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libri scelti da Francesco Di Blasi

LE PIETRE DI ICA In una biblioteca di pietre la storia misteriosa di una umanità "diversa" vissuta 65 milioni di anni fa

di Cornelia Petratu e Bernard Roidinger
Edizioni Mediterranee
pagg. 200 - 25 foto fuori testo - 15 illustrazioni - € 12,91

Per ordinare:

L'ARGOMENTO:

Gli autori illustrano una scoperta sensazionale, che comporta la necessità di riscrivere la storia dell'uomo sul pianeta Terra. Si tratta di una vera e propria glittoteca - biblioteca di pietre incise - che traccia una storia di una umanità vissuta 65 milioni di anni fa. Ica è una località del Perù, sul fiume omonimo, non lontano dai famosi altipiani di Nazca, sui quali sono state rinvenute le piste figurate che secondo alcuni potevano essere utilizzate dagli extraterrestri. Un nuovo grande mistero, dunque: una storia delle origini dell'uomo finora assolutamente sconosciuta, che gli Autori comprovano con il sostegno di ampie ricerche scientifiche.
La scoperta di questa straordinaria eredità della preistoria è stata fatta dal Dr. Javier Cabrera, il quale cura l'imponente raccolta di pietre ed espone qui i suoi studi e le sue rivoluzionarie ipotesi.
Un libro che invita ad un fantastico viaggio nel passato o ad una meravigliosa avventura spirituale.
"Se si trascurano questi fatti, fa' attenzione,
i ciarlatani e gli imbecilli se ne impadroniscono.
Non c'è una via di mezzo: né la scienza né l'ignoranza.
Se la scienza si allontana da questi fatti,
essi vengono presi in considerazione dall'ignoranza.
Se vi siete rifiutati di ampliare l'orizzonte spirituale,
avete ampliato in questo modo la vostra stupidità.
Si respinge Laplace e appare Cagliostro."

Victor Hugo
Cornelia Petratu, nata a Bucarest, ha studiato Scienza della Comunicazione, Scienze Politiche e Romanistica a Monaco di Baviera. Nella sua attività professionale (Süddeutsche Zeitung e Bayerischer Rundfunk) si è occupata di temi contemporanei. Attualmente lavora per Radio Free Europe/Radio Liberty.

Bernard Roidinger ha studiato Filosofia e Psicologia a Buenos Aires. È cofondatore e Direttore della Società di studi argentino-tibetani e del Centro di Studi Biopsicofisici. Ex membro del centro Lahiri Mahasaya di studi Yoga-Vedanta e socio della Società internazionale di Psicologia del Profondo.

INTRODUZIONE:

Già da qualche anno l'interesse per le antiche culture sudamericane è andato via via aumentando, stimolato dai continui e importanti ritrovamenti archeologici - avvenuti in gran parte a opera di ricercatori italiani - e di cui si è occupata diffusamente anche la stampa non specializzata.
Tuttavia ci fu una scoperta, in Perù, che dovrebbe essere definita eccezionale e che suscitò un notevole clamore intorno agli anni Settanta ma di cui non si è più parlato per la violenta campagna denigratoria scatenata dall'élite scientifica.
Infatti gli studiosi di varie discipline - storici, paleontologi, archeologi e antropologi - non vollero accettare l'autenticità di quei ritrovamenti perché non rientravano nei loro parametri ufficiali e non potevano essere spiegati con i consueti metodi razionali, non tenendo conto che - come disse Levi-Strauss - "negare dei fatti perché li si ritiene incomprensibili, dal punto di vista del progresso del sapere è certamente più sterile che formulare delle ipotesi".
Proprio per questo si può parlare di un'attuale crisi della scienza, crisi che ha aperto le porte a un interesse sempre crescente per quei fatti che appartengono all'ancora vasto mondo dell'ignoto. L'aridità spirituale dei metodi scientifici ha fatto sì che un numero sempre crescente di persone si rivolgesse alla letteratura del paranormale e dell'insolito, per il bisogno di alimentare la fantasia con ciò che è ancora avvolto nei veli del mistero.
Gli unici ad avere avuto il coraggio di prendere in considerazione quella scoperta furono quegli scrittori che pubblicano i loro libri nelle collane di fanta-archeologia, libri che molti leggono con interesse, ma che pochi prendono sul serio.
Probabilmente anche gli autori di questo volume erano partiti con forti dubbi sull'autenticità della scoperta, visto il loro dichiarato scetticismo iniziale. Poi, evidentemente, devono essersi ricreduti se ne sono rimasti coinvolti al punto da impegnarsi nella stesura di un'opera che ricostruisce l'ambiente preistorico - su basi rigorosamente scientifiche - nel quale inserire le tanto chiacchierate "pietre incise di Ica", giacché di questo ritrovamento si tratta.
E con le pietre di Ica hanno portato alla ribalta anche il Dr. Javier Cabrera Darquea, l'estimatore appassionato e l'unico collezionista - fra i tanti che già prima di lui si erano interessati alle pietre e ne avevano accumulate a centinaia in raccolte private - che si sia impegnato nello studio sistematico delle pietre.
Nelle molte ore trascorse dagli autori di questo libro nel museo di lca, certamente affascinati dalla vasta cultura del loro anfitrione e dalla vivacità delle sue spiegazioni, si videro presentare un aspetto del tutto impensabile della vita del nostro pianeta in tempi preistorici.
Con le sue deduzioni e conclusioni, Cabrera sconvolgeva le tesi ormai cristallizzate della scienza ufficiale e diventava palese la ragione del suo scontro con gli studiosi, arroccati in uno sterile scetticismo per il timore di veder crollare i loro castelli di certezze. Fedeli all'idea che i più antichi abitanti del Perù dovevano essersi insediati nel territorio non più di 20.000 anni fa, e che solo da 3.000 anni avevano raggiunto un traguardo culturale di una certa importanza, non potevano ammettere che quelle pietre fossero la testimonianza di una civiltà molto più antica.
Avvenne proprio ciò che aveva previsto Robert Charroux, quando ancora ondeggiava fra il dubbio e l'entusiasmo: "Se le pietre fossero autentiche, la storia del mondo dovrebbe essere riscritta da capo, ma gli uomini di scienza non accetteranno mai di fare una simile rivoluzione". Poi Charroux si convinse della validità delle tesi di Cabrera e dedicò alle pietre di Ica una buona metà del suo libro "L'énigme des Andes".
Prima di tutto i "Soloni" della scienza rimproveravano a Cabrera di voler esprimere delle opinioni in un campo di ricerche che non gli competeva e, fatto ancora più temerario, di contraddire le loro teorie, ritenute definitive e incontestabili.
"È medico e chirurgo, - dicevano - perciò si dedichi alla sua attività e non si permetta di invadere la nostra sfera di studi". Ma dimenticavano che Cabrera, essendo anche docente di biologia, possedeva conoscenze che gli permettevano di sconfinare agilmente anche in altre discipline.
Fu appunto confrontando i disegni di alcuni animali incisi sulle pietre, con quelli riprodotti sui manuali di paleontologia, che si avvide che corrispondevano con una precisione impressionante a esemplari di una fauna estinta da milioni di anni. Dopo lo stupore iniziale e un comprensibile smarrimento, decise di rimettere in discussione tutte le sue conoscenze scientifiche e di affrontare l'analisi delle incisioni senza pregiudizi.
