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QUANDO BABBO NATALE ERA UNO SCIAMANO

di Tony van Renterghen
Edizioni Amrita
pagg. 194 - € 15,49

Per ordinare: www.amrita-edizioni.com

 

L'ARGOMENTO:

QUANDO BABBO NATALE ERA UNO SCIAMANO La cara immagine di Babbo Natale non rappresenta che la punta di un antico iceberg. Le sue origini e quelle dell'albero di Natale risalgono a molte migliaia di anni fa, al tempo in cui la mitica figura oggi nota con il nome di Santa Claus era uno sciamano tribale e il custode del fuoco.
Lo stesso albero di Natale rappresenta l'ultima reminiscenza del mito dell'Albero del Fuoco i cui rami ardenti offrirono ai nostri antenati tale prezioso dono.
Perché questi miti sono riapparsi in tutto il mondo, nonostante il tempo e la repressione esercitata da culture e religioni ostili? Quali misteriosi sentieri hanno percorso per giungere fino al XXI secolo? E perché essi sono ancora importanti?

Tony von Renterghem ha svolto per dieci anni una ricerca su questi e altri interrogativi. Le sue straordinarie scoperte tracciano l'evoluzione di questi miti dai tempi preistorici fino a quello attuale.

Riscopriamo insieme il nostro antico passato pagano che rifiuta di estinguersi persino in piena civiltà dei consumi!

"Tutti coloro che celebrano la vita e il genere umano, che si oppongono alle incursioni del pensiero religioso fondamentalista e che "mettono in discussione l'autorità" apprezzeranno la gradevole e dettagliata ricerca di Tony van Renterghem sull'Antico Culto, su Pan, sulle cerimonie del solstizio e sull'Albero del Fuoco. La sua opera restituisce a Santa Claus lo status di diretto discendente del mondo sciamanico e rappresenta uno splendido dono da mettere "sotto l'albero" di una persona speciale".

Dott. Janette Rainwater,
autrice di You're in Charge:
A Guide to Becoming Your Own Therapist

"...una fonte di profonda comprensione del processo di trasformazione mitica proprio delle pratiche e della fede pagana, un'opera che attraverso il tempo ci restituisce la cara immagine di robusta benevolenza così amata dai bambini di tutte le età".

Rabbino Benjamin Herson,
fondatore del Raoul Wallenberg Institute of Ethics.


PREFAZIONE:

Sì Virginia, Babbo Natale esiste
Nel 1897 Vìrginia O'Hanlon scrisse al New York Sun:

"Caro direttore, ho otto anni. Alcuni miei amici dicono che Babbo Natale non esiste. Mio papà dice: "Se sta scritto sul giornale è vero". Ti prego, dimmi la verità, Babbo Natale esiste?"

E questa è parte della risposta pubblicata sul giornale:

"Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati influenzati dallo scetticismo di un'età scettica. Secondo loro tutto quello che le loro piccole menti non possono capire non esiste. Tutte le menti, Virginia, sia che appartengano a uomini o a bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo l'intelletto umano è grande quanto un piccolo insetto, una formichina, se paragonato all'infinito mondo che gli sta attorno e a quell'intelligenza capace di cogliere verità e conoscenza nella loro totalità.
Sì Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l'amore, la generosità e la devozione, e tu sai come queste virtù abbondino e riempiano la tua vita di incredibile gioia e bellezza. Ahimè, che triste sarebbe il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe tanto triste come se non esistesse nessuna Virginia. La fede dei bambini, la poesia, le favole non potrebbero più rendere tollerabile l'esistenza. Non proveremmo più piacere, tranne quello dato dai sensi e dalla vista.
Non credere in Babbo Natale? Nessuno può vedere Babbo Natale, ma non ci sono prove ad affermare che Babbo Natale non esista. Le cose più vere a questo mondo sono quelle che né i bambini né gli adulti possono vedere. Nessuno può riuscire a concepire o a immaginare tutte le meraviglie che esistono, visibili o invisibili, al mondo.
Puoi smontare un sonaglino per vedere cos'è che produce il rumore dentro, ma esiste un velo che nasconde il mondo invisibile e nemmeno l'uomo più forte o la forza di tutti gli uomini più robusti mai vissuti può strappare questo velo. Solo la fede, la poesia, l'amore, le piccole gioie possono scostare la tenda e osservare la sovrannaturale bellezza e la gloria di quanto sta al di là. È tutto vero? Virginia, in tutto il mondo non vi è niente di più vero ed eterno.
Nessun Babbo Natale?! Grazie a Dio Babbo Natale esiste e vive per sempre. Da qui a mille anni, Virginia anzi: da qui a diecimila anni, lui continuerà a rallegrare il cuore dell'infanzia".

