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La Commedia
di Dante Alighieri

alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica

PURGATORIO - Canto VII

Dante Alighieri

nel libero commento di Giovanna Viva

Antipurgatorio: Sordello e la valletta dei principi - Sordello addita ai poeti le anime di vari monarchi


        Poscia che l'accoglienze oneste e liete
      furo iterate tre e quattro volte,
   3 Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?»
Dopo lunghe e accorate effusioni, Sordello, ritraendosi leggermente, domandò: «Voi, chi siete?»
        «Anzi che a questo monte fosser volte
      l'anime degne di salire a Dio,
   6 fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
«Prima che queste anime, ora degne di salire a Dio, fossero rivolte verso il cammino evolutivo, il mio corpo fu sepolto per opera di Ottaviano.
        Io son Virgilio; e per null'altro rio
      lo ciel perdei che per non aver fé».
   9 Così rispuose allora il duca mio.
Io sono Virgilio; perdetti il Cielo, pur se non colpevole, sia di peccato, che di mancanza di fede». Così rispose il mio maestro.
        Qual è colui che cosa innanzi sé
      sùbita vede ond'e' si maraviglia,
 12 che crede e non, dicendo «Ella è... non è...»,
Come colui che vede all'improvviso dinanzi a sé una cosa che lo meravigli e lo renda ansioso, dicendo «È... non è...»,
        tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
      e umilmente ritornò ver' lui,
 15 e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.
così parve Sordello; e con lo sguardo rivolto verso il basso, riavvicinatosi a Virgilio, lo abbracciò ai ginocchi.
        «O gloria di Latin», disse, «per cui
      mostrò ciò che potea la lingua nostra,
 18 o pregio etterno del loco ond'io fui,
«O gloria eterna degli italiani», esclamò: «per merito del quale la nostra lingua evidenziò tutta la sua più elevata espressione, o pregio eterno della patria mia,
        qual merito o qual grazia mi ti mostra?
      S'io son d'udir le tue parole degno,
 21 dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».
qual merito o qual grazia mi ti mostra? Se io son degno di udir le tue parole, dimmi se vieni dall'inferno e da quale cerchio».
        «Per tutt'i cerchi del dolente regno»,
      rispuose lui, «son io di qua venuto;
 24 virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
«Passando per tutti i cerchi espiativi», rispose Virgilio, «son giunto fin qui; sorretto dalla Forza Divina, che mi accompagna ancora.
        Non per far, ma per non fare ho perduto
      a veder l'alto Sol che tu disiri
 27 e che fu tardi per me conosciuto.
Non per aver peccato, ma per non aver potuto proseguire sul cammino evolutivo ho perso il tempo per vedere l'Alto Sole che tu desideri e che io mi attardo a conoscere.

"E CHE FU TARDI PER ME, CONOSCIUTO". Questo non significa: "fu da me conosciuto tardi, dopo la morte", come i commentatori affermano, anche perché, nella stessa terzina, Virgilio dice che PER NON FARE HA PERDUTO DI VEDERE L’ALTO SOLE. Non si può, pertanto, pensare che egli sia già pervenuto alla Massima Dimensione Cosmica - Solare ("Alto Sole"). Infatti: in Inferno Canto I - v. 123, 126, "Se tu vorrai salire alle beate genti, io ti affiderò ad un anima, che a far ciò, è PIÙ DEGNA DI ME, poiché quell'Imperatore che là su regna, non vuole che vi si acceda per mio mezzo, perché io FUI RIBELLANTE ALLA SUA LEGGE" (che stabilisce un veloce procedere evolutivo). In Inferno Canto I - v. 132, Dante dice a Virgilio: "Poeta, io ti richeggio per quello Dio che TU NON CONOSCESTI...".
Pertanto, il verso 27 si può intendere nel modo seguente: "E CHE FU TARDI" (ritardo nel tempo che passò nella sosta) "PER ME CONOSCIUTO": (tardi sarà per me quando l'avrò conosciuto).
        Luogo è là giù non tristo di martìri,
      ma di tenebre solo, ove i lamenti
 30 non suonan come guai, ma son sospiri.
Laggiù c'è un luogo non rattristato da tormenti fisici, di tenebre solo (dove le anime son prive di corpo e quindi di occhi e di corde vocali), ove i lamenti non suonan come guaiti, ma son sospiri (di aria - di vento).
        Quivi sto io coi pargoli innocenti
      dai denti morsi de la morte avante
 33 che fosser da l'umana colpa essenti;
In tal cerchio (in tal situazione) son io, assieme ai pargoli "innocenti", non perché meritevoli di tale sofferenza, ma perché respinti dall'opera dell'aborto, "morsi dai denti della Morte", prima che fossero liberati dalle colpe che in quella esperienza di vita avrebbero dovuto espiare, ("avante che fosser da l’umana colpa essenti");

