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IL CASO ZANFRETTA
La vera storia di un incredibile fatto di cronaca


di Rino Di Stefano
De Ferrari Editore
pagg. 288 - € 14,00
Per ordinare: deferrari@deferrari.it

 

L'ARGOMENTO:

IL CASO ZANFRETTA - La vera storia di un incredibile fatto di cronaca Nella notte tra mercoledì 6 e giovedì 7 dicembre 1978 e il 1980 la guardia giurata Piero Fortunato Zanfretta dell'Istituto di vigilanza privata "Val Bisagno" di Genova fu trovata in stato di choc e in preda ad un indicibile terrore nei pressi della villa "Casa Nostra" di Marzano di Torriglia, un piccolo centro sulle alture del capoluogo ligure. Quando si riprese, Zanfretta raccontò tremando di aver visto "un essere enorme, alto circa tre metri, con la pelle ondulata, come se fosse grasso o tuta molle, comunque grigia" che subito dopo volò via "in una gigantesca luce a forma di triangolo sormontata da lucette di diverso colore".
Sottoposto ad ipnosi regressiva l'uomo non solo confermò la sua avventura, ma disse di essere stato trascinato sulla "astronave" da quattro esseri mostruosi che lo avrebbero minuziosamente esaminato.
Un'inchiesta dei Carabinieri accertò che 52 testimoni avevano osservato un enorme disco volante volteggiare in quelle ore su Torriglia.
Inoltre sul prato dove Zanfretta fu ritrovato dai suoi colleghi, i Carabinieri scoprirono una traccia a forma di ferro di cavallo di 2 metri per 3.
Non si era ancora spenta l'eco di quel misterioso "incontro ravvicinato del terzo tipo", che dopo venti giorni l'esperienza si ripeteva.
Questa volta i Carabinieri scoprirono accanto alla Fiat 127 del metronotte orme lunghe oltre 50 centimetri.
Fu l'inizio del caso Zanfretta.

Rino Di Stefano, nato nel 1949 a Genova, laureato in Giornalismo negli Stati Uniti, è giornalista professionista. Dal 1982 è dipendente del quotidiano nazionale "Il Giornale".

TRENT'ANNI DOPO...:

A distanza di quasi trent'anni da quel dicembre del 1978 in cui iniziarono le vicissitudini del metronotte Piero Fortunato Zanfretta, torno ancora una volta a scrivere di quella misteriosa storia di Ufo e metronotte. Allora ero un cronista alle prime armi, fresco di studi americani e con un indicibile amore verso la mia professione. Adesso, che mi incammino lungo il sentiero dei 57 anni con un discreto bagaglio di vita e d'esperienza, quell'amore mi è rimasto, ma è accompagnato dalla convinzione che il giornalismo italiano dovrebbe diventare più un giornalismo di fatti e meno un giornalismo di idee, com'è attualmente. Non so se riuscirò mai a vedere questa trasformazione epocale, anzi ne dubito. Tuttavia mi piace pensare di appartenere ad una vecchia guardia di giornalisti che credono nel proprio mestiere e, quando nel 1983 decisi di scrivere un libro sulle avventure di Zanfretta, lo feci considerando il tema delle mie ricerche né più né meno di quello che era: un fatto di cronaca. Me ne occupai da giornalista che svolge la sua attività, e quindi misi da parte tutti quei pregiudizi e timori che da sempre accompagnano un cronista italiano quando deve trattare un argomento di carattere ufologico. Il problema è che io non ho mai avuto a che fare con dischi volanti o extraterrestri, ma mi sono soltanto limitato a seguire il caso di una guardia giurata che di tanto in tanto spariva nella notte e della cui sorte si sono interessati, a più riprese, oltre ai suoi stessi colleghi, anche carabinieri, polizia e magistratura. All'epoca, tra l'altro, mi occupavo di Brigate Rosse e per cinque volte sono andato a prendere i messaggi che i brigatisti ci facevano trovare nei posti più impensati. E chi si ricorda di quegli anni di piombo (i carabinieri Battaglini e Tosa vennero massacrati in un bar vicino casa mia, venti minuti dopo che vi ero passato davanti) sa che cosa voglio dire.
Se alla fine del mio reportage la conclusione del lettore fosse che in effetti sembrerebbe davvero che Zanfretta avesse avuto "incontri" con esseri provenienti da altri mondi, quella resterebbe comunque una delle illazioni su quanto accadde in quei giorni sui monti che circondano Genova.
Del resto, come scrivo ampiamente nel libro, non esiste alcuna prova concreta e incontrovertibile sulla angosciante verità di Piero Zanfretta. Tutto quello che abbiamo è una lunga fila di testimonianze, indizi, coincidenze e sconvolgenti sedute d'ipnosi. È un mistero aperto a qualunque considerazione.
A distanza dunque di tutti questi anni, quando per me ormai il caso Zanfretta era un ricordo nella memoria, improvvisamente c'è stato un risveglio d'interesse da parte dell'opinione pubblica sulla figura dell'ex metronotte. E sì, perché Zanfretta nel corso di questi anni ne ha viste di tutti i colori e io stesso, che ormai lo avevo perduto di vista, non ne sapevo nulla. Ho notato che si parlava sempre più spesso di lui quando il mio sito Internet è stato visitato da migliaia di persone desiderose di avere altre notizie su quel caso. E tutti chiedevano dove poter acquistare il libro. Un libro che non era più in commercio. È stato per questo motivo che l'editore De Ferrari ha voluto riproporre una terza edizione di questo volume, un'edizione che io ho aggiornato con una nuova appendice dove parlo dei retroscena e degli avvenimenti internazionali che hanno coinvolto Zanfretta in questi ultimi anni.
Eppure, nonostante i miei interessi professionali mi abbiano portato a scrivere ben altri tipi di libri, ancora oggi c'è sempre qualcuno che mi riconosce o ha sentito parlare del mio lavoro e, immancabilmente, mi domanda: "Ma è tutto vero? Zanfretta ha incontrato realmente gli extraterrestri?". Che cosa dovrei rispondere? Per non essere maleducato lascio cadere l'argomento, ma alla fine dico sempre la stessa cosa: "lo non so chi Zanfretta abbia realmente incontrato e quanta realtà oggettiva ci sia nelle sue stranissime avventure, ma è veramente allarmante che diverse decine di persone (qualcuno ha scritto addirittura l'intero paese di Torriglia) abbiano confermato la presenza di un enorme oggetto volante luminoso negli stessi luoghi e negli stessi momenti in cui si stava verificando una delle famose sparizioni di Zanfretta".
lo ho soltanto riportato questi fatti e raccolto quelle testimonianze. Anzi, alcune volte i testimoni preferivano parlare con i carabinieri, non con me. Che cosa significa tutto questo? Forse sarebbe meglio che ognuno si rispondesse da solo.