Francis P. Church, "The New York Sun", 1897.


INTRODUZIONE:

Se girovagate per le strade di Londra, Parigi, New York o persino Tokyo nel mese di dicembre, vedrete una gran quantità di alberi di Natale e di allegri Babbi Natale ad impennare le vendite di moltissimi beni di consumo, gran parte dei quali tra parentesi si riveleranno completamente inutili. Perché lo facciamo, che cos'è questo mito? Da dove spuntano riti come quello dell'albero di Natale con le sue candeline accese o la figura di Santa Claus? Non saranno, invece che un mito, solo favole per bambini, come Paperino o Topolino? Contano. E questo importa davvero a qualcuno? E in quale misura?
La maggior parte di noi non ha la più pallida idea ormai di cosa sia un vero mito, per non parlare poi delle origini delle antiche usanze in questione o del significato di tali figure e simboli. Eppure nel nostro subconscio sono impressi vaghi ricordi di rituali mitici, le cui reminiscenze portiamo avanti tuttora e trasmettiamo ai nostri figli senza conoscerne il motivo. Molti infatti non sanno che l'albero di Natale e Santa Claus costituiscono miti e rituali antichissimi; essi fanno parte delle radici dell'uomo occidentale e, forse, proprio le vostre. Bene, direte, ma cosa c'è di così importante nelle proprie radici?
Noi viviamo in uno stato di instabilità emotiva, in un periodo di rapido, caotico cambiamento e di shock culturale. Da un lato le nostre menti sono sovraccariche di nuove informazioni che affluiscono in sempre maggior quantità, dall'altro tentiamo in qualche modo di sopravvivere tra le macerie di ciò che un tempo era la famiglia tradizionale. Catturati in un turbine di nuove tecnologie, di violenza, di culture diverse e in rapida espansione che portano con sé nuovi fondamentalismi religiosi, molti di noi provano un disperato bisogno di conservare i propri valori culturali, per una sorta di sopravvivenza psicologica in quello che pare essere diventato un mondo estraneo; e se non ci riavviciniamo a queste "radici" adesso, quel poco che rimane verrà pian piano cancellato dai nostri ricordi e sarà perduto per sempre.
I miti e i rituali come quelli del Natale e di Santa Claus, sono tra i pochi legami che tuttora ci collegano ad esse, giacché fanno infatti parte del mito più tenace e importante: la prima volta in cui l'uomo ha compreso di appartenere a qualcosa più grande di lui, il ricordo, pur vago e frammentato, della conquista del fuoco, di quel grandioso momento che ha completamente mutato il destino dell'umanità.
La società moderna si sta rendendo conto, lentamente e con riluttanza, del fatto che bisogna imparare a vivere in armonia con l'ambiente che ci circonda e con la natura, pena l'estinzione. Questo concetto, secondo il quale la terra è conosciuta con il nome di "Gaia", considera il mondo e in senso più esteso l'intero universo, come un'entità vivente della quale noi siamo una parte minuscola e vitale. Coloro che noi definiamo "uomini primitivi" possedevano una ben maggior sintonia con Gaia e le loro più remote concezioni religiose riflettevano la simbiosi con la natura e con le forze della creazione, della vita e della morte. Il loro sciamano o uomo-di-medicina costituiva il legame (in termini moderni "il canale") tra loro e Gaia: quando egli compariva solenne e parlava come sciamano, gli uomini non lo vedevano semplicemente come posseduto dalla voce e dallo spirito di Gaia, ma come incarnazione stessa della Terra. Gaia non moriva mai, pertanto nemmeno l'uomo moriva veramente ma, riassorbito dalla Terra, continuava ad esistere.
Guardate lo sciamano e vedrete Gaia, mangiate del pane e mangerete parte di Gaia, bevete del vino e berrete parte di Gaia; ascoltate e danzate al battito del tamburo e alla melodia dei flauti, e ascolterete e sentirete Gaia. Danzate, congiungetevi al vostro compagno o compagna e non solo sentirete Gaia, ma le permetterete anche di entrare in voi; sia voi che Gaia siete rinati... siete una cosa sola!
Giunse poi l'istante più importante nella storia dell'uomo: la sua prima conoscenza, la scoperta del fuoco e del suo uso. Questa scoperta diede all'uomo un vantaggio sugli altri animali ma costituì anche il primo distacco da Gaia. Da allora l'uomo si è considerato sempre superiore, quasi simile a un dio, capace di controllare e dominare l'ambiente che lo circonda. Questo evento viene ricordato nella Bibbia come il peccato originale e si riflette inoltre nell'arrogante tendenza dell'uomo occidentale a vedere e raffigurare il suo Dio nelle sembianze di un essere umano di sesso maschile e della propria razza.
Due antichi miti esistono tuttora per rammentarci quel breve istante nel passato dell'uomo:

1. Il mito dell'Albero del Fuoco, il più antico rito umano legato a questo elemento. La nostra usanza dell'albero di Natale è una delle ultime reminiscenze di quell'antico mistero.
2. Il ricordo, vago ma persistente, dell'antico sciamano che aiutava l'uomo a rimanere in armonia con Gaia. Al giorno d'oggi il Santa Claus dei negozi ne è solo un patetico residuo.

Perché questi miti e rituali antichi sono tuttora importanti?
I filosofi da sempre affermano che siamo più di quello che mostriamo, che facciamo parte di un'entità più grande e che questa entità fa parte di noi, che non viviamo una sola vita immersa nel vuoto, ma che siamo parte del passato, del presente e del futuro. Prendete in considerazione le cellule del nostro corpo, che muoiono ogni sette anni: senza tali cellule il corpo non esisterebbe, eppure esso nella sua totalità continua ad esistere nonostante il loro continuo ricambio. Allo stesso modo la nostra generazione è parte del "corpo" che costituisce la nostra entità, un'entità formata dalla razza, dalla cultura, dalla nazionalità e dalla storia. Essa esisteva prima di noi, si espande e cambia con noi e seguiterà ad esistere dopo di noi come parte di un'entità ancora più grande, il mondo e ancora oltre, l'universo. È un po' come un floppy disk regolarmente aggiornato, che continua a funzionare nonostante il fatto che alcune parti del computer vengano continuamente sostituite.
Ma tutto questo cosa c'entra con la nostra vita attuale?
Molto più di quanto si creda. Consideriamo l'esempio seguente: durante le vacanze invernali può capitarci di ritrovarci seduti davanti a un accogliente caminetto acceso a bere qualcosa di caldo in compagnia, dopo aver collocato i nostri regali sotto quell'albero che abbiamo appena decorato e illuminato con candeline.
Vi siete mai chiesti perché facciamo tutto questo e perché lo consideriamo piacevole? Dopo tutto, non si può dire che i caminetti siano pratici o convenienti, oppure che portarsi in casa un abete da decorare con paccottiglia scintillante e che sparge i suoi aghi ovunque sul pavimento serva a qualche scopo pratico. E poi perché alcuni di noi si vestono da vecchio barbuto, fingendo di essere un tipo strambo chiamato Babbo Natale?
Qual è lo scopo di questi strani riti e perché ci "donano gioia e conforto", come recita un vecchio canto natalizio? (1) Come per tante altre usanze, lo scopo è stato dimenticato da tempo ormai, eppure continuiamo ad eseguire il rito e a sentirci bene, perché migliaia di anni fa siamo stati culturalmente e ritualmente programmati a farlo e a provarne piacere.
Lo scopo dei rituali può venire dimenticato in un lasso di tempo molto breve. Considerate ad esempio il rito americano del Memorial Day, una ricorrenza statunitense originariamente istituita per commemorare i caduti della Guerra Civile e poi estesa alla commemorazione dei caduti di tutte le guerre. Non è trascorso che un secolo dall'istituzione di tale rito, eppure l'ottanta per cento della popolazione ha dimenticato per chi è stata istituita in origine questa commemorazione, e un buon cinquanta per cento la considera soltanto un'occasione per praticare sport, giochi o fare un picnic con la famiglia. Nonostante questo l'evento viene osservato e, a meno che una qualche nuova cultura non arrivi a spazzar via l'attuale, continuerà ad essere osservato per secoli, persino quando i cittadini avranno completamente dimenticato il motivo originario di questa celebrazione.
Più antichi sono riti e tabù, più appaiono duraturi. Di cosa si tratta esattamente?