Virgilio si considera nello "stesso cerchio" dei pargoli respinti nel procedere evolutivo, arrestato anche lui, pur se non dall'opera delittuosa dell'aborto, dalle dolci suppliche di Beatrice.
Ogni anima, prima di tornare a rinascere in dimensione umana, per il proseguimento del proprio ciclo evolutivo, sceglie da Lassù la futura madre fra le sorelle di umano cammino, già conosciute e amate in precedenti vite, affinché possa ella farle da guida ed esserle d'aiuto nel doloroso proseguimento dell'ascesa verso la Luce.
        quivi sto io con quei che le tre sante
      virtù non si vestiro, e sanza vizio
 36 conobber l'altre e seguir tutte quante.
qui son io, con coloro che non potettero adornarsi delle tre sante virtù e che senza colpa, conobbero altre esperienze e dovettero seguirle alla perfezione ("e seguir tutte quante").

[chiarificazioni purgatorio] senza colpa, conobbero altre esperienze (il delitto dell'aborto) - v. 35-36 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

Dalla "Scuola Cristica dei Misteri" apprendiamo che la creatura che torna alla vita espiativa sceglie dall'aldilà, prima di incarnarsi, i genitori e la famiglia in cui avere asilo in questa umana scuola correttiva.
Ogni creatura, inoltre, sceglie di nascere sotto l'influsso di una determinata costellazione, che non è altro che un fascio di determinati raggi energetici, i quali influiscono su di essa fino a quando non sarà talmente sviluppata spiritualmente da sottrarsi all'influsso dei pianeti. Ogni uomo, secondo le sue opere può raggiungere un grado di coscienza superiore o inferiore a quello che aveva alla nascita. Queste tendenze sono manifeste nell'irradiazione dell'anima e nella costellazione.
La "Scuola Cristica dei Misteri" c'insegna ancora che nei mondi dell'aldilà ci sono delle scuole come su questa Terra. Là le anime vengono istruite su queste circostanze cosmiche e sulle loro ripercussioni. Ci sono degli Esseri superiori, o Angeli Istruttori, che si prendono cura particolare di quelle anime che vanno a reincarnarsi. È importante che coloro che si incarnano sappiano quello che li aspetta sulla Terra. Se un'anima segue le istruzioni del suo insegnante, le è permesso di guardare il campo di radiazione della costellazione che l'attende, per conoscere le varie possibilità di sviluppo della sua vita terrena. Questa visione della costellazione si manifesta all'anima e le mostra le varie disgrazie che la possono colpire.
Spesso, succede che l'anima riconosca le sue eccessive tendenze negative e veda quali difficili situazioni e quali disgrazie possono succederle nella vita umana. In questo caso, le viene sconsigliato dalla scuola spirituale di reincarnarsi. L'insegnante spirituale le consiglia di rimanere ancora lassù per migliorarsi, finché l'irradiazione dell'anima presenti aspetti più positivi.
L'anima può svilupparsi (in parte) anche nel regno superiore, dove è più facile migliorare l'irradiazione che in un corpo umano.
Non appena l'anima è entrata nel corpo, il suo passato viene coperto dal velo della dimenticanza.
Questa piccolissima parte di nozioni cosmiche ci dice quanto squilibrio animico comporti l'aborto e quanto pesi la colpa di tale nefandezza.
Con l'aborto "si uccide" una vita in sul nascere e si arresta il processo evolutivo della creatura stessa, nonché la Evoluzione Cosmica di cui ogni anima è scintilla, poiché l'uomo non vive per se stesso, ma in funzione del Tutto che lo contiene, come ogni cellula del corpo umano non vive per se stessa, ma in funzione dell'uomo a cui appartiene, Come già detto, l'anima respinta dall'aborto sarà costretta ad errare penosamente nel Cosmo, fino a quando si reincarnerà tramite altra madre; neanche le esperienze che l'attenderanno saranno esattamente quelle adatte ad essa.

