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libri scelti da Francesco Di Blasi

ATLANTIDE Il mito, i fatti, il mistero

di Daniel Kircher
Edizioni L'Età dell'Acquario
pagg. 144 - 12 illustrazioni b/n - € 14,00
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L'ARGOMENTO:

Venticinque secoli fa Platone, in due dialoghi tra i più enigmatici - il Crizia e il Timeo - raccontava di una fiorente e favolosa civiltà, Atlantide, e del suo incredibile inabissamento nelle acque del mare per volere di Zeus. Da allora il mito di Atlantide nutre e ossessiona l'immaginazione dell'uomo di ogni epoca: quel racconto è una parabola filosofica o si riferisce a una realtà concreta? È esistita davvero un'isola chiamata Atlantide, leggendaria per le sue ricchezze naturali e la civiltà dei suoi abitanti, per la concordia e la pace che vi regnavano? E dove? Nell'Atlantico o nel Pacifico? Oppure nel Mare del Nord? E poi: quale catastrofe ne ha provocato la scomparsa?
Daniel Kircher indaga in questo libro il mistero che continua a circondare Atlantide: enumera i fatti, studia le carte, ripercorre le spedizioni che nel corso dei secoli si sono succedute, dà voce a personaggi quali Ignatius Donnelly, William Scott-Elliot, Helena Petrovna Blavatskij, Edgar Cayce.
Tra storia e geografia, mito e archeologia, "Atlantide" ci parla di un possibile Paradiso Terrestre, in cui l'uomo vinse l'egoismo e raggiunse la felicità, in armonia con sé stesso e con la Natura.

Daniel Kircher è un affermato studioso di archeologia e di tradizione. È autore di numerosi volumi, tra cui ricordiamo "Il mistero di Rennes-le-Château. Nuove ricerche, nuove ipotesi", edito dall'Età dell'Acquario nel 2004, scritto con Fabrice Kircher.

INTRODUZIONE:

Paul Schliemann scoprì il manoscritto per caso, spulciando tra le note del nonno.
Non si trattava certo di un'opera letteraria e nemmeno di uno scritto destinato alla pubblicazione, ma piuttosto di appunti di lavoro. Quelli di Heinrich Schliemann. Il grande archeologo non ne aveva mai parlato a suo nipote e quest'ultimo non ne avrebbe mai sospettato l'esistenza se, come tutti gli eredi, non fosse stato tenuto a inventariare i beni che gli aveva lasciato.
Il primo documento era datato 1875. Era stato redatto a Hissarlik, l'antica Troia. Schliemann dava conto della scoperta di un vaso di bronzo che recava un'iscrizione fenicia: "Dal re Chronos di Atlantide".
Il secondo documento, del 1883, riferiva di una visita al muuseo del Louvre. Heinrich Schliemann annotava di aver scoperto dei vasi molto simili a quello che aveva trovato otto anni prima, ma privi di iscrizioni. Era molto eccitato, poiché provenivano dall'America Centrale.
Il terzo documento era un rapporto analitico e specificava che il vaso in possesso dell'erudito non era, com'egli aveva creduto, in bronzo, ma composto da una lega di platino, alluminio e rame.
Le ultime note dell'anziano studioso concernevano alcuni manoscritti egizi e maya che aveva consultato: tutti alludevano ad Atlantide e alla sua localizzazione in mezzo all'Atlantico. Inoltre, quelle carte si riferivano a un vaso a "testa di gufo".
Dapprima il giovane erede non comprese quest'ultimo dettaglio. Poi, d'un tratto, si ricordò di averlo scorto fra gli oggetti di varia misura che fanno parte di ogni eredità. Si mise a cercarlo e riuscì a scovarlo. Appena lo ebbe fra le mani, sentì che conteneva qualcosa. Lo ruppe e ne inventariò il contenuto.
Si trattava di frammenti di vasellame, oggetti in osso fossilizzati e un rettangolo metallico. Di un metallo che gli era del tutto ignoto. Era coperto da iscrizioni che si rivelarono essere fenicie. Il giovane le fece tradurre e scoprì che significavano: "Frammento proveniente dal Tempio coi muri trasparenti".
Ma la cosa più importante doveva ancora avvenire! In effetti, il vaso conteneva anche una specie di medaglia, contrassegnata con caratteri geroglifici. Quando a loro volta furono tradotti, Paul Schliemann provò una comprensibile emozione. L'iscrizione diceva: "Dall'Atlantide del Re Chronos".
Il racconto di questa celebre scoperta fu pubblicato per la prima volta sul "New York American", il 20 ottobre del 1912, firmato dal dottor Paul Schliemann.
Dopo aver così raccontato l'evento che decise della sua vocazione, informava i lettori del seguito delle ricerche. Innanzitutto scrisse che, nelle collezioni di suo nonno, aveva trovato anche un elefante in avorio proveniente dallo Yucatan, e pure una mappa di Atlantide disegnata da un egizio! Quanto al misterioso rettangolo in metallo, il giovane medico ora era certo che si trattasse del famoso "oricalco dai riflessi fiammeggianti" (1) descritto dal filosofo Platone.
Non contento di quelle prodigiose scoperte, Schliemann junior aveva intrapreso lunghi viaggi per confermare le affermazioni del progenitore. Così, a Londra aveva potuto leggere un antico manoscritto maya, e a Lhasa, in Tibet, un altro manoscritto, stavolta caldeo, conservato in un antichissimo tempio buddista. I due testi, risalenti a parecchi millenni or sono, confermavano l'esistenza di una grande civiltà atlantidea, che aveva dato vita alle civiltà egizia, mediterranea e americana!
La risonanza dell'articolo fu mondiale! In tutti i continenti, e specie in Europa e in America, gli studiosi di Atlantide si entusiasmarono: tutte le loro intuizioni venivano confermate. Molte persone, semplicemente appassionate di storia, si commossero di fronte a quel totale ribaltamento delle concezioni correnti. Poi ovviamente si fecero sentire gli scettici. Ebbero buon gioco nel rilevare che una lega di rame, platino e alluminio non era mai stata vista da nessuna parte, nemmeno in tempi moderni. Ed era tanto più sorprendente ritrovarla in una lega antica poiché il platino era stato scoperto solo nel XVIII secolo e l'alluminio ancora più tardi. Si fece anche notare che non esistevano mappe egizie dell'Egitto, quindi era paradossale trovarne una di Atlantide. Inoltre, l'esistenza di una pergamena caldea sembrava paradossale: la scrittura cuneiforme era stata concepita per essere incisa su tavolette d'argilla, dunque ci si sarebbe aspettati di trovare un testo di quella natura su un mattone cotto, per esempio. Infine, il manoscritto tibetano pareva inaccessibile; si tentò di ritrovare quello di Londra. Invano...
Di fronte alle critiche che si accumulavano, il dottor Paul Schliemann rispose fermamente, citando in giudizio i suoi detrattori. Poi annunciò la pubblicazione di un libro sul nonno, in cui avrebbe fornito prove che avrebbero stupito gli scettici. Poiché la questione aveva appassionato il grande pubblico, si attese con impazienza questo nuovo sviluppo. Si attese a lungo. Si attende ancora oggi... Nessuno sentì più parlare del dottor Paul Schliemann e delle sue prove.
Questo piccolo episodio è rappresentativo della particolare atmosfera che abitualmente regna intorno alla questione di Atlantide. E Alain Decaux, dell'Académie Française, che le consacra il primo capitolo dei "Grands mystères du passé" (2), non ha torto quando scrive:

"Coloro che credono in Atlantide spesso sono animati dal fervore - e talora dalla credulità - dei neofiti. Scagliano anatemi su chi li contraddice e ovviamente si dichiarano i soli detentori dell'unica verità. Maneggiano con una totale mancanza di discernimento gli argomenti più comprovati così come quelli più fallaci."

