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L'UNITÀ DELL'ESSERE
Una metafisica per la vita


 
di Francesco Lamendola
Lalli Editore
pagg. 110 - € 12,00
Per ordinare: francescolamendola@yahoo.it

 

L'ARGOMENTO:

L'UNITÀ DELL'ESSERE Con questo libro l'Autore non intende porgere la chiave per aprire il portone dell'Essere, ma attraverso un lavoro speculativo e originale, elabora una interpretazione personale della metafisica all'interno di una società quale la nostra, che sembra aver perso il contatto con la propria identità etico-razionale, tesa a risolvere problemi non più esistenziali ma tecnici, logistici e pratici.
L'opera si presenta in una veste sciolta ma tecnicamente difficile, cesellata con termini filosofici svolti sul filo della logica rigorosa e chiara; in tal modo il lettore che si appresta a studiarla, deve essere consapevole di trovarsi di fronte ad un trattato di filosofia e non ad uno zibaldone in cui i singoli pensieri si possono giocare sul tappeto delle emozioni e sensazioni dello stesso Autore.
È con questo ritmo, cadenzato e sicuro, che l'Autore giunge alla configurazione del concetto di "illusione", prendendo le mosse proprio da quel deposito meraviglioso ma fallace che è la materia. La creazione infatti altro non è che un "campo di manovra" dato necessariamente da Dio all'uomo, perché l'individuo possa esplicare le sue scelte morali e i suoi sentimenti indipendentemente dalla concretezza degli oggetti poiché privi di una propria consistenza ontologica. La creazione secondo l'Autore è quindi solo gnoseologica e non ha alcuna rilevanza sul piano dell'Essere: è "illusione".

PRESENTAZIONE:

L'uomo del XX secolo è ormai preso dall'ingranaggio dell'abitudine che macina sentimenti e logica, impedendogli di vivere nell'autentico orizzonte della ragione, il cui esercizio "...è difficile e ricco di responsabilità e di rischi perché rifiuta in linea di principio ogni pretesa di infallibilità. La razionalità sola nel suo esercizio libero ed efficace, può rendere possibile all'io la sua libertà e al genere umano la sua sopravvivenza." (1)
Ed è proprio nel distacco tra la ragione, intesa come conquista della propria interiorità e la prassi, un brancolare lucido nella sopravvivenza economica, politica, etica e intellettuale dell'individuo stesso, che si cela la fobia dell'Essere, una paura quasi totemica per quella dimensione che Parmenide vedeva cristallizzata in se stessa "immortale, intera, compatta, unica, immobile, senza fine" (2) e che i filosofi moderni e post-moderni nella loro boria speculativa, hanno preteso di spiegare a seconda della dottrina di cui erano i sostenitori: gli Idealisti con la perfezione dell'Idea in sé, i realisti con la chiarezza dell'Oggetto, i Materialisti fautori di una Materia che tutto spiega e tutto comprende, i Positivisti registratori attenti del Fenomeno nel suo darsi e nel suo evolversi, gli Spiritualisti con la purezza immobile dello Spirito in sé e gli Esistenzialisti nel loro dramma costante relativo all'Uomo e alle sue dinamiche.
Francesco Lamendola con il coraggio proprio dell'esploratore che sa dell'esistenza di un luogo bello e terribile mai scoperto, si avventura così sul terreno intricato e pericoloso della dimensione ontologica costellato dai resti in putrefazione di verità scoppiate, ponendosi la domanda delle domande, l'archetipo di ogni itinerario logico-esistenziale "Cos'è la metafisica?". Un simile quesito ha sconvolto culture e determinato correnti filosofiche, pensatori e intellettuali di ogni epoca si sono dati battaglia su campi diversi e con diverse intonazioni: nelle culture occidentali per fissare il problema dell'Essere entro schemi e dottrine, nelle culture orientali ricerche ascetiche cercavano di comprenderlo avvolgendolo in meditazioni trascendentali e mistiche. E intanto la dimensione ontologica veniva lacerata da nemici interni che cercavano di identificarla con problemi gnoseologici o teologici, volendola vedere rinchiusa nella prigione dell'"universale", e da nemici esterni che tentavano di toglierle consistenza demandando il problema alla realtà materiale che tutto ricopre e tutto evolve, schiacciandola nella limitatezza del "particolare".
Lamendola con questo libro non intende porgere la chiave per aprire il portone dell'Essere, ma attraverso un lavoro speculativo e originale, elabora una interpretazione personale della metafisica all'interno di una società quale la nostra, che sembra aver perso il contatto con la propria identità etico-razionale, tesa a risolvere problemi non più esistenziali ma tecnici, logistici e pratici.
L'opera di Lamendola si presenta in una veste sciolta ma tecnicamente difficile, cesellata con termini filosofici svolti sul filo della logica rigorosa e chiara; in tal modo il lettore che si appresta a studiarla, deve essere consapevole di trovarsi di fronte ad un trattato di filosofia e non ad uno zibaldone in cui i singoli pensieri si possono giocare sul tappeto delle emozioni e sensazioni dello stesso Autore.
Se ci accostassimo al testo di Lamendola con un atteggiamento di sufficienza culturale per un argomento di cui crediamo di sapere già tutto, immaginando di trovarvi scritte tesi note o stralci di ragionamenti rabberciati da una buona capacità prosastica, sicuramente cadremmo in gravi errori di interpretazione e di valutazione che nuocerebbero al valore intrinseco dell'opera.
Infatti nonostante conoscessi Francesco Lamendola da molti anni, apprezzando la sua seria preparazione in campo pittorico, poetico e storico, sono incorsa in quel "fraintendimento" dal quale cercavo di rimanere lontano, forse perché temevo, inconsciamente, di non trovare nel testo quella scintilla intuitiva di portata innovatrice. Invece era anni data proprio nel lembo più riposto della sua costruzione speculativa, nell'idea cardine "dell'illusione".
