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HALLOWEEN
Storia e tradizioni


di Jean Markale
Edizioni L'Età dell'Acquario
pagg. 176 - € 15,00
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L'ARGOMENTO:

HALLOWEEN Già da diversi anni, in Italia come nel resto d'Europa, zucche, maschere di vampiri e fantasmi, scope da strega e altri attrezzi consimili, occupano le vetrine dei negozi durante l'intero mese di ottobre; e la sera del 31 adulti e bambini, in un'atmosfera carnevalesca, festeggiano Halloween. Ma di quale ricorrenza esattamente si tratta?
Molti pensano, a torto, che questa festa arrivi dagli Stati Uniti. In realtà Halloween - una parola inglese che significa "notte sacra" - riprende gli antichi rituali druidici di Samain, le cui origini risalgono all'antica Irlanda.
Durante la notte di Samain - nel corso del plenilunio più vicino al 1° novembre - il mondo dei morti si ricongiunge con quello dei vivi e viceversa, poiché secondo un detto celtico "la morte non è che il mezzo di una lunga vita". In seguito, questa festa pagana fu trasformata dalla Chiesa in quella di Ognissanti.
Jean Markale - un autore molto amato dal pubblico italiano - ricostruisce la storia di Halloween a partire dai tempi più remoti, analizza le sue successive metamorfosi, per arrivare al modo in cui si celebra nella nostra società, che, curiosamente, sembra ignorarne il senso e l'importanza.

Jean Markale è un autorevole studioso di cultura celtica e storia medievale. Tra i suoi libri più significativi - molti tradotti anche in italiano - ricordiamo "Il druidismo. Religione e divinità dei Celti" (1988) e "La grande épopée des Celtes" (1997-1999). L'Età dell'Acquario ha pubblicato, nel 2005, "Il santo Graal. Un enigma letterario".

INTRODUZIONE:

E una sera d'autunno, esattamente il 31 ottobre. Un vento pungente agita le nuvole, strappa agli alberi le ultime foglie e le fa volteggiare al suolo, umido d'odori. Il giorno finisce, comincia la notte. È il crepuscolo, quando luce e ombra si confondono, quando è impossibile stabilire dove finisce una e inizia l'altra. In apparenza è una sera d'autunno come tutte le altre. Ma nelle città, nei paesi e nelle campagne più sperdute, qualcosa esula dall'ordinario.
Innanzitutto il comportamento degli uomini e delle donne che tornano dal lavoro. Sembrano distesi, se non felici. Si attardano volentieri al bar oppure, rincasando, sanno che l'indomani interromperanno l'infernale ciclo lavorativo. Il giorno seguente è festa. Una di quelle feste che durante l'Ancien Régime erano soprannominate "scampanate", cioè religiose, e che anche la laicissima Repubblica francese ha mantenuto nel suo calendario, per la gioia di tutti i cittadini, credenti e non.
È la festa di Ognissanti. Ma per la maggior parte delle persone è un giorno triste. Si va al cimitero insieme alla famiglia per portare i crisantemi sulla tomba dei propri cari. Il gesto rituale di commemorazione dei defunti è accompagnato da una sorta di tristezza, spesso avvalorata dalla situazione metereologica. In Francia, quando piove oppure il cielo è "basso e pesante", come scrisse Baudelaire evocando i colpi di martello necessari per montare una forca, si dice che è "un tempo da Ognissanti".
Poi, appena cala la notte, iniziano a succedere strane cose.
Bussano alla porta. Apriamo e ci troviamo di fronte una banda di ragazzi e ragazze, spesso truccati o con indosso lenzuoli bianchi, oppure con maschere beffarde e "cappelli da strega". Emettono lugubri "uuh uuh!" all'indirizzo di chi ha aperto la porta. Chiedono torte, caramelle, mele o qualche spicciolo. È preferibile dar loro qualcosa, o potrebbero lanciare una maledizione sulla casa e soprattutto tornare nottetempo a infestarla, disturbando il sonno degli abitanti o popolandolo di abominevoli incubi. Ma cosa sta succedendo?
Sul davanzale della finestra dei nostri vicini notiamo un'enorme zucca, verosimilmente svuotata. Sul guscio alcuni fori rappresentano gli occhi e la bocca. All'interno ondeggia la fiamma di una candela, agitata dal vento. La zucca ricorda la testa beffarda di un cadavere ed è impressionante, tanto più che tutti pare abbiano agito nello stesso modo. Cosa significa?
Non è Carnevale e nemmeno Natale. D'altro canto, a Natale non vengono esibite figure così grottesche. È una festa profondamente cristiana, recuperata da una popolazione che non sa più esattamente a cosa corrisponda. Però, intuisce che si tratta di una commemorazione sacra, che esclude ogni riferimento morboso o diabolico: l'importante è rallegrarsi e soprattutto banchettare. D'un tratto ci ricordiamo che da almeno due settimane i negozi sfoggiano in vetrina decorazioni fantasiose e particolari. Se non in cattivo gusto, gareggiano almeno in esagerazione: bambole che rappresentano diavoli passabilmente spaventosi, streghe che cavalcano scope o fanno incantesimi, mostri d'ogni sorta scaturiti dall'immaginario più delirante, senza dimenticare scheletri posticci assai verosimili. I pasticcieri hanno sfornato anche eccellenti torte dalle forme orribili: draghi di pasta di mandorla, gnomi di pane speziato all'anice, animali usciti da "Jurassic Park", grondanti di coloranti, e "cavoli alla crema" che ricordano fantasmi vestiti con il sudario piuttosto che le onorevoli verdure sotto le quali si dice nascano i bambini. Non si contano i manifesti che invitano a balli e manifestazioni di vario genere che "puzzano di zolfo". E ovviamente, sugli scaffali della frutta e verdura, campeggia una massa stupefacente di zucche, alcune lavorate come quelle che ornano le finestre dei propri vicini.
In effetti è la stagione in cui, prima del freddo invernale, si raccolgono quelle cucurbitacee dal volume talora impressionante, che permettono alle madri di famiglia di propinare ai figli le buone minestre che loro trangugiano riluttanti.
È evidente che, sin dalla sera del 31 ottobre, regna un'atmosfera curiosa in Europa occidentale. Un'atmosfera che, pressoché assente per quasi tutto il XX secolo, da una decina d'anni gode di un crescente successo, al punto che queste manifestazioni stanno diventando un'istituzione paragonabile al Natale, a Capodanno e, in misura minore - poiché si tratta di feste considerevolmente indebolite - al martedì grasso e alla mezza quaresima. È Halloween.
Il termine non evoca nulla a chi non è anglofono. Però è adottato da tutti, senza saper bene il suo significato. È molto più familiare per gli anglosassoni perché è una parola in antico inglese, e inoltre Halloween - una festa in apparenza folcloristica e popolare - non ha mai smesso di essere celebrata nelle isole britanniche e negli Stati Uniti. La peculiarità delle feste popolari consiste nell'entusiasmare tutte le classi sociali. E ciò avviene puntualmente nel caso della misteriosa festa di Halloween.
In primo luogo dobbiamo riflettere sulla data: non a caso, la notte precedente il primo giorno di novembre. È la vigilia del 2 novembre, che nel calendario liturgico della Chiesa cattolica romana corrisponde al giorno dei Morti. Anche questo non è un caso.
Pur essendo una festa gioiosa per sua stessa natura, Ognissanti è sempre stata confusa con il giorno dei Morti. Ciò spiega i fiori sulle tombe, un gesto rituale in ricordo di coloro che non sono più e nello stesso tempo un rispettoso omaggio nei loro confronti, una sorta di "culto degli antenati" che cela a se stesso la sua vera natura.
Sia la Chiesa cattolica romana che le Chiese protestanti hanno sempre incoraggiato gli atti di devozione compiuti il 1° e il 2 novembre, pur rifiutando con forza ogni riferimento al culto degli antenati. Ognissanti è letteralmente la festa di "tutti i Santi", riconosciuti o meno; quindi non poteva essere diversamente, poiché il dogma cristiano suppone che ogni defunto, in funzione dei propri meriti, può essere ammesso fra gli Eletti. Ma la Chiesa romana non può avventurarsi nell'ambito profano delle manifestazioni carnascialesche di Halloween. È la ragione per cui, alla vigilia di Ognissanti del 1999, i vescovi francesi hanno pubblicato un testo che le condannava severamente, in nome della dignità e del rispetto dovuto ai defunti e alla Comunione dei Santi.