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
      dà noi per che venir possiam più tosto
 39 là dove purgatorio ha dritto inizio».
Se tu sai e non ti è impedito indicarci la via, perché possiamo arrivare più presto - continua Virgilio - dicci il punto esatto in cui inizia il Purgatorio».
        Rispuose: «Loco certo non c'è posto;
      licito m'è andar suso e intorno;
 42 per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
Rispose Sordello: «Non è segnato un posto fisso per tale accesso, ma per quel che posso, ti farò da guida.
        Ma vedi già come dichina il giorno,
      e andar sù di notte non si puote;
 45 però è buon pensar di bel soggiorno.
Vedi già come declina il giorno. Quando manca la "Luce" non si può ascendere sul sacro monte lungo la via della purificazione; così la salita è impedita dall'oscurità, pertanto è opportuno trovare un luogo dove passare gradevolmente la notte.
        Anime sono a destra qua remote:
      se mi consenti, io ti merrò ad esse,
 48 e non sanza diletto ti fier note».
Sul lato destro del monte vi sono appartate delle anime che saranno di certo liete di conoscervi e anche a voi ciò sarà gradito poiché vi sono già note».
        «Com'è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
      salir di notte, fora elli impedito
 51 d'altrui, o non sarria ché non potesse?»
«Perché questo divieto?», domandò Virgilio. «Chi volesse salire di notte sarebbe impedito da qualcuno, oppure non ne avrebbe la forza?»
        E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,
      dicendo: «Vedi? sola questa riga
 54 non varcheresti dopo 'l sol partito:
Sordello tracciò una linea per terra dicendo: «Vedi? Neanche questa riga soltanto tu potresti varcare dopo il tramonto:
        non però ch'altra cosa desse briga,
      che la notturna tenebra, ad ir suso;
 57 quella col nonpoder la voglia intriga.
non perché a salire ci sia altro ostacolo oltre l'oscurità, ma è la volontà che nella notte dell'involuzione tale impotenza produce.

[chiarificazioni purgatorio] che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga
- v. 56-57 [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]

La luce appartiene al polo positivo, il buio il negativo; così come il giorno e la notte, anche il Bene e il Male, il Perdono e la Vendetta, l'Amore e l'Odio, ecc, formano i due poli opposti che accendono la Vita come positivo e negativo accendono la lampada elettrica.
Il giorno succede alla notte e la notte al giorno. I processi evolutivi e involutivi si succedono senza posa; fase attiva e fase passiva si alternano per l'eternità.
Durante la fase attiva della Creazione eterna ed infinita ("Giorno") gli universi e gli esseri emergono, si condensano, evolvono e si trasformano. Durante la fase passiva ("Notte") la Vita è in gestazione e, dal punto di vista oggettivo, esiste solo l'oscurità.
Così nel libro della Genesi, i vari esseri vengono all'esistenza all'apparire della luce (al "mattino evolutivo"), ma ogni atto creativo è separato dal successivo, dalla "sera", cioè dal buio:

"...e chiamò la luce "giorno", e le tenebre "notte".
Così fu sera, poi fu mattina: primo giorno...
e chiamò il firmamento "cielo".
Di nuovo fu sera, poi fu mattina: secondo giorno..."
(Genesi 1:5-6).

Ogni "Giorno" della Creazione si compone, quindi, di una "sera" e di una "mattina", cioè, di un occultamento e di una manifestazione.
Secondo l'antica dottrina induista, i sistemi solari si dissolvono nell'oscurità (in Sanscrito Pralaia) e riemergono (energeticamente) nella manifestazione (Manvantara). Perennemente in obbedienza a questa legge ciclica: è il respiro di Brahma: la Vita, il tutto, Dio.
Durante l'occultamento, quindi, il buio avanza, viene meno l'energia evolutiva del positivo risveglio, che si verifica, invece, nel giorno della Vita.
Ed ecco l'impossibilità di ascendere sul monte evolutivo del Purgatorio, la cui cima giunge alle "porte" del Regno di Dio.
La circolazione dell'energia attraverso la struttura dell'Universo, concepito come un organismo vivente inserito in una corrente creativa discendente e in una corrente evolutiva ascendente, è simbolicamente rappresentata nella Bibbia dalla visione di Giacobbe al quale "...apparve una scala appoggiata sopra la Terra, con la cima arrivava al cielo; e per essa ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano. Al di sopra invece stava il Signore..." (Genesi 28:12).