Aggiungiamo che l'ambiente è molto ricettivo nei confronti di mitomani e imbroglioni.
Il mito di Atlantide evoca irresistibilmente... l'America! Almeno per coloro che hanno la sfortuna (o la fortuna) di non essere americani. Si tratta di un potente impero, insediato in una regione benedetta, dal clima mite, con innumerevoli ricchezze, in mezzo all'immensità del mare.. Un impero abitato da un popolo federato, virtuoso, che se non dispone di tutte le invenzioni della tecnica, ha almeno tutto il piacere del comfort. Un popolo altresì incline a comportarsi in modo indecente, e a essere "pieno [...] di un'avidità e di un potere senza remore di giustizia" (3). Si capisce che la storia del suo sprofondamento nell'oceano faccia riflettere.
Circa 40 mila libri con pretese scientifiche hanno rivolto la loro attenzione a questo mistero, e abbiamo rinunciato a enumerare il numero di romanzi, racconti, film e articoli che ha ispirato. In "Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi" (4), Sprague de Camp recensisce almeno 5000 autori che hanno scritto in merito, da Aarken a Zugsmith. Quanto alla localizzazione del "soggetto", si ha soltanto l'imbarazzo della scelta: Platone lo collocava in fondo all'Atlantico, ma Diodoro Siculo lo situava in Nord Africa, Jean Bailly nello Spitzberg e Léo Frobénius in Nigeria. Secondo altri autori, Atlantide si trovava in Svezia, nel Sahara (Hoggar), nel Pacifico, nel Sud della Spagna (Tartessos), in Palestina, a Cipro, a Creta, in Pern, nell'Africa australe, nel golfo di Guascogna, nell'Oceano Indiano, in Groenlandia, nel mar d'Azov, nel Caucaso, nel Nord America, in America Centrale, alle Antille, in Iran, in Portogallo (nei pressi di Lisbona), in Bretagna, nel Massiccio Centrale, nella Mosella (Bliesbruck), in Olanda, in Belgio, in Arabia, in Brasile, nel Mare del Nord, in Tunisia, nell'Est africano, in Inghilterra, nell'Antartico, in Germania (Heligoland), in Italia (Etruria), nello Sri Lanka, nel deserto del Gobi, addirittura nella foresta di Fontainebleau! La lista non è esaustiva ed è redatta solo per convincere il lettore che si fa prima a citare tutti i luoghi dove si ritiene che Atlantide "non" si trovi.
Secondo Jacques Van Herp, la questione atlantidea è "il più prodigioso romanzo poliziesco della Storia, poiché se ne cerca la chiave da 2500 anni" (5). Per risolvere il problema sono stati mobilitati praticamente tutti i rami della scienza: geografia, oceanografia, antropologia, etnografia, archeologia, zoologia, geologia, sismologia, filologia, ittiologia, paleontologia, e poi botanica, filosofia e critica letteraria. Poiché non era ancora sufficiente, spiritisti, teosofi, occultisti e veggenti si sono immischiati nella questione. E se a tutto quel mondo aggiungiamo gli eccentrici, come il famoso dottor Paul Schliemann, romanzieri, cineasti e giornalisti scandalistici, non ci si stupirà se il tema di Atlantide è diventato tabù per le persone "serie".
Ma merita veramente un tale obbrobrio? Tenteremo di rispondere a questa domanda.

Note:
1. Cfr. Platone, "Crizia", 116c, in "Tutti gli scritti", Rusconi, Milano 1991. [Per tutte le citazioni è stata effettuata la ricerca della traduzione italiana, ove esistente, e dei riferimenti bibliografici. N.d.T.]
2. Alain Decaux, "Les grands mystères du passé", Éditions de Trévise, Paris 1964.
3. Platone, "Crizia" cit., 121b.
4. Lyon Sprague de Camp, "Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi", Fanucci, Roma 1998.
5. Jacques Van Herp, "Panorama de la science-fiction", Marabout, Verviers 1975.

Il punto di vista della scienza:

Il tema di Atlantide esige la connessione di due elementi: il primo è l'esistenza di una regione molto fertile, preferibilmente insulare; il secondo è l'insediamento su quella terra di una civiltà di alto livello culturale rispetto all'Antichità o addirittura alla nostra epoca. A ciò si aggiunge una domanda: un'area così imponente - dalle dimensioni di un continente, secondo Platone - può essere scomparsa sotto l'oceano per effetto di un enorme fenomeno sismico?
Molti atlantologi (con questo nome saranno indicati tutti coloro che credono all'esistenza passata di Atlantide) ne dubitano, e non senza ragioni. In effetti, se alcuni fenomeni vulcanici hanno provocato la scomparsa - e l'emersione - di isole o terre, queste furono sempre di dimensioni assai ridotte. Per restare nei paraggi di dove comunemente viene situata Atlantide: nelle Azzorre, alcune isole sorsero dal mare nel 1638, 1720, 1757 e 1811. Per scomparire subito dopo. Un po' più a nord, in Islanda, un vulcano sottomarino fece emergere parecchie isole nel 1240 e nel 1789, al largo di capo Reykjaness.
Generalmente l'esistenza di questi isolotti è effimera. Citiamo per esempio il caso dell'isola Ferdinandea, segnalata per la prima volta il 18 luglio del 1831 da una nave del regno di Napoli allargo della Sicilia. Non era altro che un cratere vulcanico, ancora fumante, che affiorava appena sul livello del mare. Due giorni dopo, quando i geologi tedeschi vollero studiarlo, constatarono che aveva già 200 metri di diametro e un'altezza massima di 15 metri. Nelle settimane seguenti si estese ancora, per culminare a 50 metri d'altezza. Il 2 agosto una nave inglese vi issò l'Union Jack. Ma dieci giorni più tardi l'attività vulcanica si placò e l'isola cominciò poco a poco a disgregarsi. Alla fine dell'anno era totalmente scomparsa.
Nel 1838 un'altra isola vulcanica, stavolta battezzata col nome di Graham, sorse nella stessa zona, raggiunse i 40 metri d'altezza... prima di scomparire senza lasciare tracce. Il filosofo Platone, il principale "inventore" di Atlantide, soggiornò a più riprese in Sicilia. Avrebbe sentito parlare lì di un fenomeno analogo, dandogli l'idea di estrapolarlo, fino a conferirgli la dimensione di un'isola-continente? Confessiamo che la domanda merita di essere posta.
In genere, come abbiamo visto, l'esistenza di queste isole vulcaniche è molto breve. Tuttavia, alcune hanno una durata maggiore. Ship-Rock, nelle isole aleutiane (Pacifico settentrionale), scomparve 123 anni dopo l'emersione. Ma non è soltanto l'attività vulcanica a inghiottire a quel modo le isole. Anche il terremoto, e il suo socio maremoto, sono soliti a questo genere di misfatti. Così, nel settembre del 1932, sempre nel Mediterraneo, l'isolotto di Amagiani fu cancellato dalle mappe in seguito a un sisma.
Ma tutto ciò, ripetiamolo, riguardava soltanto piccole distese di terra, situate nella maggior parte dei casi su bassi fondali e fortunatamente disabitate. Detto questo, non si potrebbe concepire, come dice il "Timeo" di Platone, un fenomeno di ampiezza ben maggiore?
Essendosi verificati terribili terremoti e diluvi, nel corso di un giorno e di una brutta notte [...] l'Isola di Atlantide, allo stesso modo sommersa dal mare, scomparve. Per questo anche ora quel mare è diventato impercorribile e inesplorabile, essendo di notevole impedimento il fango profondo che produsse l'Isola, sprofondando. (1)

