa connessione spiega l'estrema attenzione che gli antichi prestavano al simbolo: per loro la comprensione del "segno" era istintiva, immediata e si esprimeva nel "rito"; il progressivo depauperamento del mito, la sovrapposizione di una gestualità ripetitiva, la perdita del significato esoterico del rito (quali legami tra micro e macrocosmo), provocarono la perdita di un grosso bagaglio culturale per l'uomo. Gli studiosi, allora, "...furono costretti a tracciare una serie di tavole di corrispondenza per radunare [intendi per "codificare": N.d.A.] il maggior numero di questi legami... ...e conservare l'antica conoscenza".

Il valore del simbolo tradizionale è tale che agisce nei due sensi: "...risalendo dal fondo della coscienza, può darci un'informazione; facendola penetrare nel centro del cuore, apre la strada alla conoscenza che vi è racchiusa... ...L'operazione che si compie nella divinazione mediante simboli è analogo alla Maieutica di Socrate: una serie di interrogazioni successive grazie alle quali si è in grado di scoprire da soli alcune verità latenti ma non ancora appannate..." (79).
Ne consegue che gli stessi strumenti (soprattutto le lettere) "...per la divinazione non potevano che essere attribuiti a una benevola divinità. Thoth, il Mercurio egizio, mitico inventore della parola e dei geroglifici... ...Gli antichi ebrei attribuirono ad Enoch, il primogenito di Caino, la creazione di questo alfabeto sacro e occulto e i Greci a Cadmo, il fondatore di Tebe" (80).

Ultimo aspetto del problema è quello della Oggettività della mantica. Racconta Erodoto che Creso, re di Lidia, volendo mettere alla prova gli oracoli di Grecia e di Libia (Storie, I, 46,2-3), mandò a chiedere che cosa egli stesse facendo in un determinato momento. Riferisce dunque Erodoto: "Quello che gli altri oracoli risposero, non è tramandato da nessuno; ma a Delfi... ...la Pizia così rispose:... ...ai sensi mi viene odor di testuggine dalla dura conchiglia, cotta nel bronzo, con carni d'agnella, cui bronzo è sotto e di bronzo sopra è vestita" (Id., I, 47,2-3). La risposta soddisfece Creso perché egli, nel giorno stabilito, "...fatta a pezzi una testuggine e un agnello egli stesso li cuoceva insieme in un lebete di bronzo, ponendovi sopra un coperchio di bronzo" (Id., I, 48,2). Avrebbe, in tal modo, provato l'oggettività della mantica.

Si è anche spesso parlato di una prova storico-teologica basata su una teoria per così dire dell'affidamento: la fiducia nella mantica, rimasta inalterata per millenni dimostrerebbe che la fiducia sarebbe stata ben riposta, altrimenti si sarebbe estinta ben presto.
Anche se nel corso dei millenni, sono stati registrati sensazionali casi di successo della cosiddetta prova storica, mi sembra chiaro che l'affermazione si risolva in una mera tautologia perché prova unicamente il perdurare della fiducia popolare nella divinazione (anche quando si tratti dei cosiddetti "presagi reali" sumerici ed assiro-babilonesi e dei casi di aruspicina documentati ed accuratamente registrati). Ritengo che il fondamento della mantica risieda unicamente nell'adesione spontanea (81).