Ottobre 2006
R.D.S.

PRESENTAZIONE:

Bisogna leggerlo due volte, questo libro.
La prima, diviene scelta obbligata dopo le pagine iniziali, quando il lettore si troverà coinvolto in una vicenda avventurosa che nulla ha da invidiare al più classico dei gialli d'autore".
La curiosità di sapere "come andrà a finire", porterà a consumare voracemente un capitolo dietro l'altro nell'illusoria speranza di arrivare ad un finale a sorpresa che non c'è perché non può esserci, trattandosi di un rigoroso saggio di cronaca e non di un'invenzione letteraria.
Scatterà allora la molla per la rilettura, per la seconda e più accurata ricerca tra le parole, tesa a capire ed interpretare situazioni che paiono troppo lontane dalle nostre abituali conoscenze per trovare posto nel casellario che contiene ciò che siamo disposti ad accettare.
Ed è in questo secondo approccio che si può apprezzare in pieno la bravura dell'Autore, un cronista così scrupoloso e fedele al suo impegno professionale da rinunciare alle lusinghe di utilizzare il corposo e, per certi versi, sensazionale materiale che ha raccolto per "costruire una storia". Preferisce la parte dell'anonimo narratore a quella del protagonista.
Rino Di Stefano si dispone così ad offrire un sostanziale contributo allo studio di fenomeni misteriosi proprio attraverso la deliberata scelta di non intervenire mai, con commenti od interpretazioni personali, nella vicenda che illustra.
E tuttavia non è un narratore distaccato, perché, di ogni particolare, cerca di capire origini, motivi e sviluppi andando a ricercare testimonianze che poi confronta con quanto è ormai stabilmente acquisito nel suo bagaglio di conoscenze.
Rasenta, in certe occasioni, la pignoleria, ma è questo il rischio che il cronista deve correre se vuoi essere preciso ed esauriente. Se vuoi essere, insomma, davvero cronista.
Che Rino Di Stefano lo sia inequivocabilmente - ed anche di razza - lo dimostra questo suo lavoro.
Per realizzare il quale ha pagato anche il tributo alle emozioni descrivendo le vicende del protagonista della sua cronaca senza mai lasciarsi sorprendere in atteggiamenti che fossero di compartecipazione sentimentale o di critica.
Non deve essere stato facile perché Fortunato Zanfretta è personaggio ideale per essere coinvolti, in un modo o nell'altro, in operazioni di adozione totale o di rigetto assoluto.
Di Fortunato Zanfretta, il metronotte che asserisce di avere avuto numerosi e tra vagliati incontri con extraterrestri, non diciamo altro anche perché nulla c'è da aggiungere al dettagliato saggio di cronaca che vi accingete a leggere.
È singolare semmai che si parli di Ufo, ossia di oggetti non identificati, in un libro, che nella sua concretezza, è tutto meno che un Ufo.

