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libri scelti da Francesco Di Blasi

IL VOLO DEL PELLICANO
Un thriller alchemico-esoterico


di Giovanni Francesco Carpeoro
Bevivino Editore
pagg. 512 - 29 illustrazioni b/n e 22 foto colori - € 18,00
Per ordinare: ordini@acaciaedizioni.com

 

L'ARGOMENTO:

IL VOLO DEL PELLICANO Un thriller alchemico-esoterico, in cui Giulio Cortesi, grafico quarantenne, con la passione per la cucina, si trova per caso coinvolto in un'insolita ricerca, un'avventura intellettuale tra antichi simboli e opere d'arte, che lo porterà a scoprire i segreti dei Rosa+Croce, degli iniziati alla fratellanza, dei personaggi storici che nei secoli hanno costruito il destino della Stirpe di David.
Il punto di partenza è l'analisi delle opere del Giorgione nelle quali scopre corrispondenze e analogie riconducibili alla fratellanza dei Rosa+Croce. Si ritrova coinvolto in un assassinio del quale all'inizio viene sospettato e anche per questa ragione decide di cercare la verità. Il commissario Bertossi indaga sull'omicidio e Giulio, ormai detective per caso, si ritrova ad affiancare il lavoro del poliziotto. Il finale è a sorpresa: riuscirà a sciogliere l'enigma e a recuperare un filo dei Rosa+Croce. Ma come?

Giovanni Francesco Carpeoro non è nato a Cosenza nel '58 per poi trasferirsi a Milano e laurearsi in giurisprudenza. Non ha esercitato per trenta anni la professione di avvocato e coltivato altri interessi quali il simbolismo, la musica nera degli anni '70, le discoteche e le radio. Tutto quanto è contenuto nella biografia è assolutamente vero, in quanto, come nel vecchio assioma, Carpeoro è cretese e bugiardo contemporaneamente, e quindi, quando afferma di essere tale, dice contemporaneamente la bugia e la verità.

PREMESSA:

Questo libro è un atto liberatorio, come tutti gli altri.
Ho sempre pensato che scrivere, comporre musica, dipingere, sia la liberazione di un prigioniero che è dentro di noi.
Prigioniero e straniero.
Un altro essere che si è arrampicato lungo il pozzo dove l'abbiamo sprofondato ed ha picchiato coi pugni sul muro della nostra vita quotidiana in cui l'abbiamo rinchiuso, finché non si è aperto un varco verso la libertà, e verso un'esistenza che, da quel momento, diventa indipendente da noi.
Ma se riflettiamo bene, non siamo poi così sicuri se sia stato l'altro essere a salire, o noi a scendere, a compiere il viaggio degli alchimisti all'interno della terra, secondo il precetto del VITRIOL, "Visita Interiora Tèrrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem", cioè: "Entra nelle viscere della terra e, correggendo le imperfezioni, troverai la pietra nascosta". In fin dei conti è lo stesso percorso di Teseo nel labirinto, al centro del quale uccidere una parte di sé, perché l'altra risorga continuamente.
Ho trascorso quella che presumo e spero possa essere la prima metà della mia vita a leggere tanti libri e a vivere con gran confusione. La gran confusione ha prosciugato le mie energie, mentre i tanti libri hanno continuato a nutrire l'altro essere, fino a renderlo molto ingombrante e forte, tanto che il pozzo profondo - dentro il quale gli calavo, col secchio, i tomi della mia biblioteca - è divenuto veramente angusto, insopportabile per lui.
Finché non si è aggrappato alla corda del secchio per venire in superficie, o forse, allo stesso modo, ha attirato me verso il basso. In ogni caso, quando siamo stati l'uno di fronte all'altro, il suo primo impulso è stato quello di guardarmi e ridermi in faccia.
Una risata sonora, lunga, vomitata con scherno e derisione. Al mio silenzio, è rimasto meravigliato, come se credesse impossibile che io fossi triste, che non ridessi con lui, di me, ma forse anche di tutti gli altri, e ha detto concitato:
"Prendi carta e penna, dobbiamo scrivere un libro."
Da quel momento ho scritto, sotto dettatura, un centinaio di pagine dense di storia, notizie e spiegazioni sui Rosa+Croce, personaggi, date, incontri, simboli, formule alchemiche, una giungla dove perdersi senza ritrovarsi mai più.
Quando siamo arrivati a quella che, secondo lui, avrebbe dovuto essere la fine del libro, gli dissi: "Bene, se ora tu hai terminato, posso iniziare io."
"In che senso?" mi chiese con una certa aria di diffidenza. "Nel senso che negli stessi giorni degli eventi di cui abbiamo trattato, ma ai nostri tempi, qualcuno ha vissuto una sua vicenda un po' particolare, sulla quale quanto avvenuto, secoli o decenni prima, ha avuto un suo effetto, una sua ripercussione, il cerchio più estremo, tra quelli causati da un sasso buttato in uno stagno, tanto tempo prima."
"Cosa vuoi fare, vuoi diventare un romanziere?"
Ho imparato da tempo a non entrare in polemica con lui perciò non gli ho nemmeno risposto.
Ma presto ho dovuto constatare che, per meglio spiegare quanto mi aveva dettato, dovevo elaborare una sorta di postfazione in forma epistolare, dove integrare tutte le citazioni e le annotazioni necessarie.
Così ho raccontato la vicenda di Giulio, la metafora di un mondo dove quasi tutto è nascosto, e quello che si manifesta può essere sottratto con la violenza, come l'amore.
Ho cercato, tramite la figura di Giulio, di sfatare un dogma del tutto umano: quello dell'intelligenza.
Sono sempre stato convinto che quello dell'intelligenza non sia un valore unico, né reale, né assoluto, né possa costituire, come purtroppo è luogo comune, metro di misura di noi stessi e degli altri.
Non è un valore unico perché, nella nostra accezione, tiene conto in modo errato dell'elemento temporale. Generalmente consideriamo intelligenza la rapidità di collegamento degli elementi, tanto è vero che per noi chi impiega più tempo a capire, è un "ritardato" e quindi, uno stupido. Non è un valore reale, perché filtrato, con ogni possibile distorsione, da una funzione che viene a monte dell'"intelligere": quella dell'acquisizione dei "dati" attraverso i nostri sensi, la vera e unica fase di contatto con la realtà, o quella che ci pare essere tale.
Non è un valore assoluto perché non tiene conto del nostro ruolo nel mondo animale e del concetto di adeguatezza del nostro essere al medesimo. Con riferimento al suo modello di vita, l'intelligenza di un'ape è da considerarsi superiore o inferiore alla nostra?
Strano concetto quello dell'intelligenza adeguata, distruttivo di ogni sogno di assolutizzazione delle nostre facoltà cerebrali.
Per sfuggire a questo ridimensionamento del dogma per gli animali non parliamo neanche di intelligenza, definizione riservata a noi creature superiori, ma di capacità.
Rimane il fatto che il migliore dei nostri architetti non potrebbe neanche sfiorare l'architettonica perfezione di un alveare. Quindi crolla anche la possibilità di costruire sull'intelligenza una scala di valori, tanto è vero che nell'illusione di costruire una classifica degli animali intelligenti, non ci accorgiamo di adottare esclusivamente il valore della comunicazione. Consideriamo il cane più intelligente di una formica perché ha delle forme di comunicazione più comprensibili per noi. In altri termini consideriamo intelligente il soggetto con cui meglio comunichiamo.
Con un colpo di bacchetta magica il dogma dell'intelligenza viene sostituito dalla funzione della comunicazione.
D'altro canto non è grazie ad uno scambio di informazioni genetiche che veniamo al mondo?
Dobbiamo smetterla di considerare intelligente solo ciò che ci somiglia, perché le conseguenze di questo assioma sono paradossali. Se sono stupido, ma considero intelligente solo quello che mi è simile, mi illuderò di creare una classificazione di intelligenza che invece sarà solo di stupidità.
Forse mi sono dilungato, ma lo scopo era di spiegare che Giulio è una persona che non punta sull'intelligenza, ma sulla comunicazione, al punto di adottare il linguaggio dell'interlocutore, quando incontra la difficoltà di esprimersi con mezzi propri. Ma è proprio questa capacità che gli consente di entrare nel mondo degli altri in punta di piedi, senza destare quei blocchi e quelle difese che rendono impossibile comunicare.
Così facendo, riesce a svelare il mistero di un omicidio doloroso e complesso e a scoprire che i Rosa+Croce erano quel che erano, o, forse, sono quello che sono, perché hanno la perenne capacità non solo di comunicare, ma di creare arti e linguaggi di comunicazione selettiva, con oggetti contenenti più messaggi, ognuno indirizzato al destinatario giusto.
Come delle enormi radio ricetrasmittenti, in continuo contatto col mondo, hanno trasmesso a tutti noi la possibilità, per ognuno, di estrarre dal loro messaggio, il tipo di musica adatto per sé.
Questo è stato il volo del Pellicano: la conservazione e la trasmissione nei secoli di un grande, prismatico messaggio di progresso e d'amore.
Apparentemente morto con la fine della civiltà egiziana, il Pellicano è risorto ed ha ripreso il suo volo nel messaggio cristiano, unico, ma adatto ad ognuno.
Sia chiaro: ho detto adatto, non adattabile.
Quando al termine della stesura, io e l'altro essere abbiamo riletto il libro insieme, lui, aggiungendo alla fine una poesiola oscura, ha detto scuotendo la testa:
"Comunque, alla fine sei inesorabilmente riuscito di nuovo a fare solo qualcosa di normale."
È l'unica volta in cui sono stato d'accordo con lui.
Ho sempre diviso i libri in tre categorie: brutti, passabili e capolavori.
Quando leggo un libro brutto, ognuno rimane nel suo mondo, io nel mio ed il libro nel suo, come una conoscenza o un incontro casuale di nessun interesse reciproco, dove alla fine ci si saluta ed estranei come prima.
Quando leggo, invece, un libro passabile entro nel mondo disegnato dall'autore e mi muovo dentro di esso a mio agio, perché, distaccandomi dal mio presente, condivido le altrui emozioni.
La lettura di un capolavoro è come l'inizio di una grande storia d'amore, è il libro che entra nel mio mondo interiore, e vi si radica come se ne avesse sempre fatto parte, riconosco le emozioni, le parole ed i pensieri come provenienti dal mio passato, viventi nel mio presente, disegnate nell'immaginazione del mio futuro.
Il libro, quando è un capolavoro, diventa lo scultore ed il lettore, l'opera d'arte.
Questo è il miracolo che compie l'autore di un capolavoro, creare qualcosa in grado di entrare nei pensieri, nelle emozioni, negli istinti, nelle azioni, insomma nella vita e nel mondo di chiunque vi si accosti.
Spero solo che questo libro non faccia parte della prima categoria, anche perché quel brutto ceffo supponente ne ricaverebbe, nei miei confronti, ulteriore motivo di derisione.
Ma non è per la paura che sia un libro brutto che ho deciso di nascondermi dietro uno pseudonimo.
Ne ho fatte tante, di cose brutte e sottoscritte col mio vero nome, che questa scivolerebbe via senza problemi, e poi ci sono le immagini, create da altri, tutte belle, e suggestive, che nella loro scelta e disposizione, non casuale, sicuramente spiegano anche ciò che io non sono riuscito ad esprimere.
In realtà ho deciso di nascondermi perché alle inevitabili domande circa le ricostruzioni, per così dire, storiche, scritte, valga ripeterlo, sotto dettatura, non saprei cosa rispondere.
Non saprei nemmeno come ribaltare le domande suddette al vero autore di quelle ricostruzioni, lui sì, veramente anonimo, senza neanche il velo, e la conseguente possibilità di svelarlo, di uno pseudonimo.
Ma forse tutto questo non sarà neanche necessario, perché queste pagine verranno lette dai pochi che mi conoscono e che sanno bene con chi hanno a che fare.

Milano 30 novembre 2005
G. F Carpeoro

P. S.: Gli ho fatto leggere anche questa premessa e lui, per la prima volta è uscito fuori dai gangheri, si è alterato, ha detto che non avrei dovuto neanche accennare alla sua esistenza, non desiderando essere, in nessun modo, anche solo accostato, a un'opera letteraria così mediocre.
Non lo sopporto più: quasi quasi lo ributto nel pozzo e lo affogo con i libri di Dan Brown.

Anche il processo della. creazione si è verificato in due luoghi,
uno superiore ed uno inferiore, perciò la Torah comincia
con la lettera Beth, il cui valore numerico è "due".
Il processo inferiore corrisponde a quello superiore,
uno produsse il mondo superiore (delle Sefiroth),
l'altro il mondo inferiore (della creazione visibile).

Zòhar I, 240 b

CAPITOLO I:

Non dubitate:
tutto ciò che sembra essere l'inizio di qualcosa
è contemporaneamente la fine di qualcosa d'altro.

Venezia, anno di grazia 1507
Il maestro Zorzo di Castelfranco, detto Giorgione, quel mattino del mese di luglio respirava l'aria frizzante di Venezia con un piacere sottile.
Ormai da mesi era ospite del nobile Gabriele Vendramin che aveva conosciuto nell'inverno del 1500, in occasione di un suo breve viaggio a Firenze. Ivi si trovava per l'interessamento del suo istitutore ed insegnante, l'abate domenicano Francesco Colonna (1), sacerdote a Treviso, che, colpito dal suo innato e particolare talento per il disegno, aveva steso una lettera di presentazione indirizzata a frà Luca Pacioli (2). L'incontro col frate aveva segnato una svolta nella sua esistenza. Aveva scoperto con lui i segreti della matematica e di una conoscenza superiore di cui prima non aveva mai lontanamente immaginato la possibilità.
Nello stesso anno il maestro lo presentò al rabbi Isaac Abravaniel (3) a Venezia, che dischiuse per lui le porte della conoscenza e dell'interpretazione del Libro Sacro, e delle sue integrazioni, la Torah, e il Talmud, ed infine della tecnica divina, l'accesso al Sancta Sanctorum, la parte segreta del Tempio, il linguaggio della Kabbalah, tecnica divina di decifrare i testi sacri, il segreto del Fuoco nascosto.
Alfine, presentato da suoi stessi maestri, fu iniziato al grado d'apprendente nella setta dei Fedeli d'Amore, quella che era stata di Dante Alighieri, col nome di Frater Cignus Julius, per le sue origini e in onore del suo carissimo amico, Giulio Campagnola (4).
Proprio in tale occasione, annunciato come ospite con tutti gli onori dovuti all'altissimo grado iniziatico, aveva conosciuto il nobile veneziano Gabriele Vendramin.
Nel corso della riunione, come suo compito d'apprendente, aveva offerto una tavola d'arte, e, per meglio rendere il significato di essere divenuto figlio del fuoco, come gli antichi seguaci di Zoroastro, aveva dipinto una scena ispirata al Talmud, "Mosè, bambino alla prova dei carboni ardenti".
Il nobile Vendramin era rimasto profondamente colpito dall'opera, al punto di lasciare istruzioni alla loggia affinché con la massima rapidità l'apprendente Zorzo di Castelfranco esplorasse i gradi iniziatici e di conoscenza atti a divenire un maestro.
Trascorsi due anni, nei quali gli era stato insegnato ogni significato segreto del numero tre, era approdato all'iniziazione a Maestro e, dall'incontro con la morte, aveva imparato a non averne mai più paura.
Aveva imparato il misterioso significato della parola Vitriol degli alchimisti: "Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem", e cioè che solo affrontando un viaggio nella più assoluta e oscura profondità del proprio animo, si poteva trovare la strada della propria perfezione.
Aveva scoperto come ogni viaggio dell'uomo, sul percorso dalla propria nascita, fino alla morte, fosse la distillazione del Vitriol, compiuta o incompiuta, a secondo che la profondità della collocazione del tesoro venisse raggiunta.
In quella circostanza aveva conosciuto, nel suo ruolo di Maestro Venerabile della loggia, un capitano di ventura, il condottiero Tuzio Costanzo, cavaliere di San Giorgio, che in seguito, nel 1502, lo aveva ricondotto, temporaneamente, a Castelfranco Veneto. Ivi, nel segno del suo nuovo grado di conoscenza, aveva dipinto, proprio per il suddetto cavaliere, la "Pala di Castelfranco" nella quale aveva racchiuso il primo dei sette grandi segreti che gli erano stati comunicati.
Poco tempo dopo, aveva racchiuso il secondo dei grandi segreti nella tela "I tre filosofi".
Il terzo dei segreti lo aveva celato in due opere dipinte ad olio, a breve distanza l'una dall'altra, secondo il canone del maestro da Vinci ed inviate al nobile Vendramin, "La Giovine e La Vecchia".
Erano due ritratti della medesima donna, prima in età giovanile e poi avanti negli anni, nel segno del segreto simbolico del dio Giano (5) dei pagani.
A seguito di ciò veniva definitivamente convocato dal nobile Vendramin, e, nel corso della sua permanenza, ospite nel palazzo del medesimo, aveva trovato il compimento del suo cammino iniziatico.
All'inizio del 1507, aveva velato il quarto segreto nel dipinto "Le tre età" e, veduto il capolavoro, gli era stato comunicato che era giunta l'ora della sua unzione, la consacrazione al massimo grado della setta. Per mesi si era preparato per l'unzione a Sommo Fratello dei Fedeli d'Amore, come il Precursore, l'abate Gioacchino da Fiore (6), il vate Durante, detto Dante, degli Alighieri, il maestro Leonardo da Vinci, l'abate Ruggero Bacone (7) e via tutti gli altri, che nei secoli avevano segretamente e umilmente lavorato per la conoscenza mistica della Rosa ed il sacrificio resuscitante della Croce.
Era stato unto in una sala dai rossi drappi e dai fregi d'oro, situata nei sotterranei del palazzo, alla presenza di persone che mai avrebbe immaginato di poter incontrare nel corso della sua vita. La cerimonia era avvenuta nel giovedì della Santa Pasqua e si era conclusa con una cena a base di pane azzimo, olive e vino rosso che i commensali avevano bevuto da un unico boccale.
Successivamente, il 21 del mese di giugno, aveva consegnato al nobile Vendramin, la tela intitolata "La Tempesta", il capolavoro, il quinto segreto, la quinta essenza.
Proprio quel mattino del 20 luglio e in quel momento, gli venne portato un plico. L'immagine del sigillo rosso, raffigurante una fenice che risorgeva dalle ceneri, gli era ben noto: era una lettera del suo maestro, l'abate Francesco Colonna.
Nella missiva il saggio monaco manifestava d'essere orgoglioso del suo allievo, prediceva eterna ed imperitura fama per le sue opere, atteso che sarebbe stato, nei secoli, ammirato col nome di Giorgione.
La lettera si concludeva con l'invito a spendere il resto della sua vita con operosità, conservando con la sua arte anche i due ultimi segreti, ché nel 1510, un anno prima della sua amata Cecilia (8), sarebbe morto di peste, e solo dopo 450 anni la sua stella avrebbe ripreso a brillare.
Egli, con gran serenità, al termine della missiva, ebbe a riflettere che l'ultima pagina del libro della sua vita, avrebbe dovuto essere la firma e quindi l'autoritratto, lo scrigno del sesto segreto, il sigillo della setta dei Fedeli d'Amore, la stirpe di David (9), i Figli della Luce (10).
L'avrebbe dipinto poco tempo prima di morire, perché, per quanto gli era stato insegnato, la sua morte, insieme a tutta la sua vita, avrebbe contenuto il settimo segreto, che poi altro non era, cabalisticamente, che la somma dei primi sei.