[chiarificazioni purgatorio] [chiarificazione precedente] [chiarificazione seguente]


        Ben si poria con lei tornare in giuso
      e passeggiar la costa intorno errando,
 60 mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».
Ben si potrebbe scendere lungo le pendici (nella notte della mente) e camminare intorno, ma non si può proseguire nell'evoluzione finché, l'"orizzonte" intellettivo tiene nascosto il "giorno"».
        Allora il mio segnor, quasi ammirando,
      «Menane», disse, «dunque là 've dici
 63 ch'aver si può diletto dimorando».
Allora il mio signore acconsentì, «Conduci noi», disse, «dunque là dove dici che si può provare diletto».
        Poco allungati c'eravam di lici,
      quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
 66 a guisa che i vallon li sceman quici.
Ci eravamo da poco allontanati da lì, quando mi accorsi che il monte era scosceso e incavato come sono le valli qui sulla Terra.
        «Colà», disse quell'ombra, «n'anderemo
      dove la costa face di sé grembo;
 69 e là il novo giorno attenderemo».
«Là», disse Sordello, «ci avvieremo dove la costa è maggiormente accogliente; e là attenderemo il nuovo giorno».
        Tra erto e piano era un sentiero schembo,
      che ne condusse in fianco de la lacca,
 72 là dove più ch'a mezzo muore il lembo.
Quel sentiero, ora ripido e ora piano (come quello della vita), ci condusse alla cavità del monte, là dove l'avvallamento giungeva a più della metà tra l'alto e il piano.

Nella "Scala dell'Evoluzione", più giù della metà, subito dopo del "mezzo del cammino", dove si trova la dimensione animale-umana, vi è il Regno vegetale.
In appresso, si riscontrerà una certa attinenza fra la vita vegetale e quella delle anime che popolano la valletta.
        Oro e argento fine, cocco e biacca,
      indaco, legno lucido e sereno,
 75 fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
Quella valle era formata da tutti i colori più belli della Terra. Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e sereno (come i gioielli ed i ricchi mobili che abbellivano la vita dei re e dei principi) splendevano fulgidi per tutta la valle,

Vari e tanti sono stati i significati attribuiti a tale descrizione. Alcuni commentatori hanno creduto identificare la jychnite, sostanza legnosa detta in latino "lignis", secondo altri del legno indiano, "indaco", secondo altri ancora del color nero lucido e pertanto "sereno". Per altri "sereno" varrebbe l'azzurro dell'aria, venendo a mancare l'indaco quale colore. Il Chimenz osserva che questo sarebbe meno probabile, giacché il nero dell'ebano, per quanto lucido, non pare possa dirsi "sereno" e inserirsi tra i vivaci colori.
A mio avviso, è più giusto ritenere che la valletta riproduca lo sfarzo di cui ebbero a fregiarsi in vita umana quelle anime di re e di principi, che ora espiavano immesse nelle piante.
La storia c'insegna attraverso quali contorte vie i potenti della Terra giunsero a sentenziare che i loro sudditi e i loro schiavi non dovevano usufruire dell'eguaglianza di quei diritti umani che per loro erano leciti.
Le anime della valletta vivevano, così, nelle varie privazioni che la vita vegetale comporta e ciò riscattava in esse l'equilibrio perduto nella colpa.
        da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
      posti, ciascun saria di color vinto,
 78 come dal suo maggiore è vinto il meno.
della bellezza dell'erba e dei fiori, posti in seno alla valletta, ognuno sarebbe vinto, come dal maggiore è vinto il minore.
        Non avea pur natura ivi dipinto,
      ma di soavità di mille odori
 81 vi facea uno incognito e indistinto.
La Natura non aveva in quel luogo dipinto soltanto i colori delle piante, ma, dalla soavità di tanti odori, produceva un aroma dolcissimo e indefinibile.

