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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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CAPITOLO II

POSTEL, GEBELIN E L'EGITTOLOGIA

Sommario:
2.1 - Gli elementi della teoria 2.2 - Le origini: la problematica storica 2.3 - Le origini: Gebelin e Postel 2.4 - Thoth e il "libro di Thoth" 2.5 - Gli zingari

2.3 - Le origini: Gebelin e Postel
Ma riprendiamo il discorso sul punto e consideriamo che, secondo Court de Gebelin, i "Tarocchi" costituivano una sintesi allegorica della filosofia e della religione egizia organizzata in un vero e proprio testo sacro di cosmogonia e teogonia (20).

Al tempo in cui pubblicava la sua teoria, esisteva un indubbio atteggiamento intellettuale ed una base culturale idonea a giustificarne i contenuti. Infatti gli elementi storiografici noti, pur non essendo ancora tutti disponibili, erano sufficienti per la elaborazione di una teoria alla quale fornire una giustificazione. Si ritiene, in altre parole che, contrariamente a quanto afferma il Kaplan, il riferimento all'Egitto era sì una moda, ma non soltanto questo. In altri termini Gebelin poteva, sotto il profilo della storiografia generale, trovare un ragionevole fondamento nel livello di conoscenze in quel momento disponibili.

Il vero problema, allora, si traduce nell'altro: la teoria, per quanto discutibile, aveva il pregio dell'originalità? O costituiva, piuttosto, il tentativo, per quanto apprezzabile, di rielaborare organicamente una questione sulla quale già da tempo si andavano accumulando solo ipotesi?

Gebelin, invero, non ci fornisce alcun elemento concreto di valutazione per cui dobbiamo esaminare altri elementi e precisamente:

1 - se l'ipotesi formulata fosse originale o meno (sembra infatti intuitivo che, ove difettasse tale requisito di originalità, si dovrebbe far riferimento alle conoscenze disponibili in un diverso momento storico).

2 - quale fosse il livello delle conoscenze all'epoca dell'originale formulazione;

3 - se le conclusioni tratte avessero una giustificazione plausibile, non all'epoca di Gebelin, ma a quella in cui veniva di fatto formulata.

Sotto il primo aspetto si può subito affermare che la teoria di Gebelin è affatto originale, ma costituisce una rielaborazione complessa (per quanto apodittica), di qualcosa di esistente.

La prima formulazione della tesi "egiziana" appartiene infatti al secolo precedente (il XVI) ed è il frutto degli studi di Guillaume Postel (1510 - 1581). Matematico e filosofo orientalista francese, docente di lingue orientali a Parigi, nonché studioso di Tarocchi che, nell'anno 1540, pubblica il libro "Clef des choses cachées" (21).

La tesi di Postel è basata su presupposti filologici ma, soprattutto, magico-esoterici (22). Sotto il profilo filologico ci propone una derivazione dalla parola egiziana "Taro" e la filiazione del "gioco" dei Tarocchi da quello Egiziano del "Tari" del quale abbiamo già discusso a proposito della riproposizione da parte di Gobelin.

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Secondo Postel la parola "Taro" deriverebbe da "tar" = strada e "ro", "ros" o "rog" = del Re (Cioè strada reale o dei Re). Si tratta di una tesi che, per quanto ingiustificata e sotto il profilo semantico parzialmente errata, contiene un aspetto interessante. La teoria della strada reale, in effetti corrisponde ai "presagi reali" della mantica Sumera e, più in generale, Assiro-Babilonese. [Si tenga presente che ai tempi di Postel non si sospettava neppure dell'esistenza del popolo Sumerico. Il Gioco di cui parla Postel è completamente sconosciuto, solo Postel sembra possedere la notizia e le relative fonti - N.d.A.].
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Sotto l'aspetto magico esoterico Postel effettua il primo tentativo di collegare le immagini degli Arcani Maggiori dei Tarocchi ai geroglifici del "Libro di Thoth". Peraltro è proprio Postel a rilevare la connessione tra carte e Kabalah, tra elementi primordiali e semi (23).
Il merito di tale accostamento viene normalmente attribuito a Gebelin (24) così come si fa risalire il suo sviluppo a Papus ed a Levi. Ma non v'è dubbio che la paternità va attribuita a Postel.

Mi domando allora se gli elementi disponibili all'epoca di Postel erano sufficienti per la elaborazione della sua teoria "Kabalistico-egiziana".

