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"CULTURA" di "La Repubblica" commenta il libro "Summa Prophetica" di Renucio Boscolo
Edicolaweb
12 novembre 2006


Riportiamo l'articolo, pubblicato da "La Repubblica" a tutta pagina nella prima di "CULTURA", con l'annuncio dell'uscita del libro di Renucio Boscolo.

Evidenziamo il testo che parla espressamente del libro, del testo originale "Triompho di Fortuna" di Sigismondo Fanti ed i commenti dell'autore dell'articolo, evidentemente sarcastici per non dire offensivi.

Conosciamo personalmente Boscolo da pochi anni, ma lo seguiamo dal 1972, con l'uscita del suo "Centurie e Presagi di Nostradamus" (Edizioni MEB).
Per chi, come noi, ha seguito il suo lavoro ultra trentennale, le opinioni dell'autore dell'articolo restano comunque opinioni.
"Fare previsioni sul futuro" è quanto è riuscito a fare Renucio Boscolo ed i suoi numerosissimi testi sono lì a dimostrarlo. Non c'è falsità peggiore per chi si adopera a negare quanto è stato pubblicato spesso con decine di anni di anticipo. Noi possiamo dichiararci testimoni.

Alla facile battuta dell'autore dell'articolo "Ma chi era veramente questo Fanti, al di là delle interpretazioni dei lestofanti?" ci viene di rispondere che per chi ha paura delle illuminazioni di personaggi, geni del Rinascimento, come Sigismondo Fanti - come dice il proverbio - sarebbe bene "Non scherzare coi Santi... e coi FANTI".

"Summa Prophetica" è a lì, pronta ad offrire dimostrazione della grandezza dell'opera di Sigismondo. Gli avvenimenti futuri lo dimostreranno. Lo dichiara Boscolo nell'intervista, che il settimanale "CHI" sta per pubblicare.

["La Repubblica" 3 Novembre 2006 - "CULTURA" - Pag. 47] La Repubblica - CULTURA - Pag. 47
Venerdì 3 Novembre 2006

Pubblicato il "Triompho di Fortuna"
del matematico Sigismondo Fanti


IL PRECURSORE DI NOSTRADAMUS
di Piergiorgio Odifreddi

È un tipico libro della sorte, uscito per la prima volta nel 1526, dove in quartine si predice il futuro del mondo. Avrebbe divinato, secondo un interprete [Renucio Boscolo], anche la guerra in Iraq, ma si sa che agli indovini si concede tutto.

