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NOTIZIE SULLA REALTÀ EXTRATERRESTRE  -  NEWS ON THE EXTRATERRESTRIAL REALITY
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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto XI

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Prima cornice: superbi - le anime dei superbi recitano il Pater - Omberto Aldobrandeschi - Oderisi da Gubbio - Provenzan Salvani


        «O Padre nostro, che ne' cieli stai,
      non circunscritto, ma per più amore
   3 ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
«O Padre nostro che sei nei cieli, non circoscritto nello spazio e nel tempo, ma vivente nell'infinito Equilibrio d'Amore,
        laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
      da ogne creatura, com'è degno
   6 di render grazie al tuo dolce vapore.
lodato sia il Tuo Nome e la Tua Potenza da ogni creatura, secondo la sua capacità di rendere grazie al Tuo Fiato Creativo.
        Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
      ché noi ad essa non potem da noi,
   9 s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Venga a noi quella Pace che avvolge e governa i mondi superiori, illuminati dalla Tua Luce d'Amore, ché noi ad essa non possiamo pervenire col nostro vivere peccaminoso - "non potem da noi", se ella non viene accompagnata da tutto il potere intellettivo consentito al genere umano - "con tutto nostro ingegno", - che ci renda idonei a mutare l'odio in amore, la vendetta in perdono in un equilibrio morale apportatore di pace.
        Come del suo voler li angeli tuoi
      fan sacrificio a te, cantando osanna,
 12 così facciano li uomini de' suoi.
Come volontariamente gli Angeli Tuoi, osannando al Tuo universale amore si sacrificano per aiutare tutte le creature sparse nel Creato, così facciano gli uomini per loro spontanea volontà.
        Dà oggi a noi la cotidiana manna,
      sanza la qual per questo aspro diserto
 15 a retro va chi più di gir s'affanna.
Dai a noi il Tuo quotidiano aiuto spirituale, senza il quale retrocede chi più si affanna ad avanzare.
        E come noi lo mal ch'avem sofferto
      perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
 18 benigno, e non guardar lo nostro merto.
Come noi perdoniamo coloro che ci causarono il male, tu perdona pietoso noi, senza guardare il nostro merito.
        Nostra virtù che di legger s'adona,
      non spermentar con l'antico avversaro,
 21 ma libera da lui che sì la sprona.
La nostra forza spirituale così inconsistente non mettere alla prova con l'antico avversario del Bene, ma liberala dal suo diabolico potere, che tanto al malfare la sprona.
        Quest'ultima preghiera, segnor caro,
      già non si fa per noi, ché non bisogna,
 24 ma per color che dietro a noi restaro».
Quest'ultima preghiera, o Signore caro, non la facciamo per noi, ma per coloro che più di noi restarono indietro sul cammino della Vita».
        Così a sé e noi buona ramogna
      quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
 27 simile a quel che talvolta si sogna,
Così le anime che vissero nella superbia vanno pregando, schiacciate sotto il peso della colpa, simile a quello che talvolta si avverte negli incubi, durante il sonno,
        disparmente angosciate tutte a tondo
      e lasse su per la prima cornice,
 30 purgando la caligine del mondo.
esse procedono così liberandosi nel dolore, dalla superbia, nera caligine del mondo.
        Se di là sempre ben per noi si dice,
      di qua che dire e far per lor si puote
 33 da quei ch'hanno al voler buona radice?
Se le anime di là pregano per noi con tanto amore, considerandoci "morti", che fare e dire possiamo noi per loro, da questo nostro piano di Luce che ci rende predisposti, alla buona radice della Pace, del Perdono e dell'Amore?
        Ben si de' loro atar lavar le note
      che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
 36 possano uscire a le stellate ruote.
Si dovrebbe noi pregare per togliere loro le macchie del peccato, così che, alleggerite dal peso del Karma, possano uscire verso il Bene ed elevarsi sugli alti Piani stellari.
        «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
      tosto, sì che possiate muover l'ala,
 39 che secondo il disio vostro vi lievi,
Virgilio si rivolse a quelle anime in preghiera:
«Deh, con l'augurio che giustizia e misericordia vi alleggeriscano la pena, così che possiate subito volare verso ali alti Piani di Luce,
        mostrate da qual mano inver' la scala
      si va più corto; e se c'è più d'un varco,
 42 quel ne 'nsegnate che men erto cala;
mostrateci da quale parte si ascende e da dove è meno ripida l'ascesa;
        ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
      de la carne d'Adamo onde si veste,
 45 al montar sù, contra sua voglia, è parco».
perché questo che viene con me, è impedito dal peso del suo umano corpo pesante, che ancora lo riveste, ed è spiacente di non potersi sollevare leggero».
        Le lor parole, che rendero a queste
      che dette avea colui cu' io seguiva,
 48 non fur da cui venisser manifeste;
Non apparve manifesto da chi venissero le parole della risposta;
        ma fu detto: «A man destra per la riva
      con noi venite, e troverete il passo
 51 possibile a salir persona viva.
ma dal gruppo di quelle anime contratte sotto il peso della pietra che le rivestiva, uscì una voce e disse: «A mano destra, lungo la riva della pietra dentro la quale noi formiamo il muro ("con noi venite") seguite, il muro che ci riveste e troverete il passaggio possibile a persona che vive, libera nei suoi movimenti.
        E s'io non fossi impedito dal sasso
      che la cervice mia superba doma,
 54 onde portar convienmi il viso basso,
E se io non fossi impedito dal sasso che doma la mia cervice superba, per cui devo tenere il viso basso,
        cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
      guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
 57 e per farlo pietoso a questa soma.
costui che è con te, e che non è stato nominato, io guarderei, per vedere se lo conosco, e per impietosirlo a questo mio peso corporeo ("e per farlo pietoso a questa soma").

