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libri scelti da Francesco Di Blasi

CUSTODE DELLA RELIQUIA Qual è il segreto dell'oggetto misterioso un tempo contenuto nell'arca e di probabile origine extraterrestre?

di Johannes e Peter Fiebag
Gruppo Editoriale Armenia
pagg. 416 - 88 illustrazioni b/n - € 15,00
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L'ARGOMENTO:

Il libro si basa sulle ricerche di due fratelli appassionati dei misteri, un germanista e uno scienziato, che per anni hanno studiato e seguito le tracce dell'enigmatico oggetto risalente ai tempi di Mosè, di cui si parla nelle Sacre Scritture. L'interesse per il sacro manufatto, in realtà, era iniziato nel Settecento, secolo al quale datano alcuni racconti relativi alla ricerca di un misterioso tesoro da parte di alcuni boscaioli nel territorio di Oak Island, un'isoletta al largo delle coste canadesi. Tutto porta a pensare che fosse il Graal, anche se in realtà era qualcosa di molto più antico e misterioso: L'Arca dell'Alleanza!
Secondo gli autori, e in base alle risultanze di uno studio estremamente accurato, l'Arca celava al suo interno una macchina in grado di produrre la manna, il cibo che permise agli ebrei di sopravvivere nel deserto, e fu donata all'uomo da alieni provenienti da mondi lontani e dotati di conoscenze superiori a quelle dei terrestri.
Ecco dunque una nuova teoria su un oggetto dall'immenso potere, uno dei più importanti manufatti dell'antichità, inseguito nei secoli dai cristiani, dai musulmani, dai cavalieri templari e dai bucanieri...

Peter Fiebag, scienziato tedesco e studioso di filologia e scienze della comunicazione, ha pubblicato assieme al fratello Johannes numerosi libri sugli alieni. Fa parte, come consigliere, della Società di ricerca per l'archeologia e l'astronautica e del progetto SETI.

INTRODUZIONE - Il mistero di Oak Island:

Ognuno di noi ha un sogno. Alcuni lo inseguono per tutta la vita. Ma ci sono anche sogni che affascinano più generazioni di uomini. Uno di questi sogni giace sepolto nelle profondità della terra, su una piccola isola di fronte alla costa della Nuova Scozia, in Canada.
Normalmente, nessuno presterebbe attenzione a quest'isola lunga circa un chilometro e mezzo: è solo una delle tante isole tutte uguali nella baia di Mahone. I primi colonizzatori europei che si stabilirono vicino alla costa la chiamarono "Oak Island", l'isola delle querce, perché all'epoca era coperta da un fitto bosco di questi alberi. Eppure non è la presenza di querce ad aver reso famoso questo angolo di mondo. L'isola, distante circa duecento metri dal continente, custodisce un mistero antichissimo. Generazioni di ricercatori e avventurieri, di potenti finanziatori e poveri diavoli, di società prodighe di denaro e individui stravaganti sono stati attratti da questo mistero. Da oltre duecento anni l'uomo è incantato dall'isola, ma nessuno è ancora riuscito a risolvere il suo enigma.
Tutto ebbe inizio nell'estate del 1795, quando Daniel McGinnes, allora ventenne, si allontanò su una barca a remi dalla sponda della baia di Mahone in direzione di "Oak Island". McGinnes abitava insieme al padre nella vicina località di Chester, una colonia inglese. Stabilitosi da poco in quella zona, il giovane impiegava il suo tempo libero per esplorare i dintorni. Oggi diremmo che "andava all'avventura".
L'avventura della sua vita cominciò quando, in un caldo giorno di quell'estate, il giovane mise piede su "Oak Island". Trentatré anni prima l'isola era stata misurata, ma nessuno vi si era stabilito. Probabilmente McGinnes la scelse come meta di un'escursione perché aveva sentito le strane storie riguardo a ciò che accadeva su quella striscia di terra; ogni tanto, durante la notte, si intravedevano fuochi fatui nell'oscurità del bosco e l'evento era, di volta in volta, fonte di svariate ipotesi.
Forse fu proprio questo a stuzzicare la sua curiosità. Ormeggiò la barca a riva e andò in perlustrazione. Trovò alcuni prati qua e là, ma soprattutto il bosco. Nella parte orientale dell'isola fece una scoperta sconcertante: si imbatté in una radura che gli parve subito innaturale. Sembrava che gli alberi, più che sradicati da una tempesta, fossero stati abbattuti di proposito. Ciò doveva essere accaduto molto tempo prima, perché i tronchi erano in uno stato avanzato di decomposizione ed erano diventati terreno di crescita per nuovi cespugli. McGinnes sapeva che l'isola non era mai stata abitata; chi, dunque, poteva avere spianato la radura? E per quale scopo?
Il giovane proseguì inciampando tra gli arbusti marci e i rami coperti di muschio. Poi qualcosa attrasse la sua attenzione: nel mezzo della radura c'era un avvallamento dall'aspetto insolito. Era circolare, con un diametro di circa tre metri e sembrava un cedimento del terreno, come se in quel punto il livello del suolo si fosse abbassato in corrispondenza di una cavità sotterranea. Le dicerie che si diffusero in seguito, secondo le quali accanto alla conca c'era un albero da cui pendeva ancora una vecchia carrucola o c'erano alberi con strane incisioni e resti di corde, non furono mai confermate da prove certe. L'unico dato di fatto è che McGinnes si imbatté nell'avvallamento.
È difficile dire cosa diede avvio a tutto quel che seguì: un'"ispirazione", un semplice sospetto o il desiderio di un giovane di scoprire qualcosa di davvero insolito. Comunque, per Daniel McGinnes fu subito chiaro che doveva esserci qualcosa seppellito in quel punto, magari un tesoro dei pirati, dal momento che secoli prima la regione era servita da punto di appoggio per le loro operazioni criminose.
Siccome non aveva con sé nessun attrezzo, il giovane fece ritorno a casa per poi riapprodare sull'isola l'indomani con due amici, John Smith ed Anthony Vaughan. Quando rimossero le prime zolle di terra, credendo che sarebbero diventati smisuratamente ricchi, i tre non potevano neanche immaginare che altri cercatori si sarebbero ritrovati ancora lì, duecento anni più tardi, per inseguire il sogno dell'oro e dell'argento. E senza riuscirci, proprio come sarebbe accaduto a loro.
In quel momento, però, non potevano saperlo. Dopo aver rimosso la terra in superficie, trovarono alcune lastre di ardesia che ostruivano l'intera conca. Chiaramente, la terra che avevano spalato era stata cosparsa sulle lastre per nasconderle. L'ardesia era una pietra insolita per l'isola. Infatti "Oak Island" è formata dai detriti trasportati a valle con lo scioglimento dei ghiacciai dell'ultima era glaciale, che col tempo si sono solidificati; su tutta l'isola non esistono cave o miniere da cui si possa estrarre l'ardesia.
Le lastre seppellite ricoprivano solo lo spazio dell'avvallamento. Un segno evidente che erano state messe lì da qualcuno. Un segno evidente che i tre giovani erano sulla buona strada.
Scavarono più a fondo. Dov'era la cassa del tesoro? Doveva essere lì da qualche parte. I pirati non erano propensi a seppellire i loro bottini a profondità troppo elevate. All'occorrenza, dovevano poter raccogliere velocemente e senza pericolo i frutti delle loro razzie. Questo pensiero mise le ali ai giovani. Presto si resero conto che stavano scendendo in una specie di pozzo del diametro di circa due metri. Il pozzo, intorno, era rivestito di un'argilla dura, simile a terracotta, mentre al centro era riempito di terra.
Al calar del sole, i ragazzi avevano già scavato una fossa di tre metri; a questa profondità incapparono in uno strato di legna in decomposizione. Erano tronchi di quercia legati l'uno all'altro e ancorati dall'argilla alle pareti del pozzo. Per i tre era chiaro: lì sotto doveva esserci la cassa del tesoro. Allora strapparono i tronchi dall'involucro argilloso che li teneva insieme, li estrassero dalla buca e si misero di nuovo a scavare. Ma, invece dell'agognata cassa del tesoro, trovarono un altro strato di terra.
Non rimase altro da fare: il giorno successivo continuarono a scavare.
Altri tre metri... e si imbatterono in un nuovo strato di tronchi messo ad arte come il primo. Il tesoro era nascosto lì sotto?
Doveva essere così! Tuttavia, Damel McGinnes e i suoi due amici si resero conto che senza l'aiuto di altri non avrebbero potuto continuare. Il pozzo doveva essere puntellato da persone esperte; da soli, loro tre non erano in grado di farlo. Allora tornarono sul continente in cerca di aiuto.
L'aiuto arrivò... ma dopo nove anni! I pochi colonizzatori di questa parte della costa orientale del Canada avevano altro per la testa che mettersi a cercare un tesoro forse inesistente; inoltre, il personale specializzato nella costruzione di gallerie era raro. Tuttavia, durante questi nove anni, John Smith comprò l'area dell'isola comprendente la fossa, e vi costruì una casa e anche una piccola fattoria. Nel 1804 i tre amici, insieme a Simeon Lynds, un ricco parente di Anthony Vaughan, fondarono l'"Onslow Company", il cui unico scopo era recuperare il tesoro su "Oak Island".
Gli operai ingaggiati si misero al lavoro. Dopo aver asportato la terra franata in quegli anni nella fossa di sei metri e aver puntellato il pozzo, poterono rimuovere il secondo strato di tronchi. Poi scavarono più a fondo: altri tre metri ed ecco un terzo strato di tronchi curiosamente ricoperto di carbone di legna. Chi aveva acceso un fuoco là sotto? E perché?
Lo scavo proseguì: di nuovo, dopo tre metri, un quarto strato di legna, i cui singoli tronchi erano tenuti assieme da un'argilla bluastra, una specie di stucco. Un'argilla simile veniva utilizzata per impermeabilizzare le assi delle grandi navi. Ma perché era lì? Sebbene nessuno sapesse rispondere, tutti credevano che fosse comunque un segno evidente dell'attività dei pirati.
Un'altra scoperta rafforzò questa loro convinzione. Nello stucco c'erano fibre di noce di cocco; il cocco, però, cresceva solo nelle regioni tropicali, più di duemila chilometri a sud di "Oak Island", e i pirati, lo sapevano tutti, avevano navigato soprattutto nelle acque dei Caraibi per intercettare le navi spagnole provenienti dall'America del centro e del sud e derubarle dei carichi di oro inca e azteco. Quindi, il tesoro non poteva essere poi così lontano e presto tutti loro sarebbero stati in possesso di smisurate ricchezze.
Ciò nonostante, trovarono solo terra e, a intervalli di tre metri, altri strati di tronchi, compattati gli uni agli altri e fissati alle pareti del pozzo con l'argilla, proprio come gli strati superiori. A ventisette metri di profondità, nel centro del pozzo, trovarono una pietra piatta. Dopo averla trasportata in superficie, gli operai scoprirono che vi erano incisi strani segni di una scrittura sconosciuta. Erano forse indicazioni in codice dei pirati per trovare il tesoro?
La pietra, una lastra di ardesia con un diametro di circa mezzo metro, fu portata nella casa di John Smith. In seguito fu murata nel camino per poi sparire nel corso degli anni . Dal ricordo di chi aveva visto la pietra si cercò di ricostruire !'iscrizione e "un professore di Halifax", una città universitaria canadese nel nordest, riuscì persino a decifrarla: "Forty feet below two million pounds are buried", cioè: "A dodici metri di profondità sono sepolti due milioni di sterline". Tuttavia, non si sa il nome di questo professore, né si è certi che il ricordo dell'iscrizione corrisponda effettivamente a quella incisa sulla lastra di ardesia.
E ancora, a ventisette metri di profondità, sotto alla pietra, c'era un nuovo strato di tronchi. Una sbarra di ferro venne introdotta nello spazio fra un tronco e l'altro, e andò a urtare contro un'insolita resistenza. Sembrava che pochi centimetri più in basso ci fosse dell'altro legno, ma non si trattava di tronchi. Era finalmente l'agognata cassa del tesoro? Quella sera tutti erano di ottimo umore, non vedevano l'ora che arrivasse l'indomani. Alla fin fine ci erano arrivati, al nascondiglio, o almeno così credevano. Bisognava solo rimuovere le assi e portare in superficie il tesoro. La lunga e faticosa ricerca aveva dato i suoi frutti.

