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IL TERZO REICH E IL SOGNO DI ATLANTIDE

 
di Franz Wegener
Edizioni Lindau
pagg. 192 - 21 illustrazioni b/n - € 19,00
Per ordinare: www.lindau.it

 

L'ARGOMENTO:

IL TERZO REICH E IL SOGNO DI ATLANTIDE Atlantide ha attraversato come un filo rosso la storia del radicalismo di destra: dagli ariosofi, che giocarono un ruolo importante nella fase d'incubazione del nazionalsocialismo, passando per i numerosi autori nazionalisti degli anni '20, la Società Teosofica di Helena Blavatsky e illustri esponenti del Partito nazista come Wirth e Rosenberg, per arrivare alla nuova destra europea e ai neonazisti tedeschi. Una continuità che esige una riflessione approfondita in grado di decifrare i meccanismi che hanno attivato questa fascinazione.
L'autore prende in considerazione le analisi di illustri studiosi del mito di Atlantide: fra le altre, quella di Julius Evola, secondo cui l'"uomo dominatore", appartenente alla razza nordica, avrebbe affrontato le "assai meno valorose razze del Sud"; e quella di Georges Sorel, che vedeva nel mito una successione di immagini in grado di suscitare stati d'animo ed emozioni di portata sociale.
Rifacendosi agli studi sul mito di Roland Barthes, dietro all'immagine dell'isola paradisiaca Wegener giunge però a scorgere una sostanziale pulsione di morte. Una pulsione da cui non sono esenti le teorie nazionalsocialiste: alla ricerca delle origini del popolo ariano, Hitler e Himmler formularono la tesi secondo la quale la pura razza degli abitanti di Atlantide - da loro collocata nel Nord del mondo - tramontò essendosi mescolata con specie inferiori. I pochi ariani sopravvissuti, migrati sul continente, sarebbero i progenitori della superiore razza tedesca destinata a dominare la terra. Seguaci di una visione apocalittica del mondo, i nazisti trovarono nell'immagine-modello di Atlantide il folle ideale di perfezione e superiorità che li risucchiò, inconsapevolmente, in un vortice sempre più rapido di autodistruzione.

Franz Wegener (Gladbeck 1965) si è laureato in storia, filosofia e pedagogia a Bochum ed è autore di numerosi studi sul rapporto tra gnosi e storia tedesca, con particolare riferimento al periodo del Terzo Reich.

INTRODUZIONE:

Ciò che manca è una disciplina della Weltanschauung. Essa deve basarsi sul fatto che [...] un'apologia del suicidio, la teoria del mondo ghiacciato o una guida all'evocazione degli spiriti possono toccare il fulcro dei problemi del nostro tempo più dell'immagine filosofica o teologica. Allo stato attuale c'è da meravigliarsi che questo miscuglio ondeggiante di pensieri, concezioni e sogni, di conoscenze parziali e di sistemi, di giusto e d'errato, sia sottoposto ad analisi.