Alfredo Provenzali
(Presidente Gruppo Cronisti Liguri)

PREFAZIONE:

Com'è noto, a suo tempo Pier Fortunato Zanfretta ha ricevuto forse fin troppa pubblicità per cercarne ancora oggi, a distanza di anni mediante la pubblicazione di un libro sulla sua esperienza. Quando Rino Di Stefano mi ha chiesto di realizzare questa prefazione, pertanto, la mia prima reazione è stata di sincera perplessità. E questo perché il "caso" Zanfretta è stato talvolta indicato come "bruciato", e ciò prescindendo naturalmente da qualsiasi valutazione sull'uomo o sulla realtà degli eventi di cui è stato - soggettivamente ed anche oggettivamente - il principale ed indiscusso protagonista. La critica, di contro, è piuttosto scaturita dal modo - estemporaneo e talvolta contraddittorio - in cui è stato via via affrontato il caso stesso nelle sue varie fasi.
Troppe persone, si è detto, avrebbero infatti concorso, con tutta una serie di apporti ed ingerenze personali, a trasformare l'esperienza di Pier Fortunato Zanfretta in una "occasione perduta" per l'ufologia. Superficialità, improvvisazione, eccessivo entusiasmo e mancanza di esperienza e financo di scrupoli avrebbero cioè finito con l'"inquinare" l'intero caso, dando spazio e rilevanza a componenti forse marginali dell'episodio per lasciare invece irrisolti e sfumati - forse per sempre - non pochi suoi aspetti di fondo. Aspetti che sarebbe purtroppo impossibile, oggi, verificare e rivisitare a causa della apparentemente irreversibile interferenza psicologica esercitata da più parti, più o meno intenzionalmente, sul testimone stesso. Ma è vero tutto ciò? È un fatto, in realtà, che il metronotte della Valbisagno si è trovato al centro di eventi più grandi di lui e che vi è anche stato chi, assicurandogli l'accettazione ed il consenso generale, ha cercato di venirgli incontro in base a idee e convinzioni precostituite che potrebbero avere influenzato psicologicamente il testimone, portandolo a distorcere la realtà dell'esperienza vissuta.
Anziché consentirci di esprimere delle certezze, in effetti, il caso Zanfretta ci permette tutt'al più, oggi, di affermare quello che esso "non" è. Il che non è certo poco, dato l'ambito sui generis del problema. Non è poco, infatti, concludere che non si è trattato certamente di una macchinazione; che non ci si trova di fronte ad una esperienza meramente soggettiva; che il protagonista, quali che possano essere le implicazioni psicologiche presenti nell'intera vicenda, "non" è certo in mala fede ovvero un soggetto anormale o privo di equilibrio. No. Pier Fortunato Zanfretta non è stato lo strumento di nessuno, ha vissuto una sconvolgente esperienza soggettiva ed oggettiva al tempo stesso, e risulta un soggetto normale sotto tutti i punti di vista. D'altro canto, "non" sappiamo a cosa riferire le evidenti implicazioni oggettive - in parte, com'è noto, direttamente constatate anche da altri - proprie del caso stesso.
Chi sono gli interlocutori di Zanfretta, in realtà? Esseri provenienti da un altro pianeta, come gli sarebbe stato detto? Creature originarie di una dimensione "parafisica", parallela e compenetrante la nostra? Entità disincarnate appartenenti ad un piano di realtà spirituale, malefico o benefico che sia? Incredibili proiezioni psicologiche dell'inconscio in grado di concretizzare in interazioni di carattere fisico con l'ambiente? O che altro?
Non lo sappiamo. Ma sappiamo che tali manifestazioni, quale che ne sia la matrice, devono e dovranno essere sempre considerate per quelle che sono: una realtà "mediata"; e il cui tramite, la cui chiave di volta è e resta il protagonista, Pier Fortunato Zanfretta. Un uomo semplice e comune, shockato da un'esperienza incredibile e quindi sballottato da una mano all'altra per essere sondato, compreso, accettato e anche aiutato; ma non sempre in quei termini necessariamente "asettici" indispensabili per impostare senza alcuna possibile critica una ricerca scientifica approfondita sul suo caso. È un fatto, in realtà, che Zanfretta è anche stato "gestito" e dunque influenzato da più parti, con possibili condizionamenti psicologici difficilmente valutabili sul processo di "razionalizzazione" da lui indiscutibilmente eseguito sulle sconvolgenti esperienze con cui è venuto via via a contatto. Una realtà che, pur caratterizzata da una sua oggettività, ci appare pur sempre - lo si tenga presente - attraverso le sensazioni, i ricordi, le conoscenze e le opinioni del protagonista, e che dunque corrisponderà solo in parte a quella che è realmente, rielaborata e razionalizzata com'è dalla psiche del testimone.
E quanto può aver condizionato il quadro recepito e poi ripresentatoci da Zanfretta il "modus operandi" diverso di psicologi caratterizzati da scuole, orientamenti e tecniche differenti, e così pure le talvolta mal celate opinioni personali dei vari ufologi ed anche dei semplici amici che gli si sono via via avvicinati contribuendo a sostenerlo psicologicamente nei momenti più difficili?
All'interazione fenomeno Ufo-soggetto si guarda oggi con sempre maggiore interesse in ufologia, e non deve dunque sorprendere che si comincino ad affrontare sempre più attentamente i vari problemi legati alla "psicologia della percezione" nel testimone, specialmente nei complessi e sovente controversi casi di "incontri ravvicinati del terzo tipo" e di "abduction" (in inglese: "rapimento") per i quali ultimi qualcuno, superando la ben nota ed accettata classificazione scientifica dei fenomeni Ufo elaborata dall'astrofisico americano Hynek in sei classi ("luci" notturne; "dischi" diurni; casi radar-visuali; "incontri ravvicinati" del primo, secondo e terzo tipo) ha addirittura suggerito l'impropria definizione di "incontri ravvicinati del quarto tipo". Di casi del genere, in cui rientra l'esperienza di Zanfretta, la casistica italiana ne rileva pochi (il primo si sarebbe avuto nel 1954). Negli USA, al contrario ne sono stati segnalati (e sviscerati) parecchi, a partire dall'inizio degli Anni Sessanta: dall'esperienza dei coniugi Hill a quelle successive Hickson-Parker, Walton, Andreasson e via dicendo. Naturalmente, il problema che si presenta era ed è il solito: quanto di queste esperienze si riferisce alla realtà oggettiva e quanto è invece ricollegabile alla "elaborazione" psicologica inconscia ma certamente operante nel soggetto durante e dopo la propria sconvolgente esperienza? E come si sviluppa tale eventuale processo?
Vi è anche chi ravvisa in quest'ultimo componenti di ordine fisiologico. Il "Iocus coeruleus" è un piccolo ma importante centro anatomico del cervello dei mammiferi che costituirebbe, in pratica, il meccanismo cerebrale induttore dello stato onirico. AI riguardo è stato osservato che nei casi di "incontri ravvicinati del terzo tipo" (implicanti cioè la presenza delle entità associate agli Ufo) potrebbe verificarsi una interferenza sul normale funzionamento del cervello umano indotta sul "Iocus coeruleus". Tali casi sarebbero allora assimilabili all'esperienza psichedelica da LSD innescando stati semi-allucinatori da "sogno a occhi aperti" in cui la percezione del testimone si verificherebbe attingendo allo stesso tempo all'esperienza reale, del momento, e a quella interiore del singolo, dall'inconscio. In tale eventualità non avremmo allora nessuna indicazione definita sullo stimolo reale all'origine del fenomeno, ma solo una descrizione in buona parte immaginaria elaborata dal soggetto "manipolato" a livello di "Iocus coeruleus". Si tratta di una prospettiva indubbiamente stimolante.
È sempre in tale ottica che si colloca, relativamente ai casi di "abduction", il recente contributo dell'americano Alvin H. Lawson, il cui nome è ormai indicato come sinonimo di demistificazione delle tecniche di ipnosi regressiva applicate all'indagine ufologica. Riprendendo motivi già espressi nel 1977, Lawson ha ampliato i suoi precedenti studi e nel 1981, in occasione della seconda edizione del Congresso del "Center for Ufo Studies" (CUFOS) del Prof. Hynek, ha presentato una originale ipotesi, a suo dire verificabile in tutto e per tutto, circa la vera natura dei casi di "abduction". I "rapimenti da Ufo", egli sostiene, sarebbero cioè dovuti non all'intervento di entità extraterrestri o comunque ad una matrice esterna al protagonista; bensì costituirebbero il riaffiorare, dagli abissi dell'inconscio del soggetto, di una forma di memoria pre-natale legata a vari aspetti, e momenti del trauma da nascita vissuto dal singolo. In tale prospettiva tutto si ridurrebbe a mere esperienze psicologiche con implicazioni evidentemente trascendenti il fenomeno Ufo ed inerenti invece la ricerca sulla vita intra-uterina, la coscienza ed il cervello. Anche se gli resta da chiarire come il sistema neurologico evidentemente primitivo del feto possa in effetti ritenere informazioni per poi recuperarle in forma di visualizzazioni e sensazioni, tali da tradursi poi, in base a meccanismi psicologici ancora da definire, in una "sceneggiata" a base di Ufo e "abduction", Lawson ritiene di poter ridurre tutto a dei "flash-back" di una "proto-memoria" da cui riaffiorano visualizzazioni dell'utero materno (cfr. i tunnel e/o corridoi di accesso all'Ufo in taluni casi), di immagini fetali (umanoidi glabri e calvi, esili e macrocefali), di clinici (volti mascherati), dell'azione di ostetrici (esami fisici subiti dal soggetto rapito), della sala parto con la relativa illuminazione (grandi stanze e luci brillanti a bordo dell'Ufo), e via dicendo.
Va da sé che questa originale "chiave di lettura" del fenomeno dei "rapimenti da Ufo" ha sedotto non pochi di quegli ufologi che - sulla discutibile scia di certi esponenti della "nouvelle vague" ufologica francese (Monnerie, Caudron, Bruoker, Barthel, ecc.) - tendono a ridurre il fenomeno Ufo a qualcosa di soggettivo, psicologico, e tutt'al più socio-antropologico. Non già una realtà oggettiva ed esterna al protagonista, dunque, ma qualcosa la cui intima matrice andrebbe ricercata nell'intimo dell'individuo, lo si consideri isolatamente ovvero in rapporto all'inconscio collettivo del corpo sociale che gli è proprio. Di qui, ad esempio, l'osservazione che le mostruose creature che avrebbero rapito Zanfretta ricorderebbero, per taluni aspetti, il protagonista di un famoso film di fantascienza degli Anni Cinquanta: il classico "The Creature from the Black Lagoon" (portato sugli schermi italiani col titolo "Il Mostro della Laguna Nera"), ispiratore diretto di un paio di episodi di un noto fumetto italiano (Zagor, disegnato da Donatelli, creato nel 1961) che, si è osservato, Zanfretta potrebbe aver letto ed inconsciamente "immagazzinato" a livello archetipo nel proprio subconscio. In occasione della sua esperienza, in tal caso, il metronotte - qualunque cosa abbia vissuto - avrebbe potuto adattare a questa ultima tale mostruoso modello inconscio. Un'interpretazione cui si appaia l'altra secondo la quale l'archetipo mostruoso in questione deriverebbe direttamente dal film sopra menzionato che Zanfretta bambino potrebbe aver visto (ed oggi onestamente non ricordare più).