Ma il destino volle altrimenti. Quando gli operai tornarono al pozzo la mattina seguente, c'era ad attenderli una sgradevole sorpresa. La fossa si era riempita di acqua per un'altezza di diciotto metri. Quindi, lo strato di legna dissotterrato qualche giorno prima si trovava a nove metri sotto al pelo dell'acqua. Gli operai iniziarono subito a svuotare il pozzo a secchiate ma, per quanto si dessero da fare, l'acqua non si abbassava di un palmo. A quanto pare, si riversava nella fossa di continuo da una sorgente invisibile.
Era tutto inutile; bisognava usare una pompa. E in effetti si riuscì a portarne una sull'isola e a montarla su una piattaforma, collocata direttamente sul pozzo, appena sopra al livello dell'acqua. Ma, quando vollero metterla in funzione, la pompa si ruppe e i singoli pezzi precipitarono nella fossa scomparendo sotto l'acqua.
Venne l'inverno e i lavori furono sospesi. Solo l'anno seguente l'"Onslow Company" poté fare un nuovo tentativo. Stavolta gli operai scavarono un pozzo parallelo all'originale e più profondo di sei metri. L'idea era di far confluire l'acqua dal primo pozzo al secondo tramite un tunnel comunicante che avrebbero costruito con debita cautela. In effetti, il progetto sembrava promettente. Nel tunnel, però, la terra da rimuovere divenne sempre più fangosa, e alla fine gli operai furono costretti a fuggire per mettersi in salvo dall'improvviso riversarsi di una massa di acqua. Nel giro di un'ora il pozzo parallelo si era allagato fino in cima, ma il livello dell'acqua nel pozzo originale non si era abbassato nemmeno di un centimetro. Tutto quel lavoro era stato inutile.
Questo fallimento significò la fine dell'"Onslow Company". Non c'erano più soldi per proseguire la ricerca. Daniel McGinnes non volle comunque rinunciare e si costruì una casa sull'isola; ma, essendo rimasto praticamente da solo, non poté fare nulla.
Gli scavi furono ripresi solo quarant'anni dopo dalla "Truro Company". Il consulente fiscale della nuova società era Anthony Vaughan, che nel frattempo aveva compiuto sessant'anni. Utilizzando i macchinari più recenti, gli operai avrebbero potuto aspirare velocemente l'acqua dal pozzo e portare alla luce il tesoro o, almeno, così speravano. Di fatto, però, videro che l'acqua era già sparita. Quindi, bisognava solo continuare a scavare. Ma quando si accinsero a farlo, accadde di nuovo: fuoriuscendo da qualche parte, l'acqua si infiltrò nel pozzo e lo riempì. La "Truro Company" non si scoraggiò e fece trasportare pesanti trivelle sull'isola. Trivellarono in cinque punti intorno al pozzo, che nel frattempo era stato battezzato "Money Pit", Pozzo del Denaro. L'ennesimo insuccesso: in superficie non fu portato nient'altro che terra e argilla. Si decise allora di collocare un'altra piattaforma sul pozzo, appena sopra al livello dell'acqua, e da lì di trivellare più a fondo.
Il progetto riuscì. La trivella penetrò nello strato di tronchi di quercia e, trenta centimetri più in basso, raggiunse altro legno, lo stesso che gli operai dell'"Onslow Company" avevano scoperto a tastoni con la sbarra di ferro quarant'anni prima. "Ma la trivella", scrisse Jotham McCully, capo della "Truro Expedition", in seguito "non portò alla luce nulla che assomigliasse a un tesoro, a parte tre anelli simili a quelli di una catena d'orologio. Furono perforati altri venti centimetri di legno di quercia, che sembravano il fondo di una cassa e il coperchio di una seconda cassa. Poi la trivella incontrò venticinque centimetri di metallo, dieci di legno di quercia e quindici di abete rosso. Infine argilla. Non si trovò altro".
Un'altra perforazione, effettuata vicino alla prima, consentì di rinvenire per l'ennesima volta legno di quercia e fibre di noce di cocco. Poi i lavori furono sospesi a causa dell'arrivo dell'inverno. In primavera, gli operai costruirono un altro pozzo di drenaggio che però diede lo stesso risultato dei precedenti: anche questo si allagò, mentre il livello dell'acqua di "Money Pit" non cambiò per nulla. Proprio allora fecero un'altra scoperta: l'acqua sembrava alzarsi e abbassarsi allo stesso ritmo del flusso e riflusso della marea. Inoltre, nella fossa si trovava "acqua salata". Come mai nessuno se ne era accorto prima? In effetti, era possibile che in principio il pozzo si fosse riempito di acqua dolce, la cui sorgente, però, si era esaurita durante i quarant'anni di interruzione degli scavi; l'acqua salata si sarebbe dunque infiltrata solo in seguito. Probabilmente ne erano venuti a conoscenza anche prima, ma nessuno aveva pensato che fosse importante.
Invece gli uomini della "Truro Company" capirono subito cosa poteva significare. Doveva esserci una via sotterranea che consentiva all'acqua marina di arrivare fino a "Money Pit". Altrimenti, come sarebbe potuta entrare l'acqua? Gli operai furono mandati in perlustrazione sulle rive dell'isola, alla ricerca di possibili canali. Uno di loro notò che, durante la bassa marea, l'acqua defluiva da un punto della spiaggia nella piccola baia di "Smith's Cove". Poi, con l'alta marea, quel punto tornava ad essere sommerso. Rimuovendo la sabbia, gli operai si imbatterono in una stuoia di fibre di noce di cocco spessa cinque centimetri e lunga quarantacinque metri; in pratica si estendeva per l'intera lunghezza della spiaggia. Inoltre, sotto alla stuoia, trovarono delle pietre accuratamente disposte a strati.
Incredibile davvero, ma non era tutto: le pietre rivestivano cinque canali di circa venti centimetri di diametro. Gli operai avevano scoperto che l'intera spiaggia di "Smith's Cove" era stata sottoposta a un intervento artificiale! I tunnel si aprivano immediatamente sopra il livello della bassa marea, scendevano obliqui, e si univano in un canale più ampio che conduceva in profondità sotto all'isola. Tutti i canali erano costruiti in maniera accurata con pietre lavorate, e il canale principale portava proprio là, dove tutti stavano lavorando ininterrottamente da settimane: a "Money Pit".
Ma come avevano fatto quei progettisti geniali a costruire un simile sistema sotterraneo? A evitare che l'acqua del mare facesse irruzione di continuo nei canali durante la realizzazione dell'impianto? C'era solo una possibilità: innanzi tutto, per poter scavare e costruire i tunnel indisturbati, dovevano aver edificato attraverso la baia di "Smith's Cove" una diga che tenesse lontano l'acqua. Poi, una volta realizzato l'impianto, avevano probabilmente smantellato la diga distruggendo le sue componenti, di modo che nessuno avrebbe mai potuto capire che cosa era stato fatto. Che altro rimaneva da fare per gli operai della "Truro Company", se non costruire a loro volta una diga per poter scavare, finalmente indisturbati, a "Money Pit"? Tuttavia, quando i lavori erano quasi ultimati, questa diga, che si estendeva per tutta la baia, fu distrutta in una sola notte da un uragano che si abbatté violento sull'isola. Demoralizzati, decisero di scavare un pozzo nel tentativo di intercettare il canale sotterraneo principale e in tal modo fermare il passaggio di acqua dal mare a "Money Pit". Ma anche questo piano fallì. Infatti, non avendo ancora trovato il canale a ventidue metri di profondità, si resero conto che i progettisti dell'impianto avevano pensato anche a questa possibilità e non avevano fatto scendere il canale verso "Money Pit" in linea retta, ma a "zig zag".
Allora intrapresero un ultimo tentativo: a cinque metri da "Money Pit" scavarono un altro pozzo, che richiese molte settimane di lavoro, fino ad arrivare a trentasei metri di profondità. Da questo punto, risalirono pericolosamente in trasversale, in direzione di "Money Pit". In pratica, volevano arrivare al tesoro dal basso.