L'affermazione secondo la quale Postel avrebbe ricavato le notizie filologiche da antichi papiri desta immediatamente qualche sospetto. Ciò non poteva essere per almeno tre ottimi motivi:

- il primo è che l'affermazione è indimostrata: Postel si guarda bene dal dirci se e quali papiri avesse consultato e mi risulta impossibile credergli sulla parola;

- infatti, anche se ciò fosse vero, ormai sappiamo che nel XVI sec. nessuno era in grado di leggerli. Anche potendosi oggi ammettere l'esistenza di un "alfabeto sacro" (il che poteva essere un'intuizione non mai una certezza), ogni tentativo di lettura si era dimostrato un puro parto di fantasia. Si pensi, tra gli altri, non solo alla "strana scrittura" di cui parlano Erodoto, Strabone e Diodoro Siculo (che, tutto sommato, si limitavano a prendere atto della propria ignoranza della chiave di lettura), ma soprattutto ai tentativi velleitari di traduzione di testi geroglifici compiuti dall'epoca del gesuita Athenase Kircher [1650] fino all'abate Tandeau contemporaneo di Champollion (25);

- in terzo luogo vi un motivo molto più sottile che mi impedisce di accettare per buono quanto afferma Postel anche nell'improbabile ipotesi che potessimo dare per dimostrata l'infondatezza delle prime due eccezioni.

Il presupposto di una siffatta formulazione consiste nel fatto di attribuire agli egiziani il raggiungimento (o il ricordo) di un livello scientifico e culturale che gli studi egittologici successivi hanno tassativamente smentito.

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Va subito detto che la scienza egiziana non sembra fosse poi tanto progredita come un certo tipo di letteratura, dai tempi di Postel fino ai giorni nostri, ci ha abituato a pensare. Ad esempio ci sembra importante sottolineare (per il collegamento con i futuri sviluppi della dottrina) che, nel campo della medicina, il cui nume tutelare era il dio Thoth, come si rileva dal "Papiro Ebers" e da quello di Londra, l'aspetto prevalente non era quello strettamente medico (per il quale si prescrivevano spesso strani quanto improbabili intrugli), bensì quello magico-rituale.
Tanto ci viene confermato anche dal "Papiro Magico" (XI, 14-15) nonché dall'edizione in demotico del "Libro dei Morti di Pamont" (26).
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La sopravvalutazione dell'elemento magico-esoterico e l'influenza che esso esercita nella vita civile dell'egiziano porta le rispettive divinità tutelari ad esercitare una funzione attiva di gran lunga maggiore di quella, ad esempio, esercitata dalle corrispondenti divinità nel mondo romano.

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Così il medico egiziano, al quale competevano funzioni molteplici, è allo stesso tempo "...stregone, farmacista, sacerdote novizio, esperto in guarigioni...". La sua potenza deriva dal fatto di essere la promanazione diretta del dio Thoth, che è una divinità di prima grandezza, a differenza del collega Esculapio che, nel pantheon romano riveste una posizione del tutto secondaria (ibid.).
Se si dovesse tracciare su tale base un parallelismo tra mondo egiziano e mondo romano si dovrebbe affermare che, mentre il primo è permeato di una religiosità che ingloba tutti gli altri aspetti (compresa la mantica), il mondo romano è caratterizzato da una religiosità quantitativamente inferiore sicché prevale, nella sostanza l'aspetto magico-mantico e nella forma il rituale [N.d.A.].
Ci sembra fuori discussione che la "Chiave delle cose occulte" risenta del particolare momento storico nel quale si muove il fenomeno "carte": nello stesso anno 1540 a Rouen (Francia) viene fondata la "Comunità dei Maestri Cartai" e indubbiamente l'opera è anche un tentativo di nobilitare una materia che per tutta la restante parte del secolo resterà in continua effervescenza.
Abbiamo già detto in precedenza che tra il 1540 ed il 1582 si addivenne alla sistemazione della posizione giuridica della Corporazione dei fabbricanti di carte, alla fiscalizzazione della produzione (il 21 febbraio 1582 viene istituita in Francia la prima imposta di bollo e l'esempio verrà seguito presto in tutta Europa) ed alla diffusione della Scuola Francese in Europa. Nel luglio 1582 la Corporazione Arti e Mestieri di Parigi riconosce al proprio interno la professione di Maestro Cartaio. Era una logica conseguenza della liberalizzazione dell'uso delle carte.
Le fabbriche si diffondono in tutta la Francia: importanti centri sorgono a Tolosa, Rouen, Lione e Limoges. Si apre l'esportazione nei vari Paesi Europei, ma soprattutto verso la Spagna.
A partire dal 1583, forse per effetto della pesante fiscalizzazione, si verifica un esodo massiccio di maestri cartai francesi verso la Svizzera e la Spagna.
Qui, più che altrove fioriscono immediatamente centri di produzione a Cadice, Barcellona, Siviglia, Madrid e Valencia.
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Inoltre la tesi di Postel non è quello che si potrebbe definire un modello di chiarezza. Più che un lavoro scientifico sembra piuttosto un tentativo, tutto sommato abbastanza ingenuo, di attribuire agli egiziani (questa volta come pura "moda") la paternità delle dottrine esoterico-scientifico-alchemiche del proprio tempo al fin troppo chiaro scopo di ottenerne una legittimazione (27).