È assolutamente da escludere che questa espressione sia, come pensa il Sapegno, "un modo di designare sé stesso sprezzantemente, quasi dicesse: "...a questa bestia da soma".
"Soma" in greco significa "corpo", è da intendersi, perciò: "a questo mio tormentato corpo di pietra".
        Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
      Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
 60 non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
Io fui italiano, figlio di un gran toscano: Guglielmo Aldobrandeschi, di illustre casato; (qui è evidente lo strascico dell'antica superbia).
        L'antico sangue e l'opere leggiadre
      d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
 63 che, non pensando a la comune madre,

        ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
      ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
 66 e sallo in Campagnatico ogne fante.
Il sangue nobile e le prestigiose imprese dei miei antenati mi fecero così arrogante che ebbi tutti nemici, per questo io ne morì, come i Senesi sanno e lo sanno in Campagnatico tutti quanti.

Umberto Aldobrandeschi, superbo e altezzoso, fu ucciso dai sicari mandati dal comune di Siena, mentre, di notte, si trovava nel suo letto al castello di Campagnatico, perciò, egli dice: "come i Sanesi sanno".
        Io sono Omberto; e non pur a me danno
      superbia fa, ché tutti miei consorti
 69 ha ella tratti seco nel malanno.
Io sono Umberto, ma non a me soltanto la superbia causò il male, poiché da tal sentimento tutti i miei congiunti furono travolti.
        E qui convien ch'io questo peso porti
      per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
 72 poi ch'io nol fe' tra' vivi, qui tra' morti».
Ed ora è bene che io porti tal peso e, poiché non espiai abbastanza in corpo umano, ora in questa dimensione minerale espio tra i morti».
        Ascoltando chinai in giù la faccia;
      e un di lor, non questi che parlava,
 75 si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
Ascoltando questa voce, chinai in giù la faccia all'altezza del muro, da cui la voce usciva; e un di loro (delle anime immesse nella pietra) non questo che parlava, ma un altro, si fece attento ("si torse"), sotto il peso del muro in curva,
        e videmi e conobbemi e chiamava,
      tenendo li occhi con fatica fisi
 78 a me che tutto chin con loro andava.
costui mi riconobbe e mi chiamava, tenendo gli occhi con fatica fissi verso di me, che tutto chino seguivo col pensiero ("con loro andavo") la loro via espiativa nel tempo che evolve.
        «Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,
      l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
 81 ch'alluminar chiamata è in Parisi?»
«Oh!», io dissi a lui, «non sei tu Oderisi, l'onor di Gubbio, l'onor di quell'arte delle miniature con le quali miniasti i codici sacri e che "illuminiatura" fu chiamata a Parigi?»
        «Frate», diss'elli, «più ridon le carte
      che pennelleggia Franco Bolognese;
 84 l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
«Fratello», egli disse, «ridono di scherno quelle carte che pennelleggiò più Franco Bolognese di me, e per la cui arte il merito fu mio, soltanto in parte.
        Ben non sare' io stato sì cortese
      mentre ch'io vissi, per lo gran disio
 87 de l'eccellenza ove mio core intese.
Non sarei stato tanto propenso a far questo (se non per assecondare il mio orgoglio) nella mia vita, fu per il desiderio di apparire eccelso che lasciai credere fossi io il solo autore di tanta bellezza.
        Di tal superbia qui si paga il fio;
      e ancor non sarei qui, se non fosse
 90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Qui si paga il fio della superbia, ma io non sarei ora qui, se non avessi compreso il mio peccato e pregato Iddio, per ottenere la Sua Clemenza.
        Oh vana gloria de l'umane posse!
      com'poco verde in su la cima dura,
 93 se non è giunta da l'etati grosse!
Oh... vana gloria dell'umano potere! come per poco tempo verdeggia la tua cima, se non vi è il risveglio della intelligenza nella umana età grossolana!
        Credette Cimabue ne la pittura
      tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
 96 sì che la fama di colui è scura.
Così (secondo l'ambizione mondana), Cimabue credette di ave raggiunto l'apice della gloria nella sua pittura ed ora ha Giotto il primo grido, così che la fama di Cimabue fu offuscata.
        Così ha tolto l'uno a l'altro Guido
      la gloria de la lingua; e forse è nato
 99 chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
Ciò avvenne al dolce stile di Guido Guinizzelli, che fu spento dal dolce esprimersi di Guido Cavalcanti, ed è già giunto, forse un altro che caccerà l'uno e l'altro dalla gloria.
        Non è il mondan romore altro ch'un fiato
      di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
102 e muta nome perché muta lato.
Il mondano rumore della gloria non è altro che un soffio di vento, che ora viene ora va, e cambia nome perché muta il lato dalla cui direzione spira.
        Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
      da te la carne, che se fossi morto
105 anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
Che risonanza avrai tu nel mondo, allorquando scinderai da te, la tua vecchia carcassa, più che se fossi morto già da bambino, prima che abbandonassi il linguaggio infantile del 'pappo' e del 'dindi' (cibo e denari),
        pria che passin mill'anni? ch'è più corto
      spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.
prima che sia trascorso un millennio? il quale millennio è un lasso di tempo più breve, rispetto all'eternità, di quello che può essere un batter di ciglia a paragone della più lenta rivoluzione stellare.
        Colui che del cammin sì poco piglia
      dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
111 e ora a pena in Siena sen pispiglia,
Colui che a breve distanza mi precede, fece risonare del suo nome tutta la Toscana; ed ora appena di sfuggita se ne parla solo in Siena,
        ond'era sire quando fu distrutta
      la rabbia fiorentina, che superba
114 fu a quel tempo sì com'ora è putta.
della quale Siena era signore, allor che fu distrutta la rabbia fiorentina, che fu a quel tempo superba ed ora è meretrice, pronta cedersi a chiunque.
        La vostra nominanza è color d'erba,
      che viene e va, e quei la discolora
117 per cui ella esce de la terra acerba».
La vostra risonanza è color d'erba, che nasce ed appassisce e il sole la scolora lo stesso, per cui essa spunta tenera dalla terra».
        E io a lui: «Tuo vero dir m'incora
      bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?»
Io gli risposi: «La tua veritiera parola mi rincuora, mi infonde grande umiltà e placa il mio timore; ma chi è colui del quale tu ora parlavi?»
        «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
      ed è qui perché fu presuntüoso
123 a recar Siena tutta a le sue mani.
«Quello fu», rispose, «Provenzano Salvani; ed è qui per la presunzione avuta di poter diventare l'assoluto signore di Siena.
        Ito è così e va, sanza riposo,
      poi che morì; cotal moneta rende
126 a sodisfar chi è di là troppo oso».
Egli è giunto fin qui e va senza riposo, dopo la morte; di tal moneta viene retribuito colui che in vita umana pretese troppo».
        E io: «Se quello spirito ch'attende,
      pria che si penta, l'orlo de la vita,
129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
Ed io a lui: «Se uno spirito è così superbo che attende, prima che si penta, l'estremo tempo della vita e che quaggiù non dimora e Lassù non ascende,
        se buona orazïon lui non aita,
      prima che passi tempo quanto visse,
132 come fu la venuta lui largita?»
se buone preghiere non l'aiutano, come mai è giunto salvo fin qui?»
        «Quando vivea più glorïoso», disse,
      «liberamente nel Campo di Siena,
135 ogne vergogna diposta, s'affisse;

        e lì, per trar l'amico suo di pena,
      ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
138 si condusse a tremar per ogne vena.
«Quando egli visse tanto glorioso» lui mi rispose, «un suo amico cadde prigioniero di Carlo d'Angiò nella battaglia di Tagliacozzo, e su di lui, a riscatto, venne posta una taglia di diecimila fiorini d'oro; egli non aveva quella somma, allora pose un tappeto nella piazza di Campo di Siena e chiese umilmente l'elemosina per salvare il suo amico prigioniero, per il quale, dolente, egli tremava in ogni vena.
        Più non dirò, e scuro so che parlo;
      ma poco tempo andrà, che' tuoi vicini
      faranno sì che tu potrai chiosarlo.
142 Quest'opera li tolse quei confini».
Più non dirò e so che ciò che ho detto è poco chiaro; ma non molto tempo passerà, che i tuoi concittadini faranno in modo che tu potrai parlar di lui nel tuo messaggio e di questa opera buona che liberò Salvani degli infernali confini».

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