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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XXIII

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Sesta cornice: golosi (soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti) - Forese Donati e suo colloquio con Dante


        Mentre che li occhi per la fronda verde
      ficcava ïo sì come far suole
   3 chi dietro a li uccellin sua vita perde,
Mentre io ficcavo gli occhi tra le foglie (per scrutare nell'interno di quell'albero retroverso), come fa (il cacciatore) chi dietro agli uccellini perde il bene della propria vita (nel male che l'uccidere comporta),

[chiarificazioni purgatorio] chi dietro a li uccellin sua vita perde - v. 3 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Tutto, fino alla più piccola cosa creata, è in perfetta sintonia col Superiore Campo di Forza Universale ed è meravigliosamente equilibrato nella perfetta vibrazione dell'Unico-Tutto-Dio.
Anche una piccola gola palpitante, un cinguettio alla libertà, al sole, alla luce, appartiene al complesso delle Forze che mantengono la Vita nell'Universo.
Anche la morte di un uccellino distorce notevolmente l'equilibrio di frequenza energetica creativa. Questo nuoce al cacciatore, nel suo proseguimento della vita nell'Universo, ed è in riferimento alle parole di Francis Thomps, che dice: "Non puoi scuotere un fiore senza agitare una stella".

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
      vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
   6 più utilmente compartir si vuole».
il mio più che padre (in quanto coscienza Extra-terrestre) mi diceva: «Figliuolo, vieni oramai, che il tempo concessoci è bene distribuire più utilmente».
        Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
      appresso i savi, che parlavan sìe,
   9 che l'andar mi facean di nullo costo.
lo volsi subito il viso, e il passo, verso i miei savi, che parlavano assieme, e che (con i loro alti discorsi) mi rendevano più agevole il cammino.
        Ed ecco piangere e cantar s'udìe
      'Labïa mëa, Domine' per modo
 12 tal, che diletto e doglia parturìe.
Ed ecco che s'udiva piangere e cantare 'Labia mea, Domine' in modo tale, che questa preghiera provocava gioia e dolore.
        «O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,
      comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
 15 forse di lor dover solvendo il nodo».
«O dolce padre, che è quello che odo?», domandai a Virgilio; e lui: «Ombre che vanno sciogliendo il nodo del loro peccato».
        Sì come i peregrin pensosi fanno,
      giugnendo per cammin gente non nota,
 18 che si volgono ad essa e non restanno,
Così come sogliono fare i pellegrini assorti nei loro pensieri, che raggiungendo lungo il cammino degli sconosciuti, si voltano a guardarli senza tuttavia fermarsi,
        così di retro a noi, più tosto mota,
      venendo e trapassando ci ammirava
 21 d'anime turba tacita e devota.
allo stesso modo dietro di noi, più svelta, avvicinandosi e sorpassandoci, una turba di anime ci apparve silenziosa e assorta.
        Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
      palida ne la faccia, e tanto scema,
 24 che da l'ossa la pelle s'informava.
Ognuna aveva gli occhi incavati e scuri, il volto pallido e magro, ridotto quasi ad un involucro di pelle modellato sulle ossa.
        Non credo che così a buccia strema
      Erisittone fosse fatto secco,
 27 per digiunar, quando più n'ebbe tema.
Credo che neanche Erisittone si ridusse così a buccia secca per digiuno, allorquando ebbe tanta paura.

Erisittone, figlio del re della Tessaglia, aveva violato il divieto di accesso in un bosco sacro. Allora Cerere, dea di quelle piante colà cresciute, che da Cerere presero il nome di "cereali", condannò Erisittone ad una terribile fame, che nulla poteva saziare, tanto che egli fu spinto a divorare le sue stesse carni.
        Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco
      la gente che perdé Ierusalemme,
 30 quando Maria nel figlio diè di becco!'
lo tra me pensavo: 'Ecco la gente che durante l'assedio di Gerusalemme espiava morendo di fame, allora che Maria (di Eleazaro), per fame, divorò il proprio figlio!'
        Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
      chi nel viso de li uomini legge 'omo'
 33 ben avria quivi conosciuta l'emme.
Le loro occhiaie parevano anelli senza gemme: coloro che nel viso degli uomini leggono 'omo' (fra i due O formati da quelle occhiaie vuote), avrebbero in questo caso riconosciuto la M (formata dal naso e dai due cerchi sopraccigliari).
        Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
      sì governasse, generando brama,
 36 e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
Chi crederebbe che l'odore di un pomo e la vista dell'acqua avesse una tale potenza, da generare tanta brama?
        Già era in ammirar che sì li affama,
      per la cagione ancor non manifesta
 39 di lor magrezza e di lor trista squama,
Ero ancora a guardare, cercando di capire cosa affamava così quella gente, ma la ragione di tanta magrezza era per me inspiegabile,
        ed ecco del profondo de la testa
      volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
 42 poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?»
ed ecco che dal profondo della testa volse a me gli occhi un'ombra, che mi guardò fisso; poi (riconoscendomi) gridò forte: «Qual grazia è questa ora concessami?»
        Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
      ma ne la voce sua mi fu palese
 45 ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.
Mai avrei potuto riconoscere quell'ombra dal viso; ma nella voce sua mi fu palese ciò che l'aspetto in sé aveva celato.
        Questa favilla tutta mi raccese
      mia conoscenza a la cangiata labbia,
 48 e ravvisai la faccia di Forese.
La scintilla (della voce) mi riaccese la conoscenza dinanzi al cambiato aspetto, e riconobbi il viso di Forese (Donati).

È ormai superfluo ricordare che "ombra" non si riferisce all'inconsistente immagine proiettata da luce infranta, ma al reincarnato, quale "riverbero" di una personalità già preesistita.
        «Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
      che mi scolora», pregava, «la pelle,
 51 né a difetto di carne ch'io abbia;
«Deh, non badare alla mia pelle secca che muta», pregava, «le mie sembianze, né alla mia magrezza;
        ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
      due anime che là ti fanno scorta;
 54 non rimaner che tu non mi favelle!»
ma parlami di te, dimmi chi sono quelle due anime che ti fanno scorta; non tacermi ciò che ti domando!»
        «La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,
      mi dà di pianger mo non minor doglia»,
 57 rispuos'io lui, «veggendola sì torta.
«Il tuo volto lo avevo già pianto morto, e mi vien da piangere con ugual dolore», gli risposi, «vedendolo così trasformato.
        Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
      non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
 60 ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».
Però dimmi, per Dio, perché siete così spogli di carne; non mi far parlare mentre mi meraviglio, perché parla male chi è preso da una diversa curiosità».
        Ed elli a me: «De l'etterno consiglio
      cade vertù ne l'acqua e ne la pianta
 63 rimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.
Ed egli a me: «L'eterno Consiglio conferisce un particolare potere all'acqua della fonte ed alla pianta retroversa per cui io così dimagrisco.
        Tutta esta gente che piangendo canta
      per seguitar la gola oltra misura,
 66 in fame e 'n sete qui si rifà santa.
Tutta questa gente, che piangendo prega (si purifica in vite di miseria, riparando così ai passati errori, tristemente guardando la ricchezza altrui, rappresentata dall'albero retroverso, che mai consentirebbe di giungere alla cima per gustare i frutti dell'agiatezza) per aver assecondato il vizio della gola oltre misura, nel soffrire fame e sete, ritorna pura ("si rifà santa").
        Di bere e di mangiar n'accende cura
      l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
 69 che si distende su per sua verdura.
Acuisce il desiderio di mangiare e di bere l'odore che esce dal pomo per lo spandersi del liquore sulle foglie.
        E non pur una volta, questo spazzo
      girando, si rinfresca nostra pena:
 72 io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,
E non una volta (di vita in vita, ovvero di giro in giro), su questa cornice si rinnova la nostra pena (poiché una vita non basta per bruciare un Karma, poiché una vita è un nulla nell'eternità): io dico pena, e dovrei dir diletto,
        ché quella voglia a li alberi ci mena
      che menò Cristo lieto a dire 'Elì',
 75 quando ne liberò con la sua vena».
poiché quella voglia (il rinnovarsi di quel tormento espiativo) che ci mena agli alberi, è la stessa volontà di soffrire che condusse Cristo ad affrontare il martirio, quando ci liberò dal peccato con il Suo Sangue»

Qui vi è il riferimento alle parole di Gesù sulla croce: "Eli, Eli, lemà sabactani?" cioè "Eli, Eli, perché mi hai abbandonato?" (Matteo 27:46).
        E io a lui: «Forese, da quel dì
      nel qual mutasti mondo a miglior vita,
 78 cinq'anni non son vòlti infino a qui.
Ed io a lui: «Forese, da quel giorno in cui mutasti mondo, cinque anni non sono passati ancora.
        Se prima fu la possa in te finita
      di peccar più, che sovvenisse l'ora
 81 del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
Se la forza di non peccare venne meno in te, prima dell'ora del pentimento che a Dio ci ricongiunge,
        come se' tu qua sù venuto ancora?
      Io ti credea trovar là giù di sotto
 84 dove tempo per tempo si ristora».
come hai potuto giungere fin qui? lo credevo che ti trovassi ancora nelle pesanti pene infernali dove tempo per tempo (vita per vita) si affievolisce il soffrire».
        Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto
      a ber lo dolce assenzo d'i martìri
 87 la Nella mia con suo pianger dirotto.
Lui mi rispose: «Così presto a queste pene del Purgatorio, amare e purificatrici, mi ha condotto il dolce pregare doloroso della mia Nella.
        Con suoi prieghi devoti e con sospiri
      tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
 90 e liberato m'ha de li altri giri.
Con preghiere e sospiri mi ha tolto dal costone dove si aspetta, e liberato dagli altri giri del monte (dalle altre vite espiative che mi attendevano, alleggerendo così il mio Karma con il suo amore).
        Tanto è a Dio più cara e più diletta
      la vedovella mia, che molto amai,
 93 quanto in bene operare è più soletta;
Tanto è più cara a Dio, ed a me più diletta la vedovella mia, che molto amai, quanto più è sola nel suo buon operare;
        ché la Barbagia di Sardigna assai
      ne le femmine sue più è pudica
 96 che la Barbagia dov'io la lasciai.
poiché la Barbagia di Sardegna nelle sue donne è più saggia della Barbagia (Firenze) dove io la lasciai.
        O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
      Tempo futuro m'è già nel cospetto,
 99 cui non sarà quest'ora molto antica,
O dolce fratello, che vuoi che più ti dica? Già mi sta davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale l'ora presente non sarà molto remota,
        nel qual sarà in pergamo interdetto
      a le sfacciate donne fiorentine
102 l'andar mostrando con le poppe il petto.
in cui, dal pulpito delle chiese, sarà vietato alle sfacciate donne fiorentine l'andar mostrando il seno scoperto.
        Quai barbare fuor mai, quai saracine,
      cui bisognasse, per farle ir coperte,
105 o spiritali o altre discipline?
Quali barbare furono mai (queste fiorentine), qual saracene, cui per costringerle ad andar coperte furono necessarie severe pene o altre discipline?

Immaginando quello che delle donne fiorentine si sarebbe detto, qualora l'intendere umano avesse conservato nel futuro l'antico senso delle costrizioni e dei tabù.
        Ma se le svergognate fosser certe
      di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
108 già per urlare avrian le bocche aperte;
Ma se le svergognate fossero a conoscenza di quel che il Cielo loro predispose nel futuro che veloce s'appressa, già d'ora per urlare felici avrebbero le bocche aperte;

E ancora, scherzosamente, nell'immaginare la meraviglia gioiosa delle fiorentine, se avessero appreso che nel loro futuro (come nei superiori pianeti) vi si trova ad attenderle una vita tutta nuova, sulla Terra rinnovata.
        ché se l'antiveder qui non m'inganna,
      prima fien triste che le guance impeli
111 colui che mo si consola con nanna.
poiché se la mia previsione non m'inganna, giungerà prima che le guance impeli colui (il tempo umano, il triste tempo della notte apocalittica, alla quale succederà il "Giorno Radioso") che ora (nella sua congenita eterna incoscienza) si consola nell'umano dormire.
        Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
      vedi che non pur io, ma questa gente
114 tutta rimira là dove 'l sol veli».
Deh, fratello, non nascondermi il mistero della tua venuta (in corpo denso)! vedi che non solo io, ma tutta questa gente guarda stupita lì dove tu fai ombra».
        Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente
      qual fosti meco, e qual io teco fui,
117 ancor fia grave il memorar presente.
lo gli risposi: «Se tu ricordi cosa fosti tu per me, ed io per te, ci riuscirà ancora più grave il ricordo presente.
        Di quella vita mi volse costui
      che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
120 vi si mostrò la suora di colui»,
Da quella vita mi allontanò costui che mi precede, l'altro ieri (prima, cioè, del recente passato), quando la luna, sorella del sole, mi si mostrò tonda (quando il negativo plenilunio della mia vita stava per travolgermi)»,
        e 'l sol mostrai; «costui per la profonda
      notte menato m'ha d'i veri morti
123 con questa vera carne che 'l seconda.
e il sole (della Verità) mostrai; «costui lungo le vie della profonda notte infernale dei "VERI MORTI", mi ha condotto con questo mio corpo fisico che egli asseconda (nelle sue fisiologiche stanchezze ed inquietudini).

[chiarificazioni purgatorio] per la profonda notte menato m'ha d'i veri morti - v. 122-123 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Il mondo dei veri morti è il mondo umano, degli uomini "morti nella Coscienza" ad ogni anelito di Verità Divina. Gli altri, definiti "morti", sono coloro che, non manifestando più nessuna attività motoria, escono dalla platea del mondo e la terra li seppellisce, ma non sono i veri morti. Infatti, la corrente della vita è solamente nel continuo alternarsi del nascere e morire e tutte le anime percorreranno il sentiero dell'evoluzione e perverranno ai valori assoluti dello Spirito. Ed è soltanto nella progressiva frequenza alle classi successive che lo scolaro percorrerà le vie del sapere, fino alla maturità della "Coscienza Universitaria".
Ugualmente l'anima dovrà ripetere le classi della scuola della Vita, dovrà rinascere nuovamente nella materia, per cominciare un nuovo ciclo di "lezioni", che non fu ad essa possibile assimilare nella vita precedente, affinché, nella dualistica manifestazione del Bene e del Male, essa possa gradatamente sensibilizzarsi e giungere a quella sublimazione indispensabile per poter godere della vita eterna.
Questa è la Legge della Reincarnazione delle anime, che fino al Concilio di Costantinopoli, nel 553 d.C., ben figurava sui sentieri degli uomini ed era, per loro, norma di vita e verità; quella reincarnazione delle anime, che sta alla base del "perché della Vita", del "perché del dolore" e del "perché della morte".

Ed ecco che Gesù disse a Nicodemo: "In verità, in verità ti dico: nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo".
Gli dice Nicodemo: "Come un uomo può nascere quando è già vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere?". Rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico: nessuno, se non nasce da acqua e Spirito, può entrare nel regno di Dio. Ciò che è nato dalla carne è carne, ciò che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti perché ti ho detto: "Dovete nascere di nuovo". (Giovanni 3:3-7).

È evidente che alI'Anima, perché possa "vedere il Regno di Dio", non è sufficiente venire una sola volta nella relatività della vita fisica, similmente allo scolaro il quale, perché possa pervenire all'Università, non è sufficiente che frequenti solo la prima classe elementare.

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Indi m'han tratto sù li suoi conforti,
      salendo e rigirando la montagna
126 che drizza voi che 'l mondo fece torti.
Poi, confortandomi, mi ha tratto sù, salendo e rigirando la montagna evolutiva, che drizza voi, che il male del mondo traviòcon le sue storture.
        Tanto dice di farmi sua compagna,
      che io sarò là dove fia Beatrice;
129 quivi convien che sanza lui rimagna.
Ora mi dice che mi farà compagnia, finché sarò alla presenza di Beatrice; a quel punto sarà necessario che io rimanga senza di lui.
        Virgilio è questi che così mi dice»,
      e addita'lo; «e quest'altro è quell'ombra
      per cui scosse dianzi ogne pendice
133 lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
Questi che così mi parla è Virgilio», e lo additai; «E quest'altro (Stazio) è quell'ombra per la quale fu scossa ogni pendice del monte del Purgatorio, che da sé lo libera (per inviarlo al Cielo)».

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