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LE RAGIONI DELL’OCCIDENTE
Edicolaweb
28 Settembre 2004


La gravissima situazione internazionale, venutasi a creare in conseguenza dell’evoluzione storica contemporanea, richiede un’approfondita disamina delle ragioni che almeno in parte possono spiegare il difficile momento che sta attraversando l’Occidente.

Ormai più di dieci anni fa, con il crollo del comunismo, qualche commentatore politico paventò l’idea che la fine della Guerra fredda avrebbe generato un disequilibrio politico a livello mondiale che avrebbe alla fine modificato l’asse mondiale, spostando il baricentro del confronto politico-militare non più fra Occidente e Russia ma bensì fra il Nord e il Sud del mondo e più in particolare fra l’Occidente e l’Islam. Perché?
È una domanda alla quale non è facile fornire una risposta.
Lungi da noi l’idea di qualche critico dell’Occidente che accusa la nostra civiltà di voler trovare un nemico a tutti i costi, occorre piuttosto considerare una serie di fattori storici, culturali, religiosi, ambientali che hanno portato da sempre l’Occidente a scontrarsi con l’Islam.
Questo confronto ha inizio in un periodo non sospetto della storia della civiltà occidentale, due secoli dopo il tracollo dell’Impero romano.
Giustamente lo storico dell’economia Henry Pirenne affermò, con una tesi che ancora oggi affascina, che l’inizio del medio evo dovesse essere spostato in avanti nel tempo rispetto alla crisi dell’impero romano, fino a giungere al VII secolo, periodo in cui iniziò l’avanzata militare degli Arabi.
Questa avanzata travolgente mise in difficoltà i principi cristiani che dovettero subire diverse sconfitte prima di poterla arrestare, limitando al minimo le conquiste territoriali arabe.
Il danno non fu solo militare ma anche e soprattutto di tipo economico, poiché la chiusura delle vie di accesso all’oriente bloccò i traffici commerciali con l’Asia determinando un notevole impoverimento dell’Europa del primo medio evo. Da quel momento in poi la storia dell’Europa cristiana si intersecò con quella islamica in uno scontro senza esclusione di colpi che fondava le sue ragioni nella riconquista del primato economico e politico del mondo allora conosciuto.
Come spiegare altrimenti il fatto che proprio quando gli Arabi misero le mani sul bacino del mediterraneo ebbero il massimo sviluppo in termini economici, sociali, culturali, tecnologici.
La civiltà islamica conobbe nel periodo compreso fra l’VIII e l’XI secolo una fioritura che non ha eguali nella storia dell’Umanità, con un’incredibile sequenza di contributi allo sviluppo della cultura umana che lascia esterrefatti.
Ciò è stato spiegato con la capacità dell’Islam di assorbire il meglio delle culture che l’avevano preceduta, soprattutto grazie al contributo della civiltà greca.
Posizionati sulle vie di comunicazione con l’oriente, gli arabi introdussero metodi di lavorazione e tecnologie che provenivano dall’estremo oriente che giunsero fino a noi; allo stesso tempo diedero un contributo determinante alla conservazione e alla trasmissione della filosofia greca, svilupparono l’astronomia e l’algebra, la medicina, la geometria, le scienze idrauliche, diedero un grande contributo alle arti e all’architettura sacra, che si trasmise anche all’Occidente. Tutto questo passò nel giro di pochi secoli all’Occidente come eredità culturale ma successivamente l’Islam cominciò a decadere da un punto di vista dello sviluppo tecnologico ed economico per mantenere più che altro la potenza militare che, comunque, l’Occidente continuò a contrastare.
Gli studiosi ritengono che fondamentalmente questo possa essere spiegato con una divergenza dei fattori di sviluppo delle due civiltà, per cui ad un certo punto in Occidente iniziò il processo di accumulazione del capitale, che portò alla rivoluzione industriale e tecnologica del XVIII secolo, mentre l’Islam rimase vittima della mancanza dei fattori istituzionali che possono garantire lo sviluppo industriale ed economico.
La mancata separazione fra Ordinamento statuale e potere religioso, alcune limitazioni al credito legate all’impossibilità di esigere interessi, sono tutti fattori che ridussero al minimo qualunque possibilità di sviluppo come storicamente l’ha conosciuto l’Occidente.
