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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XV

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Seconda cornice: invidiosi - l'angelo della carità - Virgilio chiarisce a Dante un dubbio circa la possibilità o l'impossibilità della comunanza dei beni tra gli uomini - arrivo alla terza cornice degli iracondi


        Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
      e 'l principio del dì par de la spera
   3 che sempre a guisa di fanciullo scherza,
Come alle ore tre lo sferico alternarsi planetario del giorno e della notte, simile ad un fanciullo che scherza, lì dove il cielo è ancora buio par che ci mostri le tre della notte trascorsa, mentre dove il cielo comincia ad illuminarsi par che ci mostri le tre del giorno che avanza,
        tanto pareva già inver' la sera
      essere al sol del suo corso rimaso;
   6 vespero là, e qui mezza notte era.
così pareva, quasi che il sole avesse fermato il suo corso; vespero là e quà mezzanotte.

Questo è quello che avviene durante l'avvistamento ravvicinato di un disco volante. Dante vede, pertanto, una palla di luce come il sole calante ("vespero là"), mentre d'intorno pareva notte ancora ("e qui mezza notte era").
        E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
      perché per noi girato era sì 'l monte,
   9 che già dritti andavamo inver' l'occaso,
E i raggi ci ferivano al centro della fronte ("per mezzo 'l naso"); perciò, quel sole a noi appariva fuori posto, tanto che il monte pa reva girato all'inverso e che noi andassimo verso occidente, mentre eravamo incamminati ad oriente,
        quand'io senti' a me gravar la fronte
      a lo splendore assai più che di prima,
 12 e stupor m'eran le cose non conte;
ed io mi sentivo gravar la fronte da quello splendore e le cose intorno mi stupivano come da me mai conosciute ("e stupor m'eran le cose non conte");
        ond'io levai le mani inver' la cima
      de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
 15 che del soverchio visibile lima.
al fine di rendermi conto di quello strano splendore, portai le mani alle ciglia per farmi solecchio.

[chiarificazioni purgatorio] E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso - v. 7-12 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Questa descrizione trova riscontro nell'episodio riferito dal contattista Eugenio Siragusa di Catania, il quale, durante un'intervista riportata dalla "Domenica del Corriere" del 28 ottobre 1962, dice tra l'altro che, mentre stava appoggiato alla ringhiera di Via del Lungomare di Catania, in attesa dell'arrivo del pullman, con lo sguardo rivolto verso il mare, vide in lontananza una stella luminosissima avvicinarsi rapidamente e che assumeva, man mano che si avvicinava, una dimensione circa quattro volte più grande di quella della luna ("a lo splendore assai più che di prima"). La lunga esperienza militare del sig. Siragusa gli fece dedurre che non si trattava di un normale aereo. A tal punto, credette che si volesse sganciare una bomba nucleare sulla stazione di Catania; si rannicchiò sotto un pilastro di pietra lavica, temendo il peggio, ma la luce che si muoveva misteriosamente in sistole e diastole, e assumeva la forma classica di un tracciatore magnetico, fece partire dal lato inferiore un raggio che lo colpì al centro della fronte ("e i raggi ne ferien per mezzo 'l naso").
Da quel momento, Siragusa cominciò a notare che tutte le cose che lo circondavano, persino le forme geometriche delle case, non erano conformi al suo nuovo stato di adattamento ("e stupor m'eran le cose non conte").

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Come quando da l'acqua o da lo specchio
      salta lo raggio a l'opposita parte,
 18 salendo su per lo modo parecchio

