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UNA MINI TUNGUSKA ITALIANA

Due ipotesi sul fenomeno di Tarquinia che riconducono ad uno o più oggetti fisici che hanno interagito con l'ambiente.

di Fabrizio Aumento

Nella seconda metà di gennaio di quest'anno, una massa di energia, tuttora sconosciuta, si è abbattuta sulla pineta dell'Università Agraria di Tarquinia, in località "La Roccaccia", nel triangolo compreso fra Tarquinia, Tuscania e Montalto di Castro.
Il fatto ha destato immediato interesse, perché in quel periodo vi erano stati numerosi avvistamenti di oggetti luminosi nel cielo sovrastante Tarquinia-Fiumicino-Viterbo, uno dei quali risultò essere un meteorite che, probabilmente, cadde in mare.
[La devastazione della Roccaccia - Foto 44k .jpg] Durante i primi sopralluoghi, subito dopo la nostra scoperta dell'evento, il 7 febbraio 1997, non ci si rese conto delle reali dimensioni del fenomeno: si parlava di una trentina di alberi abbattuti, alcuni dei quali riportavano delle strane bruciature sulla base dei tronchi. I numerosi visitatori, sia dilettanti che professionisti, avanzarono una ricca gamma di ipotesi, dalle più semplici e banali alle più fantasiose ed elaborate. Fra queste ricordiamo il mancato atterraggio di un UFO in difficoltà, l'atterraggio di un UFO per raccogliere campioni vegetali, un "terremoto aereo" dovuto ad una particolare congiunzione di pianeti avvenuta il 19 gennaio, la caduta di un frammento di cometa (una mini Tunguska italiana), un vecchio incendio, una recente nevicata, fulmini globulari, muffe nere, lo scarico e la deflagrazione di carburante di un aereo a bassa quota, ecc. Precisiamo subito che il problema è tuttora aperto.
Con queste ipotesi in mente, vennero immediatamente eseguite delle analisi preliminari per la ricerca di tracce di radioattività; il rilevamento di tracce di Cesio 137 destò inizialmente una certa particolare attenzione (se non allarmismo) da parte di alcuni organi di stampa e delle stesse Autorità. Tuttavia, un'attività sistematica di campionamento e di analisi sia sui terreni in zona che fuori, sia sulle bruciature, sia sulle parti sane degli alberi, escluse un legame diretto tra radioattività e il fenomeno in esame. Infatti le tracce di Cesio 137, rilevate con spettrometria gamma, erano compatibili con i residui delle ricadute conseguenti all'incidente di Chernobyl. Inoltre, cercando sempre di individuare indizi di un evento nucleare avvenuto sul posto, vennero eseguite analisi spettrometriche su del filo spinato avvolto ad un tronco bruciato; queste non rivelarono alcun residuo di scariche di neutroni. Pressoché in parallelo alle verifiche radiometriche, vennero analizzate le strane bruciature sui tronchi degli alberi.
[Scansione al microscopio elettronico - Foto 37k .jpg] Furono prelevati sottili campioni di corteccia bruciata e, successivamente, analizzati al microscopio elettronico a scansione, sia per analisi morfologiche sia per l'individuazione di specifici elementi chimici e di micro globuli metallici, possibili prodotti d'ablazione di un corpo extraterrestre esploso a contatto con l'atmosfera.

