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MISTERIOSI TUBI LASCIATI DA E.T. NEL CINGHAI


Reuters
25 Giugno 2002
Siamo sul monte Baigong a 40 km a sud ovest della città di Delingha, nel bacino del Quidam, provincia del Cinghai. A nord del monte vi sono due laghi gemelli chiamati i "laghi amanti", uno d’acqua dolce, l’altro salato. Il luogo è conosciuto come il posto dei "resti di ET".
Sulla sponda sud del lago salato, il Toson, si trovano i relitti che la gente indica come quelli lasciati da extraterrestri. Appaiono come una piramide di circa 60 metri; una grande struttura di tubi di metallo con diametri che variano da dieci a quaranta centimetri. Di fronte ad essa si osservano tre caverne con apertura triangolare, due collassate e inaccessibili; una terza, più grande delle altre, con il pavimento a due metri sotto il livello del suolo e la volta a otto metri sopra, con una profondità di sei metri. All’interno è visibile un tubo di circa 40 centimetri di diametro che scende obliquamente dalla sommità della caverna; si può osservare un altro tubo della stesso diametro affiorare dal terreno. Sopra la caverna decine di tubi di diversi diametri percorrono l’intera montagna. Ovunque, disseminati davanti e sopra le caverne, sulla sponda del lago salato, si trovano numerosi frammenti rugginosi, tubi di vari diametri fra due e 4,5 centimetri, pietre stranamente modellate. Alcuni tubi spariscono sotto la superficie del lago. Sono tutti di un color rosso tendente al marrone, come le rocce circostanti e, nonostante siano sottili, non presentano ostruzioni dopo essere stati sottoposti per anni ai movimenti sabbiosi.
I frammenti sono stati analizzati da una fonderia locale ed è emerso che sono composti per il 30% di ossido di ferro, contengono una grande quantità di anidride silicea e ossido di calcio. Per una percentuale dell’otto per cento il composto non può essere identificato. Questo accresce il mistero che si è creato intorno ai "resti di ET". Di fatto, a detta degli esperti, la grande quantità di anidride silicea e di biossido di calcio deriva da una prolungata interazione fra il ferro e l’arenaria delle pietre, di conseguenza si può ritenere che i tubi siano antichissimi. Secondo alcuni il sito può benissimo essere stato una torre di lancio extraterrestre o quantomeno un antico osservatorio. La notevole altitudine del luogo e l’aria trasparente è ideale per praticare l’astronomia, difatti a settanta chilometri da lì si trova il radiotelescopio dell’Osservatorio dell’Accademia delle Scienze Cinese.
Extraterrestre o meno, in pratica si tratta della segnalazione del ritrovamento di ferro che viene considerato antichissimo. Non è il primo rinvenimento né il solo.

In India a Nuova Delhi, nel cortile di un tempio, vi si trova da secoli una colonna di ferro che ha messo a dura prova la competenza degli studiosi.
Il popolo indiano fece uso dei metalli già nell’età del rame come testimoniano numerosi attrezzi rinvenuti, e divennero provetti artigiani e specializzati nella metallurgia. Fra il 2.500 e il 4.000 a.C. venivano usati comunemente oro, argento rame bronzo e ferro. Furono i primi a produrre zinco per uso commerciale.
Si racconta che venne forgiato un acciaio leggendario superiore anche a quello prodotto oggi, ma la tecnologia per produrlo sembra andata perduta nel tempo. Molti avrebbero cercato di riprodurlo senza esito.

La colonna di ferro di Delhi misura sette metri di altezza, 42 centimetri di diametro alla base e 32 alla sua sommità, pesa circa sei tonnellate. Viene considerata antica di quattromila anni, ma gli ornamenti sul suo apice ne determinano un età di 1500. Non fu quindi eretta dal Re Ashoka, dal quale prese il nome, ma probabilmente dall’imperatore Candragupta II che regnò dal 380 al 413.
Rimane comunque il mistero che la circonda. Nonostante il clima umido e i monsoni che caratterizzano il clima dell’India, il ferro del pilastro non presenta tracce di ossidazione. Le analisi compiute dimostrano che non si tratta di ferro puro; la colonna contiene carbonio, fosforo, silicio, rame, nichel e uno strato esterno costituito dall’80 % di ossidi di ferro.
A tutt’oggi la nostra tecnologia non è capace di produrre ferro inalterabile nel tempo, se non in piccolissime quantità e a costi elevatissimi.
Si parla di procedimenti tecnologici extraterrestri andati perduti; come sempre è la conclusione adottata quando non siamo in grado di fornire spiegazioni a fenomeni misteriosi.

All’estremità orientale del bacino di Quidam vi sono campi di gas naturale che rappresentano l’11% delle riserve di gas naturale della Cina.
Il governo cinese sta energicamente spingendo per attuare un progetto per la costruzione di un oleodotto e metanodotto da Sebei a Lanzhou che vede coinvolti la BP, L’ENI/Agip e la Petrochina. Il progetto è contestato dagli ambientalisti e dai locali per i danni che i lavori di estrazione possono arrecare ad una zona considerata pascolo invernale dei nomadi tibetani e mongoli.
Progetti simili anche nella regione di Uighur nel Turkestan orientale e nella Mongolia interna.
A questo punto il dubbio e una domanda: se quei tubi fossero i resti di un antico metanodotto?
Attendiamo risposte!

a cura di Mauro Paoletti

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