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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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CAPITOLO II

POSTEL, GEBELIN E L'EGITTOLOGIA

Sommario:
2.1 - Gli elementi della teoria 2.2 - Le origini: la problematica storica 2.3 - Le origini: Gebelin e Postel 2.4 - Thoth e il "libro di Thoth" 2.5 - Gli zingari

2.2 - Le origini: la problematica storica
Quanto al discorso sulle origini, debbo subito precisare che nella teoria di Gebelin esistono troppi elementi contraddetti o smentiti dalla successive ricerche e dalle prove archeologiche e antropologiche.
Tuttavia, per quante critiche si possano muoverle, ritengo che la stessa non possa neppure essere respinta puramente e semplicemente.

Occorre infatti verificare se i vari elementi di giudizio che essa offre possano reggere ancor oggi alla prova storica; è necessario, in altri termini:
- accertare se talune concezioni sono ancora valide sotto il profilo delle conoscenze acquisite sulla filosofia e sulla religione egiziane;
- riconsiderare la validità di taluni assunti sotto il profilo semantico.

Orbene, guardando le cose con gli occhi dello storico della fine del XX sec. si potrebbe, a prima vista, affermare che la teoria era a dir poco, fuori della realtà anche tenendo conto dell'epoca nella quale essa venne formulata.
Qualche sospetto sui caratteri più specificamente culturale, mi sorge sulla considerazione che, pur essendo riservata ad un pubblico abbastanza ristretto e comunque élitario, essa non suscitò lo scalpore che forse avrebbe meritato.
Cerchiamo di capire perché ciò avvenne.

L'epoca di Gebelin, come ho osservato nel Capitolo I, era quella di grandi avventurieri molti dei quali avevano avevano basato più presunti che reali poteri (in qualche caso autentici ciarlatani, in altri forse autentici detentori di poteri E.S.P.) su una magia che quasi sempre si diceva ereditata dagli antichi egiziani. Ricorderò, per tutti, Giuseppe Balsamo, sedicente Conte di Cagliostro.

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L'epoca di Court de Gebelin è infatti quella della fine dell'illuminismo, quando si manifestavano già i segni premonitori dell'Idealismo romantico con il suo recupero di un passato che affondava le radici alle origini stesse della civiltà: si pensi alla rivalutazione dei miti, delle leggende, delle tradizioni e dello storicismo trasfuso nel Romanticismo artistico-letterario, ai Wagner, agli Scott ecc.
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Ma si trattava di imbonitori, di autentici imbroglioni, piuttosto che di studiosi seriamente interessati o effettivamente detentori di quelli che definiamo poteri E.S.P.

Facile comprendere come il ricorso ad un argomento, del quale in realtà non si sapeva granché, servisse da comodo specchietto per allodole nell'esercizio di dubbie professioni sotto le quali si nascondeva pura ciarlataneria o, peggio, truffa e imbroglio.

Inevitabilmente l'abuso di certi ricorsi finì con il non stupire più nessuno limitandosi a generare fastidio più che stupore.

Eppure, fuori da questo ambito, e cioè nei circoli seriamente impegnati intorno alle nuove correnti di pensiero, proprio la mancanza pressoché assoluta di dati certi sia sull'antico Egitto che sugli Zingari, la teoria del Gebelin non suscitò né scalpore né ostilità.

Infatti, all'epoca in Court de Gebelin scriveva, l'antico Egitto sembra essere qualcosa di cui tutti parlavano, ma del quale nessuno sapeva assolutamente niente.
Mi tradivano inevitabilmente gli schematismi storici di tipo scolastico che sull'antico Egitto, ancora all'epoca dei miei primi studi, dicevano ben poco al di fuori di scarse nozioni sul periodo dinastico (fino all'epoca dei Diadochi). L'antico Egitto letteralmente scompariva d'improvviso per risuscitare all'epoca di Napoleone apparentemente col il solo scopo di giustificare una della famose frasi storiche e di raccontare la favoletta sull'incendio della Biblioteca di Alessandria.

Ma, nel 1799, l'Egitto improvvisamente risorgeva ad opera di quegli studiosi che Napoleone Bonaparte, che nel tentativo di colpire le vie di approvvigionamento inglesi, pensò bene di portare con sé non certo per dissertare dei quaranta secoli che lo avrebbero guardato dall'alto delle piramidi.

Accadde così che le istanze di una storiografia approssimativa e scolastica ricevettero un terribile scossone, perché questo militare lungimirante contribuì a gettare le basi della moderna egittologia basato sulla decifrazione degli erodotei ieroglifika grammata (= ieroglifika grammata) e dello "strano alfabeto" di Strabone.

Tra il materiale riportato dalla spedizione, e in parte recuperato dagli inglesi, c'è - infatti - la famosa "pietra di Rosetta" che determinerà, di lì a poco una vera e propria rivoluzione (11).

Ma Champollion "legge" la Pietra di Rosetta nel 1822: quarantun anni dopo che Court de Gebelin aveva dato la propria interpretazione "egiziana" ai simboli delle carte. Solo allora si scoprirà che la scrittura egiziana è una scrittura basata su un alfabeto sui generis, fonetico-alfabetica, ma comunque non pittografica.

Posto in questi termini il problema mi sono chiesto: allora Court de Gebelin aveva inventato di sana pianta la base storica della sua teoria sicché la stessa crollava miseramente come un... castello di carte? Oppure era falso che l'Egitto fosse scomparso dalla Storia per oltre mille anni?

In effetti sono parzialmente vere tutte e due le affermazioni perché è sbagliato il nostro nozionismo scolastico. Gli studi sull'antico Egitto non erano mai del tutto cessati. Cerchiamo di capire come ciò sia potuto accadere (12).

L'errore e la misconoscenza dell'Egitto è cominciata molto presto. Quando Erodoto scriveva le sue "Storie" (V sec. a.C.) l'Egitto era ancora vivo e vitale e vantava ancora una sua tradizione scientifico-culturale; così pure all'epoca in cui Platone (vissuto tra il 427 e il 347 a.C.) scriveva il "Crizia" e il "Timeo", cioè presumibilmente dopo il 387 a.C. (13).

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L'Atlantide secondo il Timeo ed il Crizia di Platone

Ma né Erodoto né Platone sapevano leggere la scrittura egiziana e le loro narrazioni sono basate unicamente sulla tradizione orale. Né la situazione mutò quando gli Elleni conquistarono l'Egitto, nonostante che i Tolomeidi lo governassero "dal di dentro" essi si limitarono a parlare e scrivere il Greco: le iscrizioni dei templi di Kom Ombo, di Edna e di Philae si devono agli egiziani.
Ma i Romani, spocchiosi e conquistatori nel senso deteriore del termine, lo governarono "dal di fuori" così causando, nonostante le apparenze, un regresso ed una involuzione socio culturale: essi sovrapposero, nonostante la pretesa apertura religiosa, la propria all'altrui cultura. Sovrapposizione che non dovette essere proprio pacifica se è vero come è vero che Cleopatra tentò a più riprese di piegare e dividere il fronte romano (prima con Cesare e poi con M. Antonio).

I romani, che si consideravano conquistatori di tipo evoluto, finirono con l'atteggiarsi, nei confronti della cultura egiziana allo stesso modo in cui si erano già atteggiati nei confronti di quella etrusca: assorbirono senza ritegno quello che coincideva con i propri interessi: senza andar troppo per il sottile si servirono di maghi e sacerdoti allo stesso modo in cui avevano utilizzato maghi e sacerdoti raseni.

La cosa funzionò solo in parte perché, mentre gli Etruschi erano stati assoggettati all'apice della loro evoluzione socio-culturale, gli egiziani avevano già iniziato una delle loro frequenti parabole discendenti: ma questa volta non vi sarebbe stato né un Medio Evo (i cosiddetti "periodi intermedi" della storia egiziana), né rinascimento storico-politico.