        a quel che scende, e tanto si diparte
      dal cader de la pietra in igual tratta,
 21 sì come mostra esperïenza e arte;
Come quando dall'acqua o dallo specchio un raggio luminoso rimbalza alla parte opposta, salendo e si allontana tanto dalla perpendicolare per un tratto eguale, come mostrano l'esperienza e la fisica;
        così mi parve da luce rifratta
      quivi dinanzi a me esser percosso;
 24 per che a fuggir la mia vista fu ratta.
così mi sembrò di essere colpito da una luce riflessa; che non veniva riparata dalla mia mano, ma attraversava la materia del mio corpo.
        «Che è quel, dolce padre, a che non posso
      schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
 27 diss'io, «e pare inver' noi esser mosso?»
«Che è quella luce, dolce padre, che non riesco a proteggere il viso tanto mi percuote nel profondo del mio essere», dissi io, «che pare tanto mi scruti e che venga sospinta verso di noi?»
        «Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
      la famiglia del cielo», a me rispuose:
 30 «messo è che viene ad invitar ch'om saglia.
«Non meravigliarti se ti abbaglia la luce proveniente dalla tua grande, vera famiglia del Cielo e che tu non riesci a riconoscere ancora», egli rispose: «È un messaggero divino che viene per invitare gli uomini ad elevarsi su per l'erta faticosa del Cammino Evolutivo.
        Tosto sarà ch'a veder queste cose
      non ti fia grave, ma fieti diletto
 33 quanto natura a sentir ti dispuose».
Fra breve, avverrà che non ti riuscirà gravoso vedere cose siffatte, ma sarà per te una gioia sapere tutto ciò che la Natura evolutiva per te predispose».
        Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
      con lieta voce disse: «Intrate quinci
 36 ad un scaleo vie men che li altri eretto».
Poi che fummo giunti all'angelo benedetto, egli con dolcissima voce disse: «Entrate, qui vi è una scalinata più agevole, che vi favorirà il passaggio».
        Noi montavam, già partiti di linci,
      e 'Beati misericordes!' fue
 39 cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'
Noi salivamo già per la nuova scala, quando ci giunse un canto: 'Beati i misericordiosi!', e poi ancora sentimmo: 'Godi tu che vinci!' (sono parole di un Salmo).
        Lo mio maestro e io soli amendue
      suso andavamo; e io pensai, andando,
 42 prode acquistar ne le parole sue;
Noi andavamo su, mentre io pensavo che dalle parole d'insegnamento del mio maestro avrei acquistato forza per proseguire;
        e dirizza'mi a lui sì dimandando:
      «Che volse dir lo spirto di Romagna,
 45 e 'divieto' e 'consorte' menzionando?»
gli domandai, perciò: «Cosa aveva voluto significare lo Spirito romagnolo parlando di 'divieto' e di 'consorte'?»
        Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna
      conosce il danno; e però non s'ammiri
 48 se ne riprende perché men si piagna.
Egli mi rispose: «Riconosce ormai bene il suo peccato d'invidia, e l'espiazione che questo comporta; perciò, è toornato a parlarne, invitando gli altri a non cadere in quell'errore.
        Perché s'appuntano i vostri disiri
      dove per compagnia parte si scema,
 51 invidia move il mantaco a' sospiri.
L'invidia nasce perché gli uomini desiderano i beni materiali che sono limitati e non possono perciò essere goduti da tutti.
        Ma se l'amor de la spera supprema
      torcesse in suso il disiderio vostro,
 54 non vi sarebbe al petto quella tema;
Ma se invece delle cose materiali l'uomo avesse desiderio dei beni spirituali, non vi sarebbe alcun sentimento d'invidia fra loro;
        ché, per quanti si dice più lì 'nostro',
      tanto possiede più di ben ciascuno,
 57 e più di caritate arde in quel chiostro».
poiché, per quanto sulla terra si dice più la parola 'nostro', tanti più beni Celesti possiede ciascuno, e più il sentimento della carità è presente tra gli uomini».
        «Io son d'esser contento più digiuno»,
      diss'io, «che se mi fosse pria taciuto,
 60 e più di dubbio ne la mente aduno.
«lo riesco a comprendere ancora meno», dissi io, «che se mi fosse stato taciuto il concetto, ed ora ancor più dubbio accumulo nella mente.
        Com'esser puote ch'un ben, distributo
      in più posseditor, faccia più ricchi
 63 di sé, che se da pochi è posseduto?»
Come può che un bene, posseduto in molti, possa arricchire di più di un bene posseduto in pochi?»
        Ed elli a me: «Però che tu rificchi
      la mente pur a le cose terrene,
 66 di vera luce tenebre dispicchi.
Ed egli a me: «Non comprendi perché tu fissi il pensiero alle cose terrene, che, essendo limitate, perdono di valore nella suddivisione.
        Quello infinito e ineffabil bene
      che là sù è, così corre ad amore
 69 com'a lucido corpo raggio vene.

        Tanto si dà quanto trova d'ardore;
      sì che, quantunque carità si stende,
 72 cresce sovr'essa l'etterno valore.