LE REALI DIMENSIONI DEL FENOMENO
[Area interessata dal fenomeno compresa in un'ellisse - Foto 22k .jpg] Contemporaneamente continuava un paziente, metodico rilevamento di reali danni, meccanici e termici, prodotti dall'"evento" della Roccaccia. Al termine di questo rilevamento ci si rese conto delle reali dimensioni del fenomeno. Si scoprì essere l'area devastata in forma ellittica, con l'asse maggiore in direzione 200°, di 400 metri di lunghezza, l'asse minore di 175 metri, contenente più di 90 alberi abbattuti, anch'essi principalmente in direzione 200°.
[Direzione di caduta degli alberi - Foto 14k .jpg] Non si riscontrò alcun cratere nel punto di impatto del terreno. Sulla mappa della pineta sono riportati solo gli alberi abbattuti: si nota che le direzioni di abbattimento hanno una leggera tendenza ad una distribuzione rotatoria in senso antiorario, verso SSW; sovrapposta alla direzione principale Nord-Sud.
Lo stile dell'abbattimento cambia sistematicamente con la distanza del perimetro dell'ellisse; lungo i bordi si trovano alberi con solo le loro cime decapitate; poco più in dentro gli alberi, maestosi pini marittimi piantati a riche una cinquantina di anni fa, sono stati nettamente spezzati alla base ed infine completamente sradicati, sollevando zolle di terra e radici di 2-4 metri di diametro; in contrasto, ancora più dentro, al centro dell'ellisse, un'area circolare di 100 metri di diametro non ha subito che minimi danni meccanici; vi si trova solo qualche albero sradicato.
[Densità relativa degli alberi abbattuti - Foto 22k .jpg] In compenso, in questo cerchio centrale sono stati bruciati più di 135 tronchi.
L'abbattimento sistematico dei pini lungo una singola fascia ben definita, circondata da pineta intatta, esclude che sia il risultato della forte nevicata di fine anno '96. Agricoltori locali, che attraversarono la pineta durante la prima metà di gennaio '97 per raggiungere i loro campi limitrofi, confermano che in quel periodo non vi erano alberi abbattuti.
Anche le bruciature hanno una distribuzione sistematica: la loro massima intensità è concentrata quasi al perimetro del cerchio. Le bruciature, tutte alla base dei tronchi, sembrano fermarsi al contatto col sottobosco; in verità, alcune continuano sotto terra lungo le radici, lasciandole carbonizzate.
Inoltre, vi sono bruciature fresche su vecchi ceppi, come pure sulle superfici superiori di pigne cadute da tempo, già semi-interrate e marcite al contatto col suolo. Per contrasto, il suolo non presenta alcuna alterazione, né termica né meccanica: gli aghi di pino del sottobosco, la vegetazione e le pigne cadute di recente, come tutto il resto di quella pineta e le altre della Roccaccia, sono rimasti incolumi e indisturbati.
In quasi tutti i casi, queste intense bruciature superficiali non interessano l'intera circonferenza del tronco, ma coinvolgono solo le singole "facciate" dei tronchi, facciate che "guardano" in due principali direzioni, largamente raggruppate intorno ai 140° e 300° (perpendicolare alla direzione dell'abbattimento). Le bruciature partono da terra e risalgono le facciate dei tronchi per 40-100 centimetri; in pochi casi arrivano fino a 3 metri di altezza e solo un albero è stato totalmente bruciato da cima a terra, anch'esso sempre su una sola facciata.
Fotografie ad alto ingrandimento (600x) con un microscopio a scansione mostrano che le bruciature sono fresche, intense ma solo superficiali; le pareti cellulari, più dure, sono nitide e ben conservate, mentre gli interni delle singole cellule, più morbide, sono stati svuotati, ma le risultanti cavità non hanno ancora accumulato alcun deposito secondario (granelli di polvere, pollini, o altri depositi). Non vi sono tracce né di micro-globuli metallici né di elementi estranei a una corteccia di pino. Inoltre, decine di testimonianze oculari escludono che le bruciature siano dei resti di un piccolo incendio di sottobosco avvenuto localmente nel '92. La superficialità delle bruciature, la continuità sotto terra lungo le radici e le loro disposizioni (spesso si affacciano in gruppi l'una con l'altra) fanno pensare a bruciature intense, di tipo corto circuito elettrico, con gli alberi, ceppi e pigne agendo come punti di messa a massa con la terra.

EFFETTO DI FULMINI GLOBULARI?
Questa possibile rassomiglianza con fenomeni elettrici ci portò ad esaminare l'effetto di ball lightnigs (o fulmini globulari), sfere incandescenti di origine incerta; normalmente avvistati ad alte quote, sono stati anche visti atterrare e saltare come palle da ping-pong da oggetto ad oggetto, bruciando ciò che toccano.
Per la Roccaccia, bisogna postulare la caduta di un gran numero di questi fulmini globulari per causare tante bruciature, e giacché sono stati sempre descritti come oggetti piuttosto lenti, bisogna abbinarli a qualche meccanismo di trasporto ad alta velocità per spiegare l'effetto meccanico dell'abbattimento degli alberi. Com'è possibile generare e trasportare velocemente una tal quantità di fulmini globulari? E che cosa sono?
Normalmente un fulmine, per esistere, ha bisogno di due poli, uno positivo a terra e uno negativo nelle nubi elettricamente attive, fra i quali poter fare arco e scaricare energia elettrica. Un fulmine globulare, invece, è autosufficiente, e pertanto deve avere una struttura energetica interna completamente diversa dal normale fulmine temporalesco.