Fin da quando la sua collezione di pietre incise non contava che pochi pezzi, Cabrera aveva avuto la sensazione che i disegni non avessero una finalità artistica, non fossero opere da contemplare, bensì da interpretare. Quelle figure di esseri dall'aspetto tanto primitivo, addirittura rozzo e sgradevole, contrastavano con certi dettagli incisi con una minuziosità da manuale didattico. E poi la ripetizione di determinati elementi, apparentemente enigmatici, lo portarono a supporre che si trattasse di immagini simboliche, di una sorta di scrittura ideografica elaborata con l'intento di trasmettere dei messaggi di conoscenza da parte di un'umanità evidentemente scomparsa.
Ne ebbe la conferma quando aumentò il numero degli esemplari della sua collezione e cominciò a riordinarli e a catalogarli. Fu chiaro che potevano essere riuniti in gruppi, ognuno dei quali svolgeva un diverso tema: zoologia, embriologia animale e umana, chirurgia, botanica, astronomia, mappe planetarie e via dicendo.
Una volta intuito l'intento che aveva mosso i redattori di quella sorta di enciclopedia litica, Cabrera si dedicò alla decifrazione, alla decodificazione degli elementi simbolici che si ripetevano su quasi tutte le pietre. Furono anni di studio tenace, e alla fine egli riuscì a trasformare quei simboli in una specie di linguaggio cifrato, ad afferrarne il significato e a portare a compimento la sua teoria.
Risultò chiaro, a Cabrera, che le pietre dovevano essere state incise nell'imminenza di un evento catastrofico previsto, da un'umanità che aveva raggiunto un alto standard in campo scientifico e tecnologico. Infatti, su una serie di pietre fra le più imponenti della collezione (misurano fino a settanta centimetri di diametro e pesano fino a trecento chili), si vedono riprodotti gli emisferi terrestri e i relativi continenti, in un'evidente situazione climatologica preannunziante l'arrivo di un cataclisma.
Gli anelli di linee ondulate intorno al pianeta e le figure simboliche (fra queste una serie di piramidi, interpretate da Cabrera come sistemi utilizzati per captare, accumulare e distribuire energia) indicavano chiaramente che doveva esser si verificata un'evaporazione abnorme, in conseguenza di un uso errato ed eccessivo di energia calorifica. In quella situazione, il pianeta si era trasformato in un sistema termico chiuso: riceveva energia dal sole ma non la poteva dissipare a causa dell'accumulo di vapore che lo circondava. La stessa situazione che noi chiamiamo "effetto serra" e che da qualche anno sta preoccupando i nostri ecologi.
Ne era risultato che, arrivato al suo punto di massimo squilibrio termico, il vapore si era convertito in acqua ed era precipitato sulla terra sotto forma di una pioggia interminabile, provocando lo spostamento di enormi masse d'acqua e di terra, con conseguenze catastrofiche. Ma un tale fenomeno aveva provocato anche uno squilibrio elettro-magnetico, che a sua volta aveva aperto delle falle negli scudi protettivi del pianeta - le ben note fasce di "Van Allen". Qualche corpo celeste era stato attirato dal campo gravitazionale del pianeta, con effetti devastanti in seguito alla collisione.
Nelle tradizioni di tutti i popoli si narra di spaventosi cataclismi avvenuti in epoche remote: alcuni miti tramandano il ricordo di un diluvio universale; altri la caduta di asteroidi giganteschi. Le incisioni delle pietre di Ica fanno supporre i due effetti concomitanti.
Per concludere, il Dr. Cabrera è convinto che le incisioni siano in realtà il messaggio di un'umanità altamente evoluta che, nella previsione dell'arrivo di un cataclisma che avrebbe cancellato la vita in quella parte del pianeta, volle lasciare la testimonianza di tutte le conoscenze acquisite, e avvertire che l'uso anarchico delle risorse che l'uomo attinge dalla terra può compromettere il meccanismo naturale che presiede alla vita e al metabolismo del pianeta e, soprattutto, che l'uso incauto dell'energia può portare a conseguenze catastrofiche.
Il messaggio delle pietre di Ica diviene ancora più attuale se riflettiamo sui fenomeni allarmanti che si stanno verificando da qualche anno a questa parte, tanto da far temere che l'uomo stia camminando inconsapevolmente verso una catastrofe ecologica. Allora, perfino la nostra umanità, nonostante le straordinarie conquiste scientifiche e tecnologiche, potrebbe essere cancellata dalla Terra senza lasciare tracce della sua esistenza.

Luciana Petruccelli

CAPITOLO 1 - LE RIVELAZIONI DELLA SABBIA DEL DESERTO:

L'universo non è soltanto più straordinario di quel che pensiamo,
ma ancora più straordinario di tutto quel che possiamo pensare.

J.P.S. Haldane
Alcuni luoghi del nostro pianeta sono piacevoli. Sorridono in direzione del sole e della primavera come se fossero stati or ora creati. Il loro aspetto è molto vario, la vegetazione rigogliosa, la loro vista rallegra gli occhi e suscita sensazioni piacevoli. Invitano a stendersi sotto gli alberi o tra i fiori e a godersi il momento.
Altri paesaggi sono tristi, monotoni e desolati. Le crepe e le fessure del loro suolo disseccato sembrano le rughe profonde di un volto vecchissimo. Un paesaggio simile è il deserto di Ocucaje: una pampa sabbiosa prima delle Ande peruviane. Il vento ha formato gigantesche dune di sabbia - si presume che siano le più grandi del mondo - e l'argilla mescolata alla sabbia le ha fatte solidificare. Oltre vi sono i piani infiniti, le pampas. Se qui ci si ferma troppo, si crede di essere fuori del tempo e, in una certa misura, lo si è. Giacché le rocce che qui si ergono ovunque sulla sabbia sono antichissime, probabilmente le più antiche del nostro pianeta.
Di tanto in tanto vi sono delle oasi, collegate da strade polverose. Qui e là nel malinconico paesaggio s'intersecano persino dei fiumi che, però, sono in secca quasi tutto l'anno, benché le loro fonti si trovino sulle Ande. Soltanto in seguito ad una potente stagione delle piogge la loro acqua raggiunge il Pacifico.
Ogni tanto qui s'incontrano miseri campesinos, indiani, discendenti di Incas e Preincas. La maggior parte di essi sono analfabeti che, ai margini di questi fiumi prosciugati, coltivano il misero terreno come centinaia di anni fa e, con i raccolti insufficienti, campano alla meno peggio. Ma per gli archeologi tutto questo territorio è un vero tesoro che, dalla costa fino ai piedi delle Ande, alloggia e nasconde innumerevoli tombe del periodo inca e delle culture antecedenti.
Al centro di questa sconfortante solitudine si trova Ica, una città di quattrocento anni, fondata dai conquistadores e ancora oggi vivace e benestante. Qui vive un chirurgo peruviano di origine spagnola, che si è occupato intensamente, come archeologo amatoriale, del passato di questa regione, probabilmente più intensamente e sistematicamente degli archeologi accademici nella lontana Lima. E sembra che abbia fatto una scoperta che potrebbe rivoluzionare le nostre concezioni correnti della storia delle origini dell'umanità. I suoi ritrovamenti non indicano nient'altro che la "prova categorica" dell'esistenza di un'altra umanità, che deve essere vissuta sulla Terra, in un'epoca primitiva, a noi completamente sconosciuta.
All'incirca tra 50.000 e 10.000 anni prima della nascita di Cristo il continente americano era collegato all'Asia tramite un ponte di terra che passava sull'odierno stretto di Bering. E finora la scienza parte dal fatto che i primi uomini, in quanto cacciatori di selvaggina grossa, andarono in America sulle tracce di mammut e mastodonti attraverso questo ponte di terra e gradualmente si spinsero verso sud. Non prima di 20.000 anni fa sarebbero apparsi in Perù i primi uomini.
All'incirca 3.000 anni prima, c'era stato qui un progresso culturale degno di nota. Sparse per valli isolate e lungo le coste si andarono formando le più disparate cellule culturali, da cui sorsero infine i regni preincaici. Alcune tramontarono già dopo una breve fioritura, altre conservarono più a lungo il loro splendore. Gli Incas e i Preincas vengono designati come culture dell'antico Perù, come culture precolombiane o preispaniche. Essi sono noti anche come le "culture classiche" dell'antico Perù. Questa salda dottrina minaccia di crollare sui reperti di un archeologo amatoriale.

Tutto cominciò nel 1961, quando il Rio Ica, che altrimenti era in secca tutto l'anno, inaspettatamente si svegliò alla vita e inondò il deserto. Da decenni sulle Ande non era piovuto più così forte e assiduamente. Di colpo il Rio Ica crebbe fino a diventare una corrente impetuosa e trascinò con sé la sabbia del deserto verso il mare. In questo modo vennero dissotterrate numerose pietre dagli strati di terra profondi. Lì sotto c'erano svariati esemplari che presentavano misteriose incisioni.
Ma la cosa straordinaria di queste pietre, comparse all'improvviso, era che le raffigurazioni delle incisioni non si inserivano in nessun ambito culturale noto, poiché mostravano una flora ed una fauna in parte sconosciute per il sud America e, nei loro elementi identificabili, indicavano un'epoca primitiva, che supera di gran lunga i confini riconosciuti della storia dell'umanità.
Oltre a questi motivi naturalistici v'erano tra l'altro:
- Mappe di territori sconosciuti e configurazioni astronomiche singolari.
- La descrizione, tramite incisioni, di strumenti ottici (telescopi, lenti di ingrandimento).
- Un'ampia serie di animali preistorici estinti, con i loro cicli biologici.
- La rappresentazione di avanzati interventi chirurgici, tra cui operazioni estremamente complesse come trapianti di cuore, reni, fegato e cervello.
- Raffigurazione di sistemi di trasporto meccanico.
- Incisioni di diversi strumenti musicali.
- Raffigurazioni nell'ambito di rituali, religione, sport, atteggiamenti sessuali e attività sociali.
- Incisioni di battaglie, guerre e altre cose per noi misteriose e sconosciute.
All'improvviso esse si trovarono là, casualmente sparpagliate e, in gran parte, ancora sepolte sotto la sabbia, sulle sponde messe a nudo del fiume Ica. Per caso queste pietre furono scoperte da campesinos e contadini.
Questi più poveri dei poveri che, in un territorio così importante dal punto di vista storico, conducono una vita faticosa e piena di stenti sono l'incubo degli archeologi. Da generazioni cercano di precederli - spesso con successo - nella ricerca di tesori archeologici, per venderli in maniera redditizia, .raramente a mani esperte.
Costoro sono trafugatori, in Perù chiamati anche "huaqueros". Nella ricerca di oro, pietre preziose e "huacos" (1) essi aprono e distruggono antiche tombe e altri reperti archeologici. Fanno questo, in modo sistematico e organizzato, nell'ambito della famiglia o del clan. Quel che per loro non ha nessun valore commerciale viene nuovamente sotterrato. Numerosi relitti del passato, pezzi di inestimabile valore vengono così nuovamente sepolti e rovinati senza una valutazione scientifica.
Gli "huaqueros" vendono il loro bottino non soltanto ai "gringas" ma anche ai benestanti locali. Quasi ogni possidente di una hacienda o appartenente al ceto elevato colleziona simili reperti stravaganti. Il commercio illegale prospera, benché esso sia perseguito dalle autorità e sia punito con pene detentive.
Non si possono disapprovare i campesinos perché un buon reperto significa qualche mese di sostentamento per tutta la famiglia e dove avrebbero dovuto imparare a classificare esattamente gli artefatti?
Per caso il Dr. Cabrera, nel 1966, da un contadino che aveva curato gratuitamente, ricevette in dono una piccola pietra come fermacarte. Sopra di essa era inciso un uccello singolare. La pietra servì per lungo tempo come un profano fermacarte sulla scrivania del Dr. Cabrera, all'Ospedale dei Lavoratori della città di Ica, senza suscitare particolare attenzione. Ma un giorno il Dr. Cabrera si accorse che l'uccello inciso assomigliava in maniera sorprendente ad una figura mitologica. Divenuto irrequieto e curioso, decise di esaminare meglio la pietra. Confrontò il disegno con tutti gli originali di cui poté venire in possesso. Il risultato fu sconcertante, giacché il solo esempio che rassomigliasse al disegno, e in modo assolutamente preciso, era la ricostruzione di uno pterosauro, un rettile alato che viene datato tra 140 e 80 milioni di anni fa.
Nessun occhio umano, così ci insegna la scienza, può aver visto in carne e ossa una tale creatura. Ma chi avrebbe potuto riprodurre un simile rettile del Giurassico o del periodo Cretaceo, con tale sconcertante precisione? Da dove provenivano tali conoscenze? La confusione era enorme.
Perplesso e sbalordito circa i risultati delle sue ricerche, il Dr. Cabrera, che per il momento non voleva escludere una contraffazione, cercò di localizzare l'origine della pietra.
E così giunse alla scoperta più straordinaria degli ultimi anni: la biblioteca di pietra di un'umanità dimenticata, che deve aver popolato il nostro pianeta in un'oscura epoca primitiva. Nel suo ex ambulatorio - oggi un museo privato - il Dr. Cabrera ha raccolto più di 11.000 esemplari di queste pietre incise di diverse dimensioni, alcune pesano fino a 200 chilogrammi e sono delle vere opere d'arte; altre piccole e quasi invisibili.
Il Dr. Cabrera non rimase l'unico. I fratelli Carlos e Pablo Soldi raccolsero parimenti un numero considerevole di queste "opere d'arte", come ha riferito lo storico Hermann Buse nel 1965 (2). I reperti delle prime ore si trovano oggi nella hacienda dei fratelli Soldi, morti nel frattempo. Essi, in quanto proprietà privata, non sono accessibili al pubblico.
Un anno dopo apparve nel supplemento scientifico del quotidiano di Lima, "El Comercio", un articolo dal titolo: "Le pietre misteriose del deserto di Ocucaje" (3). Gli autori erano il Rettore dell'epoca del Politecnico di Lima, Santiago Agurto Calvo, e l'archeologo Alejandro Pezzia dell'Istituto Nazionale Peruviano di Archeologia, che era allo stesso tempo l'incaricato delle ricerche archeologiche di questa regione. Entrambi avevano trovato simili pietre in tombe preincaiche.
Esse erano, dunque, già note alle culture incaiche e preincaiche e da queste erano state collegate a precisi contenuti religiosi o di culto, così che le si dava ai defunti come pietre magiche nel viaggio nell'al di là.
"Pietre magiche di culture precolombiane" - questa è anche la definizione, sotto cui esse furono inizialmente raccolte, catalogate e descritte dall'archeologo Pezzia Assereta, allora responsabile del Museo Regionale di Ica. La prima pubblicazione pertinente in un quotidiano adottò ugualmente questo termine come titolo e menzionò anche il luogo in cui gli studiosi avevano rinvenuto i reperti, un settore a sud della regione di Ocuacaje, bandita come zona archeologica protetta e indicata dagli archeologi come "Max Uhle-Hügel e Tomaluz".
Già questo primo articolo sulle pietre di Ica descrive le misteriose incisioni. Fu dato rilievo ad un uccello "di genere sconosciuto" e a piante e stelle. Soprattutto questi ultimi motivi sono da considerarsi insoliti per le raffigurazioni preincaiche, come hanno notato gli studiosi. I reperti furono attentamente registrati e, dopo un periodo ragionevole di tempo, nuovamente dimenticati. Un piccolo avvenimento, degno di un semplice articolo, ma niente più.
Questo primo rinvenimento documentato, ancora scevro da preconcetti scientifici, risale all'agosto del 1966. Poco tempo dopo lo studioso Calvo, nell'ambito dei suoi scavi a "Max Uhle-Hügel" ripeté la scoperta. Accumulò le cento pietre e fece condurre le prime analisi nel laboratorio dell'Istituto di Mineralogia del Politecnico del Perù.
I risultati furono riepilogati in una perizia, di cui si assumevano le responsabilità il Dr. Fernando de las Casas e il Dr. Cesar Sotillo, entrambi riconosciuti intelligenze dell'Istituto. Il contenuto della perizia fece scalpore, ma questa volta ne fece parecchio: le ricerche erano approdate al fatto che le incisioni, sulla scorta del fine strato di ossidazione che ricