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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XXIV

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Sesta cornice: golosi - Forese - Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del dolce stil novo - predizione di Forese - l'albero della scienza del bene e del male - esempi di golosità punita - l'angelo della temperanza - salita verso la settima cornice


        Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento
      facea, ma ragionando andavam forte,
   3 sì come nave pinta da buon vento;
Il dire non rendeva più lento l'andare né l'andare il dire, ma ragionando, andavamo veloci, come nave sospinta da favorevole vento;
        e l'ombre, che parean cose rimorte,
      per le fosse de li occhi ammirazione
   6 traean di me, di mio vivere accorte.
e le ombre, consunte dalla magrezza, osservavano attente il mio corpo vibrante in dimensione diversa.
        E io, continüando al mio sermone,
      dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
   9 che non farebbe, per altrui cagione.
Ed io, continuando il discorso (con Forese), soggiunsi: «Stazio sarebbe già andato via (libero di accedere in paradisiaci pianeti), se non per la compagnia di Virgilio.
        Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;
      dimmi s'io veggio da notar persona
 12 tra questa gente che sì mi riguarda».
Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda; se fra questa gente che così mi guarda, si trova qualcuno che possa a me esser noto».
        «La mia sorella, che tra bella e buona
      non so qual fosse più, triunfa lieta
 15 ne l'alto Olimpo già di sua corona».
«Mia sorella, ch'era bella e buona non so dove sia, ma non c'è dubbio che si trovi nell'alto Olimpo, coronata di santità».
        Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
      di nominar ciascun, da ch'è sì munta
 18 nostra sembianza via per la dïeta.
Così disse prima; e poi: «Qui non si vieta di nominar le anime consunte dal digiuno.

Queste anime son liete che si parli di loro, contrariamente a quanto avviene nell'inferno.
        Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
      Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
 21 di là da lui più che l'altre trapunta
Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta (notaio, giudice e poeta) lucchese, e quella faccia dietro di lui, che più delle altre è trapunta da magrezza
        ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
      dal Torso fu, e purga per digiuno
 24 l'anguille di Bolsena e la vernaccia».
ebbe la Santa Chiesa fra le braccia: egli fu tesoriere della cattedrale della città di Tours, ed espia attraverso il digiuno le anguille di Bolsena e la Vernaccia».

Martino IV, papa era così goloso, che faceva morire le anguille del lago di Bolsena nel buon vino della Vernaccia, affinché fossero più saporite".
        Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
      e del nomar parean tutti contenti,
 27 sì ch'io però non vidi un atto bruno.
Molti altri mi nominò ad uno ad uno; e di essere nominati parevano tutti contenti, tanto che io non vidi nessuno che (come fra le anime dell'inferno), si oscurasse in volto.
        Vidi per fame a vòto usar li denti
      Ubaldin da la Pila e Bonifazio
 30 che pasturò col rocco molte genti.
Vidi masticare a vuoto un cibo inesistente Ubaldino dalla Pila e Bonifacio.

Si trattava di Ubaldino degli Ubaldini, castellano del Mugello, fratello del cardinale Ottaviano e di Ugolino d'Azzo e padre dell'arcivescovo Ruggeri. Il secondo era Bonifacio, arcivescovo di Ravenna; il suo bastone pastorale aveva in cima una piccola torre, simile al "rocco" del gioco degli scacchi.
        Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
      già di bere a Forlì con men secchezza,
 33 e sì fu tal, che non si sentì sazio.
Vidi messer Marchese (podestà di Faenza), famoso bevitore in vita, che non riuscì mai ad esser sazio.
        Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
      più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
 36 che più parea di me aver contezza.
Ma come fa colui che guarda l'uno più dell'altro, così feci io nel vedere il lucchese (Bonagiunta), che dimostrava grande desiderio di avvicinarmi.
        El mormorava; e non so che «Gentucca»
      sentiv'io là, ov'el sentia la piaga
 39 de la giustizia che sì li pilucca.
Egli mormorava; e io sentivo tra le labbra sue «Gentucca», là dove giustizia lo colpisce e lo riduce.
        «O anima», diss'io, «che par sì vaga
      di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
 42 e te e me col tuo parlare appaga».
«O anima», dissi io, «che sembri desiderosa di parlar con me, fai che io intenda le tue parole, così che il nostro parlare ci appaghi entrambi».
        «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
      cominciò el, «che ti farà piacere
 45 la mia città, come ch'om la riprenda.
«Femmina è nata, e non porta ancor benda (di donna sposata, come d'uso in Firenze)», cominciò egli, «che ti farà riuscire gradita la mia città (Lucca) sebbene sia malfamata.
        Tu te n'andrai con questo antivedere:
      se nel mio mormorar prendesti errore,
 48 dichiareranti ancor le cose vere.
Tu te ne andrai con questa profezia: se alle mie parole non credi, i fatti futuri ti chiariranno il vero.
        Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
      trasse le nove rime, cominciando
 51 'Donne ch'avete intelletto d'amore'».
Ora dimmi se io vedo qui l'autore di Rime Nuove, che comincia con le parole 'Donne ch'avete intelletto d'amore'».
        E io a lui: «I' mi son un che, quando
      Amor mi spira, noto, e a quel modo
 54 ch'e' ditta dentro vo significando».
Io gli risposi: «Io sono uno che, scrive soltanto quando è ispirato dall'Amore, e che esterna i sentimenti così come vengono dettati dal cuore».
        «O frate, issa vegg'io», diss'elli, «il nodo
      che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
 57 di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
«O fratello ora vedo», egli disse, «il nodo dell'errore che ha trattenuto il poetare del Notaro e di Guittone d'Arezzo fuori dello stil nuovo!
        Io veggio ben come le vostre penne
      di retro al dittator sen vanno strette,
 60 che de le nostre certo non avvenne;
Io vedo bene come le vostre penne disegnarono più profondamente il sentimento d'Amore, mentre dalle nostre penne non venne tale sentimento;
        e qual più a gradire oltre si mette,
      non vede più da l'uno a l'altro stilo»;
 63 e, quasi contentato, si tacette.
e quale affronti il problema, non vede la differenza tra una poesia vera scaturita dal cuore ed una falsa perché fatta di retoriche»; e, quasi contento, tacque.
        Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
      alcuna volta in aere fanno schiera,
 66 poi volan più a fretta e vanno in filo,
Come gli uccelli che svernano lungo il Nilo, e volando, a volte fanno lunga schiera e, affrettandosi, formano un solo filo alto nel cielo,
        così tutta la gente che lì era,
      volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,
 69 e per magrezza e per voler leggera.
così tutta la gente che era lì, volgendo il viso, affrettò il passo, o per magrezza o per buona voglia,
        E come l'uom che di trottare è lasso,
      lascia andar li compagni, e sì passeggia
 72 fin che si sfoghi l'affollar del casso,
E come l'uomo che stanco di correre, lascia andare avanti i compagni, e rallenta il passo, per sfogare l'affanno del petto,
        sì lasciò trapassar la santa greggia
      Forese, e dietro meco sen veniva,
 75 dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?»
così si lasciò sorpassare da quella santa turba Forese, e mi seguiva dicendo: «Quando ti rivedrò?»
        «Non so», rispuos'io lui, «quant'io mi viva;
      ma già non fia il tornar mio tantosto,
 78 ch'io non sia col voler prima a la riva;
«Non so», gli risposi, «quanto ancora io vivrò in questa vita; non credo però di tornar tanto presto quassù, a meno che (il desiderio di affrettare il tempo di mia pena non aumenti il mio soffrire) non ritorni più presto del previsto;