Rinascimento, come è ovvio, significa etimologicamente "seconda nascita". Nel Medioevo si usava il termine in senso religioso, per indicare la rinascita spirituale dopo la morte dell'anima provocata dalla caduta narrata nella favola del "Genesi". In seguito esso è invece passato a significare la fioritura culturale e artistica del Quattro e Cinquecento, che prese le distanze dal rintontimento teologico del Medioevo e ritrovò le sue vere radici nella cultura classica.
Naturalmente, sia nell'ontogenesi che nella filogenesi il passaggio dalla (ri)nascita alla maturità avviene attraverso periodi di infanzia e adolescenza. E come sarebbe sciocco considerare i balbettii di un bambino o i farfugliamenti di un ragazzo alla stessa stregua dei discorsi meditati di un uomo, lo è altrettanto il pretendere di trovare saggezza negli pseudofilosofi rinascimentali: non a caso, le storie della filosofia moderna iniziano da Cartesio, e pagano al massimo un imbarazzato tributo a personaggi di transizione quali Nicola Cusano o Giordano Bruno.
Il che non impedisce a coloro che ancor oggi si trovano allo stadio adolescenziale del pensiero, facilmente riconoscibili perché accomunati dalla credenza che la confusione sia sinonimo di profondità, di illudersi di trovare chissà quali verità nel pensiero rinascimentale e in libri che mescolano in insalata russa gli ingredienti più disparati, dal neoplatonismo alla magia, passando per la cabala e l'astrologia.
Un esempio tipico di questi piatti indigesti e illeggibili è l'immensa "Hypnerotomachia Poliphili", o "Sogno della notte d'amore di Polifilo", di Francesco Colonna: un'opera del 1499, a metà tra lo scherzo goliardico e il delirio paranoico, che spazia dai racconti mitologici alle dissertazioni esoteriche, passando per descrizioni architettoniche e disquisizioni gastronomiche, in un guazzabuglio di lingue antiche e moderne. E poiché il mondo è vario, oggi c'è chi prende ancora questo libro sul serio e lo ristampa in edizione fllologica (Adelphi), e chi invece lo prende in giro e ci imbastisce su un divertente romanzo come "Il codice dei quattro" di lan CaIdwell e Dustin Thomason (Piemme).
Un altro esempio, di poco posteriore, è il "Triompho di Fortuna" di Sigismondo Fanti, pubblicato nel 1526 e appartenente alla nutrita schiera dei cosiddetti "libri della sorte" o "della ventura": di quei testi, cioè, che a partire dal classico cinese "I Ching", o "Libro dei Mutamenti" (Adelphi), millantano, in maniera seria o faceta, di fornire un aiuto divinatorio per districarsi nel casi della vita. Con un approccio ossimorico alla previsione del futuro, essi spesso pretendono di dominarne la necessità attraverso la casualità: affidandosi, cioè, all'estrazione di bastoncini o al tiro di monete l'"I Ching", e al tiro dei dadi o all'ora segnata dall'orologio il "Triompho".
Come diceva il premio Nobel per la fisica Niels Bohr, però, fare previsioni è sempre difficile, soprattutto sul futuro. Per tutelarsi, i maestri divinatori preferiscono nascondere le loro dietro formulazioni vaghe e generiche, delegandone al fruitore la corretta interpretazione: il che, naturalmente, risulta sempre facile col senno di poi, cioè "dopo" che i fatti sono ormai avvenuti, ma altrettanto sempre impossibile "prima". D'altronde, come potrebbero i miseri 64 esagrammi dell'"I Ching" e i relativi oscuri commenti fornire, da soli, una chiave per gli infiniti avvenimenti possibili, se non attraverso un'interpretazione sfrenatamente creativa? Meglio equipaggiate, da questo punto di vista, sono le sedici centurie di quartine del "Triompho", che eccedono persino le dieci "Centurie" (incomplete per un totale di 942 quartine) del più famoso Nostradamus, pubblicate a partire dal 1555.
Queste e quelle quartine hanno trovato il loro Jung nella persona di Renucio Boscolo, che nella quarta di copertina del suo recente "Summa Prophetica" (Priuli e Verlucca, pagg. 352, euro 18,50) si autocertifica come "il massimo studioso ed interprete di Nostradamus": un titolo olimpico, visto il numero di perdigiorno che si dedicano ancor oggi, in piena era tecnologica e scientifica, a sprecare il loro tempo con le sue quartinate.
Quanto al Fanti, il Boscolo è invece allo stesso tempo il suo migliore e peggior studioso e interprete, essendo anche l'unico: secondo la sua stessa testimonianza, infatti, "mai nella storia mente umana ha colto questa magnifica occasione di indagare, spalancare questo libro di Presagi sull'imminente futuro dell'umanità tanto su questa Terra quanto in altri possibili mondi".
Scrutinate con l'infallibile strumento della "Kronosemantica", concepita dallo stesso Boscolo, le centurie di Fanti rivelano qualcosa di "così incredibile da apparire paradossale": e cioè, a "una mente libera e allenata da tempo a spiare l'orizzonte della storia" esse "snocciolano in successione i quadri di tantissime vignette, quasi un fumetto che reca immagini concise, icastiche e sorprendentemente enciclopediche, in cui si narrano - o meglio, si anticipano - gli scenari della sorte umana, da quella della gente più comune sino a quella di potenti, tiranni, papi, imperatori, re, principi, cardinali, monaci, ladri, calciatori, navigatori, attori, clown, alchimisti, geometri, muratori, costruttori, scienziati, architetti, pittori, medici, fabbri, aviatori".
Naturalmente, "tutte cose che sono per noi ancora inspiegabili secondo la metodologia della logica".
Per non rimanere nel vago delle perorazioni, un esempio di interesse universale chiarirà la metodologia dell'esegeta. Si tratta della profezia (postuma) della tragica morte della principessa Diana, contenuta nella centuria "Diana correndo per iniqui scanni I Per un che assonna teco nel tuo letto I Di maggior duol signa futuro effetto I Quasi sanato de presenti affanni": interpretando gli scanni come i sedili dell'auto che scappa dai fotografi, colui che assonna nel letto come l'amante Al Fayed, e "quasi sanato" come "qu'assassinato", il risultato è ineluttabile.
E poiché a questo genere di deduzioni niente è precluso, Boscolo ha facile gioco a ritrovare nel Fanti riferimenti che vanno dal tragico al comico: ad esempio, da "gli interventi dell'Occidente cristiano in Iraq" a "l'incredibile gioco d'un nome: Armando Diego Maradona".
Ma chi era veramente questo Fanti, al di là delle interpretazioni dei lestofanti?
Nella prefazione al "Triompho" egli si definisce "matematico indegno": un termine ambiguo, che nella confusione rinascimentale indicava sia il ciarlatanesco numerologo o astrologo, che il serio studioso dei numeri o delle stelle. E il Fanti era entrambe le cose, come dimostrano da un lato le sue centurie, e dall'altro i lavori da lui elencati in una lettera al duca Alfonso d'Este del 1521, trai quali si trovano opere di aritmetica, geometria, algebra, algoritmica e astronomia.
In questi lavori non c'era evidentemente nulla di memorabile, visto che il nome del loro autore non compare in nessuna "Storia della matematica", da quella omonima di CarI Boyer (Mondadori) a "Il pensiero matematico" di Morris KIine (Einaudi). Ci è però pervenuta una sua opera seria di matematica applicata: la "Theorica et Pratica" del 1514, nella quale il Fanti si dedica al problema non banale di costruire geometricamente le lettere minuscole dell'alfabeto. Il suo metodo estende quello usato per le maiuscole nel 1509 da Luca Pacioli, nel famoso trattato "De Divina Proporzione", e si situa in una tradizione iniziata mezzo secolo prima da Felice Feliciani e portata a compimento nel 1986 da Donald Knuth con il monumentale "Computers and Type-setting" (Addison Wesley) , che costituisce la Bibbia della tipografia digitale.
Quanto al semischerzo del "Triompho", sarebbe stato meglio lasciarlo ammuffire dove stava.
Il Boscolo ne ha invece anzitutto cambiato il titolo, chiamandolo "Summa Prophetica", per adeguarlo alla memoria di un proprio sogno premonitore: fedele in questo al suo motto programmatico, che se l'immaginazione non si adegua ai fatti, si possono ben adeguare i fatti all'immaginazione. E ne è poi diventato il solitario esegeta, ammettendo che "nessuno ha mai ipotizzato che cosa questo testo contenesse davvero, perché nessuno sinora aveva avuto la pazienza e la capacità di leggerlo e analizzarlo sino in fondo senza andar fuori di testa". E il suo libro conferma: nessuno.


Chi sa se l'autore dell'articolo si è accorto che proprio l'ultima parola da lui usata, "nessuno", si può riportare a "nemo, nemus (bosco in latino), boscolo"...

a cura di Francesco Di Blasi

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