Se non si comprende appieno il significato di questo concetto, non si è compreso lo sforzo dell'Autore che con audacia e spirito meditativo, ha infranto le barriere della comodità esistenziale per ricercare nella creazione e nelle cose del mondo, il fine ultimo della volontà di Dio. Un fine che non è necessità per l'uomo ma scelta morale, un impegno etico e spirituale senza tepori o rimpianti, un fine che racchiude in sé tutti i valori che hanno generato l'unione, la fratellanza e la solidarietà umana, poiché proprio i sentimenti sono lo scopo della creazione. Ma mi riservo di approfondire più oltre questa concezione così delicata e complessa.
Nella Prima Parte del libro Lamendola, dopo aver affrontato i termini del problema dell'Essere nelle accezioni filosofiche del realismo e dell'idealismo, scardinando con logica sottile ma ferrea le conclusioni alle quali pervengono le due correnti di pensiero, passa ad analizzare con un veloce e meditato "excursus", la problematica del dualismo nelle concezioni del panteismo, del solipsismo occidentale e orientale e infine del nichilismo.
Ancora una volta l'Autore mortifica senza averne intenzione alcuna, la generale presunzione della mentalità occidentale tesa a scoprire le radici ormai mutilate dei propri ragionamenti capziosi, a guardare le gonfie vesciche demagogiche di discorsi che si rincorrono all'infinito, a riformare istituzioni che ricordano sepolcri imbiancati, arrogandosi il diritto di creare Sapere, misconoscendo al tempo stesso l'altra faccia della cultura dell'uomo, magari più lontana più silenziosa ma anche più profonda e meditativa: quella orientale.
Infatti in un paragrafo esauriente e chiaro, Lamendola spiega con consapevole rispetto per una cultura a noi nuova pur nella sua millenaria tradizione, il pensiero Buddista, Vedanta e Zeno Ci scorrono così sotto gli occhi concezioni, immagini e pensieri che credevamo appartenere alla leggenda, alla favola, ma che con umiltà dobbiamo riconoscere veri e soprattutto risonanti di una saggezza semplice e forte, in grado di scuotere la nostra boriosa cultura di occidentali.
Una riflessione sorge però spontanea, una considerazione che supera il significato della stessa opera, approdando sul terreno della metodologia in vigore nelle nostre scuole e nelle nostre università che prevede, per le prime una amputazione arbitraria e irragionevole dei programmi relativa alla conoscenza della filosofia orientale, culla del pensiero meditativo che innalza la possibilità della mente umana alla sfera di una trascendenza pura e incommensurabile; per le seconde lo studio del pensiero orientale si esaurisce in un'indagine tecnica e settoriale, indirizzata esclusivamente ad un orientamento speculativo della storia della filosofia in toto.
Ed è con questa grave lacuna che affrontiamo la lettura delle più belle e nel contempo complesse pagine del libro di Lamendola, inseguendo quel filo che così delicatamente tiene salda l'idea di "illusione" alla critica al dualismo e soprattutto all'esistenza della materia, sfociando nella Seconda Parte nell'ampio bacino meditativo in cui l'Autore dipana con logica incisiva il suo concetto di "illusione".
Costruire un edificio speculativo così nuovo e così convincente non è facile, soprattutto quando le fondamenta poggiano sulla roccia viva del pensiero giovane e vergine e non sui sedimenti di dottrine e teorie preesistenti.
Affermare l'insostenibilità del dualismo, significa abbattere i pilastri sui quali è poggiato il pensiero filosofico nel suo protender si alla scoperta di un rifugio storico, in cui leccarsi le ferite delle continue lacerazioni infertegli dal dubbio paradossale ma onnipresente dell'esistenza dell'Assoluto, per rilevare come l'uomo nella sua presunzione esistenziale e spirituale, abbia confuso il piano ontologico con quello gnoseologico, cercando di comprendere la creazione e se stesso all'interno di un discorso ontologico razionalizzante, crollando però nel baratro della follia e della disperazione.