Ho voluto ricordare tutto questo - in realtà patrimonio semi-esclusivo degli "addetti ai lavori" italiani del settore - per evidenziare l'atteggiamento critico ed ipercritico di alcuni studiosi che, forse un po' troppo bramosi del consenso di un "establishment" scientifico che (per lo più disinformato sulla realtà della fenomenologia Ufo) solitamente snobba o irride l'argomento, sembrano dimenticare che, al di là di qualsiasi componente psicologica, in ufologia come in qualsiasi altro campo di indagine bisogna dare precedenza ai fatti oggettivi. E i fatti oggettivi sono - e restano - tutt'altro che limitati a Pier Fortunato Zanfretta, tanto per tornare nel seminato. Inquirenti privati ma anche forze dell'ordine che hanno esperito indagini in loco hanno infatti più volte constatato l'evidenza di una qualche "presenza" che ha lasciato tracce di sé in concomitanza con le esperienze del metronotte, e i colleghi di quest'ultimo hanno condiviso più volte con lui la constatazione di manifestazioni sconcertanti. Per non parlare dei residenti nelle località teatro degli eventi, più volte testimoni di avvistamenti ufologici.
Nel suo meticoloso e dettagliato resoconto dei vari aspetti e momenti del "caso Zanfretta" Rino Di Stefano riporta doverosamente tutto questo. Non sarebbe serio cercare di ignorare dei dati di fatto constatati da più persone, testimoni involontari ed indipendenti. Si potrà, semmai discutere sulla effettiva difficoltà di poter inquadrare il tutto in un contesto misurabile e quantificabile, e come tale avente dunque rilevanza per la scienza di oggi. Ma non è lecito, di contro, disconoscere i pur empirici controlli tecnici verificati a bordo dell'auto di sevizio usata dal metronotte (a tal fine precedentemente allestita dalla stessa Valbisagno) in occasione di un suo presunto incontro ravvicinato del terzo tipo. Così pure, se è pur legittimo polemizzare sull'uso e l'abuso dell'ipnosi regressiva in ufologia, come spiegare i non pochi elementi emersi durante le regressioni ipnotiche di Zanfretta (ad esempio, il rapporto fra una segnalazione ufologica verificatasi in Spagna poco prima ed uno dei vari incontri ravvicinati del terzo tipo del metronotte) aventi una realtà oggettiva e non certo spiegabili con pretestuose ipotesi "psicologiche" di comodo? La stessa ipotesi di un Lawson, per quanto riguarda il "caso Zanfretta", sembra ben poco adattabile. Quale rapporto possa sussistere fra "rapitori" macrocefali, glabri, calvi ed esili (ricollegabili alla figura del feto) e le entità descritte da Pier Fortunato non saprei proprio, infatti. I "Dargos" non rientrano certo in schemi simili.
Mi sembra semmai indicativo il fatto che di recente, nel suo volume il "Romanzo Della Scienza" (Broca's Brain), uno scienziato del calibro di Cari Sagan, l'esobiologo direttore del Laboratorio per gli studi planetari della Cornell University che in passato non ha disdegnato di occuparsi anche degli Ufo, ricolleghi espressamente il trauma da nascita non già ad una "sceneggiata" basata sul tema "abduction", bensì all'esperienza (oggetto di studio della odierna "tanatologia") tipica dei soggetti che, clinicamente morti, sono stati successivamente restituiti alle normali funzioni vitali: un'esperienza quasi mistica, riferita all'impressione di volare e di emergere dalle tenebre alla luce, nella vaga percezione di una figura eroica solitamente avvolta da un alone abbagliante. Tale visione gratificante ed esaltante (ricavata dall'esperienza prenatale del singolo?) evidentemente non ha nulla a che fare con quelle tipiche dei "rapimenti da Ufo". L'una esclude l'altra. E una delle due è fasulla. lo, che ho conosciuto sia Lawson che Sagan, tenderei a sconfessare il primo. Ma allora? Allora a mio avviso, bisognerebbe avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Così come la fenomenologia Ufo è costituita da elementi tangibili e concreti accanto a componenti che sfuggono a qualsiasi misurazione e quantificazione, anche il fenomeno dei "rapimenti da Ufo" è caratterizzato da questo stato di cose. Prendere atto di questo - e il "caso Zanfretta" ne è solo l'ennesima dimostrazione - significa dunque operare non disgiungendo il fenomeno Ufo presente a latere dalla realtà sgradevole e traumatizzante della "abduction" (anche se non sappiamo ancora quanto "filtrata" ed elaborata dal protagonista). Chi lo fa, in base a schemi aprioristici e precostituiti, correrà sempre il rischio di relegare in schemi angusti e riduttivi un'esperienza che trascende i limiti psicologici e patologici a noi noti per collocarsi in un contesto tutto suo: quello ufologico, caratterizzato da componenti del tutto estranee al soggetto umano. Non dimentichiamolo.
La risposta, dunque, va ricercata non tanto. in un uomo come Pier Fortunato Zanfretta, ma piuttosto fuori di lui, ignaro e involontario strumento di un fenomeno oggettivo ma sfuggente che si manifesta con sempre maggiore incidenza da quarant'anni a questa parte almeno. È che forse un giorno comprenderemo più di quanto non sia possibile oggi.

