
La Commedia
di Dante Alighieri
alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica
PURGATORIO - Canto XXI
nel libero commento di Giovanna Viva
Quinta cornice: avari e prodighi - apparizione di Stazio, che spiega ai poeti la causa del terremoto - Stazio e Virgilio
La sete natural che mai non sazia
se non con l'acqua onde la femminetta
3 samaritana domandò la grazia,
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La sete di sapere che è innata negli uomini e che non si sazia se non con l'acqua (della Conoscenza), di cui la donna samaritana domandò la grazia,
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mi travagliava, e pungeami la fretta
per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
6 e condoleami a la giusta vendetta.
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mi tormentava, e mi spronava la fretta di seguire il mio maestro lungo la strada ingombrata dalle anime, e mi addolorava la loro espiazione.

La sete della Conoscenza non riguarda le anime dormienti in una vita senza vita, ma quelle che si scuotono dal perenne letargo e che sempre più desiderano addentrarsi in conoscenze nuove, come la donna samaritana che domandò a Gesù la grazia della Conoscenza.
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La samaritana al pozzo
Nel Vangelo di Giovanni (4:5-14) si narra che avendo un giorno Gesù chiesto da bere ad una donna di Samaria, che attingeva l'acqua dal pozzo di Giacobbe, questa si meravigliò che un giudeo si fermasse a parlare con una samaritana. Gesù le rispose che se ella lo avesse riconosciuto, sarebbe stata lei a chiedere l'acqua a Lui ed Egli le avrebbe dato da bere. Alle sue domande in proposito, Gesù rispose che chiunque avesse bevuto quell'acqua che lei poteva offrire e che saziava la sete del corpo, avrebbe avuto sete di nuovo, ma che chiunque avesse bevuto l'acqua viva della Conoscenza, che lui poteva offrire, non avrebbe avuto più sete e che pertanto quell'acqua presa da Lui sarebbe stata come una fonte che nella Verità sarebbe salita in vita eterna.
Gesù allora, per dimostrare alla donna che esistevano delle cose al di sopra delle conoscenze umane, le porse una ciotola di legno vuota, che sotto agli occhi di lei si riempì di acqua. Per far questo, Gesù operò come fece per la moltiplicazione dei pani e dei pesci; assorbì, cioè, dalla glandola astrofisica endocrina Sole gli elementi necessari e in giuste dosi per la formazione dell'acqua; poi all'orecchio della donna stupefatta sussurrò dei consigli coi quali risolvere alcuni problemi della sua vita, problemi che nessuno, e tanto meno un viandante, quale Gesù era in quel momento, avrebbe potuto conoscere.
Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
9 già surto fuor de la sepulcral buca,
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Ed ecco, così come si legge nel vangelo di Luca (24:13-15) in riferimento all'apparizione di Gesù, nel giorno della Sua Resurrezione a due discepoli che erano in viaggio,
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ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
12 né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
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ci apparve un'ombra che ci seguiva mentre noi, in cammino su quella cornice, eravamo intenti a non disturbare le anime prone nella polvere, né ci accorgemmo di lei, sinché non cominciò a parlare,
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dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
15 rendéli 'l cenno ch'a ciò si conface.
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dicendo: «O fratelli miei, Dio vi dia pace». Noi ci volgemmo subito e Virgilio rispose con confacente saluto.

Come Gesù risuscitato salutò i discepoli: "Pax vobis" (Luca 24:36), così li salutò quell'ombra.
Era evidente che quell'anima, non prona sulla roccia ma eretta su due piedi, aveva finito la sua espiazione e si predisponeva a salire in superiori sfere.
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Poi cominciò: «Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
18 che me rilega ne l'etterno essilio».
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Virgilio cominciò: «Che il Beato Concilio ti ponga nella pace e nella gioia delle anime gloriose, che a me ciò non è concesso (perché relegato ancora nell'eterno esilio della dimensione terrena)».
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«Come!», diss'elli, e parte andavam forte:
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
21 chi v'ha per la sua scala tanto scorte?»
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«Come!», disse egli, e intanto andavamo in fretta: «come è possibile che senza il Divino Volere, voi saliate queste scale che portano al cielo?»
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E 'l dottor mio: «Se tu riguardi a' segni
che questi porta e che l'angel profila,
24 ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
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E Virgilio: «Se tu osservi gli tre ultimi P che costui reca sulla fronte e che l'angelo portinaio profila, ti renderai conto che egli è destinato a salire fra i beati.
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Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
27 che Cloto impone a ciascuno e compila,
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Ma poiché lei (la Parca Lachesi) che giorno e notte fila la conocchia del filo della vita ("non li avea tratta ancora"), che Cloto pone e avvolge per ciascuno,
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l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
30 però ch'al nostro modo non adocchia.
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l'anima sua, che è nostra sorella, non poteva venire da sola, perché non vede ancora il vero come lo vediamo noi (non più impediti dalla dimensione umana).
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Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
33 oltre, quanto 'l potrà menar mia scola.
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Per tal motivo, io fui tratto fuori dall'ampia gola della sfera dolorante ed ora mostro a lui questo cammino, e ciò farò, fino a quando tale opera sarà di mia competenza.
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Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una
36 parve gridare infino a' suoi piè molli».
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Ma dirmi, tu che sai, perché il monte è stato così scosso da tanto sussulto, e dall'unanime grido delle ombre prone nella polvere (le quali, dalla gioia, pareva lo scuotessero tutto fino alla marina)».
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Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
39 si fece la mia sete men digiuna.
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Così domandò il mio duca seguendo il mio desiderio (con la precisione di chi mette il filo nella cruna di un ago), tanto che la speranza (della pronta e sicura risposta) quasi soddisfece la mia sete di sapere.
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Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
ordine senta la religione
42 de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
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L'altro rispose: «Tutto ciò che succede nel Purgatorio non è casuale né inconsueto.
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L'influenza sul Creato del Bene e del Male
Tutte le anime giunte al Piano di Coscienza purgatoriale avvertono in esse tutto il buono e il cattivo procedere del mondo.
Perciò, ogni anima che sale al superiore Piano Paradisiaco - dei pianeti migliori - realizza una generosa e splendida azione a beneficio di tutti gli Esseri, che fanno parte di un unico agglomerato cellulare terreno: "complesso enzimatico - uno", che vitalizza la cellula Terra.
Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che 'l ciel da sé in sé riceve
45 esser ci puote, e non d'altro, cagione.
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Questo luogo è immune da ogni alterazione atmosferica: qui ci può essere una causa di mutazione solo ad opera di ciò che il cielo riceve per sé stesso, e non da ciò che proviene dal di fuori (come pioggia, grandine, neve, prodotti, questi, dai vapori sorgenti dalla Terra).
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Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
48 che la scaletta di tre gradi breve;
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Perciò, non pioggia, non grandine, non neve, non rugiada, non brina cadono più su della breve scaletta dei tre gradini;
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nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
51 che di là cangia sovente contrade;
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non vi appaiono nubi, né dense, né rade, né il corruscar delle saette, né l'arcobaleno (Iride, figlia di Taumante ed Elettra) che di là cambia sovente contrade;
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secco vapor non surge più avante
ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
54 dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
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il secco vapore che emana la Terra (avvelenata dalle opere umane, causa di terremoti, incendi, sconvolgimenti della Natura tutta) non si forma più sù della scaletta, dove l'Angelo posa le piante.
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Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che 'n terra si nasconda,
57 non so come, qua sù non tremò mai.
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La Terra trema forse più giù, ma più sù (oltre le scalette del monte del Purgatorio), non so come e perché, non ha mai tremato.
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Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
60 per salir sù; e tal grido seconda.
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Trema quando un'anima purificata si eleva nelle alte Sfere (dopo aver terminato il tempo di pena che la teneva "legata mani e piedi", cioè nella dimensione animale in cui gli arti sono impegnati a reggere il peso del corpo), allorché può finalmente sollevarsi in forma umana e guardare su verso il Cielo (dove un tempo rifiutò di alzare lo sguardo); ed esulta lo Spirito del Monte.