Il piano... fallì. Durante una pausa pranzo crollò buona parte del nuovo pozzo e le casse, presumibilmente, scivolarono ancora più in profondità di prima, da qualche parte tra il pozzo parallelo e "Money Pit". Per la "Truro Company" fu un momento assai deprimente. I finanziamenti erano ormai esauriti, non si poteva pensare di proseguire i lavori. Nel 1854 la società venne sciolta; aveva mancato il bersaglio, proprio come l'"Onslow Company".
Il tempo passò. Cinque anni dopo, alcuni cercatori di tesori provarono, con trenta cavalli da tiro, a mettere in funzione una grande pompa, che avrebbe dovuto estrarre l'acqua dal pozzo. Un altro insuccesso. Trascorsi altri due anni, venne montata una pompa a vapore, che però esplose. Un operaio ustionato a morte fu la prima vittima di "Oak Island", e non sarebbe stata l'ultima. Nel 1863 alcuni ricchi uomini d'affari fondarono una nuova società, l'"Oak Island Association", con l'intento di continuare la ricerca. In tutto, giunsero sull'isola sessantatré uomini e trentatré cavalli, il maggiore impiego di forza lavoro fino ad allora. Furono scavati altri pozzi, che si riempirono di acqua non appena messi in comunicazione con "Money Pit". Allora si decise di riempire di argilla i canali di afflusso di acqua marina sulla spiaggia di "Smith's Cove". Un altro fallimento. Già con la marea successiva, l'argilla fu trascinata via.
Infine, ancora una volta, fu costruito un pozzo parallelo. Grazie alla forza delle pompe, si riuscì a far scendere il livello dell'acqua di "Money Pit" di trenta metri e a calarsi al suo interno dal pozzo costruito nel frattempo, il nono lì intorno. Tuttavia, si trovarono soltanto alcuni resti di legno e gli attrezzi che erano caduti nella fossa negli anni passati. Era evidente: le casse del tesoro dovevano essere scivolate più in profondità da anni. Sembrava impossibile riuscire a trovarle. I'"Oak Island Association" si arrese.