        E quanta gente più là sù s'intende,
      più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
 75 e come specchio l'uno a l'altro rende.
Ma l'infinito ineffabile Bene corre all'amore come in un corpo lucido corre a specchiarsi la luce. Quanto più la luce si specchia, tanto più trova l'ardore, così come quanto più la carità estende la sua luce radiosa, ancora di più la luce d'amore si rispecchia; perciò più la gente s'innamora del Bene Divino, più il bene divino s'arricchisce d'amore e i due amori, uno di carità umana e l'altro di carità divina, sono come due specchi che a vicenda si riflettono.
        E se la mia ragion non ti disfama,
      vedrai Beatrice, ed ella pienamente
 78 ti torrà questa e ciascun'altra brama.
E se il mio ragionamento non ti soddisfa, tu vedrai Beatrice, ed ella ti toglierà l'uno e l'altro dubbio.
        Procaccia pur che tosto sieno spente,
      come son già le due, le cinque piaghe,
 81 che si richiudon per esser dolente».
Protenditi al Bene, affinché presto ti siano spente le altre cinque piaghe che schiacciano il genere umano, come ti furono spente dall'angelo le prime due. Le altre cinque ti si richiudono ancora, perché con l'espiazione tu le possa guarire».
        Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
      vidimi giunto in su l'altro girone,
 84 sì che tacer mi fer le luci vaghe.
lo volevo dirgli 'Tu mi appaghi con le tue spiegazioni', ma, giunto sull'altro girone, la vista di nuove cose mi fece tacere.
        Ivi mi parve in una visïone
      estatica di sùbito esser tratto,
 87 e vedere in un tempio più persone;
Fui attratto da una visione, che mi portò stranamente in un tempio dove vi erano più persone;
        e una donna, in su l'entrar, con atto
      dolce di madre dicer: «Figliuol mio
 90 perché hai tu così verso noi fatto?
vidi entrare nel tempio una donna, che con atto di dolcissima madre, diceva: «Figlio mio, perché tu hai fatto così verso di noi?
        Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
      ti cercavamo». E come qui si tacque,
 93 ciò che pareva prima, dispario.
Ecco, vedi, dolenti tuo padre ed io ti cercavamo». E come la donna tacque, così ad un tratto tutto sparì.

In quel tempio, era apparsa la sacra Famiglia e la Madonna, col suo atteggiamento, aveva mostrato un esempio di carità e di perdono.
        Indi m'apparve un'altra con quell'acque
      giù per le gote che 'l dolor distilla
 96 quando di gran dispetto in altrui nacque,
A tal punto mi apparve una donna così piena d'ira, che le si bagnavano di lacrime le gote,
        e dir: «Se tu se' sire de la villa
      del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
 99 e onde ogni scïenza disfavilla,
questa diceva al marito: «Tu che sei il signore di Atene, per il cui nome, da scegliere tra quello degli Dei, vi fu tra gli uomini grande lite, e dalla quale s'irradia nel mondo la luce di ogni scienza,
        vendica te di quelle braccia ardite
      ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
102 E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
vendicati da quelle braccia ardite che osarono abbracciare nostra figlia, o Pisistrato». Ed il signore, che pareva benigno e mite,
        risponder lei con viso temperato:
      «Che farem noi a chi mal ne disira,
105 se quei che ci ama è per noi condannato?»
le rispose con volto tranquillo: «Cosa faremo noi a quello che ci odia, se quello che ci ama è per noi da condannare?»

Per il nome della città di Atene gareggiarono aspramente i cittadini, spargendo inutile sangue, nel nome di uno o dell'altro "dio", nel nome, cioè degli Extraterrestri che, discesi in Terra per missione, venivano adorati come divinità.
        Poi vidi genti accese in foco d'ira
      con pietre un giovinetto ancider, forte
108 gridando a sé pur: «Martira, martira!»
Poi vidi gente accesa d'ira uccidere con le pietre un giovinetto, gridando: «Uccidi, uccidi!».
        E lui vedea chinarsi, per la morte
      che l'aggravava già, inver' la terra,
111 ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
Ed io lo vedevo chinarsi, per la morte che già lo appesantiva e con gli occhi rivolti al cielo,
        orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
      che perdonasse a' suoi persecutori,
114 con quello aspetto che pietà diserra.
pregando Dio che perdonasse i suoi assassini, con quell'aspetto che apre alla pietà.

Questa visione mostrava Santo Stefano, che viene raffigurato dalla storia come uomo adulto, ma era soltanto un giovinetto. Egli fu condannato dai sacerdoti alla lapidazione, perché affermava di parlare con gli Angeli e con le Creature del Cielo. Queste grandi cose non erano accettate ed egli fu il primo della lunga odissea dei martiri Cristiani; fu definito pertanto, "protomartire".