Il rischio in cui Lamendola poteva imbattersi, era quello di creare un sofisma contorto e inconcludente rimanendo invischiato nella tela del ragno metafisico dove tutto è parola e consapevolezza acritica. L'Autore invece per dimostrare le sue premesse non si è addentrato nel labirinto stagnante di costruzioni astratte, non ha sovrapposto la metafisica alla teologia seguendo il ragionamento semantico per cui le due dimensioni appartengono a ciò che non è dato all'uomo nella sua evoluzione fenomenica e conoscibile, ma ha analizzato con atteggiamento logico e rigoroso - senza facili ottimismi ed entusiasmi - le parole del Vangelo, in un'indagine chiara che parte non da un sentimento di delirante spirito religioso, chiuso tra mura di elucubrazioni intellettualistiche a sfondo puramente cattolico, ma dal desiderio di dare spessore all'esistenza dell'uomo così sballottato da ideologie pagane e spiritualistiche, da attenuanti e rigorismi comportamentali.
Certo, lo "spessore" a cui ho accennato non è inteso nel pensiero dell'Autore in senso fisico ma in senso morale, uno spessore etico e non estetico, rintracciabile in modo evidente nella sfera dell'Amore che, come asserisce Lamendola, è un "precipitare all'interno di sé per trovare Dio, la cui esperienza permette all'individuo di giungere agli altri". Si è così pervenuti al fulcro della concezione fondamentale, all'idea di "illusione", a quella sfera così pericolosa che rischia di chiudere l'Autore in un circolo vizioso dal quale difficilmente si può liberare.
Di tutte queste difficoltà dalle quali poteva essere travolto, Lamendola si sbarazza con eleganza rifiutando il tradizionale modo di pensare che ha paradossalmente racchiuso il concetto dell'Essere entro una logica quantitativa costituita da termini comprensibilmente efficaci alla limitata mente umana, quali quelli di spazio, tempo, causa-effetto.
Quindi non più un'intersezione tra il piano dell'immaginazione mentale e il piano del pensiero, ma tre dimensioni: punto, istante e intuizione - definite con lucida chiarezza dall'Autore attraverso immagini immediate e fluide - consentono quel magico incontro tra il finito e l'infinito così suggestivamente colto da Michelangelo e da lui raffigurato nella volta della Cappella Sistina, in cui la scintilla della fusione ontologica rivive nella tensione dolce ma intensa del congiungimento tra la disponibilità di Dio e il desiderio dell'uomo nella comunicazione plastica e significante delle mani.
È con questo ritmo, cadenzato e sicuro, che Lamendola giunge alla configurazione del concetto di "illusione", prendendo le mosse proprio da quel deposito meraviglioso ma fallace che è la materia. La creazione infatti altro non è che un "campo di manovra" dato necessariamente da Dio all'uomo, perché l'individuo possa esplicare le sue scelte morali e i suoi sentimenti indipendentemente dalla concretezza degli oggetti poiché privi di una propria consistenza ontologica. La creazione secondo Lamendola è quindi solo gnoseologica e non ha alcuna rilevanza sul piano dell'Essere: è "illusione". Una conclusione sicuramente sconcertante abituati come siamo da una cultura pratica, a conferire una connotazione negativa all'illusorio, al sogno, ma dobbiamo con un coraggioso sforzo superare una tale limitata deformazione e approdare in una dimensione nuova in cui l'"illusione" non è "altro", ma quella materia che noi conosciamo come ciò che cade sotto i sensi. Perciò "illusione" intesa come falsa conoscenza secondo cui si attribuisce consistenza ontologica a ciò che non esiste in sé e per sé: la materia. Per avere un oggetto è allora sufficiente avere l'idea dell'oggetto rimandando la realtà alla libertà di azione dell'autocoscienza, che ci permette un impatto gnoseologico tale da farci dire "Questo è un tavolo e questo è un albero". È da rifiutare infatti il pensiero che Dio debba dare spessore ontologico ad un oggetto di cui basta l'idea per viverlo.
Una metafisica per la vita è ciò che Lamendola propone, una vita ispirata a valori autentici che non hanno confini culturali né spirituali, in cui la materia è "avidya" (3) termine tratto dal sanscrito che rende in modo più evidente il concetto di illusione come ignoranza, quella stessa ignoranza che ci rende "ciechi vedenti" di una realtà che non è, mentre copriamo col glorioso mantello del pensiero, la nostra falsa sicurezza.
Sono convinta infine che il discorso dell'illusorietà della materia trattato dall'Autore, possa affiancarsi ai nuovi orientamenti della cultura che si muovono verso la soluzione di un universo in cui la materia è sostituita da campi di forza ancora sconosciuti, ma la cui ricerca segna il tempo della nascita dell'Uomo nuovo.