Da un punto di vista logico la condanna è perfettamente sostenibile, poiché denuncia gli abusi e gli inevitabili eccessi che accompagnano questo genere di manifestazioni. Ma, da un punto di vista liturgico, è ambigua la situazione nei confronti degli archetipi che da un lato hanno provocato quelle manifestazioni carnascialesche, ma che dall'altro sono stati recuperati - da un punto di vista religioso e in forma epurata - da parte della stessa Chiesa, che non poteva fare altrimenti. In effetti non è esatto giudicare i rituali "profani" di Halloween come degenerazioni delle cerimonie religiose: in realtà, come vedremo in seguito, sono proprio i tanto denigrati riti profani a essere all'origine delle cerimonie cristiane.
Del resto pare che la condanna dei vescovi di Francia sia assai tardiva. In passato la Chiesa si è sentita in dovere di intervenire in numerose circostanze della vita pubblica, anche in casi che non meritavano attenzione. Ad esempio per Babbo Natale, considerato pagano, e tuttavia diffusissimo tra le famiglie cristiane. La Chiesa romana eguagliava così l'austerità delle Chiese protestanti, calviniste in particolare, per le quali ogni festa che comporti allegria è non solo inutile ma perniciosa, poiché svia dall'unica preoccupazione che l'essere umano dovrebbe avere, cioè assicurarsi la salvezza. La festa è uno di quei "poteri ingannatori" che, secondo Pascal, alzano una cortina di fumo fra la vita quotidiana e il suo fine supremo. Non potendo tuttavia estirpare la festa, qualunque essa sia, il cristianesimo in generale si è sforzato di incanalarla e dotarla di una finalità in sintonia con i suoi dogmi fondamentali.
Nel caso di Halloween, la reazione dei vescovi si deve all'improvvisa rinascita delle festività profane e alloro crescente successo, avvenuto in Francia intorno al 1990. Va ricordato che, in senso etimologico, "vescovo" significa proprio "sorvegliante" (dal greco "epi-skopein", "guardare dall'alto").
Sorge dunque una domanda: da dove proviene l'improvvisa infatuazione per queste manifestazioni folkloristiche, allo stesso tempo macabre, impertinenti e impregnate di tutta una serie di fantasticherie scaturite dalla memoria collettiva? In genere la risposta è: arriva dall'America. Certo, dall'inizio del secolo scorso - di fatto dopo la prima guerra mondiale, alla quale gli europei sono riusciti a mettere fine grazie all'intervento degli Stati Uniti - il cosiddetto "modello americano" si è a poco a poco imposto in tutta Europa e nel mondo intero, e si è considerevolmente rafforzato dopo la seconda guerra mondiale. Modello che ha influenzato tutti gli ambiti, i migliori (soprattutto la scienza e la tecnologia) come i peggiori (i "grattacieli", "torri infernali", l'agricoltura intensiva, l'abuso di prodotti chimici ecc.), soprattutto la "moda", un'assurdità degna delle pecore di Panurge (1).
È vero che la moda di Halloween proviene dall'imitazione di ciò che da tempo avviene negli Stati Uniti. Ma fortunatamente alcuni bambini, truccati e mascherati per la sera del 31 ottobre, alla domanda "da dove arriva tutto questo?" rispondono in modo chiaro e netto: "Dall'Irlanda". Almeno in parte è vero. Poiché, se è esatto che le manifestazioni carnascialesche di Halloween, in Francia e nell'Europa continentale, sono state indotte dal modello americano, è altresì vero che sono originarie dell'Europa occidentale, in particolare delle isole britanniche, dove sono sempre state in auge.
A pensarci bene, è normale: gli americani discendono in gran parte da emigrati europei, giunti oltre Atlantico in cerca di fortuna. A eccezione della componente autoctona amerindia (piuttosto ridotta proprio per colpa degli emigranti conquistatori, colonizzatori e spesso massacratori), la tradizione americana è un "melting pot" a volte assai confuso, composto da varie tradizioni europee, nella quale dominano le culture anglosassone e celtica. New York è certamente la più grande città irlandese del mondo, per cui è facile supporre la rilevanza dell'apporto irlandese alla mentalità americana, e di conseguenza l'influenza che l'Irlanda ha esercitato su alcuni costumi popolari che ora sono patrimonio comune.
Ma gli apporti che, giunti da altrove, vengono integrati in una nuova cultura, non sono mai immotivati: rispondono a un bisogno fondamentale da parte di chi li accoglie e li integra nella propria cultura. Ogni fenomeno popolare, costume, credenza, rituale appartiene a una memoria collettiva, cioè a miti fondamentali che considerati in se stessi sono privi di senso. Soltanto la concretizzazione, l'autentica "incarnazione" in un ambiente sociale specifico, con i necessari adattamenti, può renderli vitali e quindi intellegibili.
È il caso di Halloween. Innanzitutto non è un fenomeno isolato, poiché è diffuso in numerosi paesi del pianeta, benché quelli che praticano il rituale della festa-mascherata non sappiano più esattamente cosa significhi. Halloween è stata trasmessa di generazione in generazione per via orale. Quindi si tratta proprio di una tradizione in senso stretto, cioè "qualcosa che si trasmette", anche se ne è stato dimenticato il come e il perché.
I rituali, i racconti orali, i proverbi forse sono le uniche testimonianze di una tradizione universale che in origine era unica, ma che si è frammentata nel corso dei millenni. Spesso il senso profondo è andato perduto e resta soltanto lo scheletro, intorno al quale si può sviluppare, se non un racconto, un'autentica liturgia. È ciò che Jung chiama "archetipo", ma si tratta piuttosto di temi mitologici erranti, che hanno perso ogni legame logico con il nocciolo centrale. La logica, per come viene intesa a partire da Aristotele, è assente da un tale dibattito. Quel che conta è solo l'evento, nella fattispecie il rituale di Halloween, e ciò che lo ha provocato. Possiamo tentare di definire questo rapporto mediante la storia delle mentalità, tenendo conto di alcune direttrici che derivano da informazioni tratte qua e là dalla Storia propriamente detta.
Per quanto riguarda Halloween, tutte le direttrici - che si moltiplicano, si perdono o si trovano in vicoli ciechi - partono però dallo stesso punto centrale: un luogo sito nei paesi celtici insulari. È là che bisogna cercarne l'origine.
Se vogliamo capire il senso della festa carnascialesca di Halloween e le ragioni profonde del legame con la festa cristiana di Ognissanti - della quale, in realtà, quest'ultima è soltanto uno degli aspetti - dobbiamo risalire il corso dei secoli, in qualche modo alla ricerca del tempo perduto, o piuttosto del tempo dimenticato, esplorando zone buie che celano non soltanto il loro sviluppo ma anche la loro giustificazione. Le sorprese certamente non mancheranno.