Molto tempo prima che nascesse il linguaggio, quando gli antenati dell'uomo vivevano assieme in piccoli gruppi o in clan, essi svilupparono due modi, molto simili tra loro, per conservare e ripetere quelle azioni utili alla sopravvivenza del clan (l'uomo non è sicuramente l'unica specie ad agire così, lo fanno anche alcuni altri mammiferi, tra cui i lupi). Prima dell'avvento della parola essi svilupparono il rito, che può essere definito al meglio come "comportamento imitativo", vale a dire una cerimonia in cui vengono imitate le azioni degli altri; crearono inoltre il tabù, il comportamento proibito, il "non devi farlo". Questi due comportamenti non ci sono stati (e non sono attualmente) insegnati su base razionale, ma sono stati "programmati" (2) nel nostro subconscio al momento della nascita: il rito con l'esempio ripetuto da parte del clan e il tabù con la minaccia di punizioni severe o persino della morte.
Con l'avvento della parola giunse anche il nuovo concetto del "perché?", ossia il primo mettere in discussione l'autorità. Questo comportò lo sviluppo del mito, una storia allegorica, poetica e spesso fittizia che spiegava l'origine e la necessità del rito o del tabù. Con il tempo un mito, un rituale o un tabù potrebbero anche rivelarsi inutili o non più necessari a un clan, eppure proprio per il modo in cui essi sono stati programmati nella cultura, è quasi impossibile cancellarli fintanto che sussistono anche minime tracce di quel clan. Può però anche succedere che un clan o una nazione cadano sotto una diversa influenza culturale e, così facendo, assorbano e portino avanti i riti e i tabù della nazione dominante, apparentemente senza motivo se non quello di considerarli come le insegne del potere di una struttura che essi ammirano e tentano di copiare.
CarI Jung, e più recentemente Joseph Campbell, hanno affermato che miti e rituali ci collegano all'infanzia dell'umanità tramite antichi ricordi subconsci di riunioni del clan e della calda sicurezza dei raduni attorno al fuoco. Hanno inoltre affermato come questi miti e rituali ci abbiamo trasmesso dei necessari riti di passaggio e punti di riferimento per aiutarci a trovare la nostra strada nella vita, fornendo al nostro clan un senso della continuità che precede la nostra nascita e si prolunga in un lontano futuro in cui noi, come individui, non esisteremo ormai più.
Oggi la Natività cristiana simboleggia l'adorazione della Chiesa per la nascita di Gesù di Nazareth, nel quale essa vede il Cristo ("l'Unto"), il Figlio di Dio. Santa Claus, l'Albero del Fuoco e la festività pagana del Solstizio d'Inverno d'altro canto rappresentano ben più remote vestigia di un antico passato pagano, mitologico e culturale, con radici così remote e profonde da venire quasi completamente dimenticate; eppure, curiosamente, è questa festa natalizia pagana più che la rappresentazione della Natività a incarnare quella gioiosa fede che molti di noi hanno nei principi d'amore, generosità e altruismo insegnati da Gesù di Nazareth, il giovane maestro e falegname ebraico che si definiva Figlio dell'Uomo: nessun'altra celebrazione si avvicina maggiormente allo spirito degli insegnamenti di Gesù come il Natale pagano.
Dal momento che il mito della Natività è ben noto, questo libro tratterà esclusivamente della riscoperta di quei tenaci miti del nostro più antico passato culturale e pagano. Consideratelo quindi semplicemente come una specie di "giallo" ancestrale, una ricerca delle nostre radici, da leggere accanto al caminetto in una fredda notte d'inverno.
Gran parte di ciò che contiene è necessariamente basata su congetture e su paragoni con culture primitive tuttora esistenti, di conseguenza mi aspetto che gli studi futuri smentiscano o confermino alcune delle mie scoperte. Spero comunque che incoraggi altri a dedicarsi alla materia anche con maggior precisione.
Tony van Renterghem, 1995

Note:
1. L'Autore si riferisce alla carola è il tradizioanle inglese "God Rest Ye Marry, Gentlemen".
2. Nei campi d'addestramento dell'esercito e nei regimi totalitari si usano strategie simili.