Pertanto le anime gridano di giubilo, avvertendo il più elevato potere vibratorio, che esse sono ormai idonee ad assorbire, in un processo di sintonia fatto da altruistico amore.
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De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
63 l'alma sorprende, e di voler le giova.
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Libera e purificata l'anima, colta di sorpresa, gioisce di poter cambiar dimora e il suo voler le giova (nello svolgersi della Cosmica Legge del "Libero Arbitrio").
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Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
66 come fu al peccar, pone al tormento.
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Ella vorrebbe salire ancor prima, ma viene fermata dalla volontà di espiare la colpa, la quale, come si contrappose al volere assoluto del Bene, così ora viene fermata dalla Giustizia, che si contrappone, inclinando l'anima al tormento liberatore.
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E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent'anni e più, pur mo sentii
69 libera volontà di miglior soglia:
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Ed anch'io, dopo essere stato a giacere in questa purificazione per cinquecento anni e più, sentii la ferrea volontà di varcare una migliore soglia:

Cinquecento anni, la vita della Fenice, mitologico uccello, simbolo di un ciclo reincarnativo, composto da sette vite all'incirca. La Fenice risorge dalle sue stesse ceneri, come l'uomo, "decaduto angelo di un tempo remoto", riacquista, dalle ceneri delle sofferenze terrene, la perduta grandezza.
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però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
72 a quel Segnor, che tosto sù li 'nvii».
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pertanto sentisti echeggiare il monte del grido di "Osanna" e l'esultanza degli spiriti migliori che (giunti al superiore grado di coscienza purgatoriale, sono più vicini al Cielo) rendono lode a Dio, nella preghiera che presto li faccia salire (in paradisiaci pianeti)».
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Così ne disse; e però ch'el si gode
tanto del ber quant'è grande la sete,
75 non saprei dir quant'el mi fece prode.
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Così egli disse; e poiché più grande è la sete e più si gode nel bere, non so quanto siano state benefiche al mio Spirito le sue parole.
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E 'l savio duca: «Omai veggio la rete
che qui v'impiglia e come si scalappia,
78 perché ci trema e di che congaudete.
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Virgilio rispose: «Vedo ormai la rete che qui v'impiglia nell'espiazione e come l'anima si slega, e di che cosa vi rallegrate insieme.
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Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
81 qui se', ne le parole tue mi cappia».
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Ora ti piaccia dire chi fosti, e perché per tanti secoli sei stato qui a giacere».
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«Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
84 ond'uscì 'l sangue per Giuda venduto,
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«Nel tempo in cui l'imperatore Tito, con l'aiuto della somma Reggenza (l'aiuto divino) vendicò le piaghe di Cristo, dalle quali usci il sangue venduto da Giuda (e fu distrutta Gerusalemme: 70 d.C.),
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col nome che più dura e più onora
era io di là», rispuose quello spirto,
87 «famoso assai, ma non con fede ancora.
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col nome di poeta che è il più durevole e onorato dagli uomini», rispuose quello spirto, «fui famoso, ma non con fede ancora.
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Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
90 dove mertai le tempie ornar di mirto.
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Sebbene nato a Tolosa, fui attratto da Roma, dove fui incoronato poeta.
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Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
93 ma caddi in via con la seconda soma.
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Sono ricordato ancora col nome di Stazio: scrissi la Tebaide e l'Achilleide; (quest'ultima opera rimase incompiuta) perché caddi nella morte per una seconda espiazione.
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Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
96 onde sono allumati più di mille;
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Fui anch'io illuminato dalla stessa fiamma di cui furono irradiati tutti i poeti di quel tempo;
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de l'Eneïda dico, la qual mamma
fummi e fummi nutrice poetando:
99 sanz'essa non fermai peso di dramma.
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dell'Eneide dico, la cui guida mi fu nutrice poetando: senza di essa non riuscii a scrivere cosa che avesse importanza alcuna.