UN TERRIBILE FENOMENO METEREOLOGICO
Nel cercare di individuare un singolo meccanismo naturale che potesse spiegare sia l'effetto termico che quello meccanico, trovammo nella letteratura descrizioni di avvistamenti avvenuti nelle vaste pianure della Russia, Stati Uniti e Canada di quello che viene chiamato "tornado", un terribile fenomeno meteorologico con fama di produrre danni sia termici che meccanici.
Questi tornado, associati a temporali, sarebbero dense masse d'aria e vapore acqueo in rapido movimento vorticoso, a forma di cono inverso, che si distinguono da semplici trombe d'aria o d'acqua nel contenere all'interno enormi quantità di energia luminosa. Questa energia è confinata a forma di una "ciambella", o toroide, situata verso la base del cono. È stato teorizzato che questa energia sia di origine "plasmoide", cioè in qualche maniera riconducibile alla fisica dei plasmi e forse connessa a materia in fase di fusione nucleare. Tale stato energetico venne ipotizzato inizialmente da V. Bostik in un suo articolo su "Scientific American" nell'ottobre del 1957. Recentemente, Ranada e Trucba, dell'Università di Madrid, scrivono su "Nature" (1996) che una reazione plasmoide potrebbe essere innescata durante un temporale dalla casuale ma estrema concentrazione di energia dovuta allo scontro di multiple scariche di fulmini, ciascuno apportando da 20.000 a 150.000 ampère di corrente con differenze di potenziale dell'ordine da 10 a 20 milioni di volt. La temperature dell'atmosfera al punto di scontro salirebbe oltre un livello critico (più di 30.000° K): il gas diventerebbe un plasma in fusione, capace di ottenere enormi quantità di energia elettromagnetica.

L'IPOTESI DEL "PLASMOIDE"
Pertanto, la vera natura di questi toroidi e dei fulmini globulari è di estremo interesse per gli studi nel campo della fisica dei plasmi, perché potrebbe essere l'esempio naturale di ciò che si sta cercando di riprodurre in laboratorio, cioè una fusione nucleare mantenuta e contenuta. Testimoni che si sono sfortunatamente trovati al di sotto di questi coni, con basi fra i 50 e i 100 metri di diametro, raccontano che l'interno è talmente luminoso da accecare, come l'arco di una saldatrice elettrica, con fulmini che saltellano continuamente da lato a lato di una zona toroidale situata alla base del cono; dall'esterno invece questa luminosità è quasi invisibile, a causa della densità delle nubi del tornado. I vortici si spostano lateralmente e verticalmente, ma se si avvicinano troppo al terreno, possono emettere ("vomitare", nelle descrizioni in inglese) scariche di fulmini globulari dal loro perimetro al ritmo di anche 25 al secondo, bruciando il terreno, prima di riprendere quota. I ritmi di emissioni dei fulmini sono assai superiori rispetto a quanto accade in un temporale, richiedono una quantità di energia elettrica centinaia di volte superiore a una normale scarica temporalesca; essa è talmente alta che non è concepibile che sia generata dall'effetto elettromagnetico temporalesco che normalmente alimenta i fulmini.
Accrediterebbe quindi l'ipotesi di un evento "plasmoide".

I DANNI MATERIALI
I danni attribuiti ad un tornado di questo tipo, possono essere disastrosi. Per esempio, un piccolo tornado luminoso si è manifestato a Silverton, nel Texas, il 15 maggio 1957; venti persone persero la vita. La base di questo particolare tornado, con il suo toroide luminoso, era di soli 10-15 metri di diametro. Abbassandosi fino a 10-15 metri dal suolo, cominciò ad emettere massicce scariche di fulmini. Un avvistamento dello stesso tipo, molto tempo fa, avvenne nel Nord Italia il 16 maggio del 1811; in quest'ultimo caso i testimoni videro a distanza di 1.500 metri una ciambella di fuoco di circa 50 metri di diametro che sosteneva in aria sopra di sé una tromba d'aria scurissima; nel sito di osservazione non si avvertirono spostamenti d'aria, mentre dove passò il fenomeno vennero abbattuti e bruciati diversi alberi. Recentemente, questo evento venne citato come l'avvistamento di un UFO oltre 180 anni fa.
Le dimensioni, forme e ritmi di queste scariche potrebbero spiegare le bruciature alla Roccaccia; immaginiamo un tornado con una base circolare di meno di 100 metri abbassarsi sulla Roccaccia, spazzando via alberi, e che nel momento del massimo avvicinamento col suolo emette una scarica di fulmini globulari dal perimetro della base; questi vanno a massa col terreno tramite gli alberi, ceppi e pigne, lasciando bruciata una zona pressoché anulare con le bruciature che "guardano" la provenienza della scarica, un toroide sospeso in aria alla base del tornado.