Note:
1. Il riferimento .è all'episodio narrato da Rabelais nel quarto libro di "Gargantua e Pantagruele", Einaudi, Torino 2004. [N.d.T.]

Parte prima. La festa celtica di Samain:

Halloween è una festa profana o una festa religiosa? La questione si pone attualmente nel quadro di una società laica che parte dal principio che la vita quotidiana, e di conseguenza civile e civica, e la vita spirituale, cioè l'appartenenza a una religione o a una corrente di pensiero, non hanno alcun punto in comune, poiché il cittadino è libero di pensare ciò che vuole. È il principio della tolleranza, ma è una tolleranza non compresa a fondo. Infatti, in tutte le società antiche la vita spirituale non era affatto separata dalla vita materiale. Non c'era nemmeno distinzione fra "sacro" e "profano" - due termini che erano privi di senso - quindi Halloween è una festa al tempo stesso sacra e profana.
In effetti, la parola Halloween, indubbiamente anglosassone, deriva da una contrazione popolare di "All-(saints)-even", che letteralmente significa: "sera santa" o "sera sacra". Il riferimento è esplicitamente cristiano.
È noto che il cristianesimo si è innestato su antiche religioni che avevano i propri usi e credenze. La lunga lotta condotta dai Padri della Chiesa contro le sopravvivenze del paganesimo, poi le ingiunzioni pontificie o sinodali contro pratiche ritenute diaboliche, mostrano chiaramente che la religione cristiana non è mai riuscita a eliminare alcuni concetti ereditati dalla notte dei tempi. Non potendo eliminarli, la Chiesa cristiana li ha assorbiti, fornendo loro una specie di certificato di battesimo. Così il Natale, che corrisponde al solstizio d'inverno, riproduce esattamente il rovesciamento dei valori che veniva operato nell'antica Roma durante i Saturnali: il re diventava suddito e viceversa, il padrone diventava schiavo e viceversa. Allo stesso modo Gesù, "Dio incarnato", nasce nella più completa indigenza in una miserabile grotta, esposto alle più letali correnti d'aria invernali. D'altra parte la grotta - presto trasformata in stalla - non richiama forse il mito di Mitra, il dio orientale, il "Sol Invictus", che nasce miracolosamente da una "vergine" in una grotta, la sera del 24 dicembre? Stabilendo il calendario liturgico, i cristiani hanno attinto dai calendari delle società cosiddette pagane che avevano preceduto l'epoca cristica.
Lo stesso discorso vale per il 1° novembre, data in cui si è stabilito che vengano commemorati tutti i santi, "passati, presenti o futuri". Malgrado le sfumature che occorre apportare a una datazione troppo precisa e dunque troppo formale per essere verosimile, si deve convenire che la festa cristiana di Ognissanti e le manifestazioni carnascialesche di Halloween sono situate esattamente nel periodo in cui, dal tempo dei druidi, i celti celebravano la grande festa di "Samain".

La festa di Samain nel calendario celtico:

A partire dall'Alto Medioevo, la vita dell'Europa occidentale è ritmata in base al cosiddetto calendario "gregoriano" (da papa Gregorio Magno), una semplice riforma del calendario "giuliano", a quanto pare ispirato a Giulio Cesare. È un calendario solare che si fonda su un anno di 365 giorni e un quarto, quindi con un anno bisestile ogni quattro anni, e che segue rigidamente la traiettoria ellissoidale della Terra intorno al Sole. È dunque possibile ripetere annualmente alcune feste a date fisse, come il Natale al 25 dicembre o più prosaicamente la presa della Bastiglia il 14 luglio.
L'innegabile lato pratico non deve far dimenticare l'esistenza di un calendario di tipo completamente diverso. Sin dalla più remota antichità, per non dire dalla Preistoria, sono esistiti - e ancora esistono - vari modi per contabilizzare e ordinare i giorni dell'anno. In effetti ci si può stupire per il fatto che la Pasqua cristiana non cada mai alla stessa data (e che venga calcolata in modo diverso dai cristiani ortodossi). La ragione è che la Chiesa cristiana, sin dall'origine, ha voluto innestare il ciclo liturgico su dati ebraici: la Passione di Gesù Cristo e la Resurrezione sono intimamente legate alla Pasqua ebraica. Ma gli ebrei non avevano un calendario solare, bensì lunare, organizzato in base al ciclo immutabile dei ventotto giorni della lunazione, cioè alla durata reale della traiettoria completa della Luna intorno alla Terra. Ciò spiega anche le dispute scoppiate nei primi tempi del cristianesimo (in particolare fra i cristiani celti insulari e i continentali infeudati alla Chiesa romana) a proposito della datazione della Pasqua (1). Ma anche il calendario celtico è lunare. Lo sappiamo grazie a un calendario gallico in bronzo scoperto a Coligny (Ain), conservato nel Museo archeologico di Lione e costituito da 149 frammenti; e anche grazie a innumerevoli testi irlandesi in lingua gaelica, trascritti da monaci cristiani ma indiscutibilmente di origine orale tradizionale. Ne consegue che l'anno celtico era diviso in dodici mesi lunari di ventotto giorni, con un tredicesimo mese intercalare che doveva far coincidere il ciclo lunare e quello solare. Quindi tutte le feste celtiche, dipendendo dal ciclo lunare, non potevano mai essere celebrate alla stessa data, come nel caso della Pasqua cristiana, che trascina fatalmente con sé la datazione mobile dell'Ascensione e della Pentecoste, feste strettamente legate alla Resurrezione di Cristo. li problema posto dal calendario delle festività celtiche non è dunque affatto semplice ed è preferibile riportare Halloween, la grande festa druidica di Samain, nel proprio contesto originario. Il calendario cristiano mira all'universalità e a una sorta di eterno ritorno, mentre quello celtico si preoccupa maggiormente delle interferenze fra esseri viventi e cosmo, quest'ultimo considerato come una totalità indivisibile.
Presso i celti, lo stretto rapporto fra essere umano e cosmo condiziona lo svolgersi del tempo nel corso dell'anno. Ma contrariamente a ciò che accade presso i romani, le tappe temporali non sono fissate in modo regolare, statico, dunque puramente simbolico; sono al contrario modulabili, poiché assecondano un ritmo cosmico paragonabile a una lenta respirazione, che comprende una successione irregolare di inspirazioni ed espirazioni.
Si potrebbe credere che, per essere in armonia con il respiro cosmico, sia sufficiente osservare scrupolosamente i momenti più importanti dell'anno solare, cioè i solstizi e gli equinozi. Ma non è affatto così presso i celti: "nessuna festa celtica viene celebrata al solstizio o all'equinozio" (2). Le quattro date essenziali che scandiscono l'anno celtico presentano uno sfalsamento di 40-50 giorni rispetto al solstizio o all'equinozio. Questo è un fatto e non ne conosciamo la ragione. Tenuto conto della testimonianza di Cesare - corroborata da altri autori greci e latini - secondo la quale i druidi "disputano intorno agli astri e ai loro movimenti, alla grandezza del mondo e alla forma delle terre" (3), non è per misconoscenza astronomica che quelle grandi feste siano a tal modo sfalsate. I druidi sapevano perfettamente cosa facevano e, anche se è impossibile conoscere a fondo il loro ragionamento, possiamo supporre che i calcoli calendariali fossero elaborati in funzione del ciclo lunare.
Quest'ultimo, onnipresente, comporta varie altre peculiarità. Sempre secondo la testimonianza di Cesare, i galli considerano il tramonto come l'inizio del giorno (4); una usanza che ritroviamo presso gli ebrei, i quali osservano anch'essi un calendario lunare. Inoltre, la consuetudine celtica fa iniziare il mese di ventotto giorni la notte di plenilunio. Di conseguenza, se datiamo le principali feste dell'anno celtico il 1° novembre, il 1° febbraio, il 1° maggio e il 1° agosto, è soltanto per comodità: in realtà le feste cadono nella notte del plenilunio più vicino. Queste sono osservazioni indispensabili per comprendere la natura e il significato di Samain.
Secondo gli antichi testi gaelici irlandesi, l'anno celtico - almeno nelle isole britanniche, poiché nulla è provato presso i celti continentali - era suddiviso in due parti uguali, due stagioni in qualche modo, la metà buia, dunque l'inverno, che cominciava a Samain il 1° novembre, e la metà luminosa, dunque l'estate, che cominciava a "Beltaine" il 1° maggio. A metà di ogni "stagione" c'era una festa intercalare, "ImboIc" il 1° febbraio e "Lugnasad" il 1° agosto. Ma tradizionalmente l'anno cominciava a Samain.
