
La Commedia
di Dante Alighieri
alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica
PURGATORIO - Canto IX
nel libero commento di Giovanna Viva
Davanti alla porta del Purgatorio: sogno di Dante e suo risveglio - Virgilio spiega a Dante il suo sogno - l'angelo portiere incide con la punta della spada sette P sulla fronte di Dante - l'angelo apre la porta del Purgatorio - entrata dei due poeti
La concubina di Titone antico
già s'imbiancava al balco d'orïente,
3 fuor de le braccia del suo dolce amico;
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L'Aurora, concubina dell'antico mitologico Titone, già s'imbiancava all'orizzonte, fuori dalle braccia del suo dolce amico;
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di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
6 che con la coda percuote la gente;
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la sua fronte riluceva di stelle formanti la costellazione dello Scorpione, il freddo animale che percuote la gente con la coda a pungiglione (cioè con l'energia degli astri del tempo apocalittico);
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e la notte, de' passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov'eravamo,
9 e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;
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e la notte aveva già fatto due primi passi, due ore, nel tempo del luogo in cui eravamo e la terza ora stava ormai per trascorrere;
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quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
12 là 've già tutti e cinque sedavamo.
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quando io, che portavo il peso del mio Adamitico corpo con le sue fisiologiche difficoltà, vinto dal sonno, mi chinai sull'erba fra i miei compagni, Virgilio, Sordello, Nino Visconti e Malaspina.
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Ne l'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
15 forse a memoria de' suo' primi guai,
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In quell'ora prossima al mattino, in cui la rondinella comincia i suoi tristi garriti e la nostra mente pellegrina spazia fuori dal tempo,
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e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da' pensier presa,
18 a le sue visïon quasi è divina,
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nello Spirito cosciente, libera dei pensieri della materia e nelle sue percezioni è quasi divina,
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in sogno mi parea veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
21 con l'ali aperte e a calare intesa;
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in sogno mi pareva di vedere sospesa nel cielo un'aquila dalle penne d'oro, con le ali aperte, intenta a calarsi giù;
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ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
24 quando fu ratto al sommo consistoro.
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e mi pareva di essere sul monte Ida nella Frigia, dove Ganimede (figlio del re di Troia), mentre si trovava a caccia con i suoi amici, fu prelevato (dai Fratelli del Cielo) e condotto al sommo consiglio (a contattare con gli Extraterrestri).

Ganimede fu prescelto, per le sue doti spirituali, a divenire loro portavoce, per portare agli uomini il Divino Messaggio d'Amore.
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Fra me pensava: 'Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
27 disdegna di portarne suso in piede'.
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Nel mio sogno, formulavo l'idea: 'Forse il compito di quest'aquila d'oro (disco volante), è quello di condurre le anime della valletta su nelle Celesti Sfere'.
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Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
30 e me rapisse suso infino al foco.
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Poi mi pareva che, ruotando, discendesse veloce come folgore e portasse me in alto fino al "suo fulgore".
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Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
33 che convenne che 'l sonno si rompesse.
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Ebbi la sensazione che l'aquila d'oro mi portasse più in alto, verso una grande sfera infuocata e che quell'incendio da me immaginato mi bruciasse tanto, che convenne che dal sonno io mi destassi.
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Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
36 e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
39 là onde poi li Greci il dipartiro;
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Non altrimenti avvenne ad Achille, che, svegliatosi improvvisamente a Sciro, non riconobbe più la Tessaglia, da dove era stato prelevato (da un disco volante), per desiderio della madre Teti (che voleva sottrarlo alla guerra);
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che mi scoss'io, sì come da la faccia
mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
42 come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
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come Achille, mi svegliai anch'io e divenni agghiacciato di paura.
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Dallato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er'alto già più che due ore,
45 e 'l viso m'era a la marina torto.
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Trovai con me soltanto il mio maestro, il sole era alto da più di due ore ed io ero rivolto verso la marina.
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«Non aver tema», disse il mio segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
48 non stringer, ma rallarga ogne vigore.
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«Non aver paura», mi disse Virgilio, «non scoraggiarti, perché siamo già a buon punto.
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Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
51 vedi l'entrata là 've par digiunto.
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Sei stato trasportato fino al Purgatorio: vedi di là, vi è il "balzo" (salto evolutivo), che lo chiude d'intorno e permette l'entrata a chi il balzo ha compiuto.
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Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormia,
54 sovra li fiori ond'è là giù addorno
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Prima del giorno, mentre dormivi, sui fiori del prato
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venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
57 sì l'agevolerò per la sua via".
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scese dall'alto una donna e disse: "Io sono Lucia; lasciatemi portare costui che dorme, così gli abbrevierò la via".

