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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XIII

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Seconda cornice: gli invidiosi sono coperti da ruvido cilicio ed hanno gli occhi serrati, come cuciti da fil di ferro - Sapia da Siena


        Noi eravamo al sommo de la scala,
      dove secondamente si risega
   3 lo monte che salendo altrui dismala.
Eravamo giunti al sommo della scala, dove per la seconda insenatura si taglia il monte che libera dal male chi vi giunge.
        Ivi così una cornice lega
      dintorno il poggio, come la primaia;
   6 se non che l'arco suo più tosto piega.
Qui una cornice circonda il monte come la prima; ma la sua curva è più stretta (perché pervasa da maggior dolore).

Il monte è conico e le cornici, come i cerchi prodotti da un sasso gettato nell'acqua o da un tocco di campana nell'aria, si susseguono in giri concentrici, esattamente come i giri karmici di cui si è già parlato. Essi si allargano fino a scomparire di cerchio in cerchio, come di vita in vita. Qui i cerchi primi sono più densi di sofferenza e, come quelli prodotti nell'acqua e nell'aria, sono più densi di energia non ancora dileguata.
        Ombra non lì è né segno che si paia:
      parsi la ripa e parsi la via schietta
   9 col livido color de la petraia.
In questa cornice non si scorgeva nessuno (le anime espiavano nella pietra), le pareti livide e lisce come l'impiantito, non presentavano alcuna ombra, nessun segno di vita.
        «Se qui per dimandar gente s'aspetta»,
      ragionava il poeta, «io temo forse
 12 che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
«Se qui aspettiamo delle anime per interrogarle sul cammino da prendere», ragionava Virgilio, «ho paura che la nostra scelta ("eletta") tarderà fin troppo».
        Poi fisamente al sole li occhi porse;
      fece del destro lato a muover centro,
 15 e la sinistra parte di sé torse.
Poi il maestro, guardando fisso al sole; fece dal lato destro il centro del suo corpo (presentando al sole la parte dove alberga il polo positivo) e ruotò all'indietro la sinistra parte di sé.

Il Sole, glandola endocrina nell'astrofisico, che secerne energia psichico-creativa, è il pianeta dove risiedono le Creature che hanno raggiunto il massimo grado di Coscienza. Virgilio, pertanto, intendeva rivolgersi ai Grandi Maestri Solari.
        «O dolce lume a cui fidanza i' entro
      per lo novo cammin, tu ne conduci»,
 18 dicea, «come condur si vuol quinc'entro.
«O dolce Lume di Divina Sapienza, fidando nel quale io entro nel nuovo cammino», egli pregò, «conducici come qui dentro condurre si vuole.
        Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
      s'altra ragione in contrario non ponta,
 21 esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Tu dai al mondo Luce, Vita e calore; se altra ragione non v'è che lo vieti, possano sempre essere i tuoi raggi dolci e carezzevoli (come lo sono per gli altri mondi viventi nella Pace e nel dolce Equilibrio d'Amore!)».

Qui è bene ricordare che i calori intensi ed i freddi eccessivi, noi uomini della Terra li dobbiamo soltanto al nostro malvivere, perché il sole non emana calore, bensì energia psichico-creativa sui mondi in formazione e in evoluzione. E questa forza vitale, trovando i piani distonici della nostra atmosfera, giunge a noi sotto forma di calore eccessivo. Tutte le depressioni e gli sconvolgimenti atmosferici sono dovuti alla distonia energetica causata dall'energia emanata dall'uomo. E pertanto Virgilio dice: "...esser dien sempre li tuoi raggi duci".
        Quanto di qua per un migliaio si conta,
      tanto di là eravam noi già iti,
 24 con poco tempo, per la voglia pronta;
Già il sole c'infondeva l'energia bastante, perché noi giungessimo in poco tempo a percorrere un miglio di strada;
        e verso noi volar furon sentiti,
      non però visti, spiriti parlando
 27 a la mensa d'amor cortesi inviti.
quando sentimmo volare delle voci che invitavano amorevolmente alla divina Mensa della Fratellanza e del Perdono.
        La prima voce che passò volando
      'Vinum non habent' altamente disse,
 30 e dietro a noi l'andò reïterando.
La prima voce, che passò volando, gridò: 'Vinum non habent', e dietro a noi lo andò ripetendo.