[chiarificazioni purgatorio] Cosa vedeva Dante? [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Ma cosa vedeva Dante in questi quadri viventi che gli si presentavano come esempi dei peccati che si espiavano in quella cornice e del perdono che ogni uomo dovrebbe avere per i propri nemici?
Noi sappiamo che le Creature Celesti possono apparire sottoforma di luce e poi mutare la loro energia luminosa in corpo fisico, nella dimensione umana, per rendersi agli uomini visibili e tangibili, e che, per far questo, mutano il movimento molecolare della loro materia, molto più spiritualizzata della nostra, nella velocità vibratoria della dimensione umana. Ma ciò che Dante vedeva erano delle scene che apparivano, come trasmissioni televisive, nello spazio al di sopra di lui e le immagini riproducevano episodi realmente accaduti nella storia del passato. Ma come potevano giungere tali immagini agli occhi di Dante?
La risposta potrebbe darcela il famoso monaco Benedettino: Padre Pellegrino Ernetti.
Qui, necessariamente, si ripete ciò che è stato affermato al canto IV, in merito alla registrazione di scene riprese nello spazio da Padre Pellegrino Ernetti, con la collaborazione di un gruppo di dodici fisici.
Con l'uso di apparecchiature adatte, tale equipe è riuscita a ricostruire immagini e suoni rimasti nel Cosmo, poiché ogni essere umano, da quando nasce a quando muore, lascia dietro di sé una doppia scia, una sonora e una visiva, una specie di carta d'identità, diversa per ogni persona. È in base a questa carta d'identità che si può ricostruire la singola persona in tutti i suoi atti e in tutti i suoi detti. Le onde di vita, dunque, non si distruggono, ma rimangono impresse nell'energia del Cosmo sottoforma di luce, secondo il principio filosofico del "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", con l'aiuto di macchinari adatti, questa luce può essere captata e ricostruita. E se la luce è l'elemento primordiale che forma tutte le energie insite nella materia, significa che, come sono eterne ricostruibili le altre energie, così, e molto di più, è ricostruibile l'onda visiva che è la madre di tutte le altre forme di energia.
Anche noi, oggigiorno, riusciamo a captare dall'energia luce ed a ricostruire immagini dalle onde visive e sonore ed anche a trasmetterle sui teleschermi e ad inciderle su nastri magnetici, nonché sulla carta per fotografie. Se le immagini non restassero onnipresenti intorno a noi e si spegnessero nell'etere, non sarebbe possibile fare tutto questo.
Secondo quanto afferma padre Pellegrino, queste macchine potrebbero provocare una tragedia universale, perché tolgono ogni libertà di parola, di azione e di pensiero. Infatti, anche il pensiero è una emissione di energia; quindi, captabile. Ecco perché è necessario che questi apparecchi non diventino alla portata di tutti, fino a quando l'uomo non imparerà ad agire bene per il Bene.
Interessante il volume: ("Cronovisore la macchina del tempo" - Edizioni Mediterranee).

Anche noi possiamo addivenire appieno a quanto affermato, dal momento che ben sappiamo che l'ipocrisia è quel sottile veleno che ci possiede e che ci fa dire cose che non pensiamo e che intimamente non accettiamo.
È da ricordare, inoltre, che queste immagini di esperienze vissute, impresse nella luce del Tutto Cosmico, sono quelle immagini collegate con la individuale parte animica di ogni creatura, che ha sede principalmente negli organi, quella Forza Divina, che ci collega al Tutto Uno e TRINO, di cui si è già parlato nel corso del commento e che col trapianto degli organi viene annullata, come cancellata per sempre dalla grande "Lavagna della Vita".
È evidente, quindi, che Creature del Cielo possono effettuare le trasmissioni di cui paria Dante, riprodurle in uno spazio X dell 'atmosfera, così come si possono trasmettere immagini di Creature Divine che comunicano, in una Missione di Bene, con i "Veggenti" di ogni luogo e di ogni tempo. Dante si riferisce, senza alcun dubbio, a queste opere che, per noi, ancora oggi, sono "incredibili miracoli".

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Quando l'anima mia tornò di fori
      a le cose che son fuor di lei vere,
117 io riconobbi i miei non falsi errori.
Quando la mia anima rientrò nel chiuso delle mie misere conoscenze umane, mi resi conto che tutte le cose che io avevo prima definite "falsi errori" non erano tali, bensì divine realtà cosmiche, che io avevo ormai viste e udite.
        Lo duca mio, che mi potea vedere
      far sì com'om che dal sonno si slega,
120 disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
Il mio maestro, vedendomi muovere come uomo appena desto, mi domandò: «Che hai che non ti reggi ritto,
        ma se' venuto più che mezza lega
      velando li occhi e con le gambe avvolte,
123 a guisa di cui vino o sonno piega?»
come mai sei giunto fino a più di un miglio di distanza con gli occhi chiusi e con le gambe impacciate, come se fossi infiacchito dal vino o dal sonno?»
        «O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
      io ti dirò», diss'io, «ciò che m'apparve
126 quando le gambe mi furon sì tolte».
«O dolce padre mio, se tu mi ascolti, io ti dirò», gli dissi, «ciò che mi apparve e che mi tolse l'uso delle gambe».
        Ed ei: «Se tu avessi cento larve
      sovra la faccia, non mi sarian chiuse
129 le tue cogitazion, quantunque parve.
Egli mi rispose: «Neanche se tu avessi cento "larve" sopra la faccia, mi sarebbero nascosti i tuoi pensieri.