Qui potrebbe anche riferirsi all'abbreviazione del tempo del Karma, con una morte ed una rinascita.
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Sordel rimase e l'altre genti forme;
ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
60 sen venne suso; e io per le sue orme.
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Sordello rimase lì con gli altri; lei ti portò su ed io la seguii.
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Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
63 poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».
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Qui ti posò, ma prima con i suoi begli occhi mi indicò l'entrata aperta; ella ripartì col tuo sogno al tuo risveglio».
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A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
66 poi che la verità li è discoperta,
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Come colui che smorza i suoi dubbi e muta in conforto la sua paura, alla conoscenza della Verità,
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mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
69 si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
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io mi rinfrancai; e Virgilio riprese su per il balzo, e io dietro (seguitai il Cammino evolutivo) verso l'altura.
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Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
la mia matera, e però con più arte
72 non ti maravigliar s'io la rincalzo.
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Vedi bene, o lettore, come io rendo più alta la materia del mio poema, non meravigliarti, perciò, se anche nell'intendere essa sarà più complicata e difficile.
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Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che là dove pareami prima rotto,
75 pur come un fesso che muro diparte,
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Ci avvicinammo al vano del muro che prima mi era parso rotto, diviso da una fessura,
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vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
78 e un portier ch'ancor non facea motto.
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vidi una porta con tre gradini di diverso colore, dove l'angelo portiere stava silenzioso.
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E come l'occhio più e più v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado sovrano,
81 tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
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Guardando ancora, io vidi nel volto dell'angelo un tale splendore, che non mi permise di guardarlo;
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e una spada nuda avëa in mano,
che reflettëa i raggi sì ver' noi,
84 ch'io drizzava spesso il viso in vano.
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egli aveva nella mano una spada sguainata, che verso di noi rifletteva i suoi raggi, tanto che io invano cercavo di sollevare il mio sguardo verso di lui.
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«Dite costinci: che volete voi?»,
cominciò elli a dire, «ov'è la scorta?
87 Guardate che 'l venir sù non vi nòi».
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«Cosa volete voi?» ci domandò e soggiunse, «Dov'è la scorta? Badate che il salire non vi riesca sgradito».
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«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi
90 ne disse: "Andate là: quivi è la porta"».
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«Una donna discesa dal cielo», gli rispose Virgilio, «ci disse: "Andate là: questa è la porta"».
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«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
ricominciò il cortese portinaio:
93 «Venite dunque a' nostri gradi innanzi».
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«Andate, dunque, ed ella che vi indicò la via guidi i vostri passi», riprese l'angelo; «Venite avanti presso i nostri gradini».
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Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
96 ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
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Ci avvicinammo; dei tre gradini, il primo era pulito e terso tanto, che io mi specchiai e apparsi esattamente così come sono.
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Era il secondo tinto più che perso,
d'una petrina ruvida e arsiccia,
99 crepata per lo lungo e per traverso.
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Il secondo gradino era ruvido e arsiccio, spaccato a croce per lungo e per traverso.
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Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante,
102 come sangue che fuor di vena spiccia.
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Il terzo, che in superficie presentava una massa compatta, pareva di porfido, fiammeggiante come sangue che sprizzi fuori dalle vene.
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Sovra questo tenëa ambo le piante
l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
105 che mi sembiava pietra di diamante.
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Su quest'ultimo gradino, l'angelo di Dio, in simbolo di Giustizia, posava entrambe le piante.
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Tre gradini, tre tempi della Vita - v. 76
Il primo gradino pulito e terso, sul quale Dante si specchiava, simboleggiava la Coscienza in sul nascere, appena forgiata dalle mani perfette del suo onnipotente Creatore. Il secondo, brutto, ruvido, nero e arsiccio, dove per lungo e per traverso un segno di croce lo spaccava, simboleggiava la sporca Coscienza arida e macchiata dagli errori sacrileghi del mondo, dove su tutto e su tutti grava il peso della Crocifissione del Cristo, tanto da spaccare in pieno la Coscienza come quel gradino col segno della Croce. Il terzo, ammassato sul suo piano di color sanguigno, è il simbolo dall'espiazione che tanto inonda di sangue il mondo, da formare, in un ammasso, un lavacro per la stessa umanità che lo ha versato. E l'Angelo sedeva sulla soglia che pareva di diamante, che accoglierà il passo della Coscienza purificata.
I tre gradini, quindi, sono il simbolo delle tre età della vita.
Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
108 umilemente che 'l serrame scioglia».
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Il mio duca, traendomi su per i gradini, mi disse: «Chiedi umilmente che ti apra la porta».
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Divoto mi gittai a' santi piedi;
misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
111 ma tre volte nel petto pria mi diedi.