È proprio questo il punto debole. L'oceano l'Atlantico, non comporta bassifondi in grado di fungere da zoccolo per un continente vasto quanto "la Libia [l'Africa] e l'Asia messe insieme" (2). In generale, i geologi sono molto ostili all'ipotesi atlantidea. In effetti, fanno valere il fatto che il fondo dell'oceano è composto di basalto, mentre i continenti sono costituiti da granito. Dunque, è possibile sapere con certezza in quale momento della storia una regione sia emersa, anche se oggi è sottomarina.
Quelle terre, oggi sprofondate, formano quello che, singolarmente, è detto "altopiano continentale". Oltre a essere costituito da materiale differente rispetto a quello degli abissi, quello zoccolo è rigato dal corso di fiumi che lo attraversavano quando era emerso. Così, per esempio, sappiamo che migliaia di anni fa il Tamigi era un affluente del Reno, prima che entrambi si gettassero, nei pressi dell'Islanda, nell'oceano Artico. Da parte sua, la Senna continuava il suo corso nella Manica, allora emersa, per gettarsi nell'Atlantico a sud dell'Irlanda. Se l'"altopiano continentale" è stato così ricoperto dalle acque, non fu a causa di un'improvvisa catastrofe, ma in conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai dopo l'ultima glaciazione: quella di Wiirm, 50 mila anni fa. Dunque, ben prima della presunta fine di Atlantide.
Geologi e oceanografi sono dunque d'accordo su un punto: non c'è mai stato un continente in mezzo all'Atlantico. La sua costituzione rocciosa e il suo rilievo si oppongono a questa ipotesi.
Loceano Atlantico è percorso da nord a sud da una catena montuosa sottomarina, detta "dorsale atlantica" dagli specialisti. Tutti gli oceani hanno più o meno lo stesso rilievo, ma quello dell'Atlantico è il più tipico di questa classica configurazione, dovuta a quella che è chiamata, dal 1968 e in seguito ai lavori di un giovane geofisico francese, Xavier Le Pichon, "tettonica a placche". Secondo questa teoria, il fondale degli oceani si rinnova costantemente a partire dalle dorsali oceaniche, un po' alla maniera di un "tapis roulant". Senza voler fare una lezione di geofisica, va ricordato che la crosta terrestre, la litosfera, riposa, galleggia su una sorta di magma vulcanico, l'astenosfera, spessa varie migliaia di chilometri. Al confronto, la crosta è molto sottile. Spesso per descriverla si usa l'espressione "guscio d'uovo": in media è spessa solo un centinaio di chilometri. Ed è sotto le dorsali oceaniche che è meno spessa: da dieci a venti chilometri appena.
Il fondo degli oceani è formato da rocce estremamente giovani. Al massimo 200 milioni di anni. Niente a confronto coi circa 4-5 miliardi di anni del nostro pianeta! E le rocce delle dorsali oceaniche sono in assoluto le più recenti. Se n'è dunque potuto dedurre che i basalti (rocce vulcaniche) sorgano costantemente dall'astenosfera all'altezza delle dorsali, le quali sono sempre sede di un'importante attività sismica. La costante formazione di nuove rocce fa spostare progressivamente quelle precedenti... finché incontrano una fossa oceanica. Queste fosse, che possono avere 10-12 chilometri di profondità, contrariamente alle dorsali sono composte dalle rocce più antiche dell'oceano. È quindi evidente che vengono reinghiottite nell'astenosfera alla fine del ciclo. Essa riveste il ruolo di una sorta di zuppa, percorsa costantemente da movimenti verticali ascendenti e discendenti.
È qui che risiede la spiegazione della scomparsa del continente atlantideo? No, perché secondo i geologi questo movimento sarebbe eccessivamente lungo, circa 100 milioni di anni in media. Il che non corrisponde affatto a una catastrofe che avrebbe distrutto l'isola gigante in un giorno e una notte. Inoltre, sembra assodato che, quando una placca oceanica si scontra con una placca continentale, la prima, più pesante, tende a passare sotto la seconda. In altri termini, tende a sollevarla piuttosto che a inghiottirla. Fenomeno che spiegherebbe la formazione di massicci montagnosi costieri, come la Cordigliera delle Ande.
La "tettonica a placche", maggiormente nota col nome di "deriva dei continenti", permette anche di rispondere con eleganza a un altro argomento degli atlantologi. Questi hanno da tempo notato che la fauna delle Azzorre, di Madera, delle Canarie, di Capo Verde, delle Antille e dell'America Centrale presenta numerose analogie. Esse si possono spiegare soltanto con una relazione continentale fra i vari territori, anche se sono distanti diverse migliaia di chilometri. Da qui l'ipotesi di un "ponte" transatlantico che riunisse i differenti angoli del globo. Non poteva che essere Atlantide.
La dimostrazione venne estesa ad altre specie, basandosi sulla teoria di Darwin. Quest'ultima sostiene che la specie degli elefanti abbia fatto la sua comparsa in America nella forma dei "Perotheridae", mentre nulla di simile esisteva nel Vecchio Mondo. Per arrivarci dovevano proprio passare dal "ponte" atlantideo. L'osservazione è la medesima per i cavalli, la cui "stirpe", per quanto si possa credere al trasformismo, nacque nel Nuovo Mondo, prima di cambiare emisfero e... come gli elefanti, sparire totalmente dal loro paese natale. In senso inverso, varie specie di antilopi passarono così dalle boscaglie dell'Africa alle pianure americane. Tutti i pesci d'acqua dolce in Sud America hanno parenti stretti in Africa. È anche il caso dei cincillà, di curiose lumache che vivono soltanto nelle foreste e di lucertole giganti che depongono le uova nei nidi delle termiti. E si potrebbe allungare la lista per interi capitoli.
Sfortunatamente, ciò non può costituire una prova dell'esistenza del continente Atlantide. Innanzitutto perché il fenomeno non si limita al Vecchio e al Nuovo Mondo. Infatti, fra le rocce della Groenlandia, sono stati ritrovati scisti a strati fini, separati come fogli di un vecchio libro. Recavano ancora impronte di piante: sassafrassi, foglie di sicomoro o fico, semi di olmo. Poiché queste piante non sono mai cresciute in un paese artico e ricoperto di ghiaccio, evidentemente un tempo la Groenlandia godeva di un clima più temperato.
Ma è ancora più sorprendente che in Groenlandia sia stata trovata una varietà di sassifraghe assai curiosa. In effetti si propaga come la fragola, estendendo un corto stoIone in cima al quale cresce un minuscolo bulbo. Questa singolare pianta non si ritrova in altre parti del mondo, se non in un unico posto... l'Himalaya. Certo, avrebbe potuto percorrere migliaia di chilometri sulla terraferma, ma avrebbe potuto solcare gli oceani?
È così che geologi, zoologi e botanici sono poco a poco arrivati a concludere che esistesse una primitiva massa continentale unica, che venne battezzata Pangea (da "pan", "tutto", e "gea", "terra"). Il supercontinente si sarebbe spezzato e le sue parti si sarebbero disperse, allontanandosi, riavvicinandosi, girando su sé stesse e talora scontrandosi, come volgari crostini in una zuppa.
Va da sé che forze in grado di rimorchiare un continente sono assolutamente inconcepibili per la mente umana. Rappresentano un'energia infinitamente maggiore a quella che sarebbe prodotta dalla deflagrazione di tutti gli arsenali nucleari del pianeta. Sono originate dal nucleo della Terra e vengono chiamate "correnti di convezione". Salendo dapprima attraverso i 3200 chilometri dell'involucro soggiacente alla crosta terrestre, corrono orizzontalmente sotto quella crosta prima di reimmergersi verso il centro della Terra. Sono state descritte come macine che girano sotto la pellicola rocciosa del nostro mondo. Sono loro a far muovere le placche tettoniche. E le muovono in maniera costante. In un celebre articolo, Xavier Le Pichon è anche riuscito a calcolare la loro deriva. L'Atlantico si allarga di circa tre centimetri all'anno. Si potrebbe dire, in modo piuttosto divertente, che per scoprire l'America oggi Cristoforo Colombo dovrebbe percorrere una distanza maggiorata di un campo da calcio. L'Oceano Indiano si amplia annualmente di sei centimetri, ma il Mar Rosso soltanto di due. Il record è detenuto dalla costa Est del Pacifico, con circa 18 centimetri all'anno.
Dobbiamo quindi rinunciare una volta per tutte all'ipotesi di un'Atlantide atlantica e concentrarci sugli altri aspetti del problema? Non è così semplice e, soprattutto in campo scientifico, bisogna diffidare dalle costruzioni intellettuali troppo perfette. Come diceva un professore di fisica:

Le più belle teorie spiegano fino al 99% dei fatti constatati. Ma resta sempre un residuo che non rientra nel quadro dell'analisi. Ed è sempre quella maledetta imperfezione che mette KO la teoria! La scienza progredisce in questo modo.

Nel dossier di Atlantide, la "maledetta imperfezione" potrebbe proprio essere la scoperta di Pierre Termier. Ebbe luogo nel 1898. Quell'anno il cavo telegrafico sottomarino che collegava la costa francese alla costa americana si ruppe. Una nave appositamente equipaggiata per ripararlo si recò sul posto, situato a 47° di latitudine nord e 29°40' di longitudine ovest, ossia a circa 500 miglia a nord delle Azzorre. Per ripescare i due tronconi erano stati calati dei rampini per raschiare il fondale, a circa 3000 metri di profondità. Riportarono in superficie dei pezzi di roccia spigolosi e aguzzi, "piccole scaglie minerali che avevano l'aspetto di schegge appena spezzate". Il professor Termier, geologo di chiara fama, le esaminò e ne trasse una conclusione per lo meno sorprendente: "Quelle scaglie sono di una lava vetrosa [...]. Una lava tale, interamente vetrosa, si è potuta consolidare a quello stato soltanto sotto la pressione atmosferica."
In effetti, sotto l'acqua la lava si cristallizza raffreddandosi. Ma c'era di più: secondo Termier, la lava fu sommersa bruscamente e in un periodo relativamente recente. Altrimenti l'erosione atmosferica e l'abrasione marina avrebbero livellato la superficie dei frammenti.
Il professor Pierre Termier ne deduceva che un'intera regione a nord delle Azzorre, comprendente forse le stesse Azzorre, che quindi ne sarebbero le ultime vestigia, era bruscamente sprofondata in mare in un'epoca che, geologicamente parlando, si può definire attuale. E concludeva: "Tutti gli amanti delle belle leggende sono liberi di credere all'esistenza di Atlantide; è la scienza, la scienza più moderna che, attraverso la mia voce, li invita a farIo."
Non meno sconcertante è la stele B di Copan, una delle più antiche città maya, che nel secolo scorso fu trovata sotto la giungla, che a lungo l'aveva ricoperta. La stele fu scoperta dall'archeologo Alfred Mondslay, nel 1880. È sovraccarica di quelle sculture terribilmente complicate caratteristiche dell'arte maya. Ciò che quell'opera ha di notevole è, alla sommità, due immagini di elefanti con conducente. Ma tutte le teorie ritengono che l'elefante propriamente detto non sia mai approdato sul continente americano, almeno non prima di Cristoforo Colombo. E allora?
Questi due fatti hanno sempre imbarazzato gli atlantofobi, tutti coloro che pretendono che Atlantide non sia mai esistita. Per scansarli impiegano argomenti piuttosto... acrobatici.
Così, sostengono che i frammenti di tachilite (lava vetrificata) scoperti dal professor Termier sarebbero pezzi di lava di origine artica, trasportati laggiù da un iceberg alla deriva. Un semplice colpo d'occhio alla cartina permette di comprendere che un iceberg in grado di non sciogliersi fino a nord delle Azzorre, cioè alla latitudine del Portogallo, avrebbe dovuto essere un colosso enorme.
Allo stesso modo, il problema della scultura maya è evocato un po' sdegnosamente da persone che sostengono di vedervi delle are stilizzate (3). Dovevano essere are giganti, visto che servono come cavalcature per gli uomini. Del resto l'obiezione sarebbe valida se nessun altro fatto corroborasse la scultura. Ma non è così: fra i primi scopritori della civiltà maya, il conte Frédéric Waldeck e John Ranking danno già notizia di elefanti. Quest'ultimo li fa risalire a una conquista dell'America del Nord da parte dei mongoli, seguiti da quella pesante cavalleria, all'incirca all'epoca di Marco Polo e di Kublai Khan. Inoltre, altre rappresentazioni di elefanti confermano, se non l'esistenza di quei pachidermi in America, almeno che gli indiani conoscevano l'animale.

Note:
1. Platone, "Timeo", 25c-d, in "Tutti gli scritti", Rusconi, Milano 1991.
2. Ivi, 24e.
3. Si tratta di un pappagallo di grandi dimensioni che vive in Sud America. [N.d.T.]

INDICE:


| Il punto di vista della scienza |
pag. 11 |
| Fonti antiche |
pag. 23 |
| Congetture moderne |
pag. 47 |
| Tre ipotesi seducenti: Thera, Heligoland, Mück |
pag. 83 |
| L'Atlantide letteraria |
pag. 123 |

| Bibliografia essenziale |
pag. 139 |


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