«O Padre nostro, che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
3 ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
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«O Padre nostro che sei nei cieli, non circoscritto nello spazio e nel tempo, ma vivente nell'infinito Equilibrio d'Amore,
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laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogne creatura, com'è degno
6 di render grazie al tuo dolce vapore.
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lodato sia il Tuo Nome e la Tua Potenza da ogni creatura, secondo la sua capacità di rendere grazie al Tuo Fiato Creativo.
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Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
9 s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
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Venga a noi quella Pace che avvolge e governa i mondi superiori, illuminati dalla Tua Luce d'Amore, ché noi ad essa non possiamo pervenire col nostro vivere peccaminoso - "non potem da noi", se ella non viene accompagnata da tutto il potere intellettivo consentito al genere umano - "con tutto nostro ingegno", - che ci renda idonei a mutare l'odio in amore, la vendetta in perdono in un equilibrio morale apportatore di pace.
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Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
12 così facciano li uomini de' suoi.
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Come volontariamente gli Angeli Tuoi, osannando al Tuo universale amore si sacrificano per aiutare tutte le creature sparse nel Creato, così facciano gli uomini per loro spontanea volontà.
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Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
15 a retro va chi più di gir s'affanna.
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Dai a noi il Tuo quotidiano aiuto spirituale, senza il quale retrocede chi più si affanna ad avanzare.
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E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
18 benigno, e non guardar lo nostro merto.
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Come noi perdoniamo coloro che ci causarono il male, tu perdona pietoso noi, senza guardare il nostro merito.
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Nostra virtù che di legger s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
21 ma libera da lui che sì la sprona.
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La nostra forza spirituale così inconsistente non mettere alla prova con l'antico avversario del Bene, ma liberala dal suo diabolico potere, che tanto al malfare la sprona.
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Quest'ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
24 ma per color che dietro a noi restaro».
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Quest'ultima preghiera, o Signore caro, non la facciamo per noi, ma per coloro che più di noi restarono indietro sul cammino della Vita».
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Così a sé e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
27 simile a quel che talvolta si sogna,
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Così le anime che vissero nella superbia vanno pregando, schiacciate sotto il peso della colpa, simile a quello che talvolta si avverte negli incubi, durante il sonno,
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disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
30 purgando la caligine del mondo.
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esse procedono così liberandosi nel dolore, dalla superbia, nera caligine del mondo.
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Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
33 da quei ch'hanno al voler buona radice?
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Se le anime di là pregano per noi con tanto amore, considerandoci "morti", che fare e dire possiamo noi per loro, da questo nostro piano di Luce che ci rende predisposti, alla buona radice della Pace, del Perdono e dell'Amore?
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Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
36 possano uscire a le stellate ruote.
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Si dovrebbe noi pregare per togliere loro le macchie del peccato, così che, alleggerite dal peso del Karma, possano uscire verso il Bene ed elevarsi sugli alti Piani stellari.
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«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l'ala,
39 che secondo il disio vostro vi lievi,
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Virgilio si rivolse a quelle anime in preghiera:
«Deh, con l'augurio che giustizia e misericordia vi alleggeriscano la pena, così che possiate subito volare verso ali alti Piani di Luce,
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mostrate da qual mano inver' la scala
si va più corto; e se c'è più d'un varco,
42 quel ne 'nsegnate che men erto cala;
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mostrateci da quale parte si ascende e da dove è meno ripida l'ascesa;
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ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
de la carne d'Adamo onde si veste,
45 al montar sù, contra sua voglia, è parco».
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perché questo che viene con me, è impedito dal peso del suo umano corpo pesante, che ancora lo riveste, ed è spiacente di non potersi sollevare leggero».
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Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
48 non fur da cui venisser manifeste;
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Non apparve manifesto da chi venissero le parole della risposta;
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ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
51 possibile a salir persona viva.
