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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XII

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Prima cornice: superbi - esempi di superbia punita - l'angelo dell'umiltà, guardiano della prima cornice, cancella una P dalla fronte di Dante - salita alla seconda cornice degli invidiosi


        Di pari, come buoi che vanno a giogo,
      m'andava io con quell'anima carca,
   3 fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
Curvo, alla stessa altezza del muro di pietra, in cui quelle anime bruciavano il loro Karma, come i buoi sotto il gioco, seguivo il lento procedere di Oderisi, finché lo permise Virgilio.
        Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
      ché qui è buono con l'ali e coi remi,
   6 quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
Ma quando egli disse: «Allontanati dal muro, poiché qui è bene che ciascuno si adoperi a procedere con i propri mezzi, spingendo la propria barca, sia che disponga di ali oppur di remi»;
        dritto sì come andar vuolsi rife'mi
      con la persona, avvegna che i pensieri
   9 mi rimanessero e chinati e scemi.
mi rimisi in posizione eretta e mi allontanai dal muro di pietra (che col suo duro carico pesava sulle anime espianti), sebbene i miei pensieri restassero chini e umili accanto alla persona amica.
        Io m'era mosso, e seguia volontieri
      del mio maestro i passi, e amendue
 12 già mostravam com'eravam leggeri;
Seguivo volentieri il mio maestro, mentre i nostri passi svelti ci dimostravano la leggerezza corporea da noi raggiunta;
        ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
      buon ti sarà, per tranquillar la via,
 15 veder lo letto de le piante tue».
Virgilio mi disse: «Volgi gli occhi in giù: il guardare il letto delle tue piante ti renderà meno aspro il cammino».
        Come, perché di lor memoria sia,
      sovra i sepolti le tombe terragne
 18 portan segnato quel ch'elli eran pria,
Come, sui sepolti le tombe poste a livello del suolo ("terragne") portano scolpita la loro immagine da vivi ("quel ch'elli eran pria"), affinché resti il ricordo di essi,
        onde lì molte volte si ripiagne
      per la puntura de la rimembranza,
 21 che solo a' pïi dà de le calcagne;
per la qual cosa sulle tombe spesso si torna a piangere per il dolore causato dal ricordo, che soltanto le anime pietose punge di sofferenza ("dà de le calcagne");
        sì vid'io lì, ma di miglior sembianza
      secondo l'artificio, figurato
 24 quanto per via di fuor del monte avanza.
così vidi io lì, tutto il ripiano che sporge dal monte ("fuor del monte avanza") e che fa da via (alle anime dei superbi) adorno di sculture ("figurato"), ma di aspetto più bello riguardo all'arte ("secondo l'artificio"), perché queste opere sono state scolpite da mano Divina.
        Vedea colui che fu nobil creato
      più ch'altra creatura, giù dal cielo
 27 folgoreggiando scender, da l'un lato.
Vedevo Lucifero, Colui che fu la nobile Creazione, cioè la DIVINA LUCE CREATIVA - LUCE EMANATA DAL PADRE, in tutta la sua perfezione, cadere folgorato, tramutato dall'opera umana in demoniaca energia.
        Vedea Brïareo, fitto dal telo
      celestial giacer, da l'altra parte,
 30 grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedevo Briareo: "briaco" di orgoglio e presunzione, "reo" di morte e distruzione, simbolo della Scienza senza Coscienza, trafitto dal "telo Celestial" (Giustizia Celeste) Gigante dalle cento braccia, che partecipò alla battaglia dei Titani (gli scienziati) contro Giove (contro l'Equilibrio Divino: DIO).