Nel libro uso il termine "uomo" in senso generale, per evitare il pedantesco ricorrere a "gli uomini e le donne" e ad altri simili "escamotage" letterari.

CAPITOLO I - L'ALBERO DEL FUOCO:

La maggior parte degli occidentali ha perduto quel rapporto intenso ed emotivo che i nostri antenati avevano con il fuoco. La terribile grandiosità del fulmine, la magia della scintilla, la fiamma, la luce, il calore che si irradia e il ruggito del fuoco vivo stanno diventando cose del passato. È sufficiente premere un interruttore e splende la luce, una luce immobile, inanimata e fredda; basta schiacciare un pulsante e, da qualche parte nello scantinato, nascoste in un armadietto, una fila di fiammelle blu trasforma l'acqua o il gas in un'immediata fonte di calore per la casa. Magari (per creare un'atmosfera o come preludio a un'avventura amorosa) un'atavica scintilla nella nostra memoria subconscia ci fa sfregare un fiammifero e accendere le candele sulla tavola, oppure premere un pulsante che accende i finti ceppi di un caminetto a gas.
lo sono tra i fortunati: sono figlio delle fiamme e del fuoco. Mi ricordo una mia zia che mi accompagnava a letto reggendo una candela dalla fiamma tremolante che proiettava ombre misteriose contro il muro; io sedevo e fissavo con attonito stupore le fiamme vive, ruggenti e scoppiettanti nel vecchio e maestoso caminetto dei miei genitori, aspirando il fumo del legno di pino o di quercia, assorbendo il calore nel mio corpo e osservando le braci ardenti consumarsi lentamente e silenziosamente.
In seguito, durante la seconda guerra mondiale, mi trovai costretto dal fuoco nemico a rifugiarmi in una casa il cui tetto di paglia era in fiamme e stava per cadermi sulla testa. Poi, quando vivevo a Malibu in Califomia, collaborai con i pompieri mentre un muro di fiamme ci si faceva incontro ruggente, seguito subito dopo da un'immensa tempesta di fuoco. In molti luoghi, ma mai in modo così intenso come in Africa, ho assistito al grandioso e tremendo potere dei temporali, con saette lunghe chilometri che squarciavano il cielo sopra di me. Tutto questo mi ha donato la consapevolezza dell'essenza viva del fuoco e della sua capacità di risvegliare le terribili forze della natura: creare, vivere, bruciare e infine, così come inevitabilmente succede con tutte le forme di vita, ritornare alla cenere.
Il fulmine e il fuoco sono strettamente legati alla vita e alla procreazione, al punto che i moderni scienziati ritengono che la prima creazione di vita fisica sulla Terra abbia avuto luogo quando una saetta si abbatté sul "brodo" chimico primordiale che al tempo copriva la superficie del pianeta; essa rappresenterebbe quindi letteralmente la prima "scintilla di vita". Il fuoco trasmesso agli uomini dai cieli grazie a una saetta e il coraggio dell'umanità nel domare la fiamma, impressero un ricordo indelebile nei nostri avi preistorici. È questa l'essenza dei nostri più antichi miti, la storia, quasi universale, dell'Albero del Fuoco e della Conoscenza, detto anche Albero della Vita, Albero Ardente, Roveto Ardente eccetera.
Nessuno sa a quante migliaia di anni fa risalga l'evento che cambiò la vita sulla Terra, ma il suo ricordo subconscio ci accompagna da sempre ed è il ricordo del preciso istante in cui l'uomo da mero animale ha fatto un passo avanti, iniziando a prendere il controllo dell'ambiente circostante. Il mito è stato trasmesso di generazione in generazione, da qualche parte semi-dimenticato, da qualche altra arricchito o adattato. Lo stesso discorso va fatto per quei riti svolti per ricordare l'evento: essi esistono tuttora, sia in forma di cerimonia religiosa che in quella di usanza duratura. La storia veniva, e viene, raccontata in quasi ogni clan.
Il momento preciso in cui questo evento ebbe luogo si è perduto nelle nebbie del tempo, ma vi sono talmente tante versioni della stessa storia in così tante culture, che io mi sento libero di avanzare alcune ipotesi su un possibile scenario in cui collocare l'origine di questo mito.
In un qualche momento dell'era preistorica, forse in una fredda sera attorno al periodo del Solstizio d'Inverno, una violenta tempesta si scatenò contro il fianco di una montagna, sparpagliando un piccolo clan di animali umani. Essi iniziarono a correre spaventati quando una saetta accecante illuminò la foresta, abbattendosi e incendiando un vecchio albero. Mentre il tuono rombante riecheggiava tra le colline, gli uomini osservavano sgomenti le fiamme serpeggiare lungo il tronco dell'albero fino a raggiungerne i rami. Persino a distanza essi riuscivano a percepire il caldo bagliore delle fiamme che illuminava la notte e ricordarono come in passato Loki, il grande serpente del fulmine, avesse rubato il fuoco dai cieli per scagliarlo sulla Terra, creando un inferno di fiamme che aveva oscurato boschi e colline, uccidendo nel percorso ogni sorta di vita. Questa volta tuttavia l'umidità aveva impedito al fuoco di propagarsi oltre l'albero. All'improvviso un ramo in fiamme cadde a terra frantumandosi e sollevando una pioggia di scintille, spingendo così gli spettatori a rifugiarsi nella loro caverna.
