CAPITOLO II
POSTEL, GEBELIN E L'EGITTOLOGIA
Sommario:
2.1 - Gli elementi della teoria 2.2 - Le origini: la problematica storica 2.3 - Le origini: Gebelin e Postel 2.4 - Thoth e il "libro di Thoth" 2.5 - Gli zingari
2.4 - Thoth e il "Libro di Thoth"
Ma chi era e cosa rappresentava Thoth?
Onde evitare gli stessi errori compiuti in passato, la risposta a questa domanda necessita di una premessa. Quando parliamo di divinità egiziane non ci riferiamo mai ad un divinità per così dire "statica" (il discorso ovviamente, vale per tutte le religioni).

La "religione egiziana" che noi conosciamo, nella forma in cui ci è pervenuta, è il frutto di una elaborazione plurimillenaria. Assumere come caratterizzante una facoltà o una prerogativa esclusiva di una divinità significa, ma non è sempre sicuro, cristallizzare la situazione ad un determinato momento storico più o meno arbitrariamente scelto.
Il Pantheon egiziano, come ci documentano le scuole teologiche di Hermopolis, di Tebe e di Menfi, si costituì per sintesi delle concezioni teogoniche provenienti dai territori che entrarono a far parte dell'impero (Alto e Basso Egitto).

In secondo luogo in un Paese quale l'Egitto, aperto, spesso per forza maggiore, agli influssi esterni più svariati (si pensi alle varie invasioni di Popoli del Mare, Hyksos, Ittiti, Assiro-babilonesi, Persiani, Greci e Romani), anche la religione finì col subire influenze spesso non autoctone (si veda, a titolo di esempio, l'Inno a Phtah, che presenta notevoli somiglianze con versetti biblici del Genesi).

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La Scuola teologica di Hermopolis sosteneva che il caos iniziale veniva dipanato dalla luce in maniera molto simile a quella dei versetti biblici dove si legge: "...le tenebre coprivano l'abisso e lo spirito di Dio si muoveva sulle acque. Dio disse sia la luce e la luce fu". J.-M. Brissaud, op. cit., p. 197.
La scuola Menfitica era anch'essa molto vicina alla cosmogonia biblica, come già si è detto a proposito dell'inno a Phtah: J.-M. Brissaud, op. cit., p. 200 ss..
La Scuola Tebana (dichiaratamente sincretica) trova la sua estrinsecazione nel Papiro di Leyda.
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Ne consegue che la religione dell'Egitto ha un carattere così marcatamente sincretico da potersene trovare solo altri due esempi: nella religione ebraica prima
(31), ed in quella della Roma imperiale poi: la molteplicità degli attributi, delle caratteristiche e delle funzioni di ogni divinità furono quindi il frutto e la combinazione di svariati elementi
(32) costituiti essenzialmente da:
a) caratteristiche che ciascuna divinità possedeva in origine e che derivava dalle mitologie proprie della terra di provenienza (dove aveva, evidentemente, già subito una autonoma e propria elaborazione teologica);
b) sovrapposizione di miti non autoctonie non egiziani (è, ad esempio, il caso di Seth);
c) sovrapposizione della elaborazione simbolico-dottrinale delle scuole di pensiero egiziane
(33);
d) successiva rielaborazione esoterico-dottrinale dei popoli che si accostavano all'esoterismo ed alle teogonie egiziane.

È questa origine composita e la lunghissima evoluzione in senso temporale che porta spesso alla commistione ed alla sovrapposizione di caratteristiche comuni a più di una divinità
(34).

Sulla base di tali premesse si può tentare di dare una risposta non solo all'interrogativo di "chi" fosse Thoth e del "cosa" fosse il "Libro di Thoth" solo sotto il profilo storico.