Armin MohIer

Nel 1977 apparve in Francia "Vue de droite" (Vista a destra), opera che in breve divenne un classico della nuova destra. L'autore del libro è Alain de Benoist, nato nel 1943, all'anagrafe Fabrice Laroche, il quale, già parte della Jeune Nation (1) dichiarata illegale nel 1958 in seguito all'attentato dinamitardo contro l'Assemblea Nazionale, si distingue oggi come uno degli intellettuali guida della nuova destra europea. Per offrire una visione più organica della storia delle idee della nuova destra, egli condusse in uno dei capitoli del suo libro un'analisi storica il cui scopo era rivelare, basandosi su un esempio determinato, possibili elementi di continuità - nonché di discontinuità - presenti nelle immagini del mondo proposte dalla nuova destra in rapporto a quelle fornite dai rivoluzionari conservatori, dai nuovi nazionalisti e dai nazionalsocialisti. Si tratta del capitolo intitolato "Helgoland: Atlantide?" (2). Qui, Benoist avalla l'idea che l'isola di Helgoland corrisponda all'Atlantide descritta da Platone, terra che in ogni caso, secondo lui, non occupava affatto una non meglio precisata regione meridionale, ma si trovava al contrario - diversamente da quanto sostiene l'opinione generale - in qualche territorio del Nord.
Per essere in grado di rispondere all'interrogativo riguardante la continuità o la discontinuità, nel contesto della nuova destra, di questo elemento dell'immaginario mitico, mi sono rifatto alle fonti citate da Benoist, ponendomi così nella condizione di poter collocare ogni affermazione all'interno della sua cornice storica e ideologica.
Il risultato è una linea, fino a ora sconosciuta, capace di collegare tra loro teosofia, ariosofia, antroposofia, sostenitori della rivoluzione conservatrice, seguaci della teoria del mondo ghiacciato, nazionalsocialisti e nuova destra in Germania e in Francia: dunque la trasformazione, a scopo divulgativo, del mito di Atlantide in una sua variante di carattere nordista e razzista. La visione d'insieme così elaborata permette di constatare come il mito di Atlantide costituisca una sorta di filo rosso, capace di attraversare l'intera storia del radicalismo di destra: dagli ariosofi, che giocarono un ruolo importante nella fase d'incubazione del nazismo, passando attraverso vari autori popolari negli anni '20 e a nazionalsocialisti come Wirth e Rosenberg, fino ad arrivare alla nuova destra europea e ai neonazisti tedeschi. Proprio grazie a tale continuità riusciremo ad analizzare in modo più dettagliato le funzioni e il meccanismo del mito.
Per avvicinarci a quest'ultimo ci serviremo delle osservazioni di uno studioso italiano di Atlantide, il barone Julius Evola, distintosi grazie alla notevole profondità del suo lavoro. Le sue riflessioni a loro volta si rifacevano alla teoria di Georges Sorel, il quale vedeva nel mito una successione di immagini in grado di suscitare, involontariamente, stati d'animo ed emozioni di portata sociale. Il fulcro di ogni ulteriore ricerca, di conseguenza, non può che poggiare sulle immagini che il mito porta con sé. A questo punto, al fine di rivelare l'immagine centrale del mito di Atlantide, ci si interroga innanzitutto sulle sue figure ricorrenti, indagandone la possibile genesi autonoma sul piano della storia delle idee.
Le visioni del Nord, del Dio fattosi uomo, del sangue puro, della luna e del condottiero carismatico possono venire, in questo modo, isolate e separate. L'immagine dell'isola invece permane. Introducendo un assioma psicanalitico, può essere allora chiarito il significato parassitario che, secondo il principio strutturalistico di Barthes, bisogna sempre attendersi accanto all'immagine visibile dell'isola paradisiaca: una tensione verso la morte.
Rimangono quindi da classificare i risultati della ricerca secondo i principi interpretativi attualmente esistenti. Il fatto che molti degli autori individuati ed esaminati siano stati collocati da MohIer sotto la voce "rivoluzionari conservatori", e che egli si sia molto presto dichiarato in cerca di "pensieri, immagini e sogni", induce a supporre che tali risultati si adeguino al suo concetto di rivoluzionari conservatori come seguaci di una rappresentazione ciclica del mondo. Tra i numerosi autori che negli ultimi anni si interessarono a quest'ultima tesi, Breuer si occupò poi "di quello strato della mente che giace più a fondo, ovvero del pensiero simbolico e metaforico". Motivo sufficiente a porre il risultato precedentemente ottenuto in contrasto anche con la sua visione dei nuovi nazionalisti come seguaci di un'immagine apocalittica del mondo. Poiché dunque non è possibile inserire gli autori esaminati in nessuno di questi due "scomparti", ne deve necessariamente essere preso in considerazione uno nuovo: possiamo infatti vederli, d'ora in poi, come i seguaci di un'immagine-modello ispirata ad Atlantide, immagine modello che fa sì che i suoi propugnatori si lancino inconsapevolmente in un sempre più rapido vortice di autodistruzione e il cui concetto ho io stesso introdotto all'interno della storia delle idee relative alla rivoluzione conservatrice e al nazionalsocialismo.
Considerata la ricezione del mito nordista e razzista di Atlantide - dovuta a influenti funzionari nazionalsocialisti come Wirth, Rosenberg, Himmler e Hitler - l'analisi psicostorica del fulcro di tale racconto rende verosimile il fatto che il suo potente ideale suicida si sia concretizzato, in maniera distruttiva, nella manifesta volontà di annientamento che sfociò alla fine in una guerra tale da diffondersi in ogni direzione, prima contro gli altri e poi contro sé stessi. Si deve, di conseguenza, concordare con Amery, quando afferma che tutti i tedeschi, nel profondo del loro inconscio, abbiano un piede in Atlantide - e con ciò, secondo la sua opinione - nel regno ideale del nazionalsocialismo? O non è invece l'immagine del mondo di Atlantide il segno che ci permette di distinguere i rivoluzionari conservatori degni di fiducia da quelli criminali, i nuovi nazionalisti virtuosi dai distruttori, i nazionalsocialisti comuni dagli sterminatori?
Un "albero genealogico" dei miti di Atlantide di natura divulgativa, nordista e razzista, doveva necessariamente essere redatto in quanto fondamento della ricerca, proprio perché non esistevano lavori specialistici sul tema. Ciò risulta tanto più sorprendente, in quanto MohIer aveva richiamato l'attenzione su tale "doloroso vuoto nella storiografia delle 'visioni del mondo'" (3). Il testo pubblicato nel 1932 da Bessmertny, "Das Atlantisrätsel - Geschichte und Erklärung der Atlantishypothesen" [L'enigma di Atlantide - Storia e spiegazione delle ipotesi intorno ad Atlantide], non offre che una rapida esposizione di alcune ipotesi correnti, relative al periodo compreso fra le due guerre, senza neanche mettere a fuoco l'ambito nordista e razzista del mito in questione. Nicholas Goodrick-Clarke, nel 1985, ha quindi trattato soltanto marginalmente questa tematica, inserendola nel quadro di una dissertazione riguardante gli ariosofi che tenne a Oxford (4). Altrettanto incidentalmente essa viene sfiorata nell'opera di Lutzhoft e in quella di Gugenberger e Schweidlenka (5), mentre la raccolta di saggi sul tema "Atlantis zum Beispiel" [Atlantide per esempio] pubblicata da Dietmar Kamper, Heinrich Kutzner e Alexander Dill affronta la problematica dal punto di vista filosofico. Nel suo libro "Der alte Traum vom neuen Reich - Völkische Utopien und Nationalsozialismus" [L'antico sogno del nuovo impero - Utopie popolari e nazionalsocialismo], apparso nel 1988, Jost Hermand dà poi un breve sguardo nell'ambito della letteratura dilettantesca riguardante il tema della "fascistizzazione del mito di Atlantide". Un vago riferimento, infine, si trova anche nell'opera di Salewski, il quale rimanda al fatto che, "se la predisposizione di molti influenti nazisti per speculazioni di tipo fantastico e pseudoscientifico (come la teoria del mondo ghiacciato, quella del mondo vuoto o il mito di Atlantide)" gode oggi di poca considerazione, è semplicemente dovuto al fatto che la "spaventosa incarnazione del 'Terzo Reich'" non si sia alla fine realizzata (6).