Altri continuarono. Di lì a poco, l'"Oak Island Eldorado Company" costruì un'altra diga, lunga novanta metri e alta tre e mezzo. In effetti, si riuscì a svuotare "Money Pit" fino a trentatré metri di profondità e a trovare l'imbocco del canale sotterraneo da cui entrava l'acqua del mare nella fossa del tesoro. Ma in fondo al pozzo c'era solo melma. Quando uno degli operai si accorse che la melma iniziava a muoversi, tutti si diedero a una rapida fuga verso l'alto. "Money Pit" si allagò di nuovo. Da ciò si dedusse che ancora più in basso dovevano esserci altre cavità piene di acqua, dove evidentemente erano scivolate le casse. Ma, quando la marea trascinò via anche la nuova diga, anche l'"Oak Island Eldorado Company" si sciolse. Correva l'anno 1867.
Alla fine del secolo, Frederick Blair proseguì la ricerca. Insieme a un esperto ingegnere fece costruire altri pozzi ed effettuare altri scavi sull'isola utilizzando la dinamite. In questo modo sperava di trovare il canale di allagamento sotterraneo e di "neutralizzarlo". Nel corso degli scavi si verificò il secondo incidente mortale su "Oak Island": mentre un operaio veniva issato in superficie in un cestello, la corda si spezzò. L'uomo cadde nella voragine e subì lesioni talmente gravi che morì ancor prima di essere portato fuori dal pozzo.
Una nuova trivella raggiunse del metallo a quaranta metri di profondità. Nel caso si fosse trattato delle casse del tesoro, erano scivolate molto più in giù di quanto si era creduto. La macchina fu rimessa in funzione, e a quarantasette metri incontrò uno strato duro. I campioni tratti in superficie rivelarono un materiale molto resistente, simile al cemento. Che cos'era? Una pietra calcarea naturale o vero e proprio cemento? Lo strato aveva uno spessore di circa un metro, sotto al quale, a cinquantadue metri di profondità, la trivella incontrò altro metallo, che però non riuscì a penetrare.
I campioni di cemento furono spediti in Inghilterra per essere analizzati. Nei risultati dell'esame si legge: "È impossibile trarre informazioni definitive in base alle analisi. Riguardo all'aspetto esteriore e alla composizione, siamo tuttavia del parere che si tratti di cemento utilizzato in passato".
Davvero incredibile! Ciò significava, né più né meno, che i progettisti di "Money Pit" non solo avevano costruito l'ampio sistema di allagamento, ma a cinquanta metri di profondità l'avevano anche ingrandito con caverne sotterranee. Qualunque cosa nascondesse l'impianto, doveva avere un valore enorme. Per la prima volta si insinuò il dubbio che forse non si aveva a che fare davvero con i pirati.
La trivella portò in superficie anche un pezzetto di pergamena, sulla quale furono identificate le lettere "VI" vergate con inchiostro. Il fatto che i segni fossero ancora nitidi dimostrò che la pergamena non poteva essere stata immersa nell'acqua e quindi la cavità sottostante il pozzo doveva essere rimasta all'asciutto, almeno fino a quel momento. Al massimo, poteva essere stata allagata dopo gli ultimi lavori di perforazione.
Blair scoprì anche qualcos'altro. Non essendo riuscito con le tecniche più moderne di aspirazione a svuotare completamente il pozzo, gli venne il sospetto che l'acqua potesse affluirvi attraverso un altro canale non ancora scoperto. Allora fece versare del colorante nel pozzo di "Money Pit" e mandò gli operai lungo le rive dell'isola per vedere dove sbucava l'acqua colorata. Infatti, poco tempo dopo, dall'altro lato dell'isola, l'acqua si tinse di rosso. In altre parole: ancora più in profondità doveva esserci un "altro" canale "più lungo" che faceva arrivare l'acqua del mare a "Money Pit"! Ma chi era stato, e quando aveva potuto costruire un nascondiglio così sofisticato, un simile sistema sotterraneo?

Nel 1909 le ricerche continuarono, stavolta sotto la guida dell'ingegnere Henry Bowdoin di New York, e per breve tempo furono finanziate anche da Franklin D. Roosevelt, che nel 1932 sarebbe diventato il presidente degli Stati Uniti. Bowdoin volle impiegare, per l'ennesima volta, "la tecnica più moderna" per riportare alla luce il tesoro "in pochissimo tempo". Ordinò di aspirare l'acqua da "Money Pit", di sgomberarlo dalle macerie e di montare una trivella. La macchina incontrò uno strato di cemento, ma non era lo stesso che era stato perforato in passato. Accurate analisi chimiche dimostrarono che non si trattava di cemento, ma di roccia calcarea naturale. Bowdoin ordinò più trivellazioni, fino a una profondità di cinquanta metri, ma non si trovò nulla. Roosevelt e altri finanzia tori si tirarono indietro e Bowdoin dovette arrendersi.
Nel 1918, dopo la fine della prima guerra mondiale, vennero fatti altri tentativi. Furono scavati nuovi pozzi e impiegate pompe a motore elettrico. Ma fu l'ennesimo insuccesso. Un operaio di Gilbert Hedden, un imprenditore che aveva avviato i lavori su "Oak Island" nel 1936, scoprì nel 1939, durante una minuziosa perlustrazione dell'isola, una strana pietra nascosta nella sterpaglia vicino alla riva. Sulla pietra erano incisi due segni: un cerchio con un punto nel centro e una croce. Ma, naturalmente, questo era troppo poco per poter ottenere qualunque tipo di informazione. Anche una "freccia di pietre" trovata nel lato sud dell'isola, cioè alcuni massi disposti a forma di triangolo, il cui angolo più acuto puntava verso "Money Pit", non diede alcun contributo. Alla fine, dopo aver fatto scavare un altro pozzo nel quale non si trovò né la presunta camera di cemento, né le casse del tesoro, anche Hedden si arrese.
Con la fine della seconda guerra mondiale, il numero dei pozzi scavati su "Oak Island" era arrivato a trentotto. L'isola appariva devastata, e la probabilità di trovare qualcosa con i metodi convenzionali si era ridotta praticamente a zero. Un'ulteriore aggravante era che non si conosceva più l'esatta posizione di "Money Pit". Infatti, per via dei numerosi pozzi di drenaggio, l'aspetto del terreno circostante era talmente cambiato da assomigliare a un recinto con sabbia per bambini, dopo il loro passaggio.
Tuttavia, questo non intimorì altri audaci avventurieri. Uno arrivò a "Oak Island" con una curiosa "macchina cercatrice d'oro". Non trovò nulla. Nel 1955 George Greene, un ingegnere texano, fece eseguire altre trivellazioni, raggiungendo una cavità a trentatré metri sottoterra, nei pressi di quel che si presumeva fosse "Money Pit". "Qualcuno deve essersi dato molto da fare per costruire un nascondiglio proprio qui. E deve esseme valsa la pena, altrimenti costui sarebbe il più grande burlone di tutti i tempi". Anche George Greene, però, finì il denaro e dovette lasciare l'isola.
Nel 1960, Robert Restall giunse a "Oak Island" con la sua famiglia. Abitavano in una capanna: "Siamo venuti fin qui", disse all'epoca, "per recuperare entrambe le casse del tesoro. Oggi più che mai, sono convinto che ce la faremo. È tutto vero e molto più grandioso di quanto si sia mai potuto credere. Lo sento: il tesoro è là sotto e noi possiamo riportarlo alla luce. Resteremo qui finché non ci saremo riusciti". Robert Restall, suo figlio maggiore e altri due uomini annegarono cinque anni dopo. Senza aver trovato il tesoro.
A continuare i lavori fu Robert Dunfield, un geologo petrolchimico.
Innanzi tutto, per poter trasportare a "Oak Island" dei mezzi pesanti, fece costruire una strada lunga duecento metri che metteva in comunicazione l'isola con il continente. Poi fece scavare a "Smith's Cove" una buca enorme, profonda quarantacinque metri e con un diametro di quindici. Ma, all'infuori di vecchio legname e di qualche attrezzo, non si trovò nulla. Una perforazione, nelle immediate vicinanze di quel che si presumeva fosse "Money Pit", raggiunse invece una cavità piena d'acqua di quattordici metri di profondità, che iniziava a quarantadue metri dalla superficie. Dunfield era convinto di aver trovato la caverna del tesoro.
Durante i lavori Dunfield usò le maniere forti. I suoi mezzi pesanti distrussero sia !'imbocco del canale di allagamento a "Smith's Cove" sia la "freccia di pietre". Dopo essersi reso conto che, nonostante tutto quello che aveva fatto, non sarebbe riuscito a trovare nulla, rinunciò all'impresa e, demoralizzato, se ne andò da "Oak Island", lasciandosi alle spalle un'iso-la più devastata che mai.

