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ANAU: UNA CITTÀ RITROVATA


PSI users.webtime.com.au
Febbraio 2002
Vicino al confine fra Turkmenistan e Iran, nel deserto di Kara Kum, la spedizione archeologica diretta dal Dottor Fredrik Hiebert, archeologo e antropologo, professore dell’Università di Pensilvania, ha riportato alla luce le antiche vestigia di una civiltà risalente a cinquemila anni fa, simile a quella Sumera. Un popolo progredito e indipendente, presente nel Turkmenistan, fra l’Uzbekistan, l’Iran e l’Afghanistan, era riuscito a creare delle oasi ove edificare imponenti centri urbani come la ritrovata Anau, nello stesso periodo in cui prosperavano le città della Mesopotamia.
Già dal 1970 archeologi sovietici avevano rinvenuto centinaia di rovine di antiche strutture nelle zone di Bacteri e Margiana; tutte costruite con lo stesso metodo: una grande costruzione centrale circondata da una serie di mura. Anche ad Anau sono emerse costruzioni lunghe dai novanta ai centocinquanta metri per lato, circondate da numerose pareti, prossime a campi recintati e coltivati. Edifici con dozzine di stanze che presumono una popolazione numerosa per quella zona.
Alla fine degli anni ottanta i sovietici concessero il permesso di visitare il sito di Anau, nel sud del Turkmenistan.
In seguito agli scavi condotti nella regione dal Dr. Hiebert fin dal 1988, è stato possibile documentare che nella zona vi è stato uno sviluppo di ben 6.500 anni, con l’uso delle stesse tecniche agricole dei popoli mesopotamici.
Queste ultime culture conoscevano senza dubbio quelle dell’Asia centrale perché il centro urbano di Anau era un punto importante di sosta per le carovane che percorrevano la via della seta.
Fino ad oggi la zona è stata fuori dagli itinerari degli archeologi a caccia di nuove scoperte, nessuno avrebbe pensato di ritrovare in quei luoghi desertici la testimonianza di una civiltà che oltretutto conosceva la scrittura, assegnata dalla scienza ufficiale alla civiltà Sumera.
È stato infatti rinvenuto un piccolo blocchetto di pietra dura, di circa un centimetro e mezzo di lato, che riporta iscrizioni e simboli in rilievo e presenta ancora le tracce di un pigmento rosso sulla superficie. Sicuramente un elemento di un sistema di stampa a caratteri mobili, una forma di composizione che richiama quella cinese di Huang Ti, che ricorda i sigilli rinvenuti ad Mohenjo Daro della cultura di Harappa.
Nello strato in cui è stato rinvenuto questo timbro, o sigillo, era presente del carbone di legna il cui esame al radiocarbonio ha fornito la data del 2300 a.C..
I caratteri riportati sul piccolo tassello di pietra non sono conosciuti e non somigliano al Mesopotamico, al cinese e all’indiano. È la prova che questo popolo possedeva una lingua scritta e per prima fra le civiltà dell’Asia centrale.
Per alcuni esperti non si tratta di una scrittura lineare basata su una lingua parlata sarebbe solo un campione con tre o quattro caratteri non sufficiente per stabilire l’esistenza di un sistema di scrittura. Potrebbe essere caduto nel luogo quando questo fu abbandonato nel 2300 a.C. a qualcuno che percorreva la strada della seta.
La scrittura rinvenuta sui reperti del luogo somiglia alla scrittura cinese. Hanno provato a fornire una traduzione e sembra sia un resoconto contabile della produzione, una specie di inventario dei prodotti. Il luogo ove è stata rinvenuta si classifica come il centro amministrativo della società agricola. Dalla scrittura si deduce che le eccedenze della produzione venivano utilizzate per acquisire le materie destinate alla produzione delle ceramiche, dei monili e bronzi. Era senza dubbio una società organizzata che ricorda la civiltà dell’Egitto antico.
Dalle elaborazioni in alabastro, marmo e bronzo ricavate da materiali importati, successivamente elaborati nello stile artistico in uso all’epoca nella zona, che emergono dagli scavi si evince che siamo di fronte ad una civiltà progredita e ben organizzata, in possesso di conoscenze avanzate e finora non ipotizzate.
Fra i ritrovamenti asce di bronzo, databili a 6.000 anni fa, tra le quali un esemplare dalla forma di testa di uccello con tanto di piuma al vento e occhio.
Molto vasellame in pezzi di varia e buona fattura. Terraglie verniciate con elaborati e raffinati disegni e animali stilizzati fra i quali si riconoscono, cinghiali, leopardi, serpenti, uccelli e draghi. Proprio sopra un pezzo di ceramica bianca e blu stile cinese, che ricorda la maiolica, è rappresentato un drago. È stato trovato una parte di un altro vaso ornato con disegni sfarzosi di alberi contornati da quadrati; un lavoro di pregevole fattura eseguito sopra una ceramica avente lo spessore di meno di un ottavo di pollice. Difficilmente si potrebbe riprodurre al giorno d’oggi. Il pezzo è stato datato del 3400 a.C.
Di notevole interesse un osso scavato e inciso dal quale è stato ricavato un tubo adibito a contenitore. Il pezzo è vecchio di oltre 5.000 anni, su di esso è stata incisa con molta precisione una testa, con occhi, barba e capelli. Di simili esemplari ne sono stati rinvenuti molti insieme ad una notevole quantità di Esedra pianta medicinale contenete Efedrina usata per curare le malattie cardiovascolari ma, che mescolata con oppio, diviene una potente droga stimolante le percezioni e procura allucinazioni. Si presume che tali reperti siano stati usati per contenere una bevanda ricavata da tale pianta adoperata durante le cerimonie rituali di stile Zoroastriano. Una prova indiretta che erano conosciuti i metodi per ricavare le droghe con un largo anticipo sui nostri tempi.
Dalle indagini risulta che l’attuale deserto situato fra il Turkmenistan e l’Uzbekistan, era un tempo un territorio agricolo, irrigato a mezzo di canali, con molte oasi e terreni adibiti alla coltivazione del frumento e dell’orzo. Sembra che tali generi venissero prodotti in abbondanza.
Da dove proveniva dunque l’acqua necessaria al fabbisogno? Probabilmente da fiorenti pozzi sotterranei, e da un fiume, adesso scomparso, il cui delta era stato modificato per renderlo serpeggiante nel suo percorso in modo da creare delle oasi nel deserto; proprio in una di queste venne eretta la città di Anau.
Teniamo conto che il clima ha avuto un drastico cambiamento migliaia di anni fa trasformando la Siberia nello stato attuale e cancellando i pascoli dei mammut, animali numerosi nella zona. Il commercio dell’avorio è stato fiorente nella regione siberiana durante gli ultimi secoli, ricavando tale elemento dai denti degli esemplari sepolti sotto il ghiaccio e perfettamente conservati. Attraverso lo studio della sedimentazione dei pollini si è potuto stabilire che nel corso degli ultimi diecimila anni si sono verificate due collisioni con corpi celesti di notevoli dimensioni. La prima nel 7640 a.C., ben sette meteoriti sono precipitate negli oceani del pianeta; forse è questo il fenomeno che ha dato vita al mito del Diluvio Universale, presente nei ricordi di tutti i popoli; la seconda nel 3150 a.C., un solo meteorite precipitò nel Mediterraneo.
Consideriamo che dopo l’impatto del 7640 a.C. la terra avrebbe iniziato a surriscaldarsi di ben 4,5°C, accelerando lo scioglimento dei ghiacci e provocando l’innalzamento dei mari fino a 120 metri di media, con le conseguenze che si possono ben immaginare.
Il fenomeno durò fino al 3100 a.C., proprio quando si verificò la seconda catastrofe nel Mediterraneo. Come la prima cambiò l’aspetto delle zone costiere del mondo, cancellandone le città e i popoli che in esse vivevano; modificò l’aspetto del Sahara e dell’Egitto, portando il deserto ove prima vi era un mare e foreste popolate da elefanti e giraffe; anche il secondo evento celeste avrà contribuito a spazzare via città e popolazioni dell’Asia Minore e alla nascita del Mar Morto.
Quindi si può ipotizzare che seimila anni fa la zona ove sorgeva Anau non fosse poi tanto desertica e priva di corsi d’acqua anche in superficie.
Il Dottor Hiebert sta conducendo indagini anche in tal senso e quindi non rimane che attendere ulteriori sviluppi per apporre nuovi tasselli al grande mosaico che è la storia dell’umanità e fornire l’immagine reale della zona di Anau.

a cura di Mauro Paoletti

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