Il mito di Thoth.
In sintesi è a Postel che si deve, oltre ad un collegamento del mazzo dei Tarocchi, con il Libro di Thoth, con la Cabala e con l'esoterismo.
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Sotto questo profilo la tesi di Postel si differenzia da quella di Gebelin. Kaplan (op. e loc. cit.) attribuisce allo stesso Gebelin l'affermazione che: "Durante i primi secoli dopo Cristo gli egiziani erano strettamente legati a Roma, che adottò alcuni loro riti e il culto di Iside, compreso il gioco ad esso connesso". E poco oltre aggiunge: "...il gioco dei Tarocchi è composto di settantadue carte, forse anche settantotto, divise in briscole e semi.
Le briscole che sono 22, raffigurano i personaggi che detengono il potere spirituale o temporale, le forze fisiche che governano la produzione dei campi, le virtù cardinali, il matrimonio, la morte e la resurrezione o la creazione; le alterne vicende della sorte, il saggio e il folle, il tempo che tutto consuma etc...
Questo gioco, interessante di per sé, rimase confinato in Italia fino ai tempi dell'unificazione con la Germania [Sacro Romano Impero - N.d.A.] che videro la diffusione del gioco in questo Paese, e all'epoca dell'unificazione con le Contee della Provenza e il trasferimento della Corte Papale ad Avignone, che segnarono l'ingresso del gioco in Provenza e ad Avignone.
In Egitto, invece, questo gioco non è sopravvissuto: il Paese, caduto nella schiavitù più deplorevole e nella più profonda ignoranza, ha perduto ogni capacità di manifestazioni artistiche e non sarebbe più in grado di produrre una sola carta di tarocchi..."
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Quello che ci sembra fuor di luogo è, in effetti l'idea secondo la quale i Tarocchi sarebbero la presunta espressione di una scienza perduta e che ci sarebbero stati consegnati dai Boemi ultimi depositari, in quanto "egiziani" custodi della tradizione orale.
Sta' di fatto che con il termine "Boemi" Postel individua gli Zingari dei quali parleremo a parte.

In ogni caso Gebelin e Postel hanno poi in comune un merito: hanno tentato, attraverso la semantica di chiarire il significato di un termine che, nonostante gli sforzi, resta tutt'oggi inspiegabile.

Gebelin si associa sostanzialmente ai tentativi di Postel (cfr. supra) ed alla sua teoria della "strada reale" che aggiorna in "strada reale della vita". Ma va alla ricerca di ulteriori prove: cita oltre al "Taro"
(35), le altre parole "orientali" come "Mat"
(36) e "Pagad". Il termine è di origine persiana: da essa deriva la parola "matto" (dell'edizione vulgata), cioè pazzo, insensato (i matti sono sempre stati considerati "tocchi in testa").
Ma la lettura di Gebelin non è corretta perché Mat, in persiano, significa "morto" come dimostra l'espressione "scacco matto" (= il re è morto) dal persiano Shah-t-mat.

Ci sembra poco significativa l'altra affermazione di Gebelin secondo la quale la dimostrazione verrebbe dal fatto che i componenti della Corporazione dei fabbricanti di carte di Parigi, nel 1594, definivano se stessi "tarotiers" attribuendosi quindi la qualifica di fabbricanti di "tarots"
(37).
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"Pagad" è vocabolo tipicamente orientale, privo di corrispondente occidentale, equivalente a "giocatore di bussolotti", derivante dalle radici sànscrite "Pag" - "capo maestro, signore" - e "gad" - "fortuna"; nel corrispondente Arcano dei Tarocchi, il Bagatto è raffigurato nell'atto di assegnare la fortuna con la sua verga di Giacobbe o bacchetta magica.
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Tale testimonianza non ci chiarisce infatti il problema perché si traduce in una tautologia: ci dice soltanto che nel XVI secolo i fabbricanti di "Tarots" si autodefinivano "tarotiers" che a quell'epoca era già invalso, nell'uso corrente, il termine "Tarot".

È proprio in quell'epoca, infatti, che la parola "Tarot" viene usata per indicare la composizione grafica del "verso" della carta da gioco della bordatura del recto.
Vedremo tra breve che è impossibile dire quando le carte cessarono di chiamarsi Naibi e cominciarono a chiamarsi Tarocchi, sicché è altrettanto impossibile accertare se la parola Tarotier sia anteriore o posteriore a Tarot, o della bordatura del "recto".
Il termine "tarot", in tale accezione, indicherebbe il disegno a righe oblique incrociate usate per decorare il "verso" delle carte, termine al quale si accompagna il corrispondente aggettivo "tarotée" usato per definire la decorazione del "Tarot".
Un Mihrab nei Trocchi Arabi
(Collezione dell'Autore)

La stessa ambiguità - o se si preferisce ambivalenza - dell'assunto ci dice che la tesi è destituita di ogni fondamento. Infatti, fino a quel momento, si era usato il termine di Naibi per indicare le carte da gioco.
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In questa diversa accezione "Tarot" starebbe ad indicare la bordatura a striscia d'argento del "recto" della carta formata da piccoli punti simili a forellini (appunto taroc). Si tratta della decorazione tipica dei più antichi mazzi di carte tra cui le ben note "Minchiate Fiorentine".
La parola Naibi ha un riscontro testuale in una cronaca della città di Viterbo di tal Covelluzzo del 1379: il termine usato è quello di Naib o Nhaib. Compare anche in una coeva cronaca fiorentina nella quale, riportandosi il testo di un editto od ordinanza emanata per vietare il "...nhaibbe, lo gioco delle carte che nello saracino linguaggio si noma Nhayb...".
L'etimologia è molto incerta. Secondo una prima teoria normalmente accettata dalle enciclopedie deriverebbe dall'arabo Na'ib (= governatore): una carta individuata con tale nome compare in un mazzo arabo di Tarocchi conservato al museo Topkapi di Istambul. La tesi sembra confermata anche da altri che ritengono il termine una alterazione dell'arabo La'ib (= gioco) o dello stesso Na'ib (Tavaglione, op. cit., p. 9). Altri, ancora ritengono che derivi dall'ebraico Naibis (= scienza della chiaroveggenza) o Nahbi (= il soggetto attivo della chiaroveggenza, il profeta, colui che è fatto parlare dalla divinità, colui che parla per ispirazione); entrambi i termini deriverebbero dall'accàdico Nabu (= chiamare, annunciare) che, peraltro sarebbe la matrice anche delle parole arabe Nabba'a (= informare) e Naba'un (= notizia) (Ibid.).
Non sembra un caso che la radice comune sia l'accàdico perché questo dato giustificherebbe anche l'uso egiziano del termine, importato dagli ebrei. L'egiziano ne conosce quattro accezioni: Nb (radicale per signore, tutto), Nbi (= fuoco bruciare), Nhb (=decidere) e Nhbt (= messaggio del Dio o del Re) (Kaplan, op. cit. pp. 22 ss.).
Questa ipotesi, che individua anche un preciso percorso geografico, giustificherebbe anche il biscaglino Napa (= cosa piatta e, per traslato, carta) che alcuni ritengono alla base della parola Naibi.
Ha inoltre il pregio di basarsi su una considerazione comune: i significati sono tutti incentrati sulla magia, sulla profezia e, in genere, sulla màntica.
Ne è forse ulteriore conferma il fatto che le carte siano tutt'oggi chiamate Naipes in Spagna e Naypes in Portogallo: entrambi i Paesi hanno subito una precisa influenza araba.
Secondo Vallant (cit. in E. Levi, Storia della Magia, p. 240) le Naïbi individuavano esseri appartenenti al mondo della magia e della divinazione (diavolesse e sibille).
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Scartata, quindi, la tesi di ordine semantico, occorre vedere se possa ipotizzarsi un diverso tipo di collegamento per il binomio Tarocchi-Thoth.

E, innanzi tutto, chi era e cosa rappresentava Thoth?

Onde evitare gli stessi errori compiuti in passato, la risposta a questa domanda necessita di una premessa: quando parliamo di divinità egiziane, non ci riferiamo mai ad una divinità per così dire "statica".
Il significato del termine ci dice come esso costituisse una mera sopravvivenza d'uso per i quale si era già perso il significato originario.