Nel 1967 l'imprenditore edile Dan Blankenship, giunto sull'isola con Dunfield e rimasto dopo la sua partenza, fondò una nuova società insieme a David Tobias, un imprenditore di Montreal. La società si chiamava "Triton Alliance", e anch'essa aveva come obiettivo il ritrovamento del tesoro. Innanzi tutto, furono effettuate alcune prove di trivellazione nell'area dove si presumeva ci fosse "Money Pit". Raggiunta una profondità di sessanta metri, la trivella si inoltrò per la prima volta nel fondo roccioso. L'ipotesi formulata tempo prima, secondo la quale questo strato era attraversato da grotte e gallerie, fu confermata: le trivellazioni provarono l'esistenza di numerose cavità e furono tratti in superficie campioni di legno, metallo, cemento e persino uno di porcellana. La "Triton" fece analizzare l'età dei campioni per la prima volta: la datazione al radiocarbonio indicò un periodo intorno al 1575 (+/- 85 anni). Ciò dimostrava che l'impianto sotterraneo era più antico di quanto si credesse. Altre analisi negli anni successivi, però, fornirono valori assai strani: datazioni più recenti di trecento anni, di millecento anni e, la data in assoluto più curiosa e improbabile, tremilacento anni "dopo" Cristo. Come si spiegava? Nessuno seppe dare una risposta.
Anche uno studio geologico commissionato dalla "Triton" confermò il quadro che si era delineato in quegli ultimi tempi: in tutto il fondo roccioso dell'isola si aprivano grotte e gallerie. Essendo queste ultime allagate, fu deciso di erigere un'altra diga, stavolta più grande, per impedire l'afflusso di acqua marina. L'opera era quasi terminata, quando, ancora una volta, fu distrutta dalle onde durante una tempesta. Nel corso dei lavori, però, erano state trovate altre fibre di cocco e una struttura di legno a forma di semicerchio costituita da tronchi conficcati in fondo al mare. Da un'indagine sull'età di questo materiale risultò che la struttura risaliva più o meno al 1700. A che cosa servisse, rimase un mistero. Verso la fine degli anni Sessanta, Blankenship fece scavare un fossato con una ruspa sull'altro lato dell'isola. Voleva trovare il secondo canale di allagamento, quello più in profondità, la cui esistenza era stata provata nel 1898 da Frederick Blair con l'esperimento del colorante. Ma il progetto fallì entro breve a causa del brutto tempo, che fece diventare il suolo melmoso.
Nel 1970 la "Triton" avviò un'altra trivellazione a cinquantacinque metri dal punto in cui si presumeva si trovasse "Money Pit"; lo scavo è noto come fossa 10x. A una profondità di sessanta metri fu scoperta una cavità allagata, alta più di due metri. In quest'occasione fu calata per la prima volta una telecamera subacquea in uno scavo. Quel che lo strumento trasmise sul piccolo schermo in bianco e nero aveva dell'incredibile, in quanto del tutto inatteso. Invece delle agognate casse del tesoro, sul fondo della caverna si delinearono strani oggetti grigi senza una forma ben precisa. Erano oggetti dai contorni tondeggianti, morbidi, accanto a strutture simili a tubi e ad altri piccoli oggetti a forma di cassa che sembravano coperti da uno strato biancastro. Probabilmente quest'ultimo era solo melma. Ma che cosa potevano essere? Non avevano molto in comune con il tesoro dei pirati. Ciò nonostante, Blankenship continuava a sperare, e credette di vedere i contorni delle casse del tesoro e alcune sagome di picconi.
La telecamera riprese anche un oggetto che poteva essere un cranio umano. Si trattava forse dei resti di uno dei pirati che, come era convinto Blankenship, avevano costruito il nascondiglio? La fossa 10x fu allargata fino a diventare uno stretto tunnel, attraverso il quale molti sommozzatori scesero nella cavità. Ma, nel frattempo, l'acqua era diventata così torbida e il terreno tanto smosso da non poter distinguere la propria mano davanti agli occhi. Anche Blankenship si fece calare. Non trovò l'agognata cassa del tesoro, tanto meno gli strani oggetti a forma di tubo che aveva visto sullo schermo. Un paio di anni dopo, nel 1976, fece un nuovo tentativo e quasi trovò la morte. Mentre veniva calato nella fossa, questa franò all'improvviso da quattordici metri sopra di lui. Melma e pietre si rovesciarono su Blankenship, che ebbe salva la vita solo grazie alla pronta reazione di suo figlio che, in cima alla fossa, teneva la fune alla quale era assicurato il padre e lo tirò su non appena si accorse del pericolo.
Nel 1978 la fossa 10x fu allargata ulteriormente, fino a due metri e mezzo di diametro. Allora vennero saldati dei vagoni e calati attraverso i vari strati di copertura fino al fondo roccioso. Il progetto prevedeva di rivestirli con cemento armato, in modo da creare un pozzo sicuro. Questa doveva essere la soluzione finale. Tuttavia, al termine dei lavori, la fossa 10x si riempì velocemente di acqua e non fu più possibile svuotarla. Un altro insuccesso, che aveva inghiottito somme enormi di denaro senza dare alcun risultato.
Nello stesso periodo, accanto e in concorrenza con la "Triton Alliance", lavorava su "Oak Island" anche Fred Nolan, un topografo che aveva acquistato alcuni lotti di terra nel centro dell'isola e si era proposto di misurarla e di svolgervi un'accurata ricerca. Nel farlo, arrivò ai ferri corti con la "Triton", e nel corso dei decenni la loro disputa fu determinante per la prosecuzione dei lavori. In base alla scoperta di alcune pietre poste in un certo ordine, Nolan giunse alla conclusione che l'ingresso al nascondiglio non fosse "Money Pit", ma un altro pozzo che si trovava nella "sua" parte di terra. "Money Pit" era solo una geniale manovra diversiva dei costruttori originali.
L'ipotesi di Nolan si basava sul ritrovamento della "croce" cristiana: una struttura costituita da quattro grandi blocchi di granito, al centro dei quali c'era una pietra arenaria. La forma di quest'ultima, secondo il topografo, ricordava una testa umana e, mettendoci un po' di fantasia, poteva anche essere vero. Data la precisione dell'orientamento della croce, si può ritenere molto probabile che la struttura non sia una conformazione naturale. Lunga ducentosessantaquattro metri e larga centodieci, è costruita in direzione nord-est/sud-ovest. Era questo il segnale che indicava il tesoro?