Di tanta bellezza, però, le anime in espiazione non avvertivano nulla, così come nel passato nessun bene avevano agli altri procurato; le loro ricchezze erano ora per gli altri e non per loro.
        'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
      quindi seder cantando anime vidi,
 84 che per la valle non parean di fuori.
Il dolce canto di un 'Salve Regina' si spandeva nel vento dal fruscio delle piante e dell'erba. Ed io vidi anime che pregavano, "ma che, per la valle, non parean di fuori", perché erano nelle piante, dentro un corpo vegetale, perciò "assise", radicate per terra.
        «Prima che 'l poco sole omai s'annidi»,
      cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
 87 «tra color non vogliate ch'io vi guidi.
«Prima che s'annidi l'ultimo sole», cominciò Sordello, che ci aveva accompagnati, «non vogliate che io vi guidi fra coloro che sono nella valletta!
        Di questo balzo meglio li atti e ' volti
      conoscerete voi di tutti quanti,
 90 che ne la lama giù tra essi accolti.
Di questo "balzo" (salto evolutivo) conoscerete voi persone e loro gesta, meglio di quanto potreste fare, se foste mescolati nella valle con essi.
        Colui che più siede alto e fa sembianti
      d'aver negletto ciò che far dovea,
 93 e che non move bocca a li altrui canti,
Colui che "siede" più in alto di tutti (potrebbe trattarsi di un albero a lungo fusto) dimostra di aver trascurato il suo dovere dall'alto del suo trono, costui non canta con gli altri (un albero a lungo fusto è privo di foglie che possano stormire al vento),
        Rodolfo imperador fu, che potea
      sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
 96 sì che tardi per altri si ricrea.
egli fu l'imperatore Rodolfo d'Asburgo (padre di Alberto tedesco), che non si curò di sanar le piaghe dell'Italia morente e, pertanto, lunga espiazione l'attende ("tardi per altri si ricrea").
        L'altro che ne la vista lui conforta,
      resse la terra dove l'acqua nasce
 99 che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
L'altro che gli è accanto e che dal suo atteggiamento pare sia teso verso di lui per confortarlo, governò la Boemia, la terra dove nasce l'acqua che la Moldava ("Molta") porta nell'Elba ("Albia") di cui è affluente, e che l'Elba porta nel mare:
        Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
      fu meglio assai che Vincislao suo figlio
102 barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
costui ebbe nome Ottacaro, fu nemico di Rodolfo (contro il quale combatté e morì in battaglia; i due erano stati nemici nel mondo umano, ma seggono ora insieme, a confortarsi l'un l'altro, nell'espiazione in dimensione diversa, nel regno della purificazione e del perdono). Ottacaro fu saggio e, ancora in fasce, fu migliore di Vincislao suo figlio, adulto e barbuto, che visse tra ozio e lussuria.
        E quel nasetto che stretto a consiglio
      par con colui c'ha sì benigno aspetto,
105 morì fuggendo e disfiorando il giglio:
Quel nasetto che siede vicino a Enrico il grasso, re di Navarra (colui che ha "benigno aspetto") e che pare siano l'un l'altro a consiglio, è Filippo III, l'Ardito. Egli regnò sulla Francia, ma fuggì in battaglia disonorando il giglio (cioè la bandiera di Francia, il cui stemma aveva tre gigli d'oro in campo azzurro):
        guardate là come si batte il petto!
      L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
108 de la sua palma, sospirando, letto.
Guardate là come si batte il petto! Vedete l'altro che gli è accanto e che "sospirando" (nel muovere del vento) ha fatto della sua palma, letto alla sua guancia.

Anche qui pare ci venga descritta la posizione di un albero che posa una parte di sé ("la guancia") sulla parte più forte ("la sua palma", potrebbe anche essere un palmizio).
L'uno è Filippo III, padre di Filippo il Bello: "mal di Francia". L'altro è Enrico di Navarra "Enrico il Grasso", la cui unica figlia Giovanna, erede al trono di Francia, sposò il "mal di Francia".
        Padre e suocero son del mal di Francia:
      sanno la vita sua viziata e lorda,
111 e quindi viene il duol che sì li lancia.
Filippo III ed Enrico di Navarra, detto "il grasso", sono rispettivamente padre e suocero di Filippo il Bello, definito "il mal di Francia", per la sua vita viziosa e turpe. L'uno, come padre di lui, l'altro, come padre di lei, che ebbe a soffrire per colpa del marito, soffrono entrambi quel dolore che li spinge ("li lancia") verso il Divino Traguardo.
        Quel che par sì membruto e che s'accorda,
      cantando, con colui dal maschio naso,
114 d'ogne valor portò cinta la corda;
Quello che pare cosi nerboruto (Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia di Manfredi), si accorda cantando con Carlo I d'Angiò, figlio di Luigi VIII, re di Francia. Egli si adornò d'ogni virtù di cui si cinge un cavaliere;
        e se re dopo lui fosse rimaso
      lo giovanetto che retro a lui siede,
117 ben andava il valor di vaso in vaso,
e se re dopo lui fosse rimasto il giovanetto che dietro a lui siede, ben sarebbe passato il valore da erede a successore ("di vaso in vaso"),