Dr. Roberto Pinotti
Presidente del
Centro Ufologico Nazionale (C.U.N.)

INTRODUZIONE:

Tra le 23 e le 24 di lunedì 6 giugno 1983 un grosso oggetto luminoso a forma di sigaro solcò i cieli della Sardegna, della Francia meridionale, della Liguria, della Toscana, del Piemonte e della Lombardia facendosi notare da migliaia di persone. Il fatto destò molto clamore. Per la prima volta un Ufo, perché appunto di un oggetto volante non identificato si trattava, era stato visto contemporaneamente da innumerevoli testimoni.
Tutti i giornali ne parlarono con vistosi titoli ad effetto: "Un sigaro di fuoco nel cielo di Sassari" (La Nuova Sardegna); "Un Ufo sfreccia nel cielo di Genova" (Il Lavoro); "L'Ufo che brucia ha tenuto i milanesi a naso in su" (Corriere della Sera); "Una notte di Ufo sull'Italia" (La Stampa); "Un Ufo viaggia nei cieli d'Italia: marziani in trasferta o meteoriti?" (Il Giornale), e molti altri ancora.
Nonostante l'evidente inspiegabilità del fenomeno, qualcuno si preoccupò di gettare acqua sul fuoco. Mario Cavedon, ad esempio, responsabile del Planetario di Milano, affermò che potevano esservi diverse interpretazioni scientifiche: un bolide in fase di disintegrazione, un corpo in orbita illuminato dall'ultimo sole, oppure una scarica elettrica. Ma il dottor Cavedon esprimendo il suo parere non tenne conto delle caratteristiche dell'Ufo descritto dai testimoni: quota relativamente bassa e più luci (tre davanti e una dietro) notate distintamente sul corpo dell'oggetto. Né d'altra parte lo scienziato si preoccupò di prendere in considerazione il tortuoso giro che l'Ufo compì seguendo la sua misteriosa rotta.
In quel periodo l'opinione pubblica si pose un'altra domanda: l'oggetto era stato avvistato dalle torri di controllo? Come è noto, le torri sono in funzione 24 ore su 24, per cui difficilmente, un tale fenomeno poteva passare inosservato ai controllori di volo. Ma anche in questo caso un'altra doccia fredda: in nessun aeroporto dell'Italia settentrionale il personale addetto alle torri di controllo aveva visto ad occhio nudo, o rilevato sugli schermi radar, l'Ufo di passaggio. A questo punto rimanevano solo due soluzioni: o migliaia di persone avevano subìto contemporaneamente e in posti diversi una comune allucinazione collettiva, oppure i controllori di volo in servizio quella sera avevano mentito. La risposta venne dall'aeroporto di Marsiglia dove il responsabile della locale torre di controllo affermò senza peli sulla lingua di aver visto l'Ufo ma di non essere riuscito a farlo inquadrare dai radar. Perché, allora, i suoi colleghi italiani non avevano avuto occhi altrettanto buoni? Una spiegazione si potrebbe trovare nel rapporto dettagliatissimo che i controllori di volo italiani sono obbligati a redigere per l'Aeronautica Militare ogni qualvolta vedono nello spazio aereo di competenza un oggetto non identificato. Compilare quel rapporto, che è composto di cinque moduli in bianco, vuoi dire innescare la procedura per aprire un'inchiesta sull'accaduto, e quindi, avere delle grane. Chi non vede, invece, non è tenuto a fare alcun rapporto...
Un'altra spiegazione potrebbe essere ricercata nella mentalità di chi controlla il traffico aereo. "Non crederei agli Ufo neanche se li vedessi personalmente", disse un controllore dell'aeroporto "Cristoforo Colombo" di Genova ai cronisti che chiedevano chiarimenti sulla notte di lunedì 6 giugno. E in questa frase può essere riassunto il punto di vista di chi si pone al cospetto di problemi insoliti ben conscio e convinto di non volerli risolvere.
Ho voluto fare questa lunga premessa su un fatto di cronaca clamoroso per introdurre il tema di questo libro, appunto il caso Zanfretta, che, anch'esso fatto di cronaca, rimase nel limbo del dubbio proprio per la stessa attitudine mentale che le autorità dimostrarono nei confronti dell'Ufo di giugno.
"Dal momento che non può essere, non è", sembra essere io slogan ufficiale. E così si preferì ignorare la storia di un uomo che ebbe la vita sconvolta quando affermò di essere stato involontario protagonista di un "incontro ravvicinato del terzo tipo" con esseri alieni provenienti da altri mondi.
Dal dicembre del '78, mese in cui avvenne il primo presunto approccio con i "marziani", altri ne seguirono, e lui, Fortunato Zanfretta, fino a quei momento stimato e rispettato metronotte dipendente di un istituto di vigilanza di Genova, perse la sua tranquillità.
A renderlo famoso ci pensò Enzo Tortora che lo volle a raccontare la sua avventura prima a "Portobello", poi in altre due trasmissioni in onda su Antenna Tre (1). Seguirono articoli su rotocalchi, interviste, interventi nelle TV private. Articoli su Zanfretta furono pubblicati persino in India, Brasile e Australia. La stampa statunitense fu informata da servizi apparsi sul "National Enquirer"  (2) e su "Uforeporter"  (3).
Zanfretta , però, da tanto rumore non ci guadagnò mai nulla. E del resto il suo caso non sarebbe nemmeno mai stato definito tale se tutta una serie di prove e di testimonianze non avessero evidenziato che qualcosa di eccezionale in effetti avvenne a quest'uomo nel periodo compreso tra il 1978 e il 1980. Di lui, del resto, si interessarono carabinieri, polizia e magistratura. Misteriosamente, un'inchiesta che la Procura della Repubblica di Genova voleva aprire sugli "incontri ravvicinati" di Zanfretta fu insabbiata ancor prima di partire. Anche un gruppo di scienziati prese contatto con il metronotte per sostituirsi a lui "a bordo della nave spaziale degli extraterrestri".
Ma di tutte queste cose l'opinione pubblica non fu mai informata del tutto. I giornali di quel tempo riportarono ampiamente le vicissitudini del metronotte, ma nessuno conobbe mai gli incredibili risvolti di questa vicenda. Come cronista del quotidiano genovese "Corriere Mercantile", per il quale nel periodo in questione lavoravo, ho seguito l'avventura di Fortunato Zanfretta fin dal suo inizio. Fui io, del resto, che involontariamente, diedi fuoco alle polveri quando chiesi che egli fosse sottoposto a ipnosi per accertare la verità dei fatti in merito al primo incontro. Fu l'origine di tutto.
Ora, a cinque anni di distanza da quegli avvenimenti, credo che sia giunto il momento di rendere pubblica quella verità nascosta. Ciò che mi accingo a raccontare è la cronaca di quei giorni documentata e testimoniata da chi l'ha vissuta. Come chi mi legge avrà modo di notare, non si tratta di dover credere, bensì di prendere atto. Dopotutto ciò che è accaduto a Fortunato Zanfretta potrebbe accadere, domani, a chiunque di noi.

