
La Commedia
di Dante Alighieri
alla luce della Filosofia Cosmica
in chiave parapsicologica
PARADISO - Canto XIX
nel libero commento di Giovanna Viva
L'aquila parla a Dante e gli dimostra che la giustizia divina è imperscrutabile ai mortali e gli spiega come per la salvezza siano necessarie la fede e le opere; poi accenna alla perversità dei regnanti cristiani in tutta Europa
Parea dinanzi a me con l'ali aperte
la bella image che nel dolce frui
3 liete facevan l'anime conserte;
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La bella immagine dell'aquila d'oro che le anime riunite insieme formavano, con le ali aperte in segno di protezione e d'amore, mi era dinanzi;
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parea ciascuna rubinetto in cui
raggio di sole ardesse sì acceso,
6 che ne' miei occhi rifrangesse lui.
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e ciascuna delle anime appariva come uno splendido rubino nel quale un raggio di sole pareva ardesse e tanto splendeva che sembrava rinfrangere nei miei occhi il sole stesso.
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E quel che mi convien ritrar testeso,
non portò voce mai, né scrisse incostro,
9 né fu per fantasia già mai compreso;
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E quello che devo adesso riferire non fu riferito mai da alcuna voce, né alcun inchiostro mai lo scrisse, né mai fu concepito dalla umana fantasia,
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né fu per fantasia già mai compreso - v. 9
Non fu mai compreso che dal becco di un'aquila, formata da tante creature extraterrestri, potesse uscire il suono di una voce. Questo pensiero, però, andava bene per i tempi di Dante... Noi, oggi, conosciamo e manipoliamo la forza energetica delle onde sonore che, mediante apparecchiature di ricezione e trasmissione, proiettiamo in ogni direzione, da cui vengono captate. Così come le superiori civiltà extraterrestri oggi fanno, anche nei tempi di Dante trasmettevano la voce, articolandola, dal becco dell'aquila formata da Creature angeliche extraterrestri.
Anche noi, oggi possiamo operare in tal senso, servendoci di appropriate apparecchiature più primitive, mentre Loro, i nostri Fratelli dello spazio, possono farlo senza macchinario alcuno, essendo molto più progrediti di noi in Scienza e Coscienza.
Tutto ciò che noi definiamo «Miracolo» è sempre frutto di una Scienza sovrumana: «Miracolo» sì, ma vero miracolo d'Amore, nell'armonia Divina, del fraterno bene, realmente concepito come la più grande Grazia Celeste.
ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
12 quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
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poiché io vidi l'aquila parlare e udii la voce che usciva dal becco e usava il singolare «io» e «mio», nonostante che il discorso si generasse da tutti gli esseri extramondani che formavano l'aquila.
La perfetta uniformità di parola e di volontà simboleggia l'idea che tiene in sintonia legati assieme tutti gli Esseri dei mondi superiori, dove tutto è pace in un unico pensiero di fraterno, altruistico, immenso amore.
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Voce dell'aquila d'oro - v. 13-18 ![[chiarificazione seguente]](oro_sud.gif)
E cominciò: «Per esser giusto e pio
son io qui essaltato a quella gloria
15 che non si lascia vincere a disio;
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E cominciò: «Per essere stato giusto e onesto, son io qui innalzato a quella gloria che non si lascia superare da alcun desiderio umano, ma che combatte il male e le forze distruttrici della vita;
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e in terra lasciai la mia memoria
sì fatta, che le genti lì malvage
18 commendan lei, ma non seguon la storia».
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In terra lasciai la memoria di me a coloro che la lodano, ma non seguono il mio esempio».
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Così un sol calor di molte brage
si fa sentir, come di molti amori
21 usciva solo un suon di quella image.
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Così come un sol calore scaturisce da molti carboni accesi, ugualmente usciva un'unica voce da tante anime ardenti d'amore divino, che formavano l'immagine dell'Uccel di Giove.
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Ond'io appresso: «O perpetüi fiori
de l'etterna letizia, che pur uno
24 parer mi fate tutti vostri odori,
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Pertanto io continuai: «O perpetui fiori di estrema letizia, che mi fate sembrare solo una la vostra voce, come da molti fiori un sol profumo,
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solvetemi, spirando, il gran digiuno
che lungamente m'ha tenuto in fame,
27 non trovandoli in terra cibo alcuno.