Note:
1. Abate domenicano famoso per l'enigmatica "Hipneromachia Poliphili", considerata come opera d'ispirazione rosicruciana. Vedi Appendice I pag. 389, per maggiori notizie.
2. Frate minore francescano, famoso matematico del suo tempo, maestro di Leonardo e inventore della partita doppia, metodo tuttora applicato nelle scritture contabili. Vedi Appendice I pag. 385, per maggiori notizie.
3. Famoso rabbino ebreo, vissuto a Venezia negli anni tra i11400 ed il 1500. Vedi Appendice I pag. 388, per maggiori notizie.
4. Artista poliedrico, amico del Giorgione, particolarmente apprezzato nelle opere di incisioni, dove aveva elaborato una tecnica detta "puntinatura" che gli permise di rendere i suoi colori affini alla tecnica pittorica.
5. Divinità latina di origine indoeuropea, vicina nell'etimo al dio indiano Ganesh. Oltre al volto bifronte, a simboleggiare il passato e il futuro, aveva un terzo volto nascosto, il presente, nella sua fugacità non raffigurabile. Era il dio dell'inizio e della fine, il mese di gennaio ed il termine latino "ianua" che significa porta, derivano dal suo nome.
6. Frate nato a Celico, in Calabria, famoso per le sue profezie. Vedi Appendice I pag. 373, per maggiori notizie.
7. Frate francescano della scuola di Oxford, alchimista, scienziato, famoso tra l'altro per il testo "De optica", alla base dell'invenzione degli occhiali. Fu probabilmente la figura cui si ispirò Umberto Eco, relativamente al protagonista del romanzo "Il nome della Rosa". Vedi Appendice I pag. 376.
8. Fu probabilmente la donna amata da Giorgione, non si sa altro, se non che morì del suo stesso male un anno dopo.
9. La stirpe di David è la progenie della tribù ebraica di Giuda. Designata a guida del popolo ebraico da Giacobbe, Genesi 49, e nella quale sarebbe avvenuta la nascita del Cristo, Matteo, 1.
10. I figli della luce erano i seguaci della religione di Zoroastro, profeta della religione dei parsi considerato un precursore del Cristo di cui profetizzò l'avvento: essi, nelle persone dei Magi, adorarono e riconobbero il Cristo alla sua nascita.

INDICE:

Premessa pag. 7

Capitolo I pag. 13
Capitolo II pag. 23
Capitolo III pag. 35
Capitolo IV pag. 49
Capitolo V pag. 59
Capitolo VI pag. 67
Capitolo VII pag. 75
Capitolo VIII pag. 87
Capitolo IX pag. 99
Capitolo X pag. 111
Capitolo XI pag. 123
Capitolo XII pag. 133
Capitolo XIII pag. 141
Capitolo XIV pag. 151
Capitolo XV pag. 161
Capitolo XVI pag. 169
Capitolo XVII pag. 179
Capitolo XVIII pag. 191
Capitolo XIX pag. 201
Capitolo XX pag. 211
Capitolo XXI pag. 221
Capitolo XXII pag. 231
Capitolo XXIII pag. 241
Capitolo XXIV pag. 253
Capitolo XXV pag. 263
Capitolo XXVI pag. 271
Capitolo XXVII pag. 279
Capitolo XXVIII pag. 289
Capitolo XXIX pag. 299
Capitolo XXX pag. 309
Capitolo XXXI pag. 319
Capitolo XXXII pag. 329
Capitolo XXXIII pag. 241

Epilogo pag. 257
Appendice I pag. 369
Appendice II pag. 439
Bibliografia pag. 505

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