Non bisogna ritenere, tuttavia, che l'opera di Postel sia totalmente priva di pregi, perlomeno sotto il profilo ermetico. In altre parole nelle sue teorie non esiste solo mala fede e confusione tipica di chi segue solo una moda; a lui si deve la primogenitura del tentativo di creare, in senso scientifico, una storiografia dei "Tarocchi" ed è soprattutto grazie a Postel che l'idea sopravvisse ben oltre quel XVIII sec. nel quale Gebelin cercò di trovare uno sviluppo organico di una tesi per quanto discutibile fosse.
Il fatto è che, da vero figlio del suo tempo, Postel finì col riproporre quelle che erano le idee correnti.

Così non può ascrivergli ad errore il fatto di ritenere sacrosante, in maniera goffamente apodittica, pseudo conoscenze entrate nel bagaglio culturale proprio dell'epoca; semmai il suo vero errore sta' nel tentativo di averne fornito una giustificazione testuale.
Né si può attribuirgli colpa se, già a partire dal V sec. d.C. (28) l'Egitto aveva infiammato la fantasia di tutti gli studiosi che ne fecero il centro del misticismo, dell'esoterismo, della Kabalah e, in generale, di tutte le discipline misteriche.

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La tendenza era già iniziata in epoca classica con Erodoto, Strabone, Giamblico, Apuleio ed altri fino a Filone di Bisanzio (IV sec. d.C.) senza dimenticare che nella trappola era caduto lo stesso Aristotele (si veda la Politica, V,9).
Ma sulla esasperazione delle origini egiziane dell'esoterismo incise soprattutto Plutarco; egli attribuì ad Iside l'istituzione dei Misteri che ben presto si sdoppiarono in Grandi e Piccoli. Di fatto in Egitto il corrispondente termine era Bes sheta (= iniziazione segreta) posta sotto il patrocinio del dio Bes (Rachewiltz, op. cit. p. 127).
Il termine "Mistero", come espressione di verità esoteriche riservate agli Iniziati, fu coniato dai greci-alessandrini che lo derivarono dalla locuzione muein to stoma (= chiudere la bocca) (ibid.) (29).
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Rappresentazione allegorica dell'Egitto

Per tale strada venne, in effetti, dato il via ad una "scienza", che sembrava fatta principalmente di "assurdità e bizzarrie" (in Egitto "...la pratica dei geroglifici era stata perduta intorno al IV sec. L'ultima iscrizione conosciuta risale al 24 agosto 394 d.C. e fu ritrovata nell'isola di Philae..." [Attualmente in una delle isolette del lago formato tra la vecchia e la nuova diga di Assuan N.d.A.]. Infatti proprio nel IV sec. d.C. lo studioso egiziano dal nome grecizzato di Orapollo aveva scritto un trattato denominato "Hyeroglifica" che, come hanno dimostrato gli studi da Champollion in poi, è una pura invenzione circa il valore della scrittura geroglifica perduta e già alla sua epoca completamente dimenticata. In effetti Orapollo si occupa della cosiddetta scrittura sacra senza peraltro darne una spiegazione (30), ma che trovava il punto di partenza in interpretazioni bibliche, in testi di scrittori tardo-egiziani (si veda, per tutti, l'opera "Aegyptiaca" del sacerdote greco-egiziano Manetone) ed ebraici (come Giuseppe Flavio nel suo libello "In Apionem" del I sec. d.C.) e, talvolta, solo in leggende alimentate dal fervore esterofilo in materia religiosa come portato del mondo romano dell'epoca tardo-imperiale.

