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"ETRUSCHI, IL FASCINO DI UNA CIVILTÀ":
UNA MOSTRA DA NON PERDERE



Edicolaweb
1 febbraio 2011

 
 

Dopo le accese polemiche che hanno investito di recente la gestione dell'archeologia lucchese, un raggio di sole era necessario.

Orecchini d'oro a bauletto Sta, infatti, riscuotendo un notevole successo la mostra "Etruschi, il fascino di una civiltà" organizzata al Palazzo di Vetro di Porcari (Lucca) dalla Fondazione Giuseppe Lazzareschi, sotto la supervisione scientifica del Museo Nazionale Archeologico di Firenze e con la collaborazione delle Associazioni Arké di Grosseto e Pentagono di Bologna.
Una premessa è d'obbligo. Il visitatore che voglia ammirare le oreficerie della tomba Regolini-Galassi o il cratere a calice di Eufronio vada a cercarseli altrove, in quanto l'intento dell'esposizione allestita all'interno del Palazzo di Vetro non era quello di esporre pezzi di richiamo assoluto. Se invece un appassionato o un semplice curioso - ragazzo o adulto che sia - vuole farsi più di un'idea sulla complessa vicenda di un popolo conosciuto e misterioso al tempo stesso, sui momenti salienti della vita e della morte, sulle fasi cronologiche, sulla diffusione spaziale della sua cultura, allora una visita alla mostra, che rimarrà aperta fino al 27 marzo (tel. 058-3298163), è più che opportuna.
Kelebe etrusca a figure nere 500-450 a.C. Appena entri nel Palazzo di Vetro, al piano terreno, dov'è il cuore della mostra, ti accorgi che la finalità preminente è quella didattica, sia pure su una base scientifica di tutto rispetto.
Oltrepassata la ricostruita e simbolica porta ad arco, il visitatore viene introdotto nella civiltà degli Etruschi per mezzo di una bella urna cineraria in alabastro dipinto (IV secolo a.C.) da Città della Pieve e, dietro, da un pannello che indica la distribuzione geografica dei centri etruschi e la successione dei loro "momenti" culturali, dal 900 al 396 a.C., anno della presa di Veio da parte di Roma.
Iniziando il tour in senso antiorario, si presentano vetrine "tematiche" in cui sono esposti manufatti corredati da didascalie concise e precise.
L'ospite viene progressivamente guidato nel mondo della guerra (cuspidi di lancia, elmi, coltello, ascia fra IX e IV secolo a.C.); nell'ambiente del banchetto e del simposio (vasellame in bucchero e a vernice nera, ceramica etrusco-corinzia, cratere etrusco a figure nere del V secolo a.C., modellino di abitazione signorile del VI secolo a.C.); nella sfera del sacro (stimolante la ricostruzione del tempio dell'acropoli di Volterra e, di fronte, i segni della devozione fra i quali figure di Ercole e di Offerente in bronzo); nell'universo femminile (toilette con vari tipi di balsamari, anforischi, lekythoi e, soprattutto, belle oreficerie del VII-VI secolo a.C. da Vetulonia, Chiusi, Volterra); nel commercio marittimo (frammento di anfora etrusca, kantharoi in bucchero, modellino di nave da guerra).
Scendendo nel seminterrato, è suggestiva e indovinata la ricostruzione della tomba Inghirami, scoperta presso Volterra nel 1861, sulla cui banchina si susseguono dieci urne funerarie in alabastro riferibili al II secolo a.C..
Al primo piano, invece, ci sono oggetti ritrovati nel territorio: il pezzo più vistoso è senza dubbio il cratere attico a campana proveniente da Isola di Bientina e databile ai primi decenni del IV secolo a.C..
Si tratta di un insieme di manufatti numericamente esiguo ma tale, comunque, da far capire che sbagliava di grosso chi affermava che la piana lucchese fu etnicamente ligure.

a cura di Michelangelo Zecchini


									

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