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scioglietemi con la vostra grazia il gran digiuno di conoscenza, che da molto tempo mi ha assillato, "m'ha tenuto in fame", non trovando io, nella Sapienza terrena soluzione alcuna, "alcun cibo".
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Ben so io che, se 'n cielo altro reame
la divina giustizia fa suo specchio,
30 che 'l vostro non l'apprende con velame.
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Io so bene che, se la giustizia divina si specchia in un altro ordine di intelligenze superiori, essa si manifesta senza velo a voi Creature del Cielo.
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Sapete come attento io m'apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello
33 dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».
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Sapete con quanta attenzione io mi preparo ad ascoltare; sapete qual'è quel dubbio che da tanto tempo mi tormenta».
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Quasi falcone ch'esce del cappello,
move la testa e con l'ali si plaude,
36 voglia mostrando e faccendosi bello,
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Come il falco, a cui il falconiere toglie il cappuccio di cuoio, che gli aveva messo sul capo perché stesse quieto, muove la testa e batte le ali compiaciuto, mostrando desiderio di elevarsi e predare e si aggiusta col becco le penne scompigliate, facendosi bello,
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vid'io farsi quel segno, che di laude
de la divina grazia era contesto,
39 con canti quai si sa chi là sù gaude.
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così io vidi farsi l'aquila, "quel segno", formata da spiriti che erano di per sé glorificazioni della Grazia Divina, con canti che solo i beati possono conoscere.
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Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
42 distinse tanto occulto e manifesto,
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Poi cominciò: «Colui che oltrepassò il sesto grado della Scala Evolutiva, per tracciare l'Infinito, e dentro di esso distinse tanto di occulto e tanto di manifesto,
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non poté suo valor sì fare impresso
in tutto l'universo, che 'l suo verbo
45 non rimanesse in infinito eccesso.
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non poté imprimere in tutto l'Universo le sua potenza, perché la Sua Idea non eccedesse infinitamente su tutto ciò che creava.
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E ciò fa certo che 'l primo superbo,
che fu la somma d'ogne creatura,
48 per non aspettar lume, cadde acerbo;
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E ciò è provato dal fatto che il «demone-uomo», il primo superbo che fu perfezione del creato, cadde immaturo, "acerbo".
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e quinci appar ch'ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene
51 che non ha fine e sé con sé misura.
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e quindi appare che ogni creatura appartenente ai regni inferiori, è troppo piccolo recipiente, "corto ricettacolo", per accogliere quel Bene che non può essere misurato se non con sé stesso.
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Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de' raggi de la mente
54 di che tutte le cose son ripiene,
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Dunque la vostra veduta intellettiva, che necessariamente è solo uno dei raggi della mente, di cui tutte le cose son ripiene,
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non pò da sua natura esser possente
tanto, che suo principio discerna
57 molto di là da quel che l'è parvente.
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non può avere in sua natura la potenza, tanto che il suo principio non riesce a recepire quello che non le è parvente.
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Però ne la giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
60 com'occhio per lo mare, entro s'interna;
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Però nella Giustizia eterna quello che vede il vostro mondo penetra come l'occhio nel mare;
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che, ben che da la proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
63 èli, ma cela lui l'esser profondo.
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il quale, sebbene dalla riva possa vedere il fondo, non riesce poi a vederlo in alto mare.
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Lume non è, se non vien dal sereno
che non si turba mai; anzi è tenebra
66 od ombra de la carne o suo veleno.
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Per l'intelletto umano non c'è altra luce di verità all'infuori di quella che proviene dalla sempiterna perfetta Mente Divina, che mai si turba; altrimenti è tenebra d'ignoranza, od ombra della carne, o suo veleno.
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Assai t'è mo aperta la latebra
che t'ascondeva la giustizia viva,
69 di che facei question cotanto crebra;
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La tenebra che nascondeva la giustizia viva, intorno alla quale ti ponevi questioni così frequenti, molto ti è stata diradata;
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ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva
de l'Indo, e quivi non è chi ragioni
72 di Cristo né chi legga né chi scriva;
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così che tu dicevi: "Un uomo nasce alle rive di un fiume dell'India, dove non vi è chi ragioni di Cristo, né chi di Lui legga, né chi di Lui scriva;
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e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
75 sanza peccato in vita o in sermoni.