Una giovane donna tuttavia non fuggì ma rimase a strepitare in preda all'agitazione. Poi, timorosa ed esitante, allungò una mano a raccogliere una pezzo del ramo in fiamme. Con cautela, tenendolo lontano dal proprio corpo, lo studiò, ne percepì il calore e infine lo portò all'entrata della caverna. Lì danzò con il ramo nella mano, quindi lo depositò trionfante ai piedi del maschio più anziano. Questi fece un balzo all'indietro, terrorizzato sia dal fuoco che dall'atto sacrilego della donna. Lei, prendendo fiducia, alimentò la fiamma con dei pezzetti di legno secco.
Dal momento che il caldo bagliore cominciava a diffondersi nella caverna, e notando che nessuna saetta celeste aveva punito la ragazza, l'uomo e il resto del clan si avvicinarono al fuoco. Timoroso ma deciso a non lasciarsi scavalcare da una semplice ragazza, l'uomo si avvicinò maggiormente quindi, dopo essersi battuto con forza il petto, raccolse con circospezione il ramo. Non accadde nulla. Acquistando coraggio l'uomo prese a saltellare attorno e nell'eccitazione mosse il tizzone ardente davanti agli spettatori terrorizzati, che fuggirono e stettero ad osservare. da una distanza sicura.
Orgoglioso del suo nuovo potere e sessualmente eccitato dal calore prodotto fuori stagione dalle fiamme, l'uomo si avvicinò alla giovane donna, la portò vicino al fuoco e si accoppiò con lei.
Questa è una libera interpretazione del mito più antico dell'umanità. Fin da principio l'uomo temette che, avendo ricevuto del fuoco "rubato" (uno spaventoso tabù) e pertanto acquisito la prima conoscenza (scienza) sul modo di controllare la natura, questo fatto avrebbe rappresentato un'offesa contro il Grande Spirito della Natura, un atto che forse gli avrebbe scatenato contro l'ira della natura stessa. In un certo senso aveva ragione, poiché così facendo il vaso di Pandora, con tutti i suoi mali, era stato aperto; dopo milioni di anni di lenta evoluzione, quel gesto aveva provocato l'improvvisa fine del paradiso animale e dato l'avvio a una reazione a catena che, ancor oggi, prosegue a ritmo sfrenato.
L'uomo gradì la nuova comodità e i vantaggi che essa gli conferiva sugli altri, ma comprese anche che aveva commesso una "sacrilega" invasione in un regno di cui non avrebbe mai posseduto il controllo. Volendo placare la natura o i cieli, a cui pensava d'aver sottratto il fuoco, l'uomo collocò delle offerte sacrificali sui rami di un albero tentando di bruciarlo, con l'intenzione di restituire il fuoco assieme a delle offerte espiatorie. Se l'albero non si fosse consumato interamente, egli avrebbe attaccato dei tizzoni ardenti sui rami o avrebbe tagliato l'albero per bruciarlo assieme alle offerte. Il rito sarebbe stato ripetuto ogni anno in un gesto di ringraziamento, di timore e di pace, un rito che l'uomo ha svolto, in un modo o in un altro, fino al giorno d'oggi.
Comprendendo che c'erano ben poche speranze di ottenere ancora del fuoco nello stesso modo, lo sciamano (in seguito conosciuto anche come "flamine" o "custode della fiamma") ordinò alle vergini del clan di mantenere sempre accesa la fiamma ad ogni costo. Sorprendentemente migliaia di anni più tardi i romani, che erano ormai degli esperti nell'accensione del fuoco, svolgevano ancora il medesimo rituale preistorico di "custodire il fuoco". Infatti, sotto l'egida di un sacerdote romano (chiamato appunto "flamine"), le Vergini Vestali accudivano al fuoco eterno, pena la morte in caso lo avessero lasciato estinguersi. Sebbene l'utilizzo del fuoco risalga probabilmente a ottocentomila anni fa e la sua accensione a centomila, esistono popoli (come i tasmaniani) che ancora alla fine dell'Ottocento ignoravano il modo per accenderlo. I miti legati all'origine del fuoco, così come i rituali per la sua conservazione, sono stati tramandati di generazione in generazione e, di conseguenza, sono antichi ma al tempo stesso relativamente recenti. Oggigiorno una fiammella viene mantenuta costantemente accesa in molte chiese, ma in genere i fedeli non ne conoscono il motivo, oppure è stata fornita loro una spiegazione religiosa recente, dimenticando che fiamme simili ardono nei templi di quasi tutte le religioni.
Ho accennato a questi fatti per dimostrare quanto tenaci e durevoli siano tali riti e tradizioni; una volta che la mente dell'uomo è stata programmata dal rito, essa si comporta in modo molto simile a un computer e riprogrammarla è quasi impossibile, ecco perché seguitiamo a celebrare la festività dell'Albero del Fuoco. Il nostro albero di Natale affonda quindi le sue radici in un terreno vecchio di cento-ottocentomila anni.