Infatti, alla fine della Tebaide, Stazio scriveva: "Vive, precor, nec tu divinum Aeneidam tempta, Sed longe sequere, et vestigia semper adora" (XII 816-817).
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E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
102 più che non deggio al mio uscir di bando».
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Ed avrei acconsentito di restare più tempo in purgatorio, purché fossi vissuto nel tempo di Virgilio».
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Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse 'Taci';
105 ma non può tutto la virtù che vuole;
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Virgilio, a tal punto, volse gli occhi a me, come a dirmi di tacere; ma la facoltà volitiva non può essere sempre potente;
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ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
108 che men seguon voler ne' più veraci.
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poiché riso e pianto seguono con tanta prontezza il sentimento e la volontà non riesce a dominarlo.
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Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
per che l'ombra si tacque, e riguardommi
111 ne li occhi ove 'l sembiante più si ficca;
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Io non riuscì a celare un sorriso; per cui l'ombra smise di parlare, e mi guardò negli occhi, dove più palesemente si concentra la volontà espressiva;
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e «Se tanto labore in bene assommi»,
disse, «perché la tua faccia testeso
114 un lampeggiar di riso dimostrommi?»
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e «Possa tu felicemente portare a termine tanta fatica», disse, «perché io ho visto sul tuo volto lampeggiare un sorriso?»

Ricordare che per "ombra" deve intendersi l'anima reincarnata in nuovo corpo fisico, poiché, come l'ombra, essa segue la scia delle precedenti esperienze di vita.
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Or son io d'una parte e d'altra preso:
l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
117 ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
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Ero preso da due volontà contrarie: Virgilio mi imponeva di tacere, Stazio mi spingeva di parlare; per cui sospiro, e sono capito
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dal mio maestro, e «Non aver paura»,
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
120 quel ch'e' dimanda con cotanta cura».
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dal mio maestro, e «Non aver paura», mi dice, «di parlare; ma parla e digli quel che chiede con tanta cura».
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Ond'io: «Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch'io fei;
123 ma più d'ammirazion vo' che ti pigli.
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Ed io: «Forse ti meravigli, antico spirito, del mio sorriso; ma voglio che tu sia preso da una meraviglia ancora maggiore.
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Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
126 forza a cantar de li uomini e d'i dèi.
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Costui che mi conduce sempre più in alto verso la sua levatura spirituale, è quel Virgilio dal quale tu apprendesti la virtù di cantare di uomini e di dei.
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Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
129 quelle parole che di lui dicesti».
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Se hai creduto che il mio sorriso fosse derivato da un'altra ragione, non pensarla vera, ma credi vera l'ammirazione per lui, di cui pocanzi parlasti».
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Già s'inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
132 non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».
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Già Stazio s'inchinava ad abbracciare i piedi del mio maestro, ma egli gli disse: «Fratello, non lo fare, poiché tu sei ombra di Stazio ed ombra vedi in me, di colui che fu Virgilio».
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Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
quand'io dismento nostra vanitate,
136 trattando l'ombre come cosa salda».
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Ed egli alzandosi: «Ora puoi valutare quanto sia grande l'amor fraterno che mi lega a te, anch'io rifiuto la nostra vanità (che vorrebbe farci apparire grandi, allorché grandi fummo in precedenti vite), non si può trattare un'ombra similmente al corpo saldo (che la produce, così come non si può trattare un reincarnato in nuovo corpo fisico come colui che fu in precedenza e da cui provengono le successive esperienze di vita)».

Prima del risveglio di Coscienza, un'anima non può ricordare il suo passato. A tal proposito ricordiamo le parole di Heinrich Heine: "Chi può sapere in quale sarto vive oggi l'anima di un Platone? E di un Cesare? In quale maestro di scuola? Chissà! Forse l'anima di Pitagora è alloggiata in un povero candidato che fu bocciato all'esame per la sua incapacità di provare la teoria pitagorea".
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