DUE RIPRODUZIONI MECCANICHE
Purtroppo, alcuni particolari non tornano con questa spiegazione. Per esempio un tornado, pur avendo una massa di rotazione rapidissima (oltre i 500 km/h), nell'insieme procede rapidamente con relativa lentezza (da 30 a 80 km/h). Pertanto, con una velocità principalmente rotatoria, non dovrebbe abbattere alberi in un solo senso, ma più con effetto radiale. Come già riportato, questo effetto è appena visibile alla Roccaccia, e non sembra essere di grande importanza. Inoltre, gli alberi sono stati spezzati e sradicati in tal maniera che solo un'enorme onda d'urto unidirezionale, cioè un muro d'energia ad alta velocità abbassandosi da nord, può aver causato tali danni.
[Modello in scala ridotta, replica degli alberi abbattuti - Foto 39k .jpg] E come spiegare la mancanza di alberi abbattuti al centro?
Costruendo e sperimentando con un modello solido della pineta e dell'evento in scala 1 a 1.000, si conclude che vi sono due maniere con le quali è possibile riprodurre la distribuzione dei danni meccanici alla Roccaccia:

- La prima richiede che un "muro" di sezione circolare, tridimensionalmente cilindrico o conico, ma vuoto al centro, si abbassi rapidamente dall'alto verso sud, con un'inclinazione di 60°, colpisca la zona fino a sfiorare terra, per poi rialzarsi, sempre verso sud. Il vuoto centrale lascerebbe una zona centrale intatta; se carico di energia elettrica, brucerebbe gli alberi scaricando fulmini.

- Nella seconda, si possono postulare uno o più oggetti "solidi"; sempre abbassandosi rapidamente dall'alto, al momento di sfiorare terra, si separano contemporaneamente per poi riunirsi prima di riprendere quota. In questo caso sarebbe l'oggetto/oggetti ad aggirare la zona centrale, lasciando gli alberi in piedi, ma bruciandoli con fulmini che saltellano da una massa all'altra.

Nei due modelli in scala non è stato necessario includere alcun movimento rotatorio per riprodurre la distribuzione e lo stile d'abbattimento riportato sul campo; è chiaramente visibile che la dispersione delle direzioni d'abbattimento, le fratture a differenti altezze, e gli sradicamenti possono essere provocati dal contatto di questi oggetti "energetici" nell'abbassarsi, e rialzarsi, sempre in direzione 200°, su dei pini allineati obliquamente alla direzione del passaggio dell'evento, cioè paralleli a 55°.

CONCLUSIONI PRELIMINARI
Comunque, se questo atterraggio non è dovuto a qualcosa di solido, ma ad una massa di aria vorticosa, manca sempre l'alta velocità unidirezionale per produrre l'urto, a meno che la velocità rotatoria del vortice non produca al suo perimetro l'equivalente di una parete solida. Nella nostra vita quotidiana, in piccolo, incontriamo queste pareti "solide" formate da muri verticali d'aria ad alta velocità all'entrata dei grandi magazzini; che consentono di lasciare le porte spalancate sia d'estate che d'inverno. Comunque, una massa rotatoria dovrebbe avere disturbato anche il sottobosco, composto di materiale leggero e sciolto, come vengono disturbati i nostri vestiti nel passare questi muri d'aria; il sottobosco non sembra essere stato mosso.
[Distruzione selettiva degli alberi - Foto 32k .jpg] Infine, dai registri delle varie centraline meteorologiche in zona, notiamo che durante tutto il periodo in questione non avvennero eventi meteorologici di grande interesse; poca pioggia, niente temporali, con i venti più forti provenienti dall'est, est-nord-est, con velocità fra i 33 e i 47 km/h, che soffiarono per qualche ora entro l'undici e dodici gennaio. Non esattamente le condizioni meteorologiche dalle quali ci si aspetta l'abbattimento di alberi o la generazione di tornado. C'è da ricordare, però, che la zona di Tarquinia è nota per il suo microclima particolare, caratterizzato sia da un eccezionale numero di giorni soleggiati, sia da frequenti incursioni localizzate di potenti trombe d'aria e trombe marine. L'eccezionale evento di fine gennaio, qualsiasi fosse la sua origine, deve essere talmente localizzato da non aver lasciato tracce sui rilevatori meteo.

[News]

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Fonte: Notiziario UFO - n. 12 (Maggio - Giugno 1997)

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