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ma dal gruppo di quelle anime contratte sotto il peso della pietra che le rivestiva, uscì una voce e disse: «A mano destra, lungo la riva della pietra dentro la quale noi formiamo il muro ("con noi venite") seguite, il muro che ci riveste e troverete il passaggio possibile a persona che vive, libera nei suoi movimenti.
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E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
54 onde portar convienmi il viso basso,
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E se io non fossi impedito dal sasso che doma la mia cervice superba, per cui devo tenere il viso basso,
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cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
57 e per farlo pietoso a questa soma.
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costui che è con te, e che non è stato nominato, io guarderei, per vedere se lo conosco, e per impietosirlo a questo mio peso corporeo ("e per farlo pietoso a questa soma").

È assolutamente da escludere che questa espressione sia, come pensa il Sapegno, "un modo di designare sé stesso sprezzantemente, quasi dicesse: "...a questa bestia da soma".
"Soma" in greco significa "corpo", è da intendersi, perciò: "a questo mio tormentato corpo di pietra".
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Io fui latino e nato d'un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
60 non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
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Io fui italiano, figlio di un gran toscano: Guglielmo Aldobrandeschi, di illustre casato; (qui è evidente lo strascico dell'antica superbia).
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L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
63 che, non pensando a la comune madre,

ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
66 e sallo in Campagnatico ogne fante.
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Il sangue nobile e le prestigiose imprese dei miei antenati mi fecero così arrogante che ebbi tutti nemici, per questo io ne morì, come i Senesi sanno e lo sanno in Campagnatico tutti quanti.

Umberto Aldobrandeschi, superbo e altezzoso, fu ucciso dai sicari mandati dal comune di Siena, mentre, di notte, si trovava nel suo letto al castello di Campagnatico, perciò, egli dice: "come i Sanesi sanno".
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Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
69 ha ella tratti seco nel malanno.
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Io sono Umberto, ma non a me soltanto la superbia causò il male, poiché da tal sentimento tutti i miei congiunti furono travolti.
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E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
72 poi ch'io nol fe' tra' vivi, qui tra' morti».
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Ed ora è bene che io porti tal peso e, poiché non espiai abbastanza in corpo umano, ora in questa dimensione minerale espio tra i morti».
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Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
75 si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
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Ascoltando questa voce, chinai in giù la faccia all'altezza del muro, da cui la voce usciva; e un di loro (delle anime immesse nella pietra) non questo che parlava, ma un altro, si fece attento ("si torse"), sotto il peso del muro in curva,
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e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
78 a me che tutto chin con loro andava.
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costui mi riconobbe e mi chiamava, tenendo gli occhi con fatica fissi verso di me, che tutto chino seguivo col pensiero ("con loro andavo") la loro via espiativa nel tempo che evolve.
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«Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
81 ch'alluminar chiamata è in Parisi?»
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«Oh!», io dissi a lui, «non sei tu Oderisi, l'onor di Gubbio, l'onor di quell'arte delle miniature con le quali miniasti i codici sacri e che "illuminiatura" fu chiamata a Parigi?»
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«Frate», diss'elli, «più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
84 l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
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«Fratello», egli disse, «ridono di scherno quelle carte che pennelleggiò più Franco Bolognese di me, e per la cui arte il merito fu mio, soltanto in parte.
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Ben non sare' io stato sì cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
87 de l'eccellenza ove mio core intese.
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Non sarei stato tanto propenso a far questo (se non per assecondare il mio orgoglio) nella mia vita, fu per il desiderio di apparire eccelso che lasciai credere fossi io il solo autore di tanta bellezza.
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Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
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Qui si paga il fio della superbia, ma io non sarei ora qui, se non avessi compreso il mio peccato e pregato Iddio, per ottenere la Sua Clemenza.
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Oh vana gloria de l'umane posse!
com'poco verde in su la cima dura,
93 se non è giunta da l'etati grosse!
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Oh... vana gloria dell'umano potere! come per poco tempo verdeggia la tua cima, se non vi è il risveglio della intelligenza nella umana età grossolana!