Blankenship e la "Triton" non si lasciarono impressionare e nel 1987 resero di dominio pubblico un piano incredibile: un cassone d'acciaio largo trenta metri avrebbe dovuto essere spinto negli strati di copertura frananti fino a raggiungere il fondo roccioso; questo tunnel avrebbe incluso la maggior parte delle perforazioni e dei pozzi scavati fino ad allora. In un secondo momento, la terra all'interno del cassone avrebbe dovuto essere asportata e l'acqua aspirata con le moderne pompe ad alta pressione; in questo modo si sarebbe potuti arrivare alla roccia calcarea nel sottosuolo. I costi preventivati ammontavano a dieci milioni di dollari; il denaro doveva pervenire dalle speculazioni in borsa e dai prestiti obbligazionari. Ma, alla fine, non fu racimolato nessun finanziamento, né fu smossa una sola zolla di terra. "The Big Dig", "il grande scavo", è rimasto un'utopia.
Oggi esistono molte tecniche per ristrutturare un pozzo con infiltrazioni di acqua. Ad esempio, la ditta tedesca "Gebhardt & Konig", che svolge la sua attività nel bacino della Ruhr, impiega il metodo del congelamento del terreno quando ha necessità di scavare pozzi molto profondi negli strati acquiferi o di sabbia alluvionale.
Robert S. Joung, che ha comprato un lotto dell'isola da Fred Nolan, conduce da qualche anno una ricerca di altro genere: usando un sonar, esplora l'isola per individuare le cavità nel sottosuolo. Joung lavora con il "Nova Scotia Museum", da cui ha ottenuto diversi finanziamenti. Tuttavia, non è stato ancora reso noto di quale progetto si tratti.
L'unica scoperta sostanziale degli ultimi anni risale al 1996 ed è avvenuta casualmente in un luogo del tutto impensabile. Alcuni scienziati del "Bedford Institute of Oceanography" del Canada a bordo della nave da ricerca "The Piover", sondarono il fondo del mare nei pressi della Nuova Scozia. Si servirono di un multi-trasduttore: un sonar dei più moderni, che consente di scandagliare il fondo del mare in modo preciso e di ottenerne immagini tridimensionali al computer.
"The Piover" navigò anche nelle acque di "Oak Island". Lungo la costa meridionale, Gordon Fader e Bob Courtney, i due geologi partecipanti al progetto, si imbatterono in qualcosa di incredibile: una fossa profonda e allungata che sembrava artificiale, scavata nel fondo del mare. Questa era orientata proprio in direzione della "freccia di pietre" che un tempo si trovava sull'isola, come se fosse l'"asta" della "punta" della freccia.
Sono passati duecento anni, da quando un giovane colono inglese di nome Daniel McGinnes scoprì per caso il pozzo chiamato in seguito "Money Pit", ma l'enigma di "Oak Island" non è ancora stato risolto. Chi fu a costruire sull'isola questo incredibile impianto? Furono davvero i pirati? O forse gli indios del sud o del centro America? Furono i soldati britannici? A "Oak Island" saranno nascosti gli scritti di Shakespeare? O i gioielli smarriti della corona francese? La lista delle ipotesi a partire dal 1795 è lunga. Nessuna poté mai essere provata.
Alcuni ricercatori sono arrivati persino a credere che sull'isola non ci sia nessun nascondiglio. Secondo costoro, gli strati di querce erano solo depositi naturali; allo stesso modo i tunnel nel sottosuolo erano fosse naturali, e anche le strane iscrizioni erano semplici scalfitture naturali sulla pietra. Ma una tesi del genere non chiarisce nulla, anzi, dà spazio ad altre domande: perché gli strati di tronchi erano posizionati a intervalli esatti di tre metri? Ciò non sarebbe stato possibile, se gli strati fossero stati davvero naturali, senza contare che almeno quelli più in profondità avrebbero dovuto essere totalmente decomposti. Inoltre, negli altri pozzi scavati sull'isola non furono mai trovati strati di querce come in "Money Pit". Infatti, se gli strati di legna fossero stati depositi naturali, il loro ritrovamento sarebbe avvenuto in ogni scavo. Anche i tunnel non potevano essere di origine naturale, perché dalle varie perizie effettuate è risultato ogni volta che l'impianto sotterraneo era un'opera artificiale. Solamente l'iscrizione sulla pietra riportata alla luce da "Money Pit" potrebbe essere stata davvero un tracciato casuale; ma non potremo mai stabilirlo, perché la pietra è scomparsa.
Restano solo domande: chi costruì il nascondiglio? Perché proprio sulla piccola isola di "Oak Island"? Quando accadde? A che cosa serviva questo impianto? Chi furono i geniali progettisti della struttura? E gli uomini che la realizzarono? Perché nessuno ne ha mai saputo nulla, perché tutti hanno taciuto fino ad oggi? Che cos'erano gli strani oggetti a forma di tubo e di cassa ripresi dalla telecamera della "Triton Alliance" nel 1970? Come si spiega la croce di pietre su "Oak Island"? Che cosa poteva avere una tale importanza da indurre qualcuno a progettare e realizzare tutto questo, per poi sigillare il tutto e non lasciarsi sfuggire una parola sulla sua esistenza? Sembra quasi che in questo nascondiglio sia stato deposto qualcosa "per l'eternità", un oggetto che non deve essere ritrovato "da nessuno e in nessuna circostanza".
TI mistero che circonda "Oak Island" è insondabile, ma noi cercheremo di svelarlo. Per avvicinarci a questo segreto, percorreremo a ritroso la storia dell'umanità, ci imbatteremo in tradizioni più e meno conosciute, ci troveremo di fronte a Dio e ad altre divinità, ci confronteremo con la morte e la malattia, la gioia e la fortuna, apprenderemo cose insolite sulle figure del passato e viaggeremo in luoghi che da secoli, da millenni, sono avvolti dalla nebbia di un grande mistero. Ci tufferemo nelle mitiche storie dell'umanità, appartenenti al lontanissimo passato di tremilacinquecento anni fa, al Medioevo e a periodi più recenti. Faremo scoperte davvero sorprendenti.
Questa è la storia dell'oggetto più strano che sia mai esistito sulla terra.
Si tratta di un oggetto che non è di questo mondo, e la cui ultima dimora è una piccola isola di fronte alle coste del Canada.
Questa è la storia dell'"OThIQ IVMIN" o della "Shekinah" o di "Baphomet". Questa è la storia... del "Santo Graal".