La "religione egiziana" è il frutto di una elaborazione plurimillenaria per cui assumere come caratterizzante una facoltà o prerogativa esclusiva di una divinità significa, ma non è sempre sicuro, cristallizzare la situazione ad un determinato momento storico più o meno arbitrariamente scelto.

Il Pantheon egiziano si costituì per sintesi delle religioni provenienti dai vari territori che via via entrarono a far parte dell'Alto e del Basso Egitto e poi dell'impero nel suo complesso.

In secondo luogo: in un Paese quale l'Egitto aperto, spesso per forza maggiore, agli influssi esterni più svariati anche la "religione" finì col subire influssi spesso non autoctoni.

Ne consegue che la religione dell'Egitto ha un carattere così marcatamente sincretico da potersene trovare solo due altri esempi: nella religione ebraica prima
(38), e romana poi:
la molteplicità degli attributi, delle caratteristiche e delle funzioni di ogni divinità sono quindi il frutto e la combinazione di svariati elementi
(39):

a) delle caratteristiche originarie di ciascuna divinità a seconda della terra di provenienza (dove aveva evidentemente già subito una elaborazione prima di essere "assorbita" nel pantheon egiziano);

b) della sovrapposizione di miti non autoctoni;

c) della elaborazione simbolico-dottrinale delle scuole di pensiero teogoniche egiziane come la Scuola di Hermopolis
(40) quella di Menfi
(41) e la Scuola sincretica di Tebe
(42);

d) della successiva elaborazione dottrinale-esoterica che ne raffina sempre più la simbologia.

È questa origine composita e questa evoluzione in senso temporale che porta spesso anche alla commistione ed alla sovrapposizione di caratteristiche tra diverse divinità
(43).

Sulla base di tali premesse si può tentare di dare una risposta non solo all'interrogativo di "chi" fosse Thoth, ma anche del "cosa" fosse il Libro di Thoth.

Il mito di Thoth
(44), dio dalla testa di ibis (raramente con il ravicano da babbuino del quale si ignora il significato), era originario della zona del Delta (per gli esoteristi sarebbe venuto dalla misteriosa capitale della magia: Kamtar. Da questa avrebbe portato anche le scienze alchimistiche, la scrittura e la sapienza concentrata nei Tarocchi). Divinità tra le più antiche del pantheon egiziano ebbe fin dalle origini una natura "lunare" e, proprio per questa sua caratteristica, assunse nel tempo una importanza particolare e subì una lunga evoluzione concettuale.
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Compare infatti già nei Testi delle Piramidi dove "...viene considerato figlio secondogenito di Râ e nel mito della lotta di Set contro Horo assunse il ruolo di arbitro e di pacificatore" (B. de Rachewiltz, op. cit.: Vedere anche C.W. Ceram, op. cit.). Taluno ha voluto vedere in Thoth un re antidiluviano o del periodo pre-dinastico, elevato al rango di divinità vissuto, secondo la leggenda, tra i 10.000 ed i 40.000 anni fa. Queste considerazioni ed il riferimento al Diluvio ci fanno ritenere che probabilmente il mito assorbì ben presto le caratteristiche dell'altrettanto mitico personaggio sumerico Ut-Napishtim.
L'importanza rivestita nel mondo egiziano si spiega proprio con questa sua origine che giustificava anche i suoi attributi. Rileva P. Vandenberg (op. cit.): "Poiché il satellite con i suoi ritmi regolari calanti e crescenti era identificato con l'ordine di questo mondo, gli Egizi videro in esso il contabile e lo scriba degli dèi".
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Il suo centro di culto principale finì ben presto con lo spostarsi a Khmenu nell'alto Egitto e, nella sua ultima fase di evoluzione, fu accomunato allo Hermes della mitologia greca ed al Mercurio di quella romana.
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L'attuale El Ashmunein, capitale del XV nômo, chiamata dai Greci Hermopolis Magna. Un altro centro di culto dedicato a Thoth fu Hermopolis Parva dove veniva ritenuto il creatore dell'universo mediante il verbum, la parola divina che dette vita alla Ogdoade Hermoplitana. Interveniva nella cerimonia della psicostasìa quale controllore della verità delle affermazioni del defunto (B. de Rachewiltz op. cit.).
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Per le finalità che qui ci interessano ricordiamo che Thoth presiedeva alle attività intellettuali, alla scrittura, alla lingua, alla formulazione delle norme giuridiche, agli annali, ai calendari, al computo del tempo, alle scienze. Gli vennero attribuite numerose invenzioni tra le quali il linguaggio e la scrittura, ma anche della medicina e dello stesso linguaggio (i geroglifici erano considerate parole divine e Thoth era anche il patrono degli scribi).