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George Contenau riporta numerosi esempi di divinazione. La prova storica di cui parla l'A. si basa sui "presagi reali" (cioè del re) dei quali esiste una vastissima raccolta nelle tavolette sumeriche e babilonesi. Ci fa notare Contenau: "Il nome di Mesannipadda, della Prima dinastia di Ur, il sui nome significa 'eroe scelto dal cielo' indica per la sua stessa formazione la qualità di questa scelta, poiché infatti il segno pad significa più particolarmente la scelta per sorteggio che è uno dei procedimenti più antichi di divinazione". La divinazione regale si collega, in qualche modo, al potere della divinità che il re rappresentava in terra. Si pensi, in epoca storica, all'imposizione delle mani da parte del re neo-incoronato, ed al potere taumaturgico dei re; ma si ponga mente anche all'episodio evangelico della "guarigione del cieco" che ne propone anche la gestualità ed il significato esoterico (Giov. 9,5-7; Marco, 8, 22-26; Mt., 15; Lc., 18,26-43).
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Ad una conclusione parzialmente diversa conducono gli stupefacenti risultati che si registrano nel campo teologico e che ci portano a valutare il rapporto tra mantica e religione. "Dalla raccolta bizantina chiamata il Suida, apprendiamo che maghi etruschi... ...hanno redatto una specie di storia del mondo. Secondo questi maghi, il Creatore ha fissato in dodici millenni la storia dell'universo... ...Questa teoria deriva dalla grande annata caldea o dodecäeteris" e si trova anche in un testo in pahlavi dell'epoca sassanide: il "Bundahishin". "è dal paese dei Caldei... ...che gli indovini etruschi hanno appreso anche la scienza delle folgori la cui scienza ha un'origine babilonese, così come la teologia e il mondo degli dei" (82).

In effetti il problema è esclusivamente di ordine esoterico ed implica la valutazione dell'interdipendenza tra cielo e terra: nel rapporto tra macro e microcosmo ogni fenomeno che ha luogo in una dimensione trova il suo corrispondente nell'altra. Da questo primo assioma discende il postulato: "il cielo possiede la terra" nel senso che tutto ciò che esiste, a qualsiasi regno della natura appartenga, è sotto la dipendenza della/di una divinità (83).

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Si pensi al già citato "principio di causa ed effetto", nonché a quello di Polarità: "Tutto è duale: ogni cosa ha la sua coppia di opposti... ...Tutte le verità non sono che mezze verità e tutti i paradossi possono essere conciliati".
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Il secondo postulato è riferito alla sacralità ed alla rivelazione, afferma: "tutto ciò che l'uomo sa, tutte le applicazioni che ha potuto fare di questo sapere, gli giungono dagli dei per rivelazione. Di conseguenza la scienza ha un carattere sacro e non dovrà essere comunicato a chicchessia ma solamente a coloro che ne sono degni" (84).

Il carattere di definitività della scienza, contrapposto alla relatività dell'esistenza ci porta al terzo postulato, quello del Nominalismo: "una cosa, un essere non ha un'esistenza reale se non a partire dal momento in cui ha ricevuto un nome, e il fatto di essere in possesso di questo nome crea, per colui che lo conosce, un potere vero e proprio sull'essere o sulla cosa. Di qui la potenza della voce di per se stessa, della scrittura, dell'azione mimata" (85).
Ne scaturisce "la possibilità di una costrizione esercitata perfino nei confronti della divinità, se si impiegano le parole dovute, il tono e i gesti" (il rituale: si pensi alla cerimonia del dondolio delle offerte del "Libro dei Morti" e sfocia ineluttabilmente nelle conclusioni del Talmud. "...la presenza di queste condizioni, il cui insieme spiega gli atti religiosi dei Mesopotamici in genere, è particolarmente sensibile in certe pratiche giornaliere quali la divinazione, la Magia, la medicina" (86).
Sotto l'aspetto teologico bisogna tener, quindi, presente chela natura degli dei ed il rapporto con gli uomini rendono incerto il futuro e precaria la predestinazione che, a prima vista sembrerebbe far parte dello stretto collegamento tra terra e cielo. La religione, allora, lascia intravedere (attraverso la "rivelazione") la possibilità che gli dei facciano conoscere la loro volontà: ne consegue che la mantica è pur essa rivelata e indiscutibile perché rivelata dagli stessi dei (87).

Questa lunga digressione sulla mantica era indispensabile per affrontare il presupposto del pensiero di Aliette e verificarne il fondamento.