Erano queste le parole della Madonna, captate dalle scie sonore rimaste nel Cosmo, da quando Gesù trasformò in vino l'acqua dei boccali, durante le nozze di Canaan.
        E prima che del tutto non si udisse
      per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
 33 passò gridando, e anco non s'affisse.
Ancor prima che questa voce si spegnesse, un'altra, volando, seguì la precedente scia: 'lo sono Oreste' gridò, e anche questa voce passò oltre.

Si racconta che Pilade, figlio di Strofio, re della Focide, per salvare Oreste, figlio di Agamennone, condannato a morte, avrebbe gridato, con generoso altruismo, di essere lui Oreste, mentre era Pilade.
Egli offrì la sua vita, per salvare l'amico. Questa voce, però, non era positiva. Tale gesto, pur se spinto da altruismo, fu un grave errore simile al suicidio, poiché nessun'uomo può disporre della sua vita che appartiene soltanto a Dio, al Quale spetta il decreto dell'attimo della morte e dell'attimo della vita.
        «Oh!», diss'io, «padre, che voci son queste?»
      E com'io domandai, ecco la terza
 36 dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
«Oh!», dissi io, «padre, cosa sono queste voci?»; E come domandai ecco udii una terza che diceva: 'Amate da cui male aveste'.

L'amore verso i propri nemici è definito da san Paolo "il grande precetto di Cristo" - Matteo, 5,44; Luca, 6,27-28).
        E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza
      la colpa de la invidia, e però sono
 39 tratte d'amor le corde de la ferza.
E il mio maestro disse: «Questo recinto sferza la colpa dell'invidia, ma le corde della sferza sono spinte da amore.
        Lo fren vuol esser del contrario suono;
      credo che l'udirai, per mio avviso,
 42 prima che giunghi al passo del perdono.
Il freno, per non cadere in tale peccato, suonerà apparentamente contrario all'amore; anche tu lo udirai, io credo, prima, di giungere al passo del perdono.
        Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
      e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
 45 e ciascuno è lungo la grotta assiso».
Ma penetra fissamente gli occhi nell'aria a te d'avanti, vedrai gente che risiede, col corpo animico, nell'aria e, col fisico, in dimensione diafana, nella livida pietra di questa cornice».

L'anima, energia-astrale, non può restare racchiusa nella pietra: pertanto, Virgilio invita Dante a guardare "per l'aere ben fiso".
        Allora più che prima li occhi apersi;
      guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
 48 al color de la pietra non diversi.
Più che mai apersi gli occhi; guardai innanzi e vidi ombre coperte da manti color della pietra. (Erano, quindi, corpi diafani in espiazione nel Regno Minerale).
        E poi che fummo un poco più avanti,
      udia gridar: 'Maria, òra per noi':
 51 gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
Un pò più avanti, udì gridare: 'Maria prega per noi', ed altre voci ancora: 'Michele', 'Pietro' e 'tutti i Santi'.
        Non credo che per terra vada ancoi
      omo sì duro, che non fosse punto
 54 per compassion di quel ch'i' vidi poi;
Non credo che per la Terra vada ancora uomo così crudele, che non fosse ferito da compassione nel vedere ciò che io vidi poi;
        ché, quando fui sì presso di lor giunto,
      che li atti loro a me venivan certi,
 57 per li occhi fui di grave dolor munto.
perché, quando io fui vicino a loro, e potetti meglio guardarli, i miei occhi si riempirono di lacrime.
        Di vil ciliccio mi parean coperti,
      e l'un sofferia l'altro con la spalla,
 60 e tutti da la ripa eran sofferti.
Di pietroso cilicio mi parevano coperti, ognuno era sulla spalla dell'altro (nella pietra alla rinfusa), tutti assieme erano immessi nel muro che li sorreggeva ("e tutti da la ripa eran sofferti").
        Così li ciechi a cui la roba falla
      stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
 63 e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,

        perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
      non pur per lo sonar de le parole,
 66 ma per la vista che non meno agogna.
Così stanno i ciechi mendicanti a chiedere l'elemosina, allorché per smuovere la pietà dei passanti, oltre che con la parola, si pongono in pietosa posizione, l'uno sorretto dall'altro.
        E come a li orbi non approda il sole,
      così a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
 69 luce del ciel di sé largir non vole;
E come negli occhi dei ciechi non penetra il sole, così in questi esseri, di cui io parlo, la luce del sole non si vuole elargire;
        ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
      e cusce sì, come a sparvier selvaggio
 72 si fa però che queto non dimora.
La dimensione minerale costringeva la gente espiante all'impossibilità di aprire gli occhi; la pietra non consente movimento alcuno e pareva che a tutti un fil di ferro forasse le palpebre, similmente agli sparvieri selvaggi, ai quali i falconieri cucivano gli occhi crudelmente, per ammansirli durante il periodo di addestramento.