Questa non è un'ipotesi, ma una certezza confermata dal calendario di Coligny, unica testimonianza gallica di calendario celtico precristiano. Tuttavia è necessario formulare delle riserve in merito alla sua attendibilità, poiché non soltanto è in contraddizione con il principio druidico del rifiuto della scrittura, ma è stato fabbricato in epoca romana, quindi rischia di esser stato alterato rispetto alla tradizione autenticamente celtica. Del resto, se paragoniamo il calendario di Coligny a ciò che sappiamo del calendario irlandese dell'Alto Medioevo, la delusione è inevitabile: solo il nome gallico "Samonios" corrisponde al gaelico Samain. I nomi degli altri mesi del calendario sono completamente diversi da quelli che venivano utilizzati nell'Irlanda medioevale e che ancora oggi sono usati in gaelico.
Il nome del mese di novembre in gaelico contemporaneo è Samain, identico dunque al "Samonios" gallico. Al limite possiamo ritrovare Samain nel nome del mese di giugno, "meitheamh" (gallese "Mehefin", bretone armoricano "mezheven"), proveniente da un antico "medio-samonios" ("mezza estate"). Tutti gli altri mesi dell'anno sono presi a prestito dal latino ("Eanair", gennaio; "Feabhra", febbraio; "Marta", marzo; "Abran", aprile; "luI", luglio) oppure sono perifrastici ("Mean Fomhair", settembre, "mese dell'autunno"; "Deire Fomhair", ottobre, "fine dell'autunno"; "Mi na NodIag", dicembre, "mese del Natale") o ancora sono nomi di antiche feste celtiche ("Beltaine", maggio, e "Lunasa", agosto). È evidente che questi termini non hanno niente a che vedere con il calendario di Coligny, dove "Riuros" indica gennaio, "Anagantios" febbraio, "Ogronios" marzo, "Cutios" aprile, "Giamonios" maggio, "Simivisonnos" giugno, "Equos" luglio, "Elembivios" agosto, "Edrinios" settembre, "Cantlos" ottobre e, dopo "Samonios", "Dumannios" dicembre.
In gaelico moderno Samain indica dunque il mese di novembre ed è una reminiscenza dell'antica festa druidica celebrata all'inizio del mese lunare, durante il plenilunio più vicino al 1° novembre. Quando è Ognissanti, cioè il 1° novembre, si dirà "La Sâmhna", letteralmente "giorno di Samain". Il nome, in un'epoca in cui l'ortografia non era ancora stabilizzata, assume differenti forme: "Samain", "Samhain", "Samhuin" oppure "Samfuin". Il significato è però inequivocabile: "indebolimento dell'estate" o "fine dell'estate". In un'Europa nordoccidentale sottomessa a un clima oceanico mite e umido, dove sostanzialmente ci sono solo due stagioni, l'estate e l'inverno, l'etimologia è conforme alla realtà del calendario. Nella Bretagna armoricana, a Ognissanti si entra nei cosiddetti "mesi bui", "mis du", novembre (letteralmente "mese buio") e "mis kerzu", dicembre (letteralmente "mese buissimo").
La datazione di Samain rimanda alla più remota preistoria dei celti e propone una spiegazione plausibile riguardo la scelta della data, altrimenti indecifrabile, almeno allo stato attuale delle informazioni di cui disponiamo. Entrare nei "mesi bui" significa realmente cambiare il ritmo della vita quotidiana. D'estate, grazie alla temperatura mite e gradevole, si lasciano le greggi al pascolo. Ma dal momento in cui si fa sentire una certa frescura, quando l'erba è meno abbondante sui prati, è necessario far rientrare le greggi nella stalla e proteggerle durante il periodo invernale. Ciò è valido per ogni società di tipo pastorale, la cui ricchezza è concentrata nelle greggi.
Lo studio dei costumi e delle leggi presso i popoli celti, in particolare quelli dell'Irlanda paleocristiana - sui quali disponiamo di abbondanti informazioni - prova che la società celtica è originariamente pastorale. I celti in generale sono dapprima stati pastori nomadi che, poco a poco, almeno sul continente, si sono stanziati su terre ricche che hanno coltivate e valorizzate, sviluppando al contempo le tecniche agricole, in particolare inventando il vomere dell'aratro in ferro e una sorta di mietitrice-trebbiatrice, come quella esposta al museo di Trier in Germania. All'epoca di Cesare, la Gallia - come la Sicilia - era un autentico granaio, e il loro pane era rinomato per l'alta qualità.
Ma se è vero che i galli erano diventati agricoltori, o piuttosto fattori, cioè praticanti al contempo l'allevamento e l'agricoltura, in Irlanda non era avvenuto altrettanto. Ancora oggi è essenzialmente un paese di alleva tori. Ciò implica una lunga tradizione pastorale, le cui strutture sociali possiamo ricostruire grazie ai trattati più o meno giuridici o tecnici e ai racconti epici gaelici.
Rimasta a lungo ai margini delle turbolenze continentali e mai sottomessa all'Impero romano, l'Irlanda costituisce un autentico luogo di conservazione di tradizioni e costumi arcaici, che ci permettono di immergerei in un passato remotissimo. Innanzitutto troviamo piccoli regni indipendenti gli uni dagli altri, di fatto "tribù" ("tùatha") eredi delle antiche famiglie pastorali, che si spostavano insieme ai greggi alla ricerca di pascoli floridi, rischiando sempre di scontrarsi violentemente con le altre tribù. Ciò spiega le continue e sanguinose lotte che hanno scosso l'Irlanda per tutto il Medioevo e la mancanza di unità che caratterizza ogni collettività di origine celtica. Certo, quell'"anarchia" ha condotto i popoli celti a esser dominati da avversari molto più utilitaristi come i romani, i vichinghi, gli anglosassoni e gli anglo-normanni. Può essere considerata una debolezza congenita. Ma costituisce altresì uno straordinario tentativo di costruire una società più giusta, responsabile e in fondo egualitaria (5).
Senza entrare nei dettagli, va ricordata a grandi linee questa visione molto particolare che hanno i popoli celti dei delicati rapporti fra la collettività e l'individuo. Pare non siano mai conflittuali, come invece avviene nelle società postindustriali derivate dal XIX secolo: si basano sul riconoscimento di diritti e doveri degli individui in seno alla collettività, in piena coscienza delle reciproche responsabilità, e soprattutto del fatto che si può essere allo stesso tempo "singoli" e membri integranti di una comunità (6).