Paola Alessandra Vacalebre
3/2/1985

Note:
1. Nicola Abbagnano - "Questa pazza filosofia", Milano, Editoriale Nuova, 1979, pag. 178.
2. Parmenide - frammento 7 in Antonio Capizzi - "I presocratici". La Nuova Italia Ed., 1975, pag. 43.
3. Per un approfondimento su questo argomento confronta: Sarvepalli Radhakrishnan, "Storia della filosofia orientale" 2 voll., Milano, Feltrinelli, 1981.

INTRODUZIONE:

Laceranti sono le contraddizioni in cui si dibatte la vita, ed eternamente vivo è l'anelito al raggiungimento della pace ultima, là ove il tumulto dello spazio, del tempo e del principio di causalità finalmente s'acquieta e tace. La contraddizione più evidente è quella gnoseologica: come posso io soggetto avere conoscenza vera dell'oggetto, se siamo due realtà distinte? E se siamo una realtà unica, come va che nasce in me la credenza di un tale sdoppiamento? E subito il problema gnoseologico rimanda a quello ontologico, il problema dei problemi: l'Essere è uno e semplice, o molteplice e complesso? Da sempre la metafisica si affanna a lumeggiare tali massime questioni, finché a un certo punto, troppo concentrata nell'indagine delle cose sovrumane, ha finito per perdere di vista le umane. La metafisica occidentale - non quella orientale - ha preteso di aver sciolto l'enigma dell'Essere e del conoscere, ma è rimasta significativamente muta circa il problema immediato e improrogabile dell'esistenza. Come una guida dalla vista acutissima, capace di scorgere a distanze immense montagne nuove e mari nuovi, è miseramente inciampata nei propri piedi. Di qui la veemente reazione alla metafisica verificatasi dopo Hegel e condotta in forme anche diversissime tra loro - basti pensare a Schopenhauer, a Kierkegaard, a Nietzsche - ma accomunata da una concreta preoccupazione esistenziale. Agli inizi, la reazione antimetafisica ha avuto il grande merito di scuotere i filosofi da una mentalità speculativa oramai asfittica e presuntuosamente avulsa dai problemi reali della vita: ma i successori non sono stati all'altezza dei pionieri. Kierkegaard ha operato una sacrosanta rivoluzione: ma la rivoluzione fruttifica solo se è intesa come trampolino verso sempre nuove incessanti acquisizioni; se si ferma a riposare subentra la reazione, nel significato più bieco e protervo della parola. Le successive generazioni di sedicenti "esistenzialisti", dopo avere asportato dalla filosofia di Kierkegaard la parte più vitale e stimolante, la parte costruttiva, hanno eretto a sistema permanente la sola "pars destruens", e là si son fermati a riposare. Dal fatto che la filosofia classica aveva peccato per eccesso di metafisica, han tratto la conclusione che ogni metafisica deve essere abolita. Ma Kierkegaard aveva la sua metafisica, solida come una roccia: ed era la metafisica dell'Assurdo, ossia della fede, del cristianesimo totale. A loro son rimaste le armi antimetafisiche di Kierkegaard, senza più alcuna metafisica: e dopo aver fatto a pezzi il vecchio edificio a colpi di piccone, si sono accorti che col piccone si può demolire, ma giammai costruire alcunché di nuovo. Onde da troppo tempo il pensiero ristagna nella palude del pessimismo e dell'impotenza più mortificanti.
In realtà, la metafisica è essenziale alla filosofia: non a caso oggi che si è praticamente eliminata la metafisica, si parla tanto di "morte della filosofia". Ma le è essenziale non come una oziosa e presuntuosa scorribanda nei regni dell'astratto, ossia come fine a sé stessa: questo è stato il peccato mortale della metafisica occidentale, peccato di smisurato orgoglio e di inescusabile evasione dalle urgenze dell'etica. Le è essenziale al contrario come il faro che splende nella notte, come sicura guida all'esistenza, di quella conoscenza che proviene da una più ampia comprensione del reale. La metafisica deve essere al servizio della vita e la sua unica ragion d'essere risiede nel dovere morale di aiutare la vita. Se vien meno a questo compito, merita d'essere gettata nella spazzatura delle cose inutili e vanesie, la quale di questi tempi è già fin troppo lussureggiante. La metafisica orientale ha sempre avuto ben presente la sua finale destinazione soteriologica, ma troppo spesso proprio la preoccupazione soteriologica ha preso la mano alla speculazione razionale. Come un bambino troppo preoccupato di non perdersi nel bosco, l'ansia di salvezza del pensiero orientale ha tanto pianto e tanto implorato che ha finito per far saltare i nervi al padre più esperto, col risultato di far smarrire la via ad entrambi. Riprendendo la stessa immagine, possiamo invece paragonare la metafisica occidentale a un padre duro di cuore e di orecchi, che si inoltra nel fitto del bosco alla ricerca della via e abbandona al suo destino il piccolo terrorizzato e piangente: il quale ultimo, crescendo, ha finito per rinnegare suo padre e si è seduto, solo e disperato, in mezzo alla selva.
