
La Commedia
di Dante Alighieri
alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica
PURGATORIO - Canto XVIII
nel libero commento di Giovanna Viva
Quarta cornice: accidiosi (devono correre continuamente per la cornice) - Virgilio spiega a Dante la natura dell'amore e cosa sia il libero arbitrio - gli accidiosi esempi di sollecitudine - l'abate di San Zeno - esempi di accidia punita - Dante si addormenta
Posto avea fine al suo ragionamento
l'alto dottore, e attento guardava
3 ne la mia vista s'io parea contento;
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Virgilio, maestro di alta dottrina, dopo la sua spiegazione mi scrutò, per leggere in me se io fossi pago delle sue parole;
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e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse
6 lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.
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ma io, pur avendo ancora sete di conoscenza, tacevo, e dentro di me pensavo: 'Forse le mie troppe domande lo stancano'.
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Ma quel padre verace, che s'accorse
del timido voler che non s'apriva,
9 parlando, di parlare ardir mi porse.
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Virgilio, che guardava nella mia mente, lesse in me il desiderio che a lui non palesavo e, parlando, m'incoraggiò a parlare.
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Ond'io: «Maestro, il mio veder s'avviva
sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
12 quanto la tua ragion parta o descriva.
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Ed io: «Maestro, la mia conoscenza prende vita dalle tue parole, tanto che intendo chiaramente tutto ciò che il tuo ragionamento proponga o analizzi.
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Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
15 ogne buono operare e 'l suo contraro».
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Perciò ti prego, dolce padre caro, che tu mi descriva la natura di questo amore, che pur essendo all'origine del buon operare, lo è anche del suo contrario».
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«Drizza», disse, «ver' me l'agute luci
de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
18 l'error de' ciechi che si fanno duci.
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«Tendi», disse, «verso di me il tuo intelletto, e ti sia ben chiaro l'errore dei ciechi di mente, che pretendono insegnare una dottrina ad essi sconosciuta; (l'errore delle "guide cieche", di cui parlava Gesù).
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L'animo, ch'è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
21 tosto che dal piacere in atto è desto.
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L'animo umano, creato nella disposizione all'amore, si protende a tutto ciò che piace, non appena questa sua disposizione potenziale è spinta a tradursi in atto dal piacere.
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Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
24 sì che l'animo ad essa volger face;
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La vostra volontà tende verso l'immagine di una cosa amabile e, con moto naturale, a tutto ciò che proviene da amore;
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e se, rivolto, inver' di lei si piega,
quel piegare è amor, quell'è natura
27 che per piacer di novo in voi si lega.
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e se, proteso verso una tal cosa, l'animo si piega, quel piegarsi è amore, quello è natura e a causa del piacere si riconsolida nel vostro animo, congiungendosi alla prima natura, che è la potenziale disposizione ad amare.
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Poi, come 'l foco movesi in altura
per la sua forma ch'è nata a salire
30 là dove più in sua matera dura,
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Poi, come la fiamma tende a salire, a causa della sua natura intrinseca, fin dove spera di incontrar qualcosa su cui fermarsi,
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così l'animo preso entra in disire,
ch'è moto spiritale, e mai non posa
33 fin che la cosa amata il fa gioire.
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così l'animo, attratto da amore, entra in desiderio che è un movimento dello spirito, e non si acquieta se non gioisce per il possesso della cosa amata.
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Or ti puote apparer quant'è nascosa
la veritate a la gente ch'avvera
36 ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
39 è buono, ancor che buona sia la cera».
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Ora ti può esser chiaro il concetto di quanto sia lontana la verità da coloro che tengono per vero che ogni amore sia in sé, comunque, lodabile cosa, non è detto, però, che ogni sigillo sia buono per quanto bella sia la cera».
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«Le tue parole e 'l mio seguace ingegno»,
rispuos'io lui, «m'hanno amor discoverto,
42 ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;
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«Le tue parole e il mio ingegno che le ha seguite con attenzione», gli risposi, «mi hanno chiarito l'amore, ma rimango ancora pieno di dubbio;
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ché, s'amore è di fuori a noi offerto,
e l'anima non va con altro piede,
45 se dritta o torta va, non è suo merto».
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perché, se l'amore deriva dall'attrazione dell'oggetto a noi esterno (che suscita desiderio), che colpa e che merito abbiamo nel seguire la tendenza al piacere»
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Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta
48 pur a Beatrice, ch'è opra di fede.
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Ed egli a me: «lo posso darti soltanto una risposta filosofica di ragione; ma la vera spiegazione sull'amore potrà dartela Beatrice, che è opera di Fede.