L'evoluzione dell'originaria immagine di Thoth fu tutta in senso esoterico e portò a sottolineare solo due aspetti: (a) quello del Dio creatore che insegna all'uomo l'uso del linguaggio facendolo così emergere dalla brutalità animale
(45); (b) quello della consegna della scrittura.
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Dice di lui G. D'amato "...L'immagine di questo Dio... ...stringe in una mano la lettera ALFA e nell'altra il TAU;... ...è chiaro che il tau delinei la lettera OMEGA e che i due suddetti simboli nelle mani incrociate del dio egiziano rappresentino le lettere greche ALFA - OMEGA"; secondo l'A. lo stesso busto di Thoth delinea la lettere "A" e lo stesso dicasi per la forma di "IBI". Aggiunge l'A.: "Dogma fondamentale della dottrina egiziana di Hermes era che una medesima legge regge il mondo naturale, il mondo umano e il divino. Scopo sacerdotale di tutti i tempi fu quello di trovare Dio in ogni cosa creata e soprattutto in noi stessi".
Cioè tre volte grandissimo. In senso esoterico tale attributo gli deriverebbe dal fatto di essere vissuto tre volte:
(a) la prima in epoca prediluviana quando inventò l'astronomia;
(b) nella seconda vita avrebbe inventato la medicina e fondato Babele;
(c) nella terza (la reincarnazione più recente) avrebbe ritrovato la memoria delle altre vite precedenti.
Questo aspetto agevolò l'assimilazione ad Hermes, perché ne fece l'alter ego egiziano della coppia "Prometeo-Epimeteo". Furono i Greci, in epoca tolemaica, che lo assimilarono ad Hermes nella forma del Trismegisto: divenne così il centro della letteratura ermetica ed iniziatica. Tale circostanza finì col fargli perdere l'antico significato a causa della sovrapposizione di elementi del sincretismo religioso alessandrino.
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Divenne così il Trismegisto: il suo alfabeto fu un sistema nel quale figure, lettere e numeri sarebbero stati tutti inseriti in una catena di eventi mistici e le pagine del libro avrebbero assunto i valori ed i contenuti della filosofia mistica egiziana
(46).
Orbene questo tipo di collegamento apre interessanti prospettive di studio perché, come vedremo, ci dà la possibilità di attingere a direttamente o indirettamente fonti in qualche modo documentabili
(47).

Il Thoth di cui parlano Postel e Gebelin non è certamente la divinità egiziana della primitiva concezione e, solo approssimativamente, è quello dell'ultima elaborazione.

Allora quale validità può avere il riferimento al cosiddetto "Libro di Thoth"? Se problematica è l'identificazione dello stesso Thoth, ancora di più lo è quella del presunto testo: infatti su di esso non esistono prove storiche, ma solo leggende.

Una delle leggende narra che il faraone-dio, dopo aver inventato la scrittura, la avrebbe compilata in forma di gioco per alleviare le sofferenze del popolo afflitto da una delle ricorrenti carestie (la leggenda è riportata in vari studi, Ma è difficile da credere e impossibile da spiegare come in un momento di carestia, una delle grandi tragedie dell'antichità, un dio onnipotente pensasse a distrarre il popolo piuttosto che a fornirgli il cibo).