Il fuoco, il fulmine, la sessualità e la fertilità sono sempre stati legati uno con l'altro e con il simbolismo del serpente. Alcuni messaggeri e guardiani di Dio furono di quando in quando raffigurati sotto le sembianze di serpenti o fulmini, basti pensare al Serafino dei babilonesi, degli ebrei, dei cananei, degli arnoriti e degli ittiti, oltre che a Lucifero (letteralmente "colui che porta la luce"), l'angelo caduto. La storia del fuoco rubato ai cieli da un fulmine-serpente che lo diede all'uomo è presente in quasi tutte le culture, dal mito greco di Prometeo a quello germanico di Loki, dalle leggende indiane fino all'episodio biblico del Giardino dell'Eden, nel quale il serpente (il fulmine) tenta Eva con il frutto (simbolo del fuoco e della fertilità) dell'Albero della Conoscenza (ovvero "l'Albero del Fuoco", "l'Albero della Vita").
In tutti i miti, una volta posseduta la chiave per l'uso del fuoco (e appreso a lavorare i metalli), l'uomo acquista potere e controllo sull'ambiente e sulla vita, ma al prezzo di dover abbandonare per sempre il paradiso e il suo idillico, innocente (ignorante) stato animalesco, uno stato in cui egli era vissuto in totale armonia e simbiosi con il ciclo di nascita, vita e morte della natura.
Non ho mai smesso di sorprendermi dinanzi all'incredibile consapevolezza di coloro che l'uomo moderno chiama, con tanta condiscendenza, "pagani primitivi", e alla loro profonda visione della psicologia, della filosofia, della sociologia e della natura: furono loro ad ideare i miti e a tramandarli oralmente di generazione in generazione, mettendo sempre in guardia l'uomo contro i pericoli derivanti dalla sete di potere, da un'eccessiva ricchezza materiale, dal controllo sulla natura e dagli sforzi compiuti dall'umanità per sfidare la morte cercando ogni volta invano di ottenere l'immortalità.
Al giorno d'oggi il mito dell'Albero del Fuoco continua a trasmetterci la meraviglia della natura e ad insegnarci ad essere. grati per i miracoli del fuoco, della luce e della conoscenza; ci ricorda inoltre di usare i nostri poteri con saggezza, con amore e mai con egoismo. Ci comunica che l'uso e la gestione di questa conoscenza "rubata" (oramai atomica!) comportano responsabilità, il prezzo terribile che l'uomo deve pagare per aver usato violenza alla terra, per aver mercanteggiato con la natura o, come si diceva un tempo, "per aver cercato di entrare nel regno degli dèi".
Potreste chiedervi che cos'abbia a che fare questo antico mito con il nostro attuale albero di Natale: dopo tutto la tradizione racconta che fu il principe Alberto, marito della regina Vittoria, a portare per primo in Inghilterra, nel 1840, l'albero di Natale dalla sua nativa Germania, dove quell'invenzione risaliva presumibilmente al sedicesimo secolo. Questa storia viene generalmente supportata da una pubblicazione tedesca del 1521, accompagnata da un dipinto di Strasburgo raffigurante "il primo albero di Natale che si conosca". Dall'Inghilterra l'usanza di adornare l'albero si sarebbe quindi diffusa nel resto del mondo.
Si tratta di una bella storia, ma inesatta e incompleta; dell'albero di Natale infatti si parlava in Inghilterra già nel 1789, molto tempo prima del principe Alberto: quando nell'ottavo secolo San Bonifacio venne a convertire i pagani del Nord, il culto degli alberi era così diffuso che egli decise di abbattere l'antico albero sacro dedicato alloro dio Wodan; in seguito, nel Medioevo, in alcune cosiddette sacre rappresentazioni comparivano alberi adorni ma, sebbene da principio la Chiesa fosse scesa a compromessi aggiungendo alle decorazioni delle ostie consacrate, ben presto proibì del tutto il rito dell'albero, che sopravvisse soltanto in alcune zone pagane del mar Baltico, ben lontane dal controllo ecclesiastico. La cerimonia dell'Albero del Fuoco, come già detto, risale in un modo o nell'altro a molto tempo prima della nascita di Gesù, addirittura al momento in cui l'uomo osservò per la prima volta con stupore il dono del fuoco ricevuto tramite un albero in fiamme (è probabile che il racconto del roveto ardente di Mosè sia collegato al mito dell'Albero del Fuoco).
Le tradizioni che vedono la restituzione del fuoco "rubato" al dio, assieme ai sacrifici compiuti per riparare al "torto", sono presenti in tutti i popoli di origine indoeuropea e sono solitamente legate a festività quali Capodanno, Pasqua (che in origine rappresentava l'inizio dell'anno) o i Solstizi (in particolare il Solstizio d'Inverno, celebrato come Natale). È importante comprendere che questa celebrazione è di fatto un unico rito ma che, per una serie di ragioni, viene ora osservata in periodi molto diversi da tribù diverse. Tra i motivi vi sono:

1. Gli alti e bassi delle varie religioni, sia pagane che cristiane, e la loro diffusione.
2. La misura in cui le culture hanno adottato i riti di altri popoli.
3. Il grado di controllo che i governanti possedevano nei confronti del popolo.
4. Problemi di calcolo del tempo e di differenze stagionali a latitudini diverse.

INDICE:

Ringraziamenti pag. 1
Prefazione: Sì Virginia, Babbo Natale esiste pag. 3
Introduzione pag. 5

Prima parte  
Cap. I - L'albero del fuoco pag. 13
Cap. II - Religione e resistenza pag. 25
Cap. III - Il calcolo del tempo pag. 39
Cap. IV - L'antico ricordo pag. 45

Seconda parte  
Cap. V - Lo sciamano, il primo antenato di Babbo Natale pag. 61
Cap. VI - La croce la scopa pag. 81
Cap. VII - San Nicola e gli olandesi pag. 105
Cap. VIII - Antiche radici pag. 117
Cap. IX - Tradizioni pag. 127
Cap. X - La grande caccia pag. 137
Cap. XI - La grande festa pag. 149
Cap. XII - Conclusione pag. 155

Bibliografia pag. 165
Glossario pag. 175
Note biografiche sull'Autore pag. 177
Indice delle illustrazioni pag. 179

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