A questo si aggiunga che, di lì a poco, l'avvento del cristianesimo e la caduta dell'Impero Romano d'Occidente finirono col "rompere" quel centralismo culturale che, bene o male (nel caso dell'Egitto e di molte culture italiote, male), aveva rappresentato un elemento di continuità nonostante avesse prodotto il disperdersi di antichi valori locali.

Sicché proprio quei popoli che già si trovavano in una fase di involuzione finirono col perdere definitivamente la propria identità nazionale.
Bisogna anche dire, in aggiunta, che greci, romani, cristiani e poi arabi, pur con atteggiamenti mentali diversi finirono solo con l'imbrogliare la matassa perché continuarono tutti a parlare di geroglifici e di scrittura egiziana senza la più vaga idea di causa, prendendo per buono quello che avevano detto altri con pari ignoranza della realtà (14).
I romani, tanto per incominciare, a differenza dei Diadochi, non si preoccuparono affatto di "capire"; i Cristiani, dopo che avevano conquistato il loro posto al sole, non avevano nulla da "capire"; gli arabi furono ossessionati dalla Jihad e dall'islamizzazione nel nome di Allah.

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Come osserva il Brissaud: "In Egitto la pratica dei geroglifici era stata perduta intorno al IV sec. L'ultima iscrizione conosciuta risale al 24 agosto 394 d.C. e fu ritrovata nell'isola di File".
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D'altra parte, quando nel 642 d.C. in Egitto arrivò l'Islam, gli arabi vi trovarono un popolo che ormai era incapace di leggere una scrittura che pure era rimasta immutata per millenni e dove, se si praticavano gli antichi culti, lo si faceva per forza di inerzia in nome di una tradizione della quale si era perso completamente il più intimo significato esoterico.

Ma in occidente l'Egitto, seppure rimasto nel limbo di uno stato comatoso, non era affatto morto.
Innanzi tutto i califfati Arabi esaurita, con la conquista della Spagna e della Perside, la spinta propulsiva, cominciarono a perseguire lo scopo dell'integrazione politica e culturale: essi assorbirono tutto quello che potevano, lo potenziarono con intuizioni proprie e, soprattutto, recuperarono tutto quanto potevano seppure nella maniera brutale propria dell'epoca. Sia sotto il profilo archeologico che storico l'episodio dell'incendio della Biblioteca di Alessandria ad opera di Amr Ibn Al-As, generale del Califfo Omar, è totalmente falso e comunque non intenzionale: la biblioteca era già stata distrutta altre volte per cui ben poco ne restava che valesse veramente la pena di distruggere.
Per quanto in particolare riguarda il saccheggio delle Piramidi dobbiamo ricordare che gli Arabi non si limitarono a "demolire"; il Califfo Abdullah al-Mamun, nell'anno 820 d.C. tentò di penetrare nella Piramide di Cheope perché aveva avuto notizia che al suo interno fossero confermati manoscritti scientifici di grande importanza (15). Fu l'opera dei Califfi Omayyadi a disseminare le biblioteche di mezza Europa di opere del pensiero e dell'ingegno.

Ma non bisogna sottovalutare l'opera di recupero e salvaguardia che, nel resto di Europa, si andava realizzando in chiostri e conventi dove quotidianamente si contraddiceva e negava quell'immagine stereotipata dei "secoli bui" di cui è farcita una certa storiografia oggi per fortuna in via di dissoluzione. Qui, poveri monaci dalle mani rattrappite dal gelo, continuarono a studiare misteriosi quanto indecifrabili papiri cercando di trarne un significato, qualunque esso fosse, con ciò stesso preservando un patrimonio culturale inestimabile.
Né bisogna archiviare nel dimenticatoio, con false e insulse accuse, quella che fu l'inizio si una scienza, nuova o vecchia che fosse. Scienza all'epoca misconosciuta, bistratta e perseguitata che, attraverso la Grande Opera voleva riconquistare all'uomo la dignità dell'Oro filosofale: mi riferisco all'alchimia, erede dell'"al-Kèmeja" araba, presupposto del nuovo pensiero e fondatrice del metodo scientifico.