Non esiste la proprietà individuale, bensì la proprietà collettiva, contrariamente a quanto avviene a Roma, dove il pater familias è il titolare assoluto dei beni familiari. D'altronde, a quale scopo possedere delle terre? Un vecchio adagio irlandese recita: "Il regno si estende fin dove può spingersi lo sguardo del re". In altre parole, le terre appartengono a coloro che le occupano comunitariamente, e spetta al re - equilibratore della società, garante dei contratti e della spartizione dei beni fra i membri della comunità - proteggere o ampliare i pascoli necessari alla prosperità dei greggi, fonte pressoché unica del benessere della tribù che ha in carico.
L'unica frontiera al regno o alla tribù è dunque rappresentata dall'estensione dell'esercizio del potere del re (o del capo clan). Ciò limita radicalmente il suo raggio d'azione e lo pone in conflitto con altri personaggi dello stesso rango, pronti a lottare per la sopravvivenza della propria tribù. Ma il re (o il capo clan) non può fare tutto da solo. Quindi delega alcuni poteri a individui che ritiene adatti per svolgere la missione me gli affida in base alle loro competenze e attitudini. Ciò non significa però che il "delegato" è proprietario di un gregge o di un pascolo: è soltanto un amministratore, e in quanto tale deve rendere conto della sua gestione sia ai propri concittadini che al re, incaricato di assicurare l'equilibrio fra i membri della società.
Nell'antica Irlanda si è così instaurata una vera e propria "soccida" (7): il re affida il gregge a un membro della tribù e spetta a quest'ultimo farne condividere i frutti all'intera comunità. Ovviamente nella società celtica arcaica - come traspare nei testi gaelici - esistono altre forme contrattuali che riguardano il fabbro (signore fondamentale della metallurgia e dell'evoluzione tecnologica), il guerriero (senza il quale il re è impotente di fronte a qualunque eventuale nemico), il porcaro (responsabile dei maiali, animali che rappresentavano il fondamento dell'alimentazione carnivora dei popoli celti), il raccoglitore di orzo (cereale indispensabile per la fabbricazione della birra e del suo corollario, il whisky), l'apicoltore (responsabile della produzione di miele, elemento necessario alla fabbricazione dell'idromele, bevanda dell'immortalità, e a quella del pane, delle focacce e delle zuppe, unici alimenti vegetali consumati a quell'epoca).
Il principale cibo dei gaeli, per non dire di tutti i celti, era il latte e i suoi derivati, non intesi come formaggi (la tecnica di fabbricazione odierna era non solo sconosciuta ma impossibile da realizzare a causa dell'eccessiva umidità dei luoghi) ma come latte cagliato (latte acido naturale, equivalente allo yogurt, e latte dolce, ottenuto grazie al caglio) e burro. Quando le vacche non davano più latte, venivano abbattute e se ne consumava la carne, bollita e non arrostita, secondo l'uso celtico che si è perpetuato nelle isole britanniche, per la disperazione dei continentali e la felicità degli adepti della cosiddetta "dieta biologica".
L'allevamento dei bovini, pur essendo fondamentale nell'economia dei gaeli irlandesi e in origine probabilmente di tutti i popoli celti, è affiancato dall'allevamento dei maiali, una ricchezza pressoché equivalente rispetto a quella rappresentata dalle mandrie di bovini. La quarta parte del ciclo mitologico gallese, che va sotto il nome unico e necessariamente artificiale di "Mabinogi", narra dell'apparizione dei maiali nella vita quotidiana dei bretoni insulari, che non conoscevano quell'animale "domestico" ed erano ancora fermi alla "caccia al cinghiale" tanto cara ad Asterix e Obelix. In confronto al cinghiale, il maiale è una prodigiosa ricchezza: l'addomesticamento dei porci selvatici, ossia dei cinghiali che un tempo ci si limitava a cacciare, ha cambiato la vita dei celti e ha loro permesso di assicurarsi la sussistenza per secoli. Così racconta la quarta parte del "Mabinogi", facendo intervenire nell'ottenimento del maiale domestico il mago Gwyddion, una sorta di demiurgo che trasmette segreti divini. Ma la tradizione gaelica irlandese ci presenta anche un "Festino dell'immortalità" durante il quale si consuma in abbondanza carne di porco, che procura l'immortalità ai Tùatha Dé Danann, gli dei dell'Irlanda precristiana, quando - vinti dai Figli di Mile nella battaglia di Tailtiu - dovettero spartirsi l'Irlanda con i vincitori e rifugiarsi nei tumuli sotterranei (i monumenti megalitici) che la tradizione chiama "universo del sidh".
Popolo di pastori e alleva tori di bovini - per i latticini e la carne - e maiali, cibo atto a procurare l'immortalità: ecco chi aono i celti, almeno i gaeli irlandesi, coloro che hanno conservato nella maniera più autentica la tradizione originaria.
A questo punto è comprensibile che la principale festa di questi popoli cada nel plenilunio più vicino al 1° novembre: è la fine dell'estate, bisogna proteggere i suini e i bovini, che costituiscono non solo la ricchezza ma la sopravvivenza della comunità. Dopo aver riposto nei granai i raccolti estivi, dopo essersi approvvigionati di fieno e derrate varie, si fanno rientrare le mandrie nei rifugi e, con le scorte accumulate, si è pronti per trascorrere i "mesi bui" nelle migliori condizioni. Nelle stalle le vacche daranno sempre il latte e i maiali forniranno un nutrimento pressoché inesauribile, come testimonia la leggenda secondo la quale i maiali del "dio" Mananann (che presiedeva il celebre Festino dell'Immortalità dei Tùatha Dé Danann) uccisi la sera rinascevano il mattino seguente.
Una leggenda, certo. Ma le leggende, etimologicamente "ciò che va trasmesso", simboleggiano una verità tradizionale veicolata da una generazione all'altra. Queste leggende si fondano sempre su una realtà che non comprendiamo a fondo, poiché non possediamo più la chiave d'accesso. Però un fatto è certo: nell'ambito di una società sostanzialmente pastorale, la festa di Halloween, erede della Samain celtica, è al posto giusto nel calendario, alla fine dell'estate, all'inizio dell'inverno, intorno allo novembre.

Note:
1. Al proposito si veda J. Markale, "Le christianisme celtique et ses survivances populaires", Imago, Paris 1983 e "Le périple de Saint Colomban", Georg, Genève 2001.
2. Contrariamente a quanto sostengono i neodruidi contemporanei e altri celtomani, che si ostinano a celebrare i rituali più fantasiosi soprattutto in occasione del solstizio d'estate. Le feste solstiziali sono molto più antiche: risalgono alla preistoria e tutto lascia pensare che fossero praticate durante l'Età del Bronzo, I famosi "fuochi di San Giovanni" sono le loro lontane propaggini.
3. Caio Giulio Cesare, "De bello gallico", VI, 13. [In realtà il passo è tratto da VI, 14, N.d.T.]
4. Ne è rimasta traccia nel vocabolario inglese, dove il termine "fort-night", che indica la quindicina, la metà del mese, in realtà significa "quattordici notti".
5. Mi sono dilungato su questo aspetto in "La femme celte. Mythe et sociologie", Payot, Paris 1989 e in "Le roi Arthur et la société celtique", Payot, Paris 1976.
6. Nel XIX secolo, solo il socialista utopico Charles-Louis Fourier ha definito l'essenza di questa concezione della vita nelle sue tesi sul "falansterio" e sulle "affinità elettive". [Vedi il "Traité de l'association domestique-agricole", in Oeuvres complès", Anthropos, Paris 1967-1972, N.d.T.]
7. Si tratta di un contratto agrario a carattere associativo fra chi dispone del bestiame e chi lo alleva. Prevede la ripartizione degli utili derivanti dallo sfruttamento del bestiame e dalle attività connesse. [N.d.T.]

INDICE:

Introduzione pag. 5

Parte prima. La festa celtica di Samain pag. 15
La festa di Samain nel calendario celtico pag. 18
I rituali di Samain pag. 28
Morte e rinascita del re pag. 41

Parte seconda. La notte fantastica pag. 69
Le rappresentazioni liturgiche di Samain pag. 71
L'interconnessione con l'altro mondo pag. 83
L'abolizione del tempo pag. 92
Il senso profondo di Samain pag. 96

Parte terza. La festa di Ognissanti pag. 109
La datazione di Ognissanti pag. 111
La festa dei morti pag. 117
Il Purgatorio pag. 121
La protettrice degli "Anaon" pag. 125

Parte quarta. Le ombre di Halloween pag. 133
La continuità di Halloween pag. 136
La diffusione di Halloween pag. 141
Credenze, riti ed esorcismi pag. 145

Conclusione. Esorcizzare la morte pag. 157
Bibliografia pag. 171

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