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Affermava Aliette il "libro di Thoth" sarebbe stato elaborato intorno all'anno 2170 a.C. da diciassette maghi che vi avrebbero racchiuso tutta la loro sapienza. È questo l'unico legame tra la teoria di Aliette e quella di Gebelin e Postel.
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Note:
61. Patrick Ravignat, introduzione alla "Geomanzia".
62. Si veda nella Bibbia: Is.,11,1-5; 53,1-8; 66, 9-13: 66,18-19; Giud., 13,3-5; I Sam., 1,11-20;Ger., 1,4. E. Schuré, op. cit. pp. 297 ss.:, vi accomuna anche la famosa "IV ecloga" di Virgilio.
63. Conoscere il nome è possedere [N.d.A.].
64. Tavaglione, op. cit., p. 49.
65. Philippe Aziz, "La Civiltà Etrusca", Ginevra, 1974, p. 127.
66. Philippe Aziz, op. cit.,, p. 128; J. Heurgon, "La vie quotidienne des Hetrusques", Hachette, 1961.
67. Philippe Aziz,, op. cit. pp. 132-133. 144 ss.
68. Philippe Aziz, op. cit., pp. 144 ss.; G. Dumezil, "La Religion Romain Archaique". (A. Grenier, "L'orientation du foie de Plaisance, in Revue des ètudes latines", 1946).
Sul punto vedi: Philippe Aziz, op. cit., pp. 147 ss.; R. Bloch, "Les Prodiges dans l'antiquité classique", in "Presses Universitaires de France", 1963; J. Bayet, articolo in "Annuario dell'Istituto di Filosofia e Storie Orientali e Slave", Bruxelles, 1936.
69. Harrel-Courtés H., "Les prodiges dans l'antiquité classique", Philippe Aziz, op. cit., pp. 149 ss.
70. Tavaglione, op. cit., p. 51.
71. E. Schuré, op. cit. p. 209.
72. E. Schuré, op. cit., p. 203.
73. Tavaglione, op. e loc. cit.
74. In G. Bergamino, "La filosofia Ermetica dell'Antico Egitto e della Grecia", La Spezia, 1990, pp. 36-37.
75. Si veda, tra gli altri, Bibbia: Is. 11,1-5; 53,1-8; 66,9-13; 66,18-19; Giudc., 13,3-5; I Sam., 1,11-20; Ger. 1,4. E. Schuré, op. cit., pp. 297 ss.
76. M. Heindel, op. cit., pp. 168 ss., 174-176
77. J. Sabellicus, op. cit., p. 14.
78. J. Sabellicus, op. cit., p. 14; Abra Melin, "Trattato di Magia"; Einstein, "Come io vedo il mondo. (Saga di Gilgamesh)", a cura di Giovanni Pettinati, Milano, 1992.
79. J. Sabellicus, op. cit., p. 16. L'A. così riferisce i Tarocchi al pensiero occidentale che ha seguito categorie logiche sostanzialmente diverse da quelle orientali.
80. Ibidem.
81. Ne la "Civiltà degli Assiri e dei Babilonesi" (Ginevra 1974, pp. 139 ss.). (Si veda anche, dello stesso autore, "La Divination chez les Assyriens et Les Babiloniens", Parigi, 1840, pp. 117 ss.).
82. Philippe Aziz, op. cit., pp. 39 ss.; 42 ss.; Albert Grénier, "Les Religions étrusques et Romaine", Presses Universitaires de France. Parigi, 1948.
83. Frammenti del "Kybalion", in G. Bergamino, op. cit., pp. 31 ss.
84. Ibidem.
85. Ibidem.
86. George Contenau, op., cit., pp. 135 s.
87. Ad esempio, venne rivelata al settimo della lista dei re antidiluviani, "Enmeduranki", chiamato dai Greci Euedoracos, che regnò sulla città di Pantibibla per 51.000 anni.
					
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