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Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
96 sì che la fama di colui è scura.
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Così (secondo l'ambizione mondana), Cimabue credette di ave raggiunto l'apice della gloria nella sua pittura ed ora ha Giotto il primo grido, così che la fama di Cimabue fu offuscata.
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Così ha tolto l'uno a l'altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
99 chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
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Ciò avvenne al dolce stile di Guido Guinizzelli, che fu spento dal dolce esprimersi di Guido Cavalcanti, ed è già giunto, forse un altro che caccerà l'uno e l'altro dalla gloria.
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Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
102 e muta nome perché muta lato.
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Il mondano rumore della gloria non è altro che un soffio di vento, che ora viene ora va, e cambia nome perché muta il lato dalla cui direzione spira.
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Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
105 anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
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Che risonanza avrai tu nel mondo, allorquando scinderai da te, la tua vecchia carcassa, più che se fossi morto già da bambino, prima che abbandonassi il linguaggio infantile del 'pappo' e del 'dindi' (cibo e denari),
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pria che passin mill'anni? ch'è più corto
spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.
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prima che sia trascorso un millennio? il quale millennio è un lasso di tempo più breve, rispetto all'eternità, di quello che può essere un batter di ciglia a paragone della più lenta rivoluzione stellare.
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Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
111 e ora a pena in Siena sen pispiglia,
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Colui che a breve distanza mi precede, fece risonare del suo nome tutta la Toscana; ed ora appena di sfuggita se ne parla solo in Siena,
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ond'era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
114 fu a quel tempo sì com'ora è putta.
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della quale Siena era signore, allor che fu distrutta la rabbia fiorentina, che fu a quel tempo superba ed ora è meretrice, pronta cedersi a chiunque.
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La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
117 per cui ella esce de la terra acerba».
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La vostra risonanza è color d'erba, che nasce ed appassisce e il sole la scolora lo stesso, per cui essa spunta tenera dalla terra».
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E io a lui: «Tuo vero dir m'incora
bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?»
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Io gli risposi: «La tua veritiera parola mi rincuora, mi infonde grande umiltà e placa il mio timore; ma chi è colui del quale tu ora parlavi?»
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«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
123 a recar Siena tutta a le sue mani.
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«Quello fu», rispose, «Provenzano Salvani; ed è qui per la presunzione avuta di poter diventare l'assoluto signore di Siena.
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Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
126 a sodisfar chi è di là troppo oso».
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Egli è giunto fin qui e va senza riposo, dopo la morte; di tal moneta viene retribuito colui che in vita umana pretese troppo».
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E io: «Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo de la vita,
129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
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Ed io a lui: «Se uno spirito è così superbo che attende, prima che si penta, l'estremo tempo della vita e che quaggiù non dimora e Lassù non ascende,
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se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
132 come fu la venuta lui largita?»
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se buone preghiere non l'aiutano, come mai è giunto salvo fin qui?»
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«Quando vivea più glorïoso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
135 ogne vergogna diposta, s'affisse;

e lì, per trar l'amico suo di pena,
ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
138 si condusse a tremar per ogne vena.
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«Quando egli visse tanto glorioso» lui mi rispose, «un suo amico cadde prigioniero di Carlo d'Angiò nella battaglia di Tagliacozzo, e su di lui, a riscatto, venne posta una taglia di diecimila fiorini d'oro; egli non aveva quella somma, allora pose un tappeto nella piazza di Campo di Siena e chiese umilmente l'elemosina per salvare il suo amico prigioniero, per il quale, dolente, egli tremava in ogni vena.
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Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che' tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.
142 Quest'opera li tolse quei confini».
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Più non dirò e so che ciò che ho detto è poco chiaro; ma non molto tempo passerà, che i tuoi concittadini faranno in modo che tu potrai parlar di lui nel tuo messaggio e di questa opera buona che liberò Salvani degli infernali confini».
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