Franz Wegener

Note:
1. Thomas Assheuer, Hans Sarkowicz, "Rechtsradikale in Deutschland - Die alte und die neue Rechte", Beek, München 1992, p. 167.
2. Alain de Benoist (pseudonimo di Fabriee Laroche), "Vue de droite - Anthologie critique des idées contemporaines", Éditions Copernie, Paris 1977 (ed. it. "Vista a destra - Antologia critica delle idee contemporanee", Akropolis, Napoli 1981, p. 42 e sgg.).
3. Armin Mohler, "Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932 - Ein Handbuch", Wissenschaftliche BuchgeselIschaft, Darmstadt 1972 (ed. it. "La rivoluzione conservatrice in Germania 1918-1932 - Una guida", Akropolis, Napoli 1990, p. 178 e sgg).
4. Nicholas Goodrick-Clarke, "The Occult Roots of Nazism - The Ariosophists of Austria and Germany 1890-1935", Aquarian Press, Wellingborough 1985 (ed. it. "Le radici occulte del nazismo", SugarCo, Carnago 1992, p. 220). L'autore si rifà qui a una lista tradizionale di ariosofi e occultisti (redatta da Jörg Lanz von Liebenfels), al termine della quale vengono menzionati, in qualità di mitologi di un'Atlantide ariana, Karl Georg Zschaetzsch e Hermann Wieland.
5. Hans-Jürgen Lutzhöft, "Der nordische Gedanke in Deutschland 1920-1940", Klett, Stuttgart 1971, pp. 114-115; Eduard Gugenberger, Roman Schweidlenka, "Mutter Erde, Magie und Politik - Zwischen Faschismus und neuer Gesellschaft", Verlag für Gesellschaftskritik, Wien 1987, p. 49.
6. Michael Salewski, "Zeitgeist und Zeitmaschine - Science Fiction und Geschichte", DTV; Miinchen 1986, p. 201.