Raffigurazioni create da Mano Divina, come già detto, figure esistenti nell'eterno presente, senza passato né futuro.
        Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
      armati ancora, intorno al padre loro,
 33 mirar le membra d'i Giganti sparte.
Vedevo Timbreo (Apollo, adorato nella città di Timbra) e Pallade e Marte, armati ancora in difesa dell'Equilibrio Creativo, guardare le misere membra dei "giganti" (della Scienza inconsulta, periti nell'autodistruzione, di cui furono principali fautori).
        Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
      quasi smarrito, e riguardar le genti
 36 che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
Vedevo Nembrotto (fosco nembo, preannunziante la catastrofe apocalittica e fautore della Torre di Babele), nel "gran lavoro" di semina mortale, seminatore di discordie nell'incomprensione, babelica confusione dell'intendere (lingue diverse). Lo vedevo "quasi smarrito" dalla potenza del suo stesso male, a riguardare la moltitudine umana, perita nella superbia e nell'incomprensione.

Come le tombe terragne pungevano di dolore solo le anime pie, così queste opere pungevano di dolore soltanto le anime coscienti degli errori umani.
        O Nïobè, con che occhi dolenti
      vedea io te segnata in su la strada,
 39 tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
O Niobe, con che occhi dolenti io ti vedevo raffigurata suI pavimento, mentre piangevi la morte dei tuoi sette figliuoli maschi e delle tue sette femmine!

Due categorie, pervase entrambe dai 7 peccati.
Niobe era figlia di Tantalo e moglie di Anfione, re di Tebe. Ella, superba della sua numerosa figliolanza, pretese che i Tebani onorassero lei, sacrificandole creature in suo onore, e non Latona, che aveva soltanto due figli: Apollo e Diana. Latona, invece, fece uccidere tutti i figli di Niobe.

[chiarificazioni purgatorio] La disintegrazione dell'Atomo [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Anche qui troviamo un possibile riferimento ai figli della madre Terra, madre di superbia, l'Umanità tutta, punita dalle sue stesse opere nefande, principalmente dall'opera scientifica, la quale, più d'ogni altra, spinge l'Umanità verso l'autodistruzione.
Il più grande errore che l'uomo ha commesso è di avere disintegrato l'atomo per asservirne la immensa energia distruttiva ai suoi scopi egoistici e guerrafondai. Questo è, come e più del delitto che separa l'anima dal corpo, una violazione della Legge Cosmica di Equilibrio: "CIO' CHE DIO HA UNITO L'UOMO NON SEPARI". Ciò che Dio ha unito nella nascita, deve morire unito.
Ma l'uomo, in virtù delle cognizioni acquisite, si è servito di una cosa creata da Dio per scopi di armonia e di equilibrio, usandola per fini egoistici e distruttivi. In tal caso, la inflessibile Legge Cosmica di "Causa ed Effetti", che si svolge nell'energia del Creato, s'incaricherà di ridimensionare le orgogliose sue pretese, facendo ricadere su lui stesso i deleteri effetti delle negative cause edificate specie negli esperimenti atomici.
A tal punto, credo necessario dilungarmi in questa già lunga parentesi:

LA DISINTEGRAZIONE DELL'ATOMO.
Gli esperimenti nucleari sotterranei hanno impoverito lo strato intercapedinale della cellula astrofisica Terra, strato intercapedine che forma lo spessore ostruttivo al "magma-igneo" che è lo strato di materia incandescente vulcanica eruttiva, che si trova nelle profondità del globo terracqueo, provocando, così, un cedimento della struttura superiore, alterando l'intravatura naturale, che sostiene la crosta soprastante.
La ionosfera (sfera degli ioni elettrizzanti), per cause direttamente proporzionali al "progresso" della nostra Scienza, esercita una pressione asimmetrica e lo strato isolante (ch'è come camera d'aria) esistente nel sottosuolo, ora estremamente precario, cede nello spazio rimasto vuoto, provocando la spinta verso l'alto di quel settore che, fino a quel momento, era consistentemente poggiato su basi solide. Questa spinta provoca l'oscillazione superiore, causando crepe, sia sulla superficie che nello strato immediatamente sottostante, per cui si sviluppa una fuoriuscita di gas, i quali, oltre a produrre movimenti tellurici di media come di elevatissima portata, liberano dal sottosuolo energie deleterie per tutti i regni della Natura: Minerale, Vegetale, Animale, Umano.
Oggigiorno, in cui tutto è AVVELENATO, tutte le strutture fisico-energetiche ne subiscono l'effetto, compreso il cervello umano, avvelenato anch'esso con conseguente aumento della criminalità, poiché, come l'aria, la terra, il mare, anche l'uomo e tutta la rete enzimatica, formata dalle creature viventi sulla Terra, sono costituiti dagli stessi elementi di cui è strutturato il pianeta.