Un fatto era vero: il significato, la chiave di lettura dell'antica scrittura, era persa; ancora nel XVII sec. Athenase Kircher, con una geniale intuizione, ritenne che il copto fosse un'evoluzione dell'antico egiziano, ma sbagliò nel considerarlo unicamente una scrittura simbolica (16).
Solo Champollion, per il quale gli oltre 700 geroglifici classificati sembrano decisamente troppi, concludendo la propria trentennale fatica, scoprì in maniera inequivocabile - grazie al testo bilingue della Pietra di Rosetta - che i geroglifici erano la rappresentazione grafica di fonemi: essi comprendono lettere alfabetiche, fonogrammi (cioè sillabe) e pensieri astratti (ideogrammi) ma non vocali (17).
Champollion afferma, tra l'altro: "Una traduzione di testi egiziani è sempre possibile e facilmente comprensibile per testi semplici. Non è lo stesso per i testi sacri: ci vogliono a volte tutte le scienze dell'egittologia per essere in grado di trascrivere (più che di tradurre) certi antichi testi egizi... ...Così si ottengono traduzione che differiscono sensibilmente, soprattutto per i testi religiosi, già ermetici per definizione" (18).

Con questa affermazione Champollion introduce un argomento che, entro certi limiti, dava ragione a Gebelin. In sostanza, quando parla di "testi religiosi" Champollion si riferisce al modo di intendere il cosiddetto "alfabeto sacro" che era tutt'altra cosa (19).
Ci rendiamo conto, allora, che Gebelin, sotto un profilo storico, non aveva inventato nulla, essendo egli stesso uno degli eredi di una tradizione culturale, forse deformata o forse scarsamente informata, che, però, non si era mai del tutto interrotta.

Il vero è che probabilmente Gebelin aveva riempito inevitabili lacune con quelle che si riveleranno delle intuizioni avendo a disposizione ben pochi elementi storici, filologici o di altra natura.

Note:
11. In Francia giunse solo una copia; l'originale è, invece, conservato al "British Museum" di Londra: Anche al "Museo del Cairo" è custodita una copia.
12. Contrariamente a quanto avvenuto per molti popoli mesopotamici: si vedano per tutti i Sumeri scomparsi, fino alla prima metà del XX secolo con la sovrapposizione biblica dei Caldei.
13. P. Kaiser, "Die Gletscher Kehren zurùk", Nolde, 1971; Otto Muck, "I segreti di Atlantide", Bergamo 1986; C. Berlitz, "Il Mistero di Atlantide", Bergamo 1977 e bibliografia ivi riportata.
14. Jean-Marc Brissaud, L'Egitto dei Faraoni, Ginevra 1974, pp. 49 ss.
15. Cfr. Landsburg S. ed A. L'immortalità degli UFO, Bergamo, 1981, p. 106; Edwards I.E.S. del British Museum, The Pyramids of the Egypt.
16. Jean-Marc Brissaud, op. cit. pp. 49 ss.
17. Jean-Marc Brissaud, cit. pp. 50 ss.; Champollion, "Lettres écrtites d'Egypte et de la Nubie"; "Monuments de l'Égypte et del Nubie"; "Grammaire Égyptienne"; "Dictionaire Égyptienne", nonché la bibliografia riportata in Jean-Marc Brissaud, "L'Egitto dei Faraoni", cit.
18. Champollion, "Lettres écrtites d'Egypte et de la Nubie", cit. Per comprendere il senso dell'affermazione dell'A. basterebbe leggere il "Libro dei Morti", soprattutto quello di Ani [N.d.A.].
19. John A. Wilson, "Egitto", ne "I Propilei", vol. I, p. 408 ss.; S. Moscati, "Segreti del Passato", Milano, 1979, pp. 111 ss.
					
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