Tale gioco, denominato appunto "libro di Thoth", sarebbe stato inciso, in scrittura geroglifica, cioè nella forma di geroglifici e simboli magici, su 70 lamine di oro puro. Secondo un'altra leggenda il libro di Thoth sarebbe stato scritto in origine su una tavola di smeraldo (la cosiddetta Tabula Smaragdica o Smeraldina: N.d.A.). Si sarebbe trattato di un vero e proprio testo "ermetico", steso secondo i principi di quella che definiamo scrittura-rebus, a diversi livelli di lettura, analogo a quello che diverrà Il Libro della Legge Mosaica (la Torah), del quale ci occuperemo nel prossimo capitolo.

Questo suo carattere di "ermeticità" (mi si perdoni il bisticcio) è tipico della filosofia esoterica nella quale la conoscenza, è strettamente legata al soggetto (l'"interiora tellus" del VITRIOL degli Alchimisti), non è suscettibile di trasmissione diversa dalla iniziazione, ed è indissolubilmente legata al linguaggio del simbolo
(48).
D'altra parte le leggi di formazione dei miti, prevedono che per essi funzioni il principio di serendipità: in altri termini che le conclusioni possano essere esatte nonostante l'erronea impostazione dei dati di partenza; il che, nel caso nostro, potrebbe significare che Gebelin e Postel potrebbero aver avuto ragione, nonostante gli errori di impostazione teorica.

Una prova indiretta potrebbe essere ravvisata dalla "Tavola smeraldina" (la tavola Smeraldina ci proviene, presumibilmente, dall'esoterismo etrusco perché, secondo la tradizione, avrebbe costituito l'ultimo dei Libri Sibillini, sfuggito alla distruzione e consegnato a Numa Pompilio (N.d.A.)
(49) che noi possediamo nella versione latina e che, secondo la tradizione, costituirebbe una edizione tarda del "Libro di Thoth". Ma sollevano fortissimi dubbi le circostanze nella quali il libro di sarebbe formato mentre non esiste alcuna prova sulla natura della Tavola Smeraldina che sembra essere riferita a tutt'altri principi.

Quello che, a mio avviso resta valido di tutto il lavorio mentale sul "Libro di Thoth" è l'idea di fondo che resta ancorata alla natura del "segno", ed alla possibilità di lettura a diversi livelli. Resta altresì valida l'idea che il Libro si riferisse ad una casistica di fatti memorabili, utilizzati per ricavarne, secondo lo "id quod plerumque accidit", regole di condotta e indicazioni di carattere mantico come era già avvenuto per l'I Ching.

Se tale ipotesi, come mi sembra, è corretta, ne debbo trarre la conclusione che i Tarocchi, nati in un punto geografico accertabile, sono il prodotto di una lunga evoluzione, ma non di una sola cultura. Ad un certo punto della loro storia si sono collegati alla esigenza umana di dare un significato ed un contenuto all'esistenza ed al desiderio di conquistare, attraverso la conoscenza del "mistero", l'Immortalità.
Nulla possiamo dire sul vero Libro di Thoth della cui esistenza è menzione nel Papiro di Turis (tradotto e pubblicato a Parigi nel 1836. Vi si narra di un gruppo di dignitari che avrebbero cercato di deporre il Faraone, forse lo stesso Dio, servendosi delle sue formule sicché questi, scampato al pericolo, avrebbe fatto uccidere i congiurati e distruggere il libro. Secondo un'altra leggenda sarebbe stato lo stesso Thoth a decretarne la distruzione) e nell'iscrizione della stele di Metternich (donata da Alì Pascià allo statista) e su un papiro in scrittura demotica.
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Tale papiro è conservato al Museo del Cairo. Il brano confermerebbe la sua tradizione di pericolosità. Vi si narra del principe Setne, figlio di Ramses II, che ne avrebbe acquisito una copia profanando una tomba presso Menfi; il furto scatenò una serie di luttuose sciagure che non cessarono neppure immediatamente con la "restituzione": morirono infatti lo stesso Setne con 13 fratelli sicché toccò al 14° (Mineptah) che divenne poi Faraone, riporlo nella tomba dalla quale era stato sottratto.
Ogni altra leggenda, riportata in antichi papiri, conferma il potere a dir poco jettatorio del testo e si conclude con la sua distruzione.
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Vero è che, a partire dal III sec. a.C. si venne formando un vero e proprio "Corpus Hermeticum"; ma il "vero" Libro di Thoth, pur essendo rimasto profondamente impresso nella memoria storica, è scomparso nel corso dei millenni per non più ricomparire.