Genova, 1 Marzo 1984
Rino Di Stefano

Note:
1. Emittente televisiva locale.
2. National Enquirer = settimanale nazionale statunitense fondato nel 1927 a Lantana, in Florida. Dalla stima fatta dalla rete televisiva nazionale americana ABC, la tiratura accertata è di 4.637.457 copie settimanali.
3. Uforeporter = settimanale tecnico di ufologia diffuso in tutto il mondo, diretto dal professor Joseph Allen Hynek.

CAPITOLO I - DISCHI VOLANTI A TORRIGLIA:

La mattina di venerdì 8 dicembre 1978 c'era un po' di agitazione nella redazione del quotidiano genovese della sera "Corriere Mercantile". L'argomento del giorno era l'avvistamento di un disco volante luminoso a Torriglia, un paesino sulle alture di Genova, da parte del metronotte Fortunato Zanfretta, 26 anni, sposato e con due figli, dipendente dell'istituto di Vigilanza "Val Bisagno".
Ne parlavano tutti. Soprattutto ne parlava il "Secolo XIX", il quotidiano più diffuso della Liguria, con un articolo di sei colonne. Il titolo era eloquente: "Incontri ravvicinati a Torriglia".
Tra risate, commenti e battute nessuno dimostrava di prendere sul serio l'avventura notturna del metronotte. Mimmo Angeli, allora capo-cronista e oggi direttore, parlava di "cazzate". Altri redattori gli facevano eco con battute più o meno mordaci.
Del resto non era facile prendere per oro colato quanto c'era scritto sul "Secolo XIX", su Zanfretta. Il giornalista Enzo Bonifazi, mantenendosi rigorosamente nei limiti dell'esposizione di cronaca, diceva che il metronotte era sotto choc per avere incontrato, durante un giro d'ispezione in una villa a Marzano di Torriglia, "...un essere enorme, alto circa tre metri, con la pelle ondulata, come se fosse grasso o tuta molle, Comunque grigia. Subito dopo l'extraterrestre se ne sarebbe andato volando via in una gigantesca luce a forma di triangolo sormontata da lucette di diverso colore."
Se il racconto era fantastico, c'erano però dei particolari che davano da pensare. Infatti, secondo il resoconto dei Carabinieri di Torriglia, subito informati dai dirigenti dell'Istituto di Vigilanza "Val Bisagno", altre persone avrebbero confermato la presenza di una grande luce nel cielo di Torriglia proprio nelle ore notturne in cui accadde l'episodio di cui Zanfretta diceva di essere stato casuale protagonista.
Il caso, decisi, m'interessava. Per prima cosa chiesi ad Angeli il permesso di recarmi sul posto con il nostro fotoreporter, Luciano Zeggio, per constatare com'era l'ambiente.
Dapprima Angeli non voleva. Diceva che era tempo perso. Poi, visto che intendevo andarci nel pomeriggio, in orario extra lavorativo, mi disse che non avrebbe mosso obiezioni.
Tra tutti i miei colleghi ce n'era uno, Alfredo Passadore, che mostrava una certa curiosità verso la vicenda del metronotte. Trattandosi di dischi volanti, ovviamente non voleva esporsi troppo. Anche perché in certi ambienti giornalistici quando si parla di Ufo bisogna, se non altro per non compromettersi, buttarla per forza sul ridicolo.
Ma questa volta anche lui, leggendo la cronaca di quanto era accaduto a Torriglia, si era incuriosito. Zanfretta era sotto choc. Ci domandavamo: è possibile che un guardiano giurato, conosciuto come persona responsabile e coraggiosa, arrivi al punto di tremare dalla paura per aver visto un "extraterrestre ed il suo disco volante"?