        però che 'l loco u' fui a viver posto,
      di giorno in giorno più di ben si spolpa,
 81 e a trista ruina par disposto».
poiché il luogo in cui sono stato posto a vivere in questa vita, si spoglia di bene peggiorando di giorno in giorno, così che (Firenze) sembra destinata ad una trista rovina».
        «Or va», diss'el; «che quei che più n'ha colpa,
      vegg'ïo a coda d'una bestia tratto
 84 inver' la valle ove mai non si scolpa.
«Or va», disse Forese; «e colui che ha maggior colpa del male (che sulla Terra infierisce), io già vedo legato alla sua coda e trascinato verso la valle dell'annullamento (che non consente neanche il discolparsi attraverso espiazione dalla bestia malefica, ma mena in "morte seconda", dove ogni espiazione vissuta viene inesorabilmente cancellata: "Annientamento" e "Trapianto degli organi").
        La bestia ad ogne passo va più ratto,
      crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
 87 e lascia il corpo vilmente disfatto.
La bestia dell'autodistruzione apocalittica ad ogni passo va più veloce, crescendo sempre a dismisura, finché essa percuoterà il pianeta intero, e vi lascierà il suo corpo vilmente disfatto.
        Non hanno molto a volger quelle ruote»,
      e drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaro
 90 ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.
Non passeranno molti anni a cambiare le ruote (della divina Giustizia che riporteranno la Terra, attraverso l'espiazione dell'intero pianeta, a ritrovare l'equilibrio perduto)», e alzò gli occhi al cielo, «che ti sarà chiaro ciò che le mie parole non possono, ora, più apertamente dichiarare.
        Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro
      in questo regno, sì ch'io perdo troppo
 93 venendo teco sì a paro a paro».
Tu rimani ormai, poiché in questo luogo il tempo è prezioso ed io ne perdo troppo, così venendo con te a pari passo».
        Qual esce alcuna volta di gualoppo
      lo cavalier di schiera che cavalchi,
 96 e va per farsi onor del primo intoppo,
Come fa il cavaliere di galoppo, quando esce di schiera per farsi onore come primo arrivato e presentarsi al primo scontro,
        tal si partì da noi con maggior valchi;
      e io rimasi in via con esso i due
 99 che fuor del mondo sì gran marescalchi.
così egli si partì da noi ad ampie falcate; ed io rimasi con Virgilio e Stazio, che furono nel mondo due grandi maestri.
        E quando innanzi a noi intrato fue,
      che li occhi miei si fero a lui seguaci,
102 come la mente a le parole sue,
E quando Forese si fu inoltrato dinanzi a noi, tanto che il mio sguardo gli teneva dietro a stento, così come la mia mente non riusciva a penetrare le parole sue,
        parvermi i rami gravidi e vivaci
      d'un altro pomo, e non molto lontani
105 per esser pur allora vòlto in laci.
mi apparvero, carichi di frutti e rigogliosi, i rami di un altro albero, non molto lontano, perché solo allora avevo girato la curva del monte (che m'impediva la vista nel punto in cui era possibile vederlo).
        Vidi gente sott'esso alzar le mani
      e gridar non so che verso le fronde,
108 quasi bramosi fantolini e vani,
Vidi anime alzar le mani verso le fronde e fra confuse grida di desiderio, cercare invano di arrivare ai frutti, come i bambini bramosi,
        che pregano, e 'l pregato non risponde,
      ma, per fare esser ben la voglia acuta,
111 tien alto lor disio e nol nasconde.
che pregano, di raggiungere qualcosa che gli si tiene alta e lontana da loro, per acuire il desiderio.
        Poi si partì sì come ricreduta;
      e noi venimmo al grande arbore adesso,
114 che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
Poi la gente ripartì disillusa; e noi ci avvicinammo al grande albero, che tante preghiere e lacrime rifiutava.
        «Trapassate oltre sanza farvi presso:
      legno è più sù che fu morso da Eva,
117 e questa pianta si levò da esso».
«Trapassate oltre senza avvicinarvi: un altro albero è più su che fu morso da Eva, e questa pianta deriva da quello».
        Sì tra le frasche non so chi diceva;
      per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
120 oltre andavam dal lato che si leva.
Così, tra le fronde, una voce diceva; pertanto Virgilio, Stazio ed io, stretti assieme, andavamo oltre, dalla parte dove s'innalza la parete della montagna.
        «Ricordivi», dicea, «d'i maladetti
      nei nuvoli formati, che, satolli,
123 Tesëo combatter co' doppi petti;
«Ricordatevi», diceva la voce, «dei (Centauri) maledetti partoriti dalle nuvole, che ubriachi, furono combattuti da Teseo;

Il primo esempio di gola punita è quello dei centauri. Un gruppo di centauri, metà uomini e metà cavalli ("doppi petti"), erano scesi da una nuvola, ovvero da un oggetto volante; pertanto si credette che fossero stati formati e partoriti da quella nuvola, alla quale avesse dato Giove la facoltà di partorire, trasformandola nella dea Giunone. I centauri, scesi sulla Terra e conosciuto il buon vino, si ubriacarono; perciò, furono puniti da Teseo, che in lotta li sconfisse.
        e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
      per che no i volle Gedeon compagni,
126 quando inver' Madïan discese i colli».
e degli Ebrei, che si mostrarono ingordi nel bere, per questo Gedeone non li volle per compagni quando combatté contro gli abitanti di Madian».

Il secondo esempio è quello degli Ebrei, che si mostrarono ingordi ("molli") nel bere, inginocchiandosi per accostare la bocca all'acqua della fonte di Arad, invece di fare come trecento loro compagni, che si limitarono ad attingere l'acqua con le mani. Su consiglio di Dio, Gedeone escluse dal combattimento, contro gli abitanti di Madian, gli ingordi, scegliendo i trecento parchi, con i quali riuscì a scacciare i nemici.
        Sì accostati a l'un d'i due vivagni
      passammo, udendo colpe de la gola
129 seguite già da miseri guadagni.
Accostatici all'uno dei due lati, percorremmo la cornice, sentendo esempi di golosità e di relative punizioni.
        Poi, rallargati per la strada sola,
      ben mille passi e più ci portar oltre,
132 contemplando ciascun sanza parola.
Poi, dopo più di mille passi, continuammo così a camminare, meditando ciascuno in silenzio.
        «Che andate pensando sì voi sol tre?»,
      sùbita voce disse; ond'io mi scossi
135 come fan bestie spaventate e poltre.
«Che andate pensando così soli voi tre?», una voce improvvisa ci dest&ogave; per cui, io mi scossi di spavento.
        Drizzai la testa per veder chi fossi;
      e già mai non si videro in fornace
138 vetri o metalli sì lucenti e rossi,
Drizzai la testa per vedere chi aveva parlato; e vidi una luce così isplendente e rossa, come mai si videro in fornace bruciare né vetri né metalli, che tramandassero fiamme così rilucenti e rosseggianti.

L'Immagine qui presentata fa pensare all'apparire di un Fratello superiore, appartenente al massimo Piano della Dimensione Cosmica, "ASHIM", la cui descrizione si troverà alla fine del presente canto, in un messaggio del 6-10-1982).

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Intelligenza del sistema di Sirio, Genio della Biologia applicata alle condizioni spaziali mutanti. Ispiratore dei principi conoscenziali dell'uomo dell'Età Cosmica.

Ashtm si manifesta sovente tele-visionalmente. Inizialmente, la sua apparizione dà la sensazione del "terrificante"; probabilmente, a causa della nostra impreparazione nel contattare una Realtà vivente in una Dimensione così "fluida" e "plastica" come la Sua, irrorante una energia intensissima ed anche perché così fuori dai contorni "fisici" ai quali siamo abituati.
Il rosso volto che di Lui appare sembra non avere contorni ben definiti, poiché questi si sfumano nelle estremità del campo visivo, anche perché il campo visivo è occupato quasi interamente dai Suoi profondissimi, stupendi occhi "rossi come il fuoco e più", nei quali presto ti perdi, ricavandone la chiara sensazione che questi ti trapassino da parte a parte. La sua consistenza, pur essendo vividamente concreta, non dà percezione di compattezza come noi l'intendiamo; infatti, Egli è visibile in "trasparenza"; per cui, si ha la sensazione d'esser quasi immersi in Lui.
Per essere più chiari, è come s'Egli fosse vicino al tuo viso (a qualche centimetro di distanza) e, allo stesso tempo, si trovasse ad una distanza considerevole, ma non valutabile; dimodoché oltre a percepirne i lineamenti tridimensionali, vedi anche, in un turbinio di luminose energie dalle variabili sfumature, la natura igneo-astrale interiore che si snoda in profondità all'interno del Suo essere.
Quest'ultimo aspetto è particolarmente interessante e sarebbe notevole riuscire a riprodurlo in una immagine illustrativa.
La forma degli occhi è lanceolata, a mandorla, con posizione molto obliqua dall'attaccatura centrale verso l'esterno e dietro. E questi non solo ti compenetrano, ma si lasciano da te sondare, come se in questi potessi entrare e spaziare, fluttuando attorno all'iride, verso il fondo luminoso, rosso-rosato, senza fine.
Lo sguardo è aristocraticamente austero e fiammeggiante, ma, dopo il primo disappunto, riesci a scorgere la natura straordinariamente mite che questa Intelligenza esprime; allora, il contatto energetico avviene, e il libero scambio s'instaura, rivelandosi in tutto il suo fulgore la sapienza cosmica ch'Egli irradia ovunque attorno.
Lo spazio ed il tempo si dilatano alla Sua presenza, ogni vincolo dimensionale più non è tale, ed ogni cosa attorno è ferma, immobile, muta. Come rapito in altro lido, contempli così il gioco di luci e colori (conoscenza cosmica-intuitiva) che fluiscono, orbitando in concentriche spirali da ASHIM a te...
Questo personaggio già da qualche anno iniziò a contattare numerosi sensitivi sparsi sulla Terra. Egli opera all'unisono con altri SUPERVISORI GALATTICI, per una graduale "erudizione" intuitiva, e non scolastica o deduttiva, di determinati soggetti già al caso predisposti ed idonei ad elaborare quello scibile "universale" che potrà essere ereditabile solo dall'uomo dell'Età Cosmica.
Questa delicata fase dell'"Operazione SARAS", è condotta dalla Milizia dei FIGLI DELLA FIAMMA con la massima dedizione e con la precisa determinazione a non voler "gettare perle ai porci!".
Per tale motivo, gli sviluppi conseguenziali di tale "erudizione", attualmente in corso, sono e resteranno, fino al tempo necessario, "segretissimi".
In attesa che "tempi migliori" vengano a trasmutare questa "civiltà della giungla" in una civiltà a carattere Superiore, le Intelligenze Tutelari che vegliano su di noi e sugli atti che andiamo edificando, sono tuttora costrette, come in un remoto passato, a trasferire quanto debbono ai Loro terminali viventi qui in mezzo a noi, operando "dalle alte sfere alle radici del tessuto sociale umano".
La posta in gioco è troppo alta per concedersi il benché minimo rischio; nulla, quindi, è lasciato al caso.
Al Potere costituito, ufficiale od "occulto", che controlla il "sistema" di vita attuale e che detiene in propria mano il dominio sui popoli della Terra, farebbe assai comodo conoscere i contenuti ed il proposito di questo Programma. Ma se qualche parziale e secondario assunto di esso pur sarà loro dato "carpire", nulla potrà ostacolarne gli inarrestabili e ben avviati sviluppi, che vedranno il volto dell'umana società trasformarsi qualitativamente "dal suo interno".
Una civiltà guerrafondaia, capace oggi di distruggere il proprio Pianeta, ed ogni forma di vita in esso contenuta, per 40 volte consecutive, non può avere il beneplacito delle Coscienze Siderali che ci osservano e silenziosamente ci sorvegliano senza che noi ce ne accorgiamo.
Le conoscenze, che sappiamo essere in trasferimento di elaborazione teorica e sperimentale presso alcune menti sparse sulla Terra, sono elementi di Scienza Pura aventi quale matrice-guida e quale comun denominatore la cognizione del meccanismo dell'Universo.
Gli sviluppi pratici possibili saranno i più disparati, ed agevoleranno, in un modo ora inimmaginabile, i rapporti umani promuovendo il fluire armonico della vita e delle esperienze evolutive che questa sempre propone, in qualsiasi dimensione.
Importeremo, dunque, tecniche per l'impiego dell'energia libera, quell'energia che muove tanto i pianeti quanto le particelle subatomiche che strutturano il mondo fisico. Un'energia assolutamente pulita che consente ad essere manipolata ed utilizzata dall'intelligenza evoIuta per utilità temporanee, a patto d'essere restituita, a funzione ultimata, alla fonte d'origine da cui emanò.
Una medicina spaziale, cosciente della "fucina-energetica" che l'uomo è essenzialmente, prolungherà la vita umana, allietandola di nuove informazioni derivanti dalla graduale acquisizione del Gene Cosmico.
L'impiego di certi cristalli e di particolari Prismi bio-energetici, elaborati in base al movimento delle correnti magnetico-virtuali geocentriche, ci consentiranno progressi mai immaginati in tutti i campi dello scibile, ed ovunque sarà dimostrata la loro utilità.
Molte cose, dunque, ci attendono; alcune superano la nostra più fervida fantasia.
Ne beneficeremo?… Ci vien detto e ripetuto: questo "sciblle universale" sarà ereditablle SOLO dall'uomo dell'ETA' COSMICA!
Adoperiamoci, dunque, giorno dopo giorno, coi nostri sforzi, singoli e collettivi, affinché l'Alba di questo giorno spunti all'orizzonte di questa tormentata umanità.

per ASHIM: L. A. (6-10-1982)

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        com'io vidi un che dicea: «S'a voi piace
      montare in sù, qui si convien dar volta;
141 quinci si va chi vuole andar per pace».
così vidi uno che diceva: «Se volete salire, qui è necessario svoltare; da qui deve andare chi vuole acquistare la pace».
        L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
      per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
144 com'om che va secondo ch'elli ascolta.
Come chi cammina seguendo il suono della voce che ha udito, poiché, abbagliato dal fulgore, non può servirsi della vista, così io mi volsi ai miei maestri.
        E quale, annunziatrice de li albori,
      l'aura di maggio movesi e olezza,
147 tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
E come, annunziatrice dell'alba, l'aria di maggio si muove ed olezza, tutta impregnata dal profumo dell'erba e dei fiori;
        tal mi senti' un vento dar per mezza
      la fronte, e ben senti' mover la piuma,
150 che fé sentir d'ambrosïa l'orezza.
tale io sentii un vento carezzarmi in mezzo alla fronte, e sentì la piuma dell'angelo muoversi in un olezzo di fior d'ambrosia.
        E senti' dir: «Beati cui alluma
      tanto di grazia, che l'amor del gusto
      nel petto lor troppo disir non fuma,
154 esuriendo sempre quanto è giusto!»
E sentii dire: «Beati coloro che, illuminati dalla Grazia, non pretendono il superfluo, ma desiderano soltanto il necessario!»

L'ala dell' Angelo rilucente aveva cancellata un'altra P dalla fronte di Dante.

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