Entrambi gli snaturamenti della metafisica, l'occidentale e l'orientale, hanno avuto inizio già in antichissima data. Il distacco di essa dalla vita concreta ebbe luogo fin dai primordi della filosofia greca, così come nella sua fase più antica la filosofia cinese cominciò a rinnegare sé stessa in favore dell'estasi e della contemplazione. Nel V secolo avanti Cristo Zenone di Elea sosteneva senza batter ciglio che ogni movimento è impossibile, che perciò né il veloce Achille avrebbe mai potuto raggiungere la tartaruga, né la freccia scagliata da un arco avrebbe mai raggiunto il bersaglio, e gettava così le basi dell'indifferenza della metafisica per la vita. Nel IV-III secolo avanti Cristo, Chuang-tzu propugnava l'armonia cosmica col Tao ("la via") mediante lo spegnimento del desiderio sia di agire che di conoscere, distruggendo così la fiducia che la metafisica possa e debba cooperare alla liberazione dell'uomo. E non è strano che dopo quindici secoli di traviamento la metafisica abbia finito coll'infastidire tutti, trascinando nel proprio declino la filosofia intera. Lo scetticismo oggi imperante è il risultato di queste speranze lungamente disattese, e ironicamente viene a coincidere col momento storico in cui per la prima volta la filosofia occidentale e quella orientale s'incontrano a mezza via su larga scala, influenzandosi reciprocamente. Solo centocinquant'anni fa avrebbe potuto essere l'incontro di due entusiasmi, fecondo di risultati; ora come ora appare il torbido mescolarsi di due scetticismi. Già con Schopenhauer appare evidente che il momento buono per l'incontro è passato: la fase creativa si sta esaurendo rapidamente da una parte e dall'altra, subentrano la stanchezza e il pessimismo. E l'attuale invasione del pensiero orientale fra i giovani d'Europa e d'America, pervaso di irrazionalismo mistico, difficilmente potrà sortire effetti costruttivi, poiché non si tratta di pensiero orientale autentico, ma a sua volta superficialmente occidentalizzato. Esso è già un ibrido quando approda a Los Angeles, a Parigi, a Londra, denso di cariche emotive ma povero di contenuti filosofici e morali. La sconcertante diffusione della setta della Coscienza di Krishna nei Paesi occidentali è una testimonianza eloquente di tale ibridismo. I filosofi orientali oggi di moda, i quali - circostanza già questa sospetta - fanno proseliti quasi solo fra i giovani d'Occidente, non hanno alcuna certezza da insegnare. Jiddu Krishnamurti, ad esempio, sostiene - per usare la definizione di Aldous Huxley - che le colonne portanti del dualismo sono il giudizio e il confronto e che pertanto per eliminare il dualismo occorre realizzare una "consapevolezza acritica". La povertà morale di siffatte dottrine è tale, che noi bene intendiamo le ragioni profonde del favore col quale il potere capitalista guarda al proliferare delle ambigue dottrine esotiche fra i giovani.
Ma è tempo di riscuotersi. Dobbiamo risollevarci dalla palude in cui, non senza nostra colpa, siamo ingloriosamente affondati. Non è un ritorno all'antico che auspichiamo, ma il recupero di una dimensione eterna del pensare al fine di fondare con rinnovata lucidità i valori dell'esistenza. Perché di valori c'è oggi un bisogno quasi disperato. E a tutti coloro che in questa battaglia son rimasti spettatori neutrali, ma specialmente agli intellettuali che con la loro acquiescenza e con la loro pusillanimità hanno collaborato al generale sbandamento delle coscienze, il domani chiederà severo: "E tu, dov'eri allora?".
In questo libro si tenta una sintesi metafisica incentrata sul concetto di intima unità dell'Essere. Le ragioni profonde per le quali il dualismo ci appare inaccettabile sono tanto di ordine intellettuale quanto di ordine etico. Il dualismo contrasta irrimediabilmente col principio della "economicità" del reale o, se si vuole, della semplicità dell'Essere. In luogo della spiegazione più naturale e convincente, è costretto a tentare le vie più astruse e contraddittorie per trarsi fuori dall'impaccio in cui si è messo da solo. Ma una almeno delle difficoltà in cui s'imbatte, quella gnoseologica, rimane insormontabile. Se finito e infinito, materia e spirito sono due realtà distinte ed autonome, com'è che nella conoscenza avviene il passaggio dall'una all'altra sfera? C'è poi la questione etica. La sussistenza indipendente del mondo fenomenico è non solo metafisicamente "antieconomica", come già dicemmo, ma altresì eticamente ingiustificata. Non c'è alcun bisogno, al cospetto di Dio, di un mondo materiale esistente in sé e per sé: e se non ce n'è bisogno, sarebbe immorale che Dio lo avesse materialmente creato. Anche impossibile, crediamo, dal momento che non può esservi altro fuori di Dio, né materialmente né metafisicamente: ma l'argomento etico è sufficiente.