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Già nei primi secoli dell'Era Cristiana circolava una tesi abbastanza azzardata che faceva delle piramidi i granai di Giuseppe. Sebbene venisse successivamente contestata da alcuni autori (ad esempio, nel IX sec., dal Patriarca Giacobita di Antiochia Denys de Tell-Mahré) veniva tranquillamente ammessa, in maniera acritica, da altri (si pensi a scrittori come Giulio Onorio e Rufino nel IV sec., a Stefano di Bisanzio nel V sec., fino al monaco Bernardo il Saggio in una relazione di viaggio dell'870). Si tratta di fonti tutte riportate da F. Cimmino (op. cit., pp. 37 ss.) al quale senz'altro si rinvia per una trattazione completa.
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C'è di fatto che gli studiosi dell'epoca di Postel sono i primi a rendersi conto dell'influenza esercitata sulla cultura occidentale di scrittori islamici ed ebraici i quali finiranno con l'assumere, anche se in maniera diversa da quella immaginata, un ruolo determinante.

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Tra gli altri ricordiamo lo storico e geografo Al Ma'sudi (X sec.) con le imprese di volta in volta attribuite al Califfo Al-Ma'mum o ad Harun el-Rashìd; lo scrittore Ibn Wasil (XII sec.); il cacciatore di tesori Abd al-Latìf (XIII sec.); ma ricordiamo anche chi irrideva a tali tesi come il saggio Ibn Khaldun (XII sec.). Per una completa e documentata bibliografia sull'argomento si rinvia a F. Cimmino, op. cit. pp. 41 ss..
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Per una valutazione complessiva della tesi "egiziana", ci resta, quindi, ancora da valutare due elementi. Quelli riferiti al "Libro di Thoth" ed agli "Zingari".


Note:
20. Il libro di Thoth (N.d.A.). J. L. Rameau, "I segni del Tempo", Ginevra, 1974 pp. 42, 100 ss., 106 ss., 109, 110; J.-M. Brissaud, op. cit., pp. 49, 50, 51, 56, 258 ss.; Champollion, "Lettre à M. Dacier", 1822; G. D'Amato, "L'Alfabeto sacro di Adamo". Milano, 1987 p. 154; Annequin (Baudry, de Gans e Verbeck), "Egitto, Piramidi e Sfingi", in "Alla scoperta dei Tesori archeologici", Barcellona, 1975 pp. 18 ss.
21. "Chiave delle cose occulte": di tale libro esistono oggi due sole copie di cui una al "British Museum" di Londra e l'altra alla "Biblioteque Nazionale" di Parigi.
22. Feslikenian e Picollo, "L'avvenire rivelato dai Tarocchi", De Vecchi 1976, p.103.
23. Tavaglione, Carte e Destino, Milano 1984, p. 11; Feslikenian e Picollo, op. cit., pp. 103 ss.
24. "Encyclopedia Britannica", voce "Cards and Card Games": "The French scholar Count de Gebelin (in Le Jeu des Tarots - 1781) attempted to trace Tarot Cards to an Egyptian origin embodying an ancient philosophical system".
Secondo Kaplan (op. e loc. cit.) "Gebelin decise quindi di spiegare il significato allegorico delle carte e di dimostrare che gli antichi egizi avessero permutato in un gioco [??] il significato profondo delle loro più conoscitive esperienze...".
25. Per un'elencazione completa dei tentativi si rinvia a J. L. Rameau, op. cit. pp. 109 ss.
26. Si veda anche di P. Vandenberg, "La maledizione del Faraone", MI, 1987, pp. 142 s. Una vera e propria scuola di medicina comparve solo all'epoca di Dario I (intorno al 500 a.C.) quando ne venne istituita una a Sais, fondata dal medico personale del Re persiano Udsha-Harresnet (ibid.).
27. Feslikenian e Picollo, op. cit., pp. 103 ss.; M. Tau, "I Tarocchi", cit., p. 10.
28. Si vedano le "Osservazioni sul Timeo" del neoplatonico Proclo da Costantinopoli.
29. B. de Rachewiltz, "I miti egiziani" alla voce "Misteri"; e F. Cimmino, "Storia delle Piramidi", BG, 1991, pp. 25 ss.
30. Come ci ricorda J. M. Brissaud (op. cit. p. 48). Cfr. anche F. Cimmino, op. e loc. cit.
					
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