Ma il giovanetto che sedeva dietro (pare come alberello nato lì accanto), ultimogenito di Pietro III, era morto in giovanissima età.
        che non si puote dir de l'altre rede;
      Iacomo e Federigo hanno i reami;
120 del retaggio miglior nessun possiede.
che non si può dir così degli altri eredi Giacomo e Federico; essi hanno i reami, ma l'eredità migliore, la virtù paterna, nessuno di loro possiede.
        Rade volte risurge per li rami
      l'umana probitate; e questo vole
123 quei che la dà, perché da lui si chiami.
La virtù umana rare volte esiste nelle anime che espiano in dimensione vegetale ("per li rami"); e così vuole Colui che tale espiazione permette, affinché al Suo Regno si acceda ("perché da lui si chiami").
        Anche al nasuto vanno mie parole
      non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
126 onde Puglia e Proenza già si dole.
Anche al nasuto vanno le mie parole, non meno che a Pietro, che con lui espia, e per loro colpa il regno di Puglia e la contea di Provenza si dolgono ancora.

Puglia e Provenza, lasciate in mano a Carlo II, lo zoppo, soffrirono molto.
        Tant'è del seme suo minor la pianta,
      quanto, più che Beatrice e Margherita,
129 Costanza di marito ancor si vanta.
Carlo II, ("la pianta"), è tanto inferiore al suo seme (Carlo I), quanto Costanza ha motivo di vantarsi di suo marito (Pietro III), più che non possano farlo Beatrice di Provenza e Margherita di Borgogna (mogli di Carlo I).
        Vedete il re de la semplice vita
      seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
132 questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
Vedete il re dalla semplice vita (Arrigo d'Inghilterra); costui, per essere stato semplice e onesto, ora siede solo, lontano dalla calca delle altre anime in espiazione, ed ha pertanto maggior respiro, poiché "ne' rami suoi" ha migliore uscita verso l'aria e il sole.
        Quel che più basso tra costor s'atterra,
      guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
      per cui e Alessandria e la sua guerra
136 fa pianger Monferrato e Canavese».
Quello che più basso tra tutti "s'atterra", (si noti ancora un'altra allusione al regno vegetale, dove le piante "atterrano" le radici) Guglielmo Marchese di Monferrato (spadalunga), per il quale e per la guerra di Alessandria piangono Monferrato e Canavese».

Guglielmo, superbo vicario imperiale e capo ghibellino, cadde prigioniero e fu messo in una gabbia di ferro, dove fu tenuto per due anni, fino al 1292, anno in cui morì.
Il figlio Giovanni I, per vendicarlo, mosse guerra contro Alessandria, ma l'esito della lotta non fu per lui felice, giacché ebbe invase le due regioni costituenti il Marchesato: Monferrato e Canavese, che ancor oggi piangono gli effetti di tale guerra.
Possiamo, ora dedurre senza dubbio che la valletta dei principi ospitava i regnanti che tennero i sudditi nella privazione di ogni "colore" e di ogni respiro della vita. Inoltre, la loro posizione, "sempre assise" fra l'erba e i fiori, il battersi il petto in permanenza, lo stare in consiglio, la guancia posata sulla palma, che in permanenza faceva da letto, non può di certo identificarsi al movimento di vita umana; noi non restiamo seduti a vivere fra l'erba e i fiori, cantando al vento, non ci battiamo continuamente il petto (neanche per dire "mea culpa") né atterriamo tanto nel pavimento da parere più bassi degli altri... come Guglielmo marchese.

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