1 - PARZIVAL:

Non portiamo l'innovazione per confondere le menti ma per illuminarle, non per distruggere la scienza ma per fondarla su verità.

Galileo Galilei (1564-1642)

IL CODICE DA VINCI DI DAN BROWN
Dopo l'uscita in Germania del bestseller "Il codice da Vinci" di Dan Brown, il settimanale "der SpiegeI" ha definito il tema della ricerca del Santo Graal una "droga da mistero" per un pubblico avido di leggende. Il Vaticano si è schierato contro il libro di Brown, e in particolare il cardinale Tarcisio Bertone ha intimato ai fedeli: "Non leggetelo e soprattutto non compratelo!". Tuttavia, l'appello è rimasto inascoltato e le oltre 25 milioni di copie vendute in un solo anno dall'uscita del "Codice da Vinci" stanno a dimostrare che le teorie del complotto sono più persuasive della censura ecclesiastica. Che cosa affascina i lettori di tutto il mondo? Quale mistero spinge il comune cittadino, che in vita sua non è quasi mai entrato in un museo, a recarsi al Louvre di Parigi per avviare le proprie indagini davanti al dipinto più famoso di Leonardo da Vinci, la "Monna Lisa"? Quale mistero lo conduce, nei panni del turista, fino all'Abbazia di Westminster a Londra e poi a Milano, dove il suo sguardo indagatore si sofferma a esaminare "L'Ultima Cena" di Leonardo?
Il romanzo di Dan Brown parte da una tesi interessante. "li Priorato di Sion - società segreta fondata nel 1099 - è una setta realmente esistente", scrive l'autore nella sezione iniziale del libro intitolata "Fatti e prove". (1) E di seguito: "Nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come "Les Dossiers Secrets", in cui si forniva l'identità di numerosi membri del Priorato, compresi sir Isaac Newton, Sandro Botticelli, Victor Hugo e Leonardo da Vinci". Si tratta veramente di "fatti" oppure siamo già nella fiction? E che cosa ha a che fare tutto ciò con il Graal, il misterioso calice del Medioevo?
Dan Brown offre al lettore un thriller appassionante. In altre parole, la chiesa cattolica romana impedisce con intrighi, menzogne e delitti la rivelazione di un presunto segreto: Gesù Cristo era sposato con Maria Maddalena. Il Messia sopravvisse alla crocifissione e fuggì in Gallia con la donna che aveva esorcizzato da sette demoni. In Gallia nacquero i loro figli, (2) i cui discendenti vivono ancora oggi tra noi. Nel frattempo la chiesa nascente con Pietro e Paolo aveva annunciato la Resurrezione del Salvatore. I suoi proseliti si servirono di ogni mezzo possibile per occultare la vera storia di Gesù di Nazareth, e pur di non rivelare i loro piani oscuri non indietreggiarono nemmeno di fronte alle persecuzioni e all'Inquisizione. Ma la confraternita del Priorato di Sion custodì gelosamente il segreto tramandandolo fino ai nostri giorni: dietro il "Santo Graal" si cela la santa progenie del "Sang real", che discende da Gesù.
Siamo spettatori inconsapevoli di uno scontro secolare tra la malvagia chiesa cattolica e la confraternita buona del Priorato di Sion? I poeti del Medioevo, che ci hanno trasmesso la leggenda del Graal, ebbero sentore di questo tremendo conflitto? Leonardo ne ha fatto cenno nei suoi dipinti con indicazioni cifrate? Ci basta decodificare il Codice di Leonardo da Vinci per scoprire la verità sul mito più arcano della storia?
Da secoli una nebbia impenetrabile avvolge il Santo Graal, che sembra sottrarsi all'umana comprensione quasi fosse un principio religioso superiore. Il Graal è forse il calice in cui fu raccolto il sangue del Cristo crocifisso? Oppure è il calice dell'Ultima Cena, quando Gesù trasformò il vino in sangue? Custodisce il mistero del divino? È una pietra portata sulla terra dagli angeli? Alcuni sostengono che era il simbolo dell'eretico medioevale, ma potrebbe anche essere la pietra filosofale, che dona infinita sapienza e vita eterna all'uomo che la trova. E se il Graal non fosse affatto un oggetto che si può trovare e tenere tra le mani? Se la ricerca del Graal rappresentasse soltanto il punto d'incontro simbolico dell'uomo con Dio?
Tenendo ben presente che il Graal sembra poter racchiudere in sé innumerevoli concetti metafisici o, all'estremo opposto, necessità materiali, partiamo alla ricerca dei veri significati occulti di questo oggetto che si presenta circondato da un'aura magica. Andremo incontro a conoscenze che hanno un enorme valore scientifico, filosofico e religioso, e per non perderci nelle speculazioni dovremo spingerci alle radici della sua storia esaminandola in modo preciso. Solo così, e non attraverso una riflessione superficiale, possiamo strappare al Graal il suo segreto. Partiamo quindi per un viaggio a ritroso nel tempo, alla volta del Medioevo.

Note:
1. Nella versione italiana de "Il codice da Vinci" è stato omesso il titoletto alla premessa, N.d.T.
2. Dan Brown, in realtà, si è ispirato a un altro libro, "Il santo Graal; una catena di misteri lunga duemila anni", di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, Mondadori, 1984 , N.d.T.

IL MONDO MEDIOEVALE:

In un'epoca segnata dalla tecnica - in cui, grazie al satellite, il notiziario va in onda puntuale alle ore 20 sul televisore a colori del nostro soggiorno, in cui grazie a Internet è possibile scaricare dal sito della NASA le immagini più recenti di Marte o di Giove, e in cui ognuno guida la propria automobile, si fatica a credere che queste invenzioni in realtà siano a nostra disposizione da un tempo relativamente breve. Solo un centinaio di anni fa non esistevano né automobili né televisori, per non parlare di aerei, missili e della radio. Facendo altri passi a ritroso nel tempo dobbiamo via via rinunciare a tutti gli agi e le comodità che la nostra epoca ci offre.
Il mondo medioevale si differenziava radicalmente dal nostro. La tecnica in senso odierno non esisteva. I sistemi politici, sociali e religiosi erano tutt'altro rispetto ad oggi. Il cittadino comune, il contadino, conosceva davvero ben poco del mondo che lo circondava e come ovvia conseguenza anche la sua concezione del mondo era diversissima dalla nostra. L'uomo medioevale credeva che la Terra fosse piatta, che si trovasse al centro dell'universo, e che tutto le girasse intorno. In Europa non si sapeva ancora nulla dell'America e quindi era impossibile immaginare che il nostro pianeta fosse sferico come gli altri pianeti del cosmo, che girasse intorno al Sole e che questo Sole fosse solo una tra le tante stelle, da qualche parte entro i confini di una delle infinite galassie.
L'uomo medioevale era alle prese con questioni diverse rispetto alle nostre. Nel suo mondo esisteva ancora la lotta per il pane quotidiano. Carestie, pestilenze e guerre erano le sue inseparabili compagne dalla nascita fino alla morte. Lavorava duramente per tutta la vita. Non aveva idea di che cosa fossero il tempo libero e le vacanze. Ma un altro fattore fondamentale giocava un ruolo dominante: la religione. Era l'unica cosa a cui l'uomo potesse davvero aggrapparsi, ciò che gli infondeva coraggio aiutandolo a sopportare le ingiustizie della vita, a tenere testa alle difficoltà e alle necessità quotidiane. Cristo era il fulcro del mondo e la sua chiesa, almeno per il popolo, l'intoccabile e indiscussa rappresentante di Dio sulla terra.
Nella classe dominante le priorità erano altre. Nonostante i secoli XI, XII e XIII fossero caratterizzati dal predominio ecclesiastico, questo periodo fu anche segnato dall'aperta lotta tra lo stato e la chiesa. Le pretese di Gregorio VII (papa dal 1073 al 1085), di vietare le investiture (la nomina di preti e vescovi da parte dei laici) e la simonia (il commercio di reliquie e di cariche ecclesiastiche) alla base del potere dei nobili, la marcia dell'imperatore Enrico IV verso Canossa nel 1077 (per sottomettersi al papa) e il Concordato di Worms nel 1122 tra la chiesa e lo stato sono eventi che ben riflettono il rapporto tra le due potenze dell'epoca.
Nello stesso periodo ci furono anche le Crociate. Sovrani, cavalieri, contadini, artigiani, bambini partirono assieme agli uomini della chiesa per "liberare dall'lslam" la Terrasanta e la città di Gerusalemme. Per la prima volta in Europa si diffuse un comune senso di appartenenza che travalicava ogni confine, una sorta di solidarietà europea. Iniziò a fiorire il commercio, furono costruite nuove città e fondati nuovi ordini monastici e cavallereschi. E se intorno all'anno 1000 l'istruzione era ancora ridotta al minimo, con la Prima Crociata nel 1096 si ebbe un ritorno all'insegnamento e allo studio. Le scuole conventuali, in particolare quelle dei Benedettini, si dedicarono alle scienze. Gli autori antichi furono letti e tradotti. L'Europa intellettuale riaprì i suoi occhi. I centri della ripresa parvero fiorire soprattutto in Francia. La scuola di Chartres raggiunse il suo massimo splendore nel XII secolo e in molti altri luoghi si iniziò a coniugare il pensiero del mondo antico con le idee del cristianesimo. In diverse località questo processo assunse forme che suscitarono rapidamente la riprovazione della chiesa, dando così il via all'Inquisizione, uno dei capitoli più neri della storia d'Occidente.
Nel Medioevo fu istituita la cavalleria. La maggior parte dei cavalieri non aveva origini propriamente aristocratiche e cercava di compensare tale "mancanza" coltivando determinate virtù quali l'audacia, il valore, il coraggio, la fedeltà e la perseveranza. Nacque una vera e propria cultura, il cui ideale supremo era la "cavalleria" e i cui segni esteriori erano una certa foggia nel vestire, il servizio presso le nobili dame e la partecipazione ai tornei.
Non è un caso se, traendo ispirazione dalle gesta dei cavalieri, si sviluppò una poesia autonoma rispetto a quella religiosa: la poesia cortese. va cultura prese piede prima in Francia, in particolare in Provenza grazie all'opera dei trovatori, poi in Spagna e in Germania. La poesia cortese fu promossa anche da numerosi sovrani, tra cui il langravio Hermann di Turingia, che fece indire sulla Wartburg una tenzone tra cantori. Nei castelli non di rado si sentiva reco dei "Minnelieder" (liriche cortesi) in lode delle dame leggiadre e tra le liriche più riuscite si ricordano quelle di Walther von der Vogelweide. Il grande manoscritto di "Lieder" di Heidelberg del secolo XIII include 140 "Minnesänger" (cantori d'amore) tra i quali figura anche l'imperatore Enrico VI.