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Ogne forma sustanzïal, che setta
è da matera ed è con lei unita,
51 specifica vertute ha in sé colletta,
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Ogni anima è distinta dalla materia del corpo fisico pur essendo ad essa unita, e la sua individuale virtù d'intendere racchiude in sé,
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la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
54 come per verdi fronde in pianta vita.
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ma tale virtù non è avvertita, se non opera manifestandosi attraverso i suoi effetti (quale facoltà di comprendere e di volere), così come, nel verdeggiare delle foglie, la pianta dimostra la vita.
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Però, là onde vegna lo 'ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
57 e de' primi appetibili l'affetto,
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Pertanto, l'uomo non sa, da dove proviene la comprensione delle prime nozioni, e di come insorgono i primi desideri affettivi,
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che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
60 merto di lode o di biasmo non cape.
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che sono innati nell'uomo come è innato nell'ape il saper produrre il miele; e questi primi desideri non hanno in sé merito alcuno o demerito.
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La Legge Cosmica del Libero Arbitrio - v. 61-75
Or perché a questa ogn'altra si raccoglia,
innata v'è la virtù che consiglia,
63 e de l'assenso de' tener la soglia.
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Ma nell'uomo è anche innata la ragione, capace di distinguere il Bene dal Male.
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Quest'è 'l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
66 che buoni e rei amori accoglie e viglia.
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Questo è il principio ed ha in sé stesso la volontà, capace di seguire il Bene e di rifiutare il Male.
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Color che ragionando andaro al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
69 però moralità lasciaro al mondo.
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Gli antichi filosofi, i quali, approfondendo la loro ragione, si accorsero di questa innata libertà; e dedussero che la scelta doveva lasciarsi all'uomo.
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Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
72 di ritenerlo è in voi la podestate.
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Poiché, se nell'uomo deliberatamente nasce un impulso amorale, la ragione, in lui innata, deve giudicare se questo impulso sia buono o cattivo ed è nel "Libero Arbitrio" di ogni uomo ritenerlo.
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La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
75 che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende».
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Questa nobile forza naturale, che Beatrice intende come Legge Cosmica del "Libero Arbitrio", ella soltanto ti saprà spiegare e tu dovrai apprenderla bene».
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La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
78 fatta com'un secchion che tuttor arda;
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La luna, levatasi quasi in ritardo verso la mezzanotte, faceva a noi apparire le stelle più rade, e sembrava fatta come un secchione ardente;
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e correa contro 'l ciel per quelle strade
che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
81 tra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.
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e correva per il cielo, lungo quelle negative strade contrarie al sole (alle quali appartiene la notte) che, col suo splendore, irradia il cielo di Roma e cade, poi, tra Corsica e Sardegna.
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E quell'ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
84 del mio carcar diposta avea la soma;
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E Virgilio, anima gentile, che chiama Pietole la sua città anziché Mantova (il cui nome ricorda le opere malefiche di Manto, maga di Tebe, dalla quale la città prese il nome), verso quella terra nativa, aveva già predisposto i miei passi;
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per ch'io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
87 stava com'om che sonnolento vana.
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ed io, che avevo accolto nella mente il ragionamento chiaro e agevole del mio maestro, stavo come uno che sonnolento vaneggia.
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Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
90 le nostre spalle a noi era già volta.
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Ma questa sonnolenza mi fu tolta improvvisamente da una turba di gente, che correva veloce, verso di noi, alle nostre spalle.

Gli accidiosi, giunti al più elevato grado di coscienza che il Piano spirituale del Purgatorio comporta, consapevoli ormai del loro peccato di accidia, corrono, spronati al ben fare dall'amore di carità, che, nelle precedenti vite ebbero, invece, fiacco e lento.
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E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sè di notte furia e calca,
93 pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
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Come i Tebani celebravano ogni anno i riti in onore di Bacco, (correndo lungo i fiumi della Beozia) l'Ismeno e l'Asopo, di notte, con fiaccole accese,
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cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch'io vidi di color, venendo,
96 cui buon volere e giusto amor cavalca.
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così, quelle anime correvano per quel girone, come cavalcate e spronate dal giusto spirito di carità.
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Tosto fur sovr'a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
99 e due dinanzi gridavan piangendo:
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Correndo si muovevano in grande turba e andavano al di sopra di noi; mentre due di quelle anime, precedendole, gridavano piangendo:
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«Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
102 punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
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«Maria corse in fretta alla montagna; e Cesare, per soggiogare Ilerda, ferì Marsiglia e poi corse in Spagna».