Per cui quando gli chiesi di andare con me e Zeggio a Torriglia, pur con qualche riserva, accettò. Partimmo verso le 15,30 con l'Alfasud rossa nuova fiammante che Passadore aveva acquistato qualche giorno prima. Fino al Passo della Scoffera, dove c'è la galleria che porta alla strada per Torriglia, si transitava senza problemi. Appena fuori dalla galleria la storia cambiava. Sembrava, senza esagerare, di passare nello stesso momento da una stagione all'altra. Il fondo stradale era ghiacciato, la neve era accumulata ai bordi; anche il paesaggio assumeva il tipico grigiore invernale. Trovare la deviazione che dalla statale 45 porta a Marzano non fu difficile. La individuammo sulla sinistra, poco prima dell'abitato di Torriglia. Avanzando quasi a passo d'uomo, ci inoltrammo su per la stradina. In tutto sono una ventina di case distribuite sulla sommità di una collina.
Arrivati su una piazzola, che poi scoprimmo essere il centro del paese, un contadino ci indicò la strada per proseguire fino al punto che ci interessava. Secondo il rapporto dei Carabinieri di Torriglia, che sull'avvistamento avevano aperto un'inchiesta, Zanfretta avrebbe visto alzarsi l'Ufo presso la villa "Casa Nostra" di proprietà del medico dentista genovese Ettore Righi.
Il "marziano" mostruoso ed enorme sarebbe stato nel giardino della villa stessa.
Dal sentiero la vedemmo subito. È una bella villetta a due piani con tetto spiovente e muri di calce.
Dopo aver parcheggiato sul bordo della strada, ci incamminammo verso la casa. Il freddo era pungente. La vegetazione intorno alla villa era interamente ricoperta da brina gelata.
Apparentemente, per quanto si poteva vedere ad una prima ispezione, non vi era nulla che potesse far pensare che in quel luogo 48 ore prima fosse accaduto qualcosa di tanto eccezionale. Solo il panorama denunciava un che di lugubre, quasi spettrale. Di fronte alla casa si apriva un profondo avvallamento che la luce tenue ed arrossata del tramonto invernale rendeva simile ad un baratro senza fondo.
Le cime, dall'altra parte della valle, erano circondate da un alone rossastro che si spezzava nel celeste carico della prossima oscurità.
Passadore gironzolava intorno al giardino vicino al cancello. lo e leggio ispezionavamo il prato gelato antistante la villa dove fu trovato Zanfretta dai suoi colleghi.
L'impronta che i Carabinieri hanno definito come "il segno lasciato da un elicottero o qualcosa di grosso che si è posato sul prato adiacente alla casa" era dalla parte opposta, verso i monti.
Ormai, però, era poco visibile. Grande invece fu la nostra sorpresa quando, esattamente al centro del prato dove ci trovavamo, notammo distintamente un segno semicircolare, molto ben delineato, di circa 3 metri di diametro.
Lo spessore dell'impronta era di circa 15 centimetri e formava un disegno molto preciso pressando l'erba ghiacciata per circa 3 centimetri di profondità.
A quel punto, per quanto non si potesse tirare nessuna conclusione affrettata, era chiaro che "qualcosa", qualunque cosa fosse, si era posata su quel prato.
Sulla strada del ritorno decidemmo di fare un salto a Torriglia per parlare con il comandante della locale stazione dei Carabinieri.
Il brigadiere Antonio Nucchi ci accolse con molta cordialità. Ci disse subito che aveva conosciuto Zanfretta qualche anno prima quando il metronotte faceva il barman in un locale notturno di Sampierdarena, la prima delegazione a ponente di Genova.
Quindi ci rilasciò un'intervista che poi io pubblicai sulla "Gazzetta del Lunedì" dell'11 ,dicembre 1978. Questo ne è il testo fedele. (continua...)

INDICE:

Trent'anni dopo pag. 5
Presentazione pag. 7
Prefazione pag. 9
Introduzione pag. 15
Cap. 1 - Dischi volanti a Torriglia pag. 21
Cap. 2 - I giganti nella notte pag. 37
Cap. 3 - La sfera degli alieni pag. 53
Cap. 4 - La luce che solleva pag. 71
Cap. 5 - Due fari da una nuvola pag. 89
Cap. 6 - Gli extraterrestri parlano pag. 133
Cap. 7 - L'ultima ipnosi pag. 157
Cap. 8 - Radiografia di un uomo pag. 171
Cap. 9 - Impressioni a confronto pag. 185
Cap. 10 - Mistero sui monti pag. 203
Conclusione pag. 209
Appendice 2006 pag. 217

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