Capitolo 1 - Genesi dei fenotipi:

1.1. Modelli
L'analisi dei precursori letterari della trasposizione nordista-razzista del mito di Atlantide, qui presa in esame, porta in campo tre antichi miti: il racconto platonico di Atlantide, il mito della leggendaria isola di Thule - collocata dagli autori antichi nelle terre del Nord - e la leggenda del popolo degli Iperborei, anch'essi presunti abitanti del Nord. Poiché in parecchie delle trasposizioni ancora da trattare si ritrovano alcuni elementi del racconto platonico di Atlantide, proponiamo di analizzare più da vicino prima di tutto quest'ultimo.
Platone narra dell'isola di Atlantide nei dialoghi intitolati "Timeo" e "Crizia", ed è rifacendosi a essi che gli antichi sacerdoti egizi ne hanno tramandata la storia. Solone poi, ricevuti tali scritti su Atlantide, deve averne a sua volta parlato. Riguardo a quanto segue, mi attengo alla traduzione di Otto Kieser, risalente al 1909, poiché la sua resa del tempo e dello spazio dell'azione mi sembra più fedele all'originale rispetto a quella proposta dagli autori della rivoluzione conservatrice.

Per iniziare, vogliamo prima di tutto richiamare alla memoria il fatto che sono trascorsi in totale 9000 anni da quando, come è stato narrato, ebbe luogo quella guerra tra gli uomini che vivevano al di là delle Colonne d'Ercole e tutti coloro che abitavano entro le stesse, evento di cui proprio ora sono venuto a conoscenza. Sugli uni deve aver governato il nostro Stato, [...] sugli altri i sovrani dell'isola di Atlantide. Come venne osservato, quest'isola era un tempo più grande dell'Asia e della Libia messe insieme, ma poi, a causa di un terremoto, s'inabissò, lasciando in questo modo dietro di sé una profondità impenetrabile e melmosa, che impedisce a chiunque voglia intraprendere un viaggio dall'altra parte del mare di proseguire ulteriormente. [...] Nel ricordare dei fatti, che avevo ascoltato quand'ero ancora ragazzo, spero che la memoria non mi abbandoni. [...] All'interno della fortezza, la residenza del Re era così allestita: al centro si ergeva un tempio, consacrato alla dea Cleito e a Poseidone, a cui solo i sacerdoti potevano accedere [...] e all'interno del quale venne creata e data alla luce la stirpe dei dieci sovrani. Ogni anno, da tutte le dieci regioni del regno, venivano inviati al tempio i primogeniti, offerti in sacrificio a ognuno di loro. [...] Più in là si ergeva il tempio di Salomone. [...] Statue d'oro vi s'innalzavano: il dio stesso, in piedi sulla sua carrozza [...] e tutt'intorno a lui centinaia di Nereidi sui loro delfini. [...] Per molte generazioni, fin quando agì ancora in loro l'origine divina, esse diedero ascolto alle leggi e furono bendisposte verso la divinità da cui discendevano. [...] Finché [...] perdurò in loro l'efficacia della natura divina, prosperò tutto quel che ho appena descritto, e nel modo migliore. Ma quando quella parte del loro essere discendente dagli dei iniziò a venir meno, a causa delle molteplici e frequenti unioni con i mortali, e !'impronta umana si fece dominante, allora esse non furono più in grado di sopportare la loro felicità, e degenerarono. [...] Zeus tuttavia, il dio che secondo le leggi eterne domina gli dei, certo capace di intuire tali fatti, e vedendo una stirpe virtuosa decadere così tristemente, decise di far sì ch'essa espiasse le sue colpe, [...] e parlò.