Qui sono citati due esempi di sollecitudine, ma pur se entrambi sono spinti da amore, l'uno è contrario all'altro.
Nel Vangelo di Luca è scritto che Maria, avendo saputo che la sua vecchia parente Elisabetta, nonostante la sua tarda età, avrebbe dato alla luce un figlio, corse a lei da Nazareth fino ad Aim-Karim, per porgerle il suo aiuto e attraversò la montagna; mentre l'altro esempio riguarda la storia di Cesare, il quale lasciò l'assedio di Marsiglia ai seguaci di Pompeo e corse ad Ilerda, l'odierna Lerida, per espugnarla.
È questo l'amore che tende a salire, se pure per strade diverse e fra loro contrarie.
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«Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
per poco amor», gridavan li altri appresso,
105 «che studio di ben far grazia rinverda».
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«Presto, presto, che il tempo non si perda per poco amore» gridavano gli altri della turba, «così che l'ingegno del ben fare rinverdisca la Grazia».
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«O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
108 da voi per tepidezza in ben far messo,
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«O gente, il cui fervore ripara il negligente indugio del passato,
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questi che vive, e certo i' non vi bugio,
vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;
111 però ne dite ond'è presso il pertugio».
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questo che io accompagno e che è "vivo", (risvegliato nella Coscienza), ed io certo non mento, vuole andar su, perché il sole del Bene lo illumini; perciò io vi prego di dirci dov'è la via per salire».
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Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: «Vieni
114 di retro a noi, e troverai la buca.
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Queste furono le parole di Virgilio; e uno di quegli spiriti rispose: «Vieni dietro di noi e troverai l'ingresso.
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Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
117 se villania nostra giustizia tieni.
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Noi andiamo veloci, non possiamo fermarci (su questa strada evolutiva), e tu perdona, se la nostra fretta ritieni scortesia.
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Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
120 di cui dolente ancor Milan ragiona.
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lo fui abate in San Zeno a Verona, sotto l'impero del buon Barbarossa, del quale, ancor dolente, Milano serba il ricordo.
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E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
123 e tristo fia d'avere avuta possa;
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E un tale, che ha già un piede nella fossa, presto piangerà quel monastero, perché trista fu per lui la sua potenza;
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perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
126 ha posto in loco di suo pastor vero».
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poiché egli pose, in quel monastero, suo figlio, nato malformato nel corpo e nella mente, al posto di un abate legittimo».

Costui fu l'abate Giuseppe, figlio naturale del conte Alberto della Scala; perciò egli dice che il conte della Scala avrebbe pianto quel monastero di San Zeno, nel quale egli, per potere conferitogli dal papa, aveva imposto suo figlio in luogo di un abate vero, degno del Pastorale.
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Io non so se più disse o s'ei si tacque,
tant'era già di là da noi trascorso;
129 ma questo intesi, e ritener mi piacque.
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lo non so se egli parlò ancora o tacque, tanto si era allontanato da noi, ma questo soltanto intesi, e mi bastò sapere.
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E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
disse: «Volgiti qua: vedine due
132 venir dando a l'accidïa di morso».
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Il mio maestro e mio soccorritore mi disse: «Volgiti in qua: vedrai venire due, che detestano l'accidia».
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Di retro a tutti dicean: «Prima fue
morta la gente a cui il mar s'aperse,
135 che vedesse Iordan le rede sue.
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Dietro a tutti gli altri della turba, loro gridavano: «Prima che il mare si aprisse, quegli uomini (di Mosé) furono morti già (nei loro cuori, per mancanza di Fede) e con loro gli eredi che seguirono le orme dei loro padri, di fronte al passaggio apertosi nel mar Rosso.
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E quella che l'affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d'Anchise,
138 sé stessa a vita sanza gloria offerse».
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Ed anche quella gente che (per mancanza di Fede) ebbe paura di seguire Enea (quando ebbe l'aiuto dei Fratelli del Cielo), senza gloria vi trovò la morte».
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Poi quando fuor da noi tanto divise
quell'ombre, che veder più non potiersi,
141 novo pensiero dentro a me si mise,
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Poi quando quella turba si allontanò da noi, tanto che più non si scorgeva, un nuovo pensiero mi prese la mente,
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del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d'uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
145 e 'l pensamento in sogno trasmutai.
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da quel pensiero ne nacquero altri; e così, dall'uno all'altro pensiero, io, tanto vaneggiai, che gli occhi mi si chiusero dal sonno, e quel pensiero (sulla cornice degli accidiosi) si tramutò in un sogno.
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