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Devotamente mi gettai ai suoi piedi, chiesi misericordia, lo pregai di farmi entrare e innanzi a quei tre gradini, per tre volte, mi battei il petto.
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Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
114 quando se' dentro, queste piaghe», disse.
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Egli mi impresse sulla fronte sette P con la punta della spada e disse: «Fai in modo che ti lavi queste piaghe, quando sarai nell'espiazione».
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Sette P, sette piaghe, sette peccati - v. 112
I sette P rappresentano le "SETTE" piaghe di Gesù, che tutti gli uomini hanno nella Coscienza, poiché ogni uomo fa parte di quel nucleo umano che crocifisse il Cristo.
Per rimarginare queste sette piaghe, il Purgatorio è diviso in sette balze, il mondo umano è schiacciato da sette pesi che lo soffocano e che soltanto la divina spada della sofferenza potrà cancellare, come con la spada della sofferenza furono impresse le piaghe, per volontà umana, sulla Divina Sostanza di cui era formato il Corpo di Gesù.
Le piaghe di Gesù non furono cinque, ma sette; un'altra sulla fronte fu scavata da una lunga spina della corona dell'ingiuria, ed un'altra ancora sulla spalla dal peso della croce, che tagliò la carne penetrando fino all'osso.
Su "IL VANGELO DALLA SINDONE" di Ildebrando A. Sant'Angelo si leggono alcune chiarificazioni in merito alle piaghe che si riscontrano sulla Sacra Sindone, in perfetta corrispondenza con quelle dei Vangeli.
Luca narra come Gesù, nell'orto di Getsemani, cominciò a sudare sangue e come le gocce cadevano a terra (Luca 27:44).
L'elaborazione elettronica fa apparire misteriosamente in rilievo i rivoli e i grumi di sangue.
La Sindone mostra che Gesù non fu schiaffeggiato, come è stato inteso, ma colpito in tutta la faccia; l'originale greco dice: "Lo percosse"; infatti, fu percosso col bastone; la Sindone mostra un colpo sulla faccia, che gli tumefece la guancia e gli ruppe il setto nasale, facendo uscire molto sangue dal naso.
La tortura di Gesù fu un caso probabilmente unico nel suo genere. La Sindone ci mostra ancora che i flagelli terminavano con coppie di piccoli pesi di piombo a forma di manubrio; inoltre, i colpi che si contano sulla Sindone sono 121 e non 39 o 40, quanti sarebbero stati per la legge ebraica.
La Sindone ci mostra, infine, che Gesù, durante la flagellazione, fu legato a un basso ceppo, secondo l'uso romano, per presentare col dorso una superficie piana ai flagellatori.
Nessun condannato fu, oltre Gesù, incoronato di spine. La Sindone mostra chiaramente la corona di spine e le molte percosse in tutto il corpo, nonché la piaga profonda sulla spalla e una contusione sulla scapola, fatta evidentemente durante le cadute, sotto il peso della Croce.
Luca narra (23:26) come i soldati costrinsero un uomo di Cirene ad aiutare Gesù nel portare la croce. La spiegazione di questo gesto, completamente inusitato per i condannati a morte, si trova nel fatto che Gesù, esausto per il tremendo supplizio dei 121 colpi della flagellazione, andava cadendo ripetutamente e non ce la faceva neanche a rialzarsi. Queste ripetute cadute spiegano le sue contusioni ai ginocchi, nella guancia destra e sulla fronte, per lo sbattimento nel pietrisco della strada.
Gli evangelisti narrano come Gesù, giunto al Calvario, fu crocifisso. Le ferite dei chiodi, nelle mani e nei piedi, sono le più evidenti nella Sindone, insieme a quella del colpo di lancia al "Cuore di Cristo già morto", di cui parla Giovanni (19:34).
Cenere, o terra che secca si cavi,
d'un color fora col suo vestimento;
117 e di sotto da quel trasse due chiavi.
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Cenere, o terra che dal profondo si cavi, sarebbe stata tutt'una col suo vestimento; dal quale l'angelo portiere trasse due chiavi.
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L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
120 fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.
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L'una era d'oro e l'altra era d'argento; ed egli aprì la porta, prima girando nella toppa la chiave bianca e poi la gialla (la chiave d'argento fu uguale alla richiesta di misericordia, quella d'oro funzionò dopo la concessione misericordiosa), così che io fui contento.
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«Quandunque l'una d'este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa»,
123 diss'elli a noi, «non s'apre questa calla.
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«Se l'una o l'altra chiave non funziona» (sia per causa di una richiesta non proveniente da un cuore che con amore chiede, e sia per mancata accettazione Divina), ci disse l'angelo, «la porta non s'apre.