Anche nella sofferenza inflitta ai falchi, come in tutte le altre che Dante ci porta ad esempio, troviamo la descrizione di una delle varie forme di espiazione.
        A me pareva, andando, fare oltraggio,
      veggendo altrui, non essendo veduto:
 75 per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
A me pareva fare oltraggio a quelle anime nel passar loro davanti senza esser veduto: mi rivolsi perciò al mio saggio maestro.
        Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
      e però non attese mia dimanda,
 78 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
Non attese la mia domanda, avendo egli già letto il mio pensiero, e disse: «Parla loro e sii breve e preciso».
        Virgilio mi venìa da quella banda
      de la cornice onde cader si puote,
 81 perché da nulla sponda s'inghirlanda;
Virgilio mi veniva accanto dalla parte esterna della cornice, dove cadere è facile, non essendo essa recinta da alcun parapetto;

In altri termini, il mio maestro stava bene attento ché io non cadessi in errori.
        da l'altra parte m'eran le divote
      ombre, che per l'orribile costura
 84 premevan sì, che bagnavan le gote.
dall'altra parte avevo le anime penitenti nell'orribile espiazione, dove tanto opprime il dolore procurato dalla pietra.
        Volsimi a loro e «O gente sicura»,
      incominciai, «di veder l'alto lume
 87 che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
lo parlai loro: «O gente sicura», iniziai, «di giungere a vedere l'alto Lume che è il solo vostro desiderio,
        se tosto grazia resolva le schiume
      di vostra coscïenza sì che chiaro
 90 per essa scenda de la mente il fiume,
possa la Grazia Divina liberare l'anima, sciogliere le impurità della vostra coscienza, in modo che il fiume della memoria scenda limpido attraverso di essa,
        ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
      s'anima è qui tra voi che sia latina;
 93 e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
vi prego di dirmi se qualcuno vi sia fra voi italiano; poiché sarà vantaggioso per lui se io lo saprò».
        «O frate mio, ciascuna è cittadina
      d'una vera città; ma tu vuo' dire
 96 che vivesse in Italia peregrina».
«Fratello mio, ogni anima è cittadina di una vera unica città; tu vuoi dire se qualcuno vi sia che abbia vissuto in Italia, durante il suo peregrinare terreno».
        Questo mi parve per risposta udire
      più innanzi alquanto che là dov'io stava,
 99 ond'io mi feci ancor più là sentire.
Questa risposta mi parve giungesse da un'anima più innanzi di me sul cammino evolutivo, ed io mi feci più avanti, per meglio udire.
        Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
      in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
102 lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
Fra tutte, io vidi un'ombra che aspettava e, se qualcuno mi domandasse della sua posizione, io direi che appariva nel cavo di una sporgenza della pietra, come se levasse il mento in su, a guisa di cieco che tenta di vedere.
        «Spirto», diss'io, «che per salir ti dome,
      se tu se' quelli che mi rispondesti,
105 fammiti conto o per luogo o per nome».
«Spirito», io dissi, «che per elevarti ti domi in questa pena, se tu sei quello che mi rispondesti, fammi partecipe del luogo di tua provenienza e del tuo nome, affinché io ti aiuti».
        «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
      altri rimendo qui la vita ria,
108 lagrimando a colui che sé ne presti.
«lo fui senese», egli rispose, «e con questi miei compagni, qui rammendo la mia colpa e lacrimando io chiedo aiuto a colui che voglia prestarmelo.
        Savia non fui, avvegna che Sapìa
      fossi chiamata, e fui de li altrui danni
111 più lieta assai che di ventura mia.
Savia non fui, sebbene Sapia fu il mio nome e fui del male altrui più lieta assai che della mia stessa fortuna.
        E perché tu non creda ch'io t'inganni,
      odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
114 già discendendo l'arco d'i miei anni.
Affinché tu non creda ch'io t'inganni, ascolta se io, come ti dico, fui folle, giunta agli ultimi anni della mia vita.
        Eran li cittadin miei presso a Colle
      in campo giunti co' loro avversari,
117 e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
I miei concittadini erano in battaglia a Colle VaI D'EIsa ed io pregavo per la loro sconfitta.
        Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
      passi di fuga; e veggendo la caccia,
120 letizia presi a tutte altre dispari,
Fui contenta nel vederli inseguiti dalle truppe nemiche,
        tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,
      gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
123 come fé 'l merlo per poca bonaccia.
tanta felicità mi pervase allora, che io, volgendo al Cielo la mia ardita faccia, gridai a Dio: "Più non ti temo!", come fa il merlo per un po' di bel tempo.
        Pace volli con Dio in su lo stremo
      de la mia vita; e ancor non sarebbe
126 lo mio dover per penitenza scemo,
Negli ultimi momenti di mia vita, io mi pentì, e non sarei in Purgatorio,
        se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
      Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
129 a cui di me per caritate increbbe.
se Pier pettinaio, venditore di pettini del mio paese, non avesse, con le sue sante orazioni, pregato per la mia salvezza.