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        O Saùl, come in su la propria spada
      quivi parevi morto in Gelboè,
 42 che poi non sentì pioggia né rugiada!
O Saul, come, gettatoti sulla tua spada, parevi morto in Gelboè, che poi visse nella maledizione e quel monte non ebbe più frescura di pioggia né rugiada!

Saul, primo re ebraico, abbandonato da Dio per la sua superbia, si uccise gettandosi sulla propria spada sul monte Gelboè, in Palestina. E Davide, racconta la Bibbia, scagIiò su quel monte la maledizione: "Montes Gelboè, nec ros nec pluvia veniant super vos".
        O folle Aragne, sì vedea io te
      già mezza ragna, trista in su li stracci
 45 de l'opera che mal per te si fé.
O folle Aragne, io ti vedevo a metà della tua trasformazione in ragno, povera sugli stracci da te miserevolmente tessuti, da te che la mirabile divina tela della Vita trasformasti in orridi brandelli.

Araene (Aragne) simboleggia la Scienza medica terrestre creatrice di orribili corpi mostruosi, operante con sottili inconsistenti zampe, da ragno e con minuscolo cervello, creatrice di uno sporco tessuto fatto di polvere e di bava, teso a provocare la morte, pervasa dalla diabolica pretesa di sostituirsi a Dio. (Inferno Canto XXV - v. 46-78)
Aragne, in Mitologia, è rappresentata come la superba tessitrice della Lidia, trasformata in ragno dalla dea Minerva, per avere osato sfidarla in una gara di ricamo. (Ovidio, Metamorfosi VI 5-145).
        O Roboàm, già non par che minacci
      quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
 48 nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
O Roboamo, qui non par che minacci, il tuo sembiante ti mostra pieno di spavento, mentre fuggi sul carro.

Roboamo, superbo figlio di Salomone, avendogli gli Ebrei chiesto che mitigasse la durezza del governo paterno, rispose minacciando peggiori inasprinienti, ma il popolo insorse, costringendolo alla fuga su un carro.
        Mostrava ancor lo duro pavimento
      come Almeon a sua madre fé caro
 51 parer lo sventurato addornamento.
Mostrava ancora il duro pavimento come Almeone fece parer caro lo sventurato adornamento.