Anche i poeti dei romanzi cavallereschi, come i tedeschi Hartmann von Aue e Gottfried von Strafsburg e l'inglese Goffredo di Monmouth, erano molto stimati. Fu proprio quest'ultimo il primo a mettere per iscritto intorno al 1135 le leggende e le storie di re Arm, dando il via a un movimento che per i lettori di oggi risulta difficile da comprendere. In uno scritto dell'epoca lo studioso di materia islamica Alano di Lilla (Alanus ab Josulis) esprimeva già la sua meraviglia:

Esiste un solo luogo entro i confini della cristianità cui non sia ancora giunto su ali leggere il canto di lode al britanno Artù? Chi non parla di Artù il britanno, essendo egli noto ai popoli dell'Asia non meno che ai bretoni, come raccontano i nostri pellegrini di ritorno dalle terre d'Oriente? I popoli orientali ne parlano quanto gli occidentali nonostante siano separati da enormi distanze. L'Egitto ne parla e il Bosforo non tace; Roma, la regina delle città, canta le sue gesta e le guerre d'Artù non sono sconosciute nemmeno all'antica avversaria di Roma, Cartagine. L'Antiochia, l'Armenia e la Palestina celebrano il suo operato. Andate nel regno di Armorica, l'attuale Bretagna, e annunciate sulle piazze del mercato e nei villaggi che Artù, il britanno, è morto, morto come altri uomini sono morti, e i fatti dimostreranno come sia vera la profezia di Merlino, secondo la quale incerta è la fine di re Artù.
A stento ve la caverete illesi, senza venire ricoperti di insulti o lapidati dalle pietre dei vostri uditori.

Ancora oggi, dopo ottocento anni, una strana atmosfera ci avvolge se ripensiamo alle storie che ci raccontavano da bambini oppure ai film sull'epica arturiana che abbiamo visto al cinema. Re Artù, il mago Merlino, il cavaliere Galvano, la Tavola Rotonda: per noi sono solo una bella storia. Ma chissà quale significato dovevano avere per l'uomo medioevale, che considerava tutto ciò reale e tangibile e vedeva nella Tavola Rotonda il simbolo di una cavalleria caratterizzata da tutte le virtù dell'epoca: il cavaliere era cristiano, altruista, timorato di Dio. Artù e i suoi cavalieri incarnavano il Bene sulla terra: le loro gesta erano a sostegno dell'umanità, in particolare dei poveri e degli indifesi; erano come una seconda "buona novella" in un'epoca caratterizzata da crudeltà e arbitri da parte dello stato e della chiesa, in cui l'esistenza era difficile dall'inizio alla fine. Narrazioni come la leggenda di re Artù rappresentavano per gli uomini una forma di compensazione che alleviava le pene della loro esistenza, incoraggiandoli nella battaglia per il pane quotidiano.
Oltre alla leggenda di re Artù, c'era anche un secondo mito che la riprendeva in parte esercitando un effetto non trascurabile sull'uomo dei secoli XII e XIII: la leggenda di Parzival e la cerca del Santo Graal, che il poeta Wolfram von Eschenbach per primo mise per iscritto in lingua tedesca intorno al 1200. Solo oggi, dopo ben otto secoli, riusciamo a comprendere che cosa significhi veramente questa leggenda. Solo oggi cominciamo a renderci conto di quale straordinario tesoro letterario essa rappresenti.

INDICE:


| PARTE I - LA LEGGENDA |
pag. 25 |
| 1. Parzival |
pag. 27 |
| Il codice da Vinci di Dan Brown |
pag. 27 |
| Il mondo medioevale |
pag. 29 |
| La leggenda del Santo Graal secondo Wolfram von Eschenbach |
pag. 32 |
| Vita e opere di Wolfram von Eschenbach |
pag. 38 |
| Vita e opere di Chrétien de Troyes |
pag. 39 |
| Le leggende del Santo Graal di Robert de Boron, Gautier de Dourdan, Manessier e Herbert von Mostreuil |
pag. 40 |

| 2. Le fonti |
pag. 43 |
| I predecessori di Parzival: Peronik e Peredur |
pag. 43 |
| La corte di re Artù |
pag. 45 |
| Miti cristiani ed egiziani |
pag. 46 |

| 3. Il Graal: senso, significato, interpretazione |
pag. 51 |
| Il codice da Vinci e il Graal |
pag. 51 |
| Il significato della parola Graal |
pag. 55 |
| Il significato della parola lapsit exillis |
pag. 59 |
| La natura del Graal |
pag. 60 |

| PARTE II - LA MACCHINA |
pag. 71 |
| 4. L'ipotesi Paleo SETI |
pag. 73 |
| Contatti con intelligenze extraterrestri? |
pag. 73 |
| Argomentazioni a favore dell'ipotesi Paleo SETI |
pag. 87 |
| Il miracolo della manna per il popolo di Israele |
pag. 91 |

| 5. Il Graal cosmico |
pag. 117 |
| Cibo del Graal - cibo della macchina della manna |
pag. 117 |
| La macchina della manna e il Graal: un paragone |
pag. 125 |
| L'origine del Graal |
pag. 135 |

| PARTE III - LA STORIA |
pag. 141 |
| 6. L'Arca dell'Alleanza e la macchina della manna |
pag. 143 |
| Il miracolo della manna nel deserto |
pag. 143 |
| La costruzione dell'Arca dell'Alleanza |
pag. 153 |
| Scosse elettriche e radioattività |
pag. 165 |

| 7. Il tempio |
pag. 177 |
| Hiram di Tiro, il costruttore del tempio |
pag. 177 |
| La questione degli etiopi |
pag. 184 |
| Che fine ha fatto la macchina della manna? |
pag. 185 |

| 8. Kyot |
pag. 213 |
| La disputa su Kyot |
pag. 213 |
| Il libro di Flegetanis |
pag. 217 |
| La questione della fonte |
pag. 222 |

| 9. Templari e "Templeisen" |
pag. 233 |
| I "Templeisen" di Wolfram |
pag. 233 |
| La comunità dei Templari |
pag. 234 |
| Lo scioglimento dell'ordine |
pag. 241 |

| 10. I custodi del Graal |
pag. 251 |
| La scoperta del Graal |
pag. 251 |
| Masada - Nebo - il Tempio di Salomone |
pag. 265 |
| L'idolo |
pag. 277 |

| 11. Il nascondiglio |
pag. 289 |
| Rennes-le-Château e il segreto di Montségur |
pag. 290 |
| Nella "Foresta d'Oriente" |
pag. 301 |
| L'immagine nel castello di Lockenhaus |
pag. 305 |
| Il mistero del Graal in Portogallo |
pag. 313 |
| Un "highlander" in America oppure l'OthIQ IVMIN a Oak Island? |
pag. 321 |

| Conclusione |
pag. 343 |
| Postfazione di Pieter Fiebag |
pag. 351 |
| La macchina della manna può essere arrivata fino ad oggi? In caso affermativo, sarebbe possibile trovarla? di George Sassoon |
pag. 353 |
| La macchina della manna e gli Alchimisti di George Sassoon |
pag. 357 |

| Ringraziamenti |
pag. 363 |
| Appendice |
pag. 365 |
| Bibliografia supplementare |
pag. 383 |
| Inserto fotografico |
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