Solo alla fine, il "Timeo" ci rivela quindi di quale isola si tratti: "Inabissandosi nel mare, l'isola di Atlantide venne sottratta alla vista."
Le interpretazioni di questa storia sono innumerevoli. Tutti coloro che ancora oggi vanno in cerca di Atlantide considerano il racconto un documento geograficamente e storicamente attendibile. Altri vi vedono una lezione di natura etica, una sorta di parabola che Platone lega al suo racconto, come se fosse, per così dire, un'utopia negativa - o nera - la quale tuttavia, proprio come l'utopia positiva, mira al bene, raggiungendolo soltanto per altra via, la via cioè del deterrente. Anche se la veridicità storico-geografica del racconto fa dunque ancora discutere, in questa sede essa non deve, né può, ulteriormente interessare.
Si sviluppa poi, accanto all'Atlantide di Platone, anche l'antica saga dell'isola di Thule, una terra che diversi autori antichi collocano nell'estremo Nord, a sua volta utilizzato spesso come sfondo per le trasposizioni nordico-razziste del mito, come quelle, per esempio, che analizzeremo più avanti. Citiamo qui, per la sua forza espressiva, un passo tratto da Seneca: "Alla fine dei tempi l'oceano scioglierà le catene delle cose e l'immenso globo terrestre si farà visibile: Teti svelerà così nuove regioni e Thule non apparirà più come la terra estrema.". Nei racconti di Thule, elementi di mitologia insulare si uniscono a una rappresentazione del mondo tipicamente nordista, cosa che - come mostreremo più avanti - rende la saga particolarmente allettante ai fini di una propaganda di natura nazionalista. Più volte, inoltre, è presente anche un accostamento con Atlantide.
La saga greca narra poi del popolo degli Iperborei, anch'essi localizzati al Nord, seppure non su un'isola, e la cui leggenda, nelle varie trasposizioni, viene spesso accostata al racconto di Atlantide o a quello di Thule. La tradizione situa gli Iperborei proprio in prossimità del Polo Nord, tanto che Ecateo ci segnala come la Luna non apparisse mai tanto vicina come in quei luoghi. Si racconta che siano stati vegetariani, e che poi, nauseati dalla vita, si siano dati la morte saltando in mare. Erodoto manifesta i suoi dubbi a proposito dell'esistenza di questo popolo mite, pacifico e sereno. Apollonio sostiene invece di avervi trascorso l'inverno. Un accenno sul tema, apparso nell'Enciclopedia Reale dell'Antichità Classica, mostra come già nel 1916 fosse stata azzardata e subito abbandonata, a livello scientifico, una comparazione fra gli Iperborei e i popoli germanici.
Tutte e tre queste tradizioni, l'Atlantide di Platone, la leggenda di Thule e la saga degli Iperborei, vengono utilizzate spesso e volentieri, come sostegno alla loro tesi, dagli autori che tratteremo qui di seguito.
La prima età moderna ci offre poi un altro modello letterario spesso citato: apparve infatti in Svezia, nel 1675, l'opera intitolata "Atland eller Manheim". L'autore, Olof Rudbeck il Vecchio (1630-1702), uno studioso di botanica proveniente da Uppsala, sosteneva che Atlantide corrispondesse alla Svezia. Si tratta, per quanto ne so, della prima connessione fra Atlantide e i territori nordici, argomentazioni in cui Bessmertny non vede altro che un tentativo di "usurpare Atlantide in senso nazionalistico". Jean Bailly, infine, nel 1799 presentò, nel suo libro "Lettres sur l'Atlantide", un ulteriore progetto di notevole influenza. Egli ravvisò negli attuali Spitzbergen, in Norvegia, il centro di Atlantide, e spiegò come la zona artica, a quei tempi, dovesse essere stata ancora piuttosto temperata, almeno fino a quando gli abitanti di Atlantide non furono costretti a emigrare, a causa dell'improvviso irrompere del gelo, forse verso il Caucaso. Bailly, nato nel 1736, fu presidente dell'Assemblea Nazionale francese e sindaco di Parigi. Autore di testi filosofici e astronomici, nel 1793 venne ghigliottinato. A lui risale l'ultimo collegamento di vecchia data fra il mito di Atlantide e il mondo nordico. Solo molto più avanti, nel 1888, il geologo Eduard SüB sosterrà, nel suo libro "Das Antlitz der Erde" [Il volto della Terra], di aver individuato i resti di Atlantide nel territorio dell'attuale Groenlandia.

INDICE:

Introduzione pag. 7

1. Genesi dei fenotipi pag. 15
1.1. Modelli pag. 15
1.2. Trasposizioni pag. 20
1.3. Influenza pag. 70

2. Elementi ambientali del genotipo pag. 91
2.1. Il Nord pag. 91
2.2. Dio e razza pag. 96
2.3. La Luna e i pagani pag. 101
2.4. La riforma pag. 106
2.5. Il Führer pag. 107

3. Funzioni del mito pag. 117
3.1. Prospettiva finale pag. 117
3.2. Integrazione pag. 119
3.3. Superficie di proiezione pag. 121
3.4. Credibilità pag. 122
3.5. Motivazione pag. 124

4. Atlantide. L'immagine di un mondo pag. 137

Conclusione pag. 165
Bibliografia pag. 173
Indice dei nomi pag. 183

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