La forza della Fede di quella umile creatura lo aiutò ad uscire dalle pene infernali.

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Da qualunque fonte provenga una preghiera amorosamente espressa, mediante la "forza-pensiero", si irradia nell'Infinito. La parola è energia, è una manifestazione dell'idea creativa, e la preghiera del credente prende forza dalla Fede. Essa si eleva verso il proprio Spirito e verso le Grandi Forze Cosmiche che irradiano Amore. Quando è spinta dall'Amore e dall'Altruismo, la Forza-Pensiero che si irradia nei mondi materiali e iperfisici è ugualmente presente in noi, quale Energia del Tutto-Dio, del Quale noi siamo energetiche scintille. Tale forza radiante è stata fotografata; pertanto, è una manifestazione dell'Idea Creativa fatta Luce e Parola. Ed è bene sapere che la preghiera elevata in gruppo aumenta la potenza radiante verso la grande Forza Benefica-DIO.

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        Ma tu chi se', che nostre condizioni
      vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
132 sì com'io credo, e spirando ragioni?»
Ma tu chi sei che domandi di noi, e porti gli occhi liberi, così come io credo, e respirando ragioni?»
        «Li occhi», diss'io, «mi fieno ancor qui tolti,
      ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
135 fatta per esser con invidia vòlti.
«Il bene della vista» risposi, «anche a me sarà qui tolto, ma per poco tempo, poiché di poco offesi col sentimento dell'invidia l'Equilibrio d'Amore.
        Troppa è più la paura ond'è sospesa
      l'anima mia del tormento di sotto,
138 che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».
Maggiore, invece, è la paura che grava sulla mia anima per il tormento che tocca ai superbi, perché di superbia io credo di aver peccato».
        Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto
      qua sù tra noi, se giù ritornar credi?»
141 E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
Quell'anima mi domandò: «Chi ti ha condotto fin qua, dal momento che pensavi di dovervi tornare per espiare?» Ed io le risposi: «Mi ha condotto costui che è con me e che tace.
        E vivo sono; e però mi richiedi,
      spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
144 di là per te ancor li mortai piedi».
Ed io son vivo nel corpo della vita precedente; ed è perciò che ti chiedo se tu vuoi che io muova di là per te i miei passi mortali».
        «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
      rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
147 però col priego tuo talor mi giova.
«Oh, questa ch'io odo è cosa nuova», rispose, «ed è ciò un gran segno che Dio ti ama; sicuramente, dunque, gioverà la tua preghiera.
        E cheggioti, per quel che tu più brami,
      se mai calchi la terra di Toscana,
150 che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
Ed io ti chiedo, per quello che tu più brami, se mai calcassi la terra di Toscana, di parlare bene di me ai miei parenti.
        Tu li vedrai tra quella gente vana
      che spera in Talamone, e perderagli
      più di speranza ch'a trovar la Diana;
154 ma più vi perderanno li ammiragli».
Tu li vedrai fra quella gente sciocca, che spera di ricavare l'acqua necessaria per Firenze e Siena nel porto di Talomone dove credevano di trovare un fiume sotterraneo di nome Diana, che secondo la loro immaginazione sarebbe passato sotto la chiesa di S. Niccolò, dove esiste un pozzo chiamato Diana. E tu li vedrai ancora sperare nel fiume della Maremma Toscana. Ti prego di dir loro di riporre ogni speranza. Ma vedrai che quando questo loro dirai, continueranno fermamente a cercare ancora con tutti i loro impresari».

Sapia rivive l'acre sapore della passione terrena, accompagnato da profonda commiserazione.

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