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e tutti i suoi voleri ed i suoi atti sono buoni, quando la ragione umana vede senza peccato in vita o in ragionamenti, ben discernendo, pur senza parole,
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Muore non battezzato e sanza fede:
ov'è questa giustizia che 'l condanna?
78 ov'è la colpa sua, se ei non crede?"
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e per chi muore non battezzato o senza Fede, dov'è questa giustizia che lo condanna? E dov'è la colpa sua s'egli non crede?"
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Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,
per giudicar di lungi mille miglia
81 con la veduta corta d'una spanna?
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Or tu chi sei, che vuoi sedere in cattedra, per giudicare da oltre mille miglia con la veduta corta di una spanna?
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Certo a colui che meco s'assottiglia,
se la Scrittura sovra voi non fosse,
84 da dubitar sarebbe a maraviglia.
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Senza dubbio, se non ci fosse la sacra scrittura a guidarvi con la sua luce proveniente dai fratelli del cielo, e da voi ricevuta per mezzo dei profeti, vi sarebbe da dubitare, essendo la vostra mente non idonea a recepire le cose più grandi.
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Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch'è da sé buona,
87 da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.
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Oh terreni animali! oh menti grosse! La prima volontà che è di per sé stessa volontà di bene, da sé, che è sommo bene, mai non si mosse.
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Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira,
90 ma essa, radïando, lui cagiona».
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È giusto tutto ciò che si conforma alla Sua Volontà, inoltre non è attirata da nessun bene creato ma essa stessa, irradiando la sua bontà, è causa del Bene».
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Quale sovresso il nido si rigira
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
93 e come quel ch'è pasto la rimira;
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Come sovresso il nido si rigira, poi che la cicogna ha pasciuto i figli, e come quel cicognino che è stato da essa nutrito la riguarda affettuosamente;
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cotal si fece, e sì leväi i cigli,
la benedetta imagine, che l'ali
96 movea sospinte da tanti consigli.
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tale si fece la benedetta immagine dell'aquila d'oro, che muoveva le ali sospinte dalla volontà unanime dei Beati che la formavano,
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Roteando cantava, e dicea: «Quali
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
99 tal è il giudicio etterno a voi mortali».
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roteando cantava e diceva: «Come a te è inintelligibile il mio canto, così agli uomini è incomprensibile la ragione dei divini decreti».
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Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
102 che fé i Romani al mondo reverendi,
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Poi quegli spiriti ardenti di carità divina cessarono di roteare e, ancora disposti nella figura dell'aquila che rese i Romani degni di reverenza,
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esso ricominciò: «A questo regno
non salì mai chi non credette 'n Cristo,
105 né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.
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esso ricominciò: «A questo regno non salì mai chi non credette in Cristo, né prima né dopo che s'inchiodasse alla croce.
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Ma vedi: molti gridan 'Cristo, Cristo!',
che saranno in giudicio assai men prope
108 a lui, che tal che non conosce Cristo;
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Molti gridano il nome di Cristo, ma nel giorno del giudizio saranno meno vicini a lui di coloro che non lo conoscono nemmeno;
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e tai Cristian dannerà l'Etïòpe,
quando si partiranno i due collegi,
111 l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.
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e siffatti cristiani saranno condannati dagli stessi infedeli giusti, uomini viventi in regioni come l'Etiopia, in cui la religione cristiana non è conosciuta, quando saranno divise le due schiere, quella dei giusti, eletta dall'eterna ricchezza del paradiso, e quella dei reprobi destinata all'eterna miseria.
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Che poran dir li Perse a' vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
114 nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
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cosa potranno allora dire gl'infedeli ai re cristiani, allorché vedranno spalancato il libro della Giustizia, in cui sono registrate tutte le loro azioni spregevoli?
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Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,
quella che tosto moverà la penna,
117 per che 'l regno di Praga fia diserto.