[chiarificazioni purgatorio] Se tu avessi cento larve sovra la faccia - v. 127-128 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Virgilio non intende parlare di maschere, come erroneamente affermano i commenti. Il pensiero, captato attraverso gli impulsi emanati dal cervello, non è visibile come uno scritto sulla faccia, il quale possa venire nascosto da una o da cento maschere.
Le "LARVE" sono energie ancora informi, che si sprigionano dai regni inferiori della Natura. Esse tendono ad elevarsi, assorbendo, per legge evolutiva, energie superiori alla loro. Tali forze energetiche, nella loro forma ancora indecisa e confusa, sono state evidenziate dalla apparecchiature Kirlian e fotografate; le fotografie sono state pubblicate, qualche tempo addietro, dal "Giornale dei Misteri". Nelle foto sono evidenti, se pur di forma incerta, attaccate all'orecchio di un cane e alla gola di un bambino. È bene sapere che alcune forme di pertosse "tosse convulsa", molte volte resistenti ai farmaci, sono date da attacchi larvali. Le larve attaccano all'improvviso per cui, i bimbi colpiti, contemporaneamente agli attacchi di tosse, vengono presi da debolezza alle gambe, per via dell'energia assorbita dalle larve e, perdendo energia, cadono per terra.
Può avvenire che le larve passino da un bimbo all'altro; per cui, a volte, si verifica la guarigione del primo e "l'ammalarsi" di un secondo. Molte forme di tosse convulsa risultano passate dopo un viaggio in aereo o col cambio di clima. Ciò avviene perché tali energie, pur restando intorno al corpo dal quale, or sì e or no, assorbono forza vitale, rimangono legate, fino ad una certa distanza, al clima, alle piante da cui provengono. È necessario sapere che efficace rimedio per tali forme di pertosse è quello di far dormire, il ragazzo che presenta tali disturbi, al chiaro di una lampada da notte a luce rossa e all'odore dell'incenso; sia l'una che l'altra cosa rendono l'ambiente saturo di energia benefica e creano alla negatività delle larve un ambiente assai scomodo. Questa cura notturna è da ripetersi almeno per tre notti.
Sono queste le larve di cui parla Virgilio, il quale dice che neanche se Dante avesse cento larve sulla faccia, che assorbissero tutti i suoi "impulsi-pensiero", potrebbero restare a lui nascoste le sue cogitazioni.

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Ciò che vedesti fu perché non scuse
      d'aprir lo core a l'acque de la pace
132 che da l'etterno fonte son diffuse.
Ciò che vedesti ti era necessario, affinché tu non ricusassi di aprire il tuo Cuore alle acque della pace, che son diffuse dalla Divina eterna Fonte.
        Non dimandai "Che hai?" per quel che face
      chi guarda pur con l'occhio che non vede,
135 quando disanimato il corpo giace;
Non domandai "Come ti senti?" come domanda colui che vede soltanto con l'occhio mortale, al quale interessa solo la salute del corpo, salute questa che si spegne quando il corpo giace inanimato;
        ma dimandai per darti forza al piede:
      così frugar conviensi i pigri, lenti
138 ad usar lor vigilia quando riede».
ma domandai per spronarti a camminare: come si suoI fare con i pigri, che appaiono lenti ad usar bene il tempo della veglia, quando esso ritorna dopo la smarrimento subìto».
        Noi andavam per lo vespero, attenti
      oltre quanto potean li occhi allungarsi
141 contra i raggi serotini e lucenti.
Noi andavamo nell'aria vespertina, prestando attenzione per quanto ci consentivano le nostre possibilità, allungando lo sguardo verso i raggi serotini lucenti.
        Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
      verso di noi come la notte oscuro;
      né da quello era loco da cansarsi.
145 Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
Ma ecco, a poco a poco, un denso fumo farsi strada verso di noi; era un fumo dal quale non era possibile ripararsi. Questo ci tolse la visibilità e l'aria limpida di prima.

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