Esso, quale era conosciuto (e se era conosciuto) da Postel, rientrava solo nella tradizione dei Grimori e delle Clavicole medioevali.

Note:
31. Si veda per tutti R. Graves e R. Patai, "I miti ebraici", Milano, 1983.
32. Tra gli altri, P. Vandenberg, op. cit., pp.186 ss.
33. J.-M. Brissaud, op. cit., p. 202 ss.
34. In tale senso Thoth aveva come concorrente il dio Chons di Tebe (P. Vandenberg, op. cit., p. 187).
35. Tar-Thoth cioè Tar = strada e Thoth, la strada di Thoth, la strada della sapienza o della scienza occulta? [N.d.A.]. Cfr. anche Kaplan, op. cit. pp. 48, ss.
36. Cfr. supra.
37. Vedere gli Statuti della Corporazione,- Kaplan, op cit. pag. 41.
38. Si veda, a titolo di esempio, l'inno a Phtah, che presenta notevoli somiglianze con versetti Biblici. Il testo integrale dell'inno e la comparazione con i corrispondenti versetti biblici è riportato in J.-M. Brissaud, op. cit., pp. 200 ss.; ma si vedano anche le notazioni in op. cit. pp. 190, 192, 193 ss. 197 ss., 202, 207, 239 ss., 242.
Si vedano, inoltre J. A. Wilson, Egitto (ne "I Propilei", vol. I), pp. 393, 400, 539 ss., 541 ss.; P. Montet, L'Egypte éternelle, ed. Fayad; A. & S. Landsburg, L'Immortalità degli UFO, Bergamo, 1971 pp. 163 ss.; G. D'Amato, op. cit. pp. 56 ss.; G. Contenau, La Civiltà degli Assiri e dei Babilonesi, Ginevra, 1974, pp. 90 ss., 189 (l'A. dà una lettura opposta alla nostra).
Si veda anche il De Iside et Osiride di Plutarco.
39. Tra gli altri, P. Vandenberg, op. cit., pp. 186 ss. Si veda, per tutti, R. Graves e R. Patai, I miti Ebraici, MI, 1983.
40. Per la quale il caos iniziale viene dipanato dalla luce in maniera molto simile a quello dei versetti biblici ove si legge "...le tenebre coprivano l'abisso e lo spirito di Dio si muoveva sulle acque. Dio disse sia la luce e la luce fu". J.-M. Brissaud op. cit., p. 197.
41. Anche questa molto vicina alla cosmogonia biblica come già si è detto a proposito dell'Inno a Phtah: J.-M. Brissaud, op. cit., pp. 200 ss.
42. Si veda il Papiro di Leyda: J.-M. Brissaud, op. cit., pp. 202 ss.
43. In tal senso Thoth aveva come concorrente il dio Chons di Tebe (P. Vandenberg, op. cit. p. 187).
44. Nei testi delle Piramidi è scritto: "Thoth... ...il più antico... ...il sovrano dio creatore del bene, cuore di Râ, lingua di Atum, bocca del dio il cui nome è nascosto (AMMONE), signore del tempo... ...Scriba degli annali dell'Ennèade, rivelazione del dio della luce (Râ)...". J.-M. Brissaud, op. cit., p. 198.
45. M. Tau, op. cit. p. 9.
46. Cfr. anche J.-G. Mandel, I Tarocchi dei Visconti, in Monumenta Longobardica, 1974 pp. 14 ss.
47. Basterebbe pensare che ancora nel Medioevo il nome di Thoth veniva invocato tutte le volta in cui si iniziavano pratiche ed operazioni di alchimia. Cfr. M. Tau e loc. cit.
48. "Visita Interiora Tellus Rectificando Invenies Occultum Lapidem", Court de Gebelin, op. e loc. cit.; Kaplan, op. e loc. cit.
49. Cfr. anche Pierre A. Riffard, op. e loc. cit.
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