La prima parte di questo libro pone i termini del problema gnoseologico, e di conseguenza ontologico, passando in rassegna quelle posizioni filosofiche, sia dell'Occidente che dell'Oriente, che sono più utili per delineare la necessità di un monismo rigoroso, tanto nel campo della conoscenza che in quello dell'Essere. Questa parte del libro non ha e non vuole avere il carattere di una panoramica storica completa sul problema gnoseologico. Essa prende in considerazione solo i sistemi di pensiero fondamentali e particolarmente quelli d'indirizzo monistico (panteismo, solipsismo, nichilismo), balzando per così dire di vetta in vetta e trascurando le vallate e le stazioni intermedie. Di ciascuno di essi inoltre non si vuole tracciare tanto un profilo storico quanto porre in rilievo le questioni critiche che emergono di volta in volta ai fini del nostro obiettivo: la delineazione di un monismo rigoroso e, possibilmente, coerente.
La seconda parte di questo libro è dedicata all'esposizione del nostro punto di vista circa la soluzione monistica del conoscere e dell'Essere. Siamo perfettamente consapevoli della difficoltà, per non dire della impossibilità, di comunicare il sentimento della profonda ed intima unità del reale, appunto perché si tratta di un sentimento e i sentimenti si avvertono, non si comunicano. Quanto alle argomentazioni razionali che porteremo a sostegno della nostra tesi, sarebbe puerile illudersi che possano convincere chi un tale sentimento non condivide e non ha mai provato. Il pensiero logico, anche il più rigoroso, può imporsi alla coscienza ma non è detto per questo che riesca a convincerla intimamente: se così non fosse, il primo sistema filosofico della storia sarebbe stato anche l'ultimo. Alcuni hanno tratto da ciò la conclusione che il pensiero non è l'organo adatto per affrontare i massimi problemi dell'esistenza, e hanno cercato altre vie: il misticismo, l'illuminazione, l'annullamento dell'io. Partendo dall'assunto che il pensiero è la fondamentale causa di errore, d'infelicità e di separazione dall'Essere, hanno concentrato i loro sforzi sull'arresto del pensiero. Ora, siamo ben convinti che il solo pensiero non può condurci alla realtà suprema: se la pensassimo altrimenti, il nostro Cristianesimo non sarebbe che una mascherata. Ma dalla parabola dei talenti insegnataci da Gesù traiamo la conclusione che tentar di sopprimere il dono più prezioso della natura umana sarebbe colpa imperdonabile, e il non sfruttarlo al massimo, accidia senza attenuanti. Il fine resta sempre uno: e non è quello di sottrarsi al dolore o all'infelicità, ma di realizzare sempre più pienamente il significato della nostra vita, significato che tutto ci lascia credere non contingente né puramente edonistico. A questo fine tutto, tutto deve essere costantemente subordinato, dalla creazione artistica al progresso scientifico e tecnico: e così finalizzate le singole attività dello spirito, non che snaturarsi o avvilirsi, trovano la loro più autentica realizzazione. In questa prospettiva anche il pensiero filosofico, e più precisamente metafisico, può e deve portare il suo non certo secondario contributo.
Kierkegaard diceva che è veramente un argomento terribile contro la filosofia che essa sappia rispondere a tutte le domande ma non a quella circa l'uso concreto e immediato che dobbiamo fare della nostra vita. Aveva perfettamente ragione. Nulla giustifica la boria del pensiero che inorgoglisce di sé facendo la ruota come un pavone, allorché si scorda d'essere uno strumento di perfezionamento della vita e pretende di essere un fine bastante a sé medesimo. Quello stesso che rese lode a Dio per essersi rivelato ai piccoli e ai semplici e nascosto ai sapienti, ci aiuti a non incorrere mai in tale superbo accecamento. E compatisca il nostro continuo inciampare sul cammino, alla fine del quale è Lui che ci attende.

L'Autore
2/7/1984

INDICE:

Presentazione pag. 11
Introduzione pag. 19

L'unità dell'Essere pag. 27

Parte Prima: I termini del problema pag. 29
A) Secondo il realismo pag. 31
B) Secondo l'idealismo pag. 35
Problemata: perché il dualismo pag. 38
C) Secondo il panteismo pag. 43
D) Secondo il solipsismo: occidentale pag. 47
Secondo il solipsismo: orientale pag. 51
E) Secondo il nichilismo pag. 59

Parte Seconda: L'unità dell'Essere pag. 67
L'idea dualista è insostenibile pag. 69
Tre porte chiuse, tre porte aperte pag. 73
Origine della illusione fenomenica pag. 80
Significato della illusione fenomenica pag. 90
Conclusione pag. 97

Poscritto pag. 99
Nota bibliografica pag. 105
Indice dei nomi pag. 109

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