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Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
126 perch'ella è quella che 'l nodo digroppa.
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Molto cara a Dio è la sincera richiesta di perdono, ma l'altra chiave richiede una maggiore forza di fervido pentimento, per poter funzionare nella serratura, poiché è quella che scioglie il nodo del peccato.
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Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
129 pur che la gente a' piedi mi s'atterri».
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Queste chiavi le ricevetti da Pietro, il quale mi disse che era meglio errare per facile perdono, che per troppo errore».

Qui il riferimento va all'errore di quei sacerdoti, che si sentono arbitri di giudicare o di scomunicare, in base al misero intuito umano incapace di sapere dove finisce il Bene e dove inizia il Male. Facilmente si nega la Comunione ad una persona divorziata o ad una donna che non è abbastanza coperta, o si scaccia dalla chiesa una prostituta, ecc.
L'essere umano non conosce quale sia il vero peccato contro il Divino Amore ed è incapace di un vero giudizio.
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Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
132 che di fuor torna chi 'n dietro si guata».
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L'Angelo portiere spinse l'uscio della sacra porta, dicendo: «Entrate; ma fate attenzione che fuori torna "chi 'n dietro si guata"».
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chi 'n dietro si guata - v. 132
Non significa "volgere il capo e guardarsi indietro", ma "si guada: guadare". Si guada un corso d'acqua e si guada, esplorando l'anima nel suo profondo. Ciò significa che, quando un uomo è idoneo a varcare la porta di diamante, è giunto a buon punto del suo risveglio di Coscienza e, quindi, alle percezioni o ai ricordi delle vite passate. La certezza che la morte non esiste come un addio per sempre; che ognuno è sé stesso nell'eterno esistere e mai energia sperduta in altra energia senza più nome, né ricordi, che c'incontriamo di vita in vita, fino a riconoscerci l'un l'altro e che, al raggiungimento del Divino Traguardo ci attende la Felicità, che ci unirà tutti, per non dividerci più, avvince talmente l'anima, che il guardare da uno spiraglio che si apre al nostro intendere sulla cortina del tempo, non ci soddisfa in pieno. Allora, errare è facile: si tenta di scrutare sempre più, "guadando" nel proprio passato, oltre quello che ci viene consentito più o meno, a secondo della propria evoluzione del momento. "Ma facciovi accorti che di fuori torna chi indietro si guata". La potente forza dell'energia-pensiero ci spinge ad esplorare, a tornare "a guato" sulla scia di quelle dolorose, negative esperienze che più non sono necessarie. Questo può bloccare l'anima, nel proseguire oltre la meravigliosa porta di diamante, nel luminoso futuro.
In altre parole: Tutto ciò che esiste è energia operante nell'energia, pertanto, l'anima (che è energia), spinta dall'energia del pensiero che "guada" nel passato più del consentito al proprio grado evolutivo del momento, rischia di retrocedere, tornando a rinascere in piani meno evoluti e rischia di risoffrire esperienze dolorose, sebbene queste non siano più necessarie.
In tal modo, giunti alla porta del Purgatorio, "di fuori torna chi 'ndietro si guata".
E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
135 che di metallo son sonanti e forti,
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Quella porta non si apre dolcemente, ma cigola e rugge sui cardini distorti, che malamente reggono la "grande porta" del mondo umano, la grande porta dove gli spigoli arrugginiti ruotano in direzione l'uno all'altro opposta, distorcendo così la Sacra Reggenza ("regge sacra") fatta d'amore e di sacrificio per l'altrui bene,
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non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
138 Metello, per che poi rimase macra.
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non rugghiò tanto, né si mostro così acra (nella depredazione della Fratellanza), neanche la porta della rupe Tarpea, dove si custodiva il pubblico Erario, tesoro pubblico alimentante il bilancio dello Stato, che Cesare manomise, per quanto difeso dall'onesto tribuno romano Cecilio Metello.

Similmente a Cesare, i capi della Terra hanno sempre manomesso la Legge del Cristico Amore, che gli umili, come Metello hanno cercato di difendere invano.
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Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
141 udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch'io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;
145 ch'or sì or no s'intendon le parole.
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Io mi volsi attento al primo tuono di voci che al mio orecchio giungeva, unito alla melodia di un dolce suono. (Tuono e melodia, Male e Bene frammisti).
Quello che udivo mi risvegliava il ricordo di quando si stava a cantare nelle chiese, accompagnati dal suono degli organi. "Sia lode a Dio" dicevano le parole del canto, che or s'intendevano e ora no, poiché frammisti i suoni del "tuono" di dottrine errate e del dolce "suono" della sentita preghiera a Dio.
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