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Lì si vedrà tra le opere di Alberto I d'Asburgo, quella che presto muoverà la mano divina a scriverla nel volume delle prepotenze guerresche fra le altre opere contro il fraterno amore.
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Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
120 quel che morrà di colpo di cotenna.
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In quel libro di giustizia apparirà il danno che arreca alla Francia (indicata col fiume Senna che attraversa Parigi), Filippo il Bello, morto in seguito ad una caduta da cavallo, durante una battuta di caccia, essendo passato un cinghiale fra le gambe del suo cavallo.
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Lì si vedrà la superbia ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
123 sì che non può soffrir dentro a sua meta.
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Lì si vedrà la superbia che asseta, la quale rende folle di potenza Edoardo II° re d'Inghilterra e Roberto Bruce, re di Scozia in modo tale che né l'uno, né l'altro possono rassegnarsi di restare dentro i propri confini, "dentro a sua meta".
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Vedrassi la lussuria e 'l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
126 che mai valor non conobbe né volle.
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Vedrai la lussuria e il vivere in ozio del re di Spagna, Ferdinando IV° di Castiglia e di quel re di Boemia, Vinceslao IV°, che mai valor non conobbe né volle.
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Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate,
129 quando 'l contrario segnerà un emme.
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Si leggerà dello zoppo di Ierusalemme, segnata con una «I» la sua bontà, mentre il contrario sarà segnato con M, con la prima e l'ultima lettera del nome Ierusalem (la prima segnata con l'1, la seconda col mille).
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Vedrassi l'avarizia e la viltate
di quei che guarda l'isola del foco,
132 ove Anchise finì la lunga etate;
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Si vedrà l'avarizia e la viltà di colui che guarda l'isola del fuoco, di Federico II° d'Aragona, re di Sicilia (del fuoco dell'Etna) dove finì Anchise la sua lunga età;
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e a dare ad intender quanto è poco,
la sua scrittura fian lettere mozze,
135 che noteranno molto in parvo loco.
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e per dimostrare quanto sia insufficiente, il conto delle sue colpe scritte nel libro sarà registrato con lettere mozze, che registreranno molte colpe in uno spazio piccolo, "in parvo loco".
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E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
138 nazione e due corone han fatte bozze.
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In quel libro appariranno a tutti le opere vergognose di Giacomo, re di Maiorca, di Federico II° d'Aragona e di Giacomo II° re di Sicilia e poi d'Aragona, fratello di Federico,
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E quel di Portogallo e di Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia
141 che male ha visto il conio di Vinegia.
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e di Dionisio l'Agricola, re di Portogallo e di Norvegia, lì si conosceranno anche le opere nefande del re di Rascia, che, con suo disonore, volle contraffare il ducato veneziano.
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Oh beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra,
144 se s'armasse del monte che la fascia!
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O beata Ungheria, se non si lascia più malmenare! E beata Navarra, se si armasse del monte che la fascia!
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E creder de' ciascun che già, per arra
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,
148 che dal fianco de l'altre non si scosta».
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E ognuno deve ritenere che una anticipazione di questo triste futuro della Navarra, sia il lamentarsi e il gridare dell'isola di Cipro, indicata col nome delle due città più importanti, Nicosia e Famagosta, a causa del suo bestiale sovrano Arrigo II° di Lusignano, re di Cipro, come Luigi X, degno compagno degli altri crudeli regnanti».

È stato già affermato da Dante che il tema di fondo del cielo di Giove è attinente alla Giustizia e non può esserci alcun legame fra l'aquila segnata dalle luci dei beati e l'Impero romano, come invece sarebbe secondo i precedenti commenti. Solo con i mezzi di volo extraterrestri «Aquile volanti» o «Aquile d'oro» oppure «Uccel di Giove» quale simbolo delle maggiori altezze, conosciute dagli uomini del tempo antico, ma giammai le si può conferire la somiglianza con l'impero romano. Sarebbe per Dante uno sdegno contro le cattive guide politiche e religiose di quella cristianità, che non conosce neanche l'ombra dell'equilibrio d'Amore, nè della Misericordia divina, in una dottrina errata, dove l'idea di un Dio UNO e TRINO non viene capita, dove la giustizia è vista solo attraverso il sommo esponente: che non può essere la miseria di un terrestre impero.
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