A tutto questo si deve aggiungere il fatto che una civiltà che si sviluppa in una territorio in cui il clima è desertico e in cui il problema quotidiano è quello di poter avere l’acqua difficilmente potrà conoscere uno sviluppo economico-industriale, proprio perché non vi sono le condizioni di base per poter sostenere questo processo.
Da qui la considerazione, ovvia, che l’ultima meta dell’Islam è l’Europa, l’Eden perduto, il giardino climatico che garantisce continuità nel tempo ad una civiltà.
La spinta dell’Islam verso l’Europa, all’inizio della sua storia e ancora oggi, va inquadrata non solo nel senso di un tentativo di sopravvivenza delle masse povere, come può essere oggi, ma anche nel senso di una conquista di terre che avrebbero garantito quello sviluppo che la terra d’origine non avrebbe potuto garantire.
Il gap tecnologico che si venne a creare tra Occidente e l’Islam fu accentuato dalle politiche coloniali che determinarono il pressoché totale sfruttamento delle risorse energetiche e naturali dei paesi africani e asiatici e della fascia del Vicino oriente, con la conseguenza di impoverire ulteriormente paesi a maggioranza musulmana creando anche quell’ansia di riscatto che è una delle componenti dell’odio dell’Islam nei nostri confronti.
La nascita dell’era moderna, con la fine dello sfruttamento del carbone e l’inizio dell’era del petrolio, ha spostato ulteriormente lo scenario economico internazionale verso i paesi della fascia del vicino oriente che sono i maggiori produttori di questa risorsa energetica, con conseguenze che sono ovvie da un punto vista legato all’interesse delle grandi potenze per questa zona del mondo.
È importante capire che al di là di quelle che sono le idealità e le esigenze di pace e stabilità nel mondo (perché nella Seconda guerra mondiale il vero problema era fermare Hitler) vi sono ragioni più che a sufficienza per comprendere che gli esseri umani combattono fra di loro innanzitutto per il controllo delle risorse che garantiscono lo sviluppo della civiltà.
Quando grandi studiosi del passato hanno detto che dietro ogni evento storico c’è sempre un aspetto economico, anche se questo può sembrare riduttivo, bisogna ammettere che questa è una mezza verità.
Ecco allora che molti avvenimenti politico-militari della nostra epoca vanno letti in questa direzione.
La potenza americana oltre a divenire gendarme del mondo si è assunta il compito di garantire che le risorse energetiche mondiali restino sotto il controllo dell’Occidente, perché non possiamo permetterci che cadano sotto il controllo di tutti quei soggetti che appartengono all’estremismo islamico e che avanzano pretese addirittura di tipo politico sui paesi arabi, perché questo rappresenterebbe una sciagura per lo sviluppo economico dei prossimi decenni.
Ecco allora l’interesse americano per tutte quelle zone che saranno coinvolte anche in futuro dal passaggio di importanti infrastrutture energetiche come l’oleodotto che parte dal Kazakistan e attraverserà l’Afghanistan, e lo stesso Iraq come produttore di milioni di barili di petrolio.
L’interesse dell’occidente è che questi paesi rientrino nell’alveo delle democrazie occidentali per poter garantire la stabilità economica mondiale nei prossimi anni, in attesa anche di importanti avvenimenti futuri. Quali?
Da tempo ormai si parla con insistenza della profonda crisi economica che potrebbe colpire l’occidente nei prossimi decenni quando le risorse petrolifere cominceranno a scarseggiare.
L’analisi degli studiosi sembra propendere per un certo pessimismo, se si pensa che le risorse petrolifere sono ancora disponibili sicuramente per oltre 50 anni, ma il problema consiste nel fatto che man mano che i giacimenti cominciano a ridursi, i costi di estrazione del petrolio aumentano in misura forse più che proporzionale con la profondità delle trivellazioni, e questo comincerà ad accadere già tra una decina di anni.
Il risultato sarà un incremento ulteriore dei prezzi petroliferi, che attualmente viene attribuito alla grave situazione internazionale, ma che in futuro potrà diventare sistematico nel momento in cui questo problema verrà alla luce, con conseguenze spaventose in termini di shock economico, recessione e inflazione per i paesi occidentali.
Anche per questo motivo l’America non ha nessuna intenzione di mettere mano alle proprie riserve strategiche di petrolio, che ammontano a qualcosa come 700 milioni di barili di petrolio, che torneranno utili nel momento in cui vi saranno scenari negativi. Anzi, niente esclude che gli Usa vogliano incrementare ulteriormente le proprie riserve per avere un controllo totale della situazione. Sicuramente questo diventerà un problema di sicurezza nazionale per gli Usa, a partire da un certo momento in avanti.
Se a questo scenario abbiniamo quello apocalittico, descritto dal rapporto del Pentagono sui mutamenti climatici dei prossimi 30 anni, comprendiamo che il problema diventerà quasi la sopravvivenza della nostra civiltà.
Per chi fosse scettico su argomentazioni di questo tipo basta riflettere sul fatto che Pentagono e CIA, nonostante negli ultimi anni non siano stati molto efficienti, non perdono tempo dietro a giochi di simulazione inutili se non fiutano qualcosa di realmente concreto.
Senza voler fare la Cassandra di turno occorre considerare negli scenari futuri diversi fattori di instabilità mondiale, quali l’incremento dell’immigrazione dai paesi del sud, le crisi idriche che possono portare ad un peggioramento della situazione dei paesi poveri, la crisi energetica, il terrorismo internazionale e la corsa verso gli armamenti non convenzionali da parte dei paesi emergenti.
In questa prospettiva la lotta per il controllo delle risorse energetiche va di pari passo con la lotta al terrorismo.
Per comprendere il fatto che qui siamo di fronte ad una situazione in cui la posta in gioco è alta occorre riflettere un attimo sul livello di sviluppo raggiunto dall’Occidente.
Basta pensare che la concentrazione delle risorse e della ricchezza prodotta nel mondo occidentale è enorme, con una popolazione inferiore a quella dei paesi del Terzo Mondo.
Pensiamo inoltre al ruolo che giocano le risorse petrolifere ed i suoi derivati nella produzione di energia, di combustibili e manufatti industriali; non esiste settore industriale (hi-fi, computer, telefonia, casalinghi, tessile, automobilistico, alimentare ecc.) che non abbia il contributo della plastica e altri prodotti derivati. Se venisse a mancare il continuo approvvigionamento delle risorse petrolifere sarebbe il blocco e il tracollo della nostra civiltà.
Quando ci alziamo al mattino per andare al lavoro e infiliamo la chiave per accendere il motore della nostra auto pensiamo per un attimo a tutto questo e il quadro sarà più chiaro.
Non possiamo permetterci di fermare lo sviluppo perpetuo che ha preso la nostra civiltà.
È urgente, quindi, un insieme di scelte epocali che possano permettere di realizzare il passaggio allo sfruttamento di fonti di energia alternative, possibilmente più pulite, che possano permetterci di liberarci dall’incubo del petrolio. Per fare questo i paesi occidentali devono continuare a investire nella ricerca scientifica e prepararsi ad accogliere la sfida futura che consiste nella realizzazione di investimenti enormi per la riconversione degli impianti e delle infrastrutture delle industrie del settore coinvolto.
Saremo in grado di realizzare questi investimenti oppure ad un certo punto mancherà il capitale?
Questa prospettiva un po’ preistorica della lotta per il controllo delle risorse forse spaventa e può sembrare discutibile o riduttiva ma non è un argomento molto amato e viene spesso sottaciuto.
Pensiamo che l’Occidente avrebbe almeno due possibilità di scelta: o andare allo scontro diretto, come sembra in questa fase storica, oppure cercare la condivisione delle risorse e tentare la risoluzione di problemi storici che attanagliano il terzo mondo, come fame, risorse idriche, sviluppo tecnologico; tutti problemi che incidono ulteriormente sull’immigrazione dai paesi poveri, a cui si affianca il problema della crisi del Medio oriente che alimenta il terrorismo islamico.
Per fare questo l’Occidente dovrebbe mollare una parte delle proprie risorse e della propria ricchezza...
Saremo disposti noi a fare delle concessioni dimostrando di avere una visione più ampia del cammino della storia umana, o prevarrà il becero calcolo di breve periodo?
E se anche noi scegliessimo la seconda via, dalla parte opposta scomparirebbe il terrorismo o gli attacchi continuerebbero?
Una cosa è certa: viene detto che lo scontro di civiltà lo vogliono i terroristi, che hanno come unico scopo quello di distruggere qualunque possibilità di convivenza pacifica tra i popoli. Il resto appartiene alla cronaca e all’orrore di questi giorni oscuri, in cui sembra che sulla storia dell’Umanità stia calando il buio più totale.

a cura di Giuseppe Badalucco

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