Erifile, per impossessarsi di una collana fabbricata da Vulcano e promessale in dono da Polinice, svelò a costui il nascondiglio del marito, l'indovino, Anfiarao (Inferno Canto XX - v. 31-36), che si era nascosto per non partecipare alla guerra di Tebe, dove sapeva che sarebbe perito. Il figlio Almeone, per vendicare il padre, la uccise, facendole così costar caro l'infauso monile.
        Mostrava come i figli si gittaro
      sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
 54 e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava ancora come i figli si gettarono sopra il padre Sennacherib, superbo re degli Assiri, mentre era nel tempio e lì lo lasciarono, dopo averlo ucciso.
        Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
      che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
 57 «Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
Mostrava il crudele scempio che fece Tamiri, regina degli Sciti, quando, infuriata contro Ciro re di Persia, presolo prigioniero, lo fece decapitare, gettandone il capo in un otre pieno di sangue umano; nel quadro vibrano le parole di Tamiri: «Satia te sanguine, quem sitisti = Saziati di sangue, come assetato ne fosti».
        Mostrava come in rotta si fuggiro
      li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
 60 e anche le reliquie del martiro.
Mostrava ancora quel tristo pavimento come fuggirono gli Assiri dopo l'uccisione di Oloferne, generale di Nabucodonosor re di Assiria.
Oloferne stava assediando Betulia di Giudea, ma la città fu salvata da Giuditta, una bella e giovane donna, la quale, recatasi da Oloferne e fattolo invaghire, lo uccise decapitandolo. Mostrava anche i resti del martirio, ("le reliquie"), cioè il cadavere decapitato e il capo mozzo.
        Vedeva Troia in cenere e in caverne;
      o Ilïón, come te basso e vile
 63 mostrava il segno che lì si discerne!
Vedevo Troia, la superba e potente Troia, trasformata in cenere e in cavernose rovine; o Ilio, alta e potente rocca di Troia, come rasa al suolo e di miserando aspetto ti mostrava la raffigurazione ("il segno") che lì si vede!
        Qual di pennel fu maestro o di stile
      che ritraesse l'ombre e' tratti ch'ivi
 66 mirar farieno uno ingegno sottile?
Quale maestro di pittura o di intaglio vi fu mai, che fosse capace di ritrarre le immagini e i contorni di quei bassorilievi che avrebbero fatto meravigliare un artista di sottile ingegno?
        Morti li morti e i vivi parean vivi:
      non vide mei di me chi vide il vero,
 69 quant'io calcai, fin che chinato givi.
Morti i morti e i vivi "parevano" vivi (ma erano morti anch'essi nella vita della "umana morte"): non vide meglio di me chi vide il Vero, tutto ciò che io calcai coi piedi, finché umilmente chinato andai.
        Or superbite, e via col viso altero,
      figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
 72 sì che veggiate il vostro mal sentero!
Ora insuperbite, e andate col viso altero, figli di Eva (figli della Terra, madre di superbia), e non abbassate il volto così che vediate la vostra cattiva strada!
        Più era già per noi del monte vòlto
      e del cammin del sole assai più speso
 75 che non stimava l'animo non sciolto,
Molto tempo era passato per noi dalla svolta del monte e dal cammino del sole, assai più di quello che stimava il mio animo non libero dalla umana materia costretta nel tempo e nello spazio,
        quando colui che sempre innanzi atteso
      andava, cominciò: «Drizza la testa;
 78 non è più tempo di gir sì sospeso.
quando Virgilio, che sempre proteso e attento andava innanzi, mi disse: «Drizza la testa; non è più il tempo di andare così assorto.
        Vedi colà un angel che s'appresta
      per venir verso noi; vedi che torna
 81 dal servigio del dì l'ancella sesta.
Vedi là un angelo che s'appresta a venirci incontro; vedi che torna dal servizio del giorno, "l'ancella sesta" (la sesta ora).
        Di reverenza il viso e li atti addorna,
      sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;
 84 pensa che questo dì mai non raggiorna!»
Mostrati riverente verso l'angelo, così che gli si renda gradito favorirci l'ascesa; pensa che questo dì mai più ritorna!»
        Io era ben del suo ammonir uso
      pur di non perder tempo, sì che 'n quella
 87 materia non potea parlarmi chiuso.
Io ero così bene abituato ai suoi ammonimenti, che riguardavano insistentemente la necessità di non perder tenipo, che su quell'argornento non poteva parlarmi più in modo incomprensibile.
        A noi venìa la creatura bella,
      biancovestito e ne la faccia quale
 90 par tremolando mattutina stella.
Verso di noi veniva quella bella creatura, biancovestita e nella sua faccia pareva tremolasse la luce della stella mattutina.
        Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
      disse: «Venite: qui son presso i gradi,
 93 e agevolemente omai si sale.
Le braccia aperse, quindi aprì le ali; e disse: «Venite: qui sono i gradini, per i quali si sale agevolmente.
        A questo invito vegnon molto radi:
      o gente umana, per volar sù nata,
 96 perché a poco vento così cadi?»
A quest'invito aderiscono pochi: o gente umana, nata per volare in Cielo, perché ti lasci vincere così dal debole fiato di vento delle misere mondane cose?»
        Menocci ove la roccia era tagliata;
      quivi mi batté l'ali per la fronte;
 99 poi mi promise sicura l'andata.
Egli ci condusse dove la roccia era tagliata; mi batté le ali sulla fronte (per togliere il primo P, il primo segno delle piaghe di Gesù, il primo segno dei peccati del mondo); poi mi promise sicura l'andata.
        Come a man destra, per salire al monte
      dove siede la chiesa che soggioga
102 la ben guidata sopra Rubaconte,
Come per salire alla chiesa di San Miniato al Monte che domina Firenze (Dante dice sarcasticamente "la ben guidata" città, ma in realtà vuole intendere "la città del mal governo") sul lato destro,
        si rompe del montar l'ardita foga
      per le scalee che si fero ad etade
105 ch'era sicuro il quaderno e la doga;
si rompe la ripidezza della salita, costruita in un'epoca in cui erano sicuri, cioè non venivano falsati ("il quaderno e la doga") gli atti pubblici;
        così s'allenta la ripa che cade
      quivi ben ratta da l'altro girone;
108 ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
così diventa meno ripido il pendio che rapidissimo scende dall'altro girone; ma ugualmente, sia l'una che l'altra parete pietrosa ("rade") purifica, dall'una parte e dall'altra.
        Noi volgendo ivi le nostre persone,
      'Beati pauperes spiritu!' voci
111 cantaron sì, che nol diria sermone.
Mentre noi ci volgevano verso la scala, sentimmo cantare la prima delle beatitudini evangeliche: 'Beati i poveri di spirito!', il canto era così dolce che nessuna voce umana potrebbe adeguarlo.
        Ahi quanto son diverse quelle foci
      da l'infernali! ché quivi per canti
114 s'entra, e là giù per lamenti feroci.
Ahi quanto son diverse queste voci da quelle infernali! qui si entra fra i canti e laggiù tra i lamenti feroci.
        Già montavam su per li scaglion santi,
      ed esser mi parea troppo più lieve
117 che per lo pian non mi parea davanti.
Già salivamo per gli scaloni santi, ed a me pareva di essere molto più leggero di quanto non lo fossi stato prima, camminando lungo la via pianeggiante.
        Ond'io: «Maestro, dì, qual cosa greve
      levata s'è da me, che nulla quasi
120 per me fatica, andando, si riceve?»
Domandai a Virgilio: «Maestro, dimmi, quale peso mi è stato tolto da dosso, dal momento che il procedere non mi costa più alcuna fatica?»
        Rispuose: «Quando i P che son rimasi
      ancor nel volto tuo presso che stinti,
123 saranno, com'è l'un, del tutto rasi,
Egli mi rispose: «Quando le P rimaste ancora sul tuo volto saranno state del tutto cancellate, come la prima,
        fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
      che non pur non fatica sentiranno,
126 ma fia diletto loro esser sù pinti».
i tuoi piedi saranno stati dominati dalla buona volontà, tanto che non solo non avvertiranno alcuna fatica, rna sarà loro gradito essere spinti ad andare più sù».
        Allor fec'io come color che vanno
      con cosa in capo non da lor saputa,
129 se non che' cenni altrui sospecciar fanno;
Allora io feci come coloro che hanno qualcosa in capo senza saperlo, mentre i cenni degli altri li mettono in sospetto;
        per che la mano ad accertar s'aiuta,
      e cerca e truova e quello officio adempie
132 che non si può fornir per la veduta;
per la qualcosa la mano s'ingegna ad accertarsi, e cerca e trova e fa quella funzione che non può essere adempiuta dalla vista;
        e con le dita de la destra scempie
      trovai pur sei le lettere che 'ncise
      quel da le chiavi a me sovra le tempie:
136 a che guardando, il mio duca sorrise.
e con le dita allargate della mano destra io trovai diminuite in sei, le sette lettere che l'angelo mi aveva incise sopra le tempie con la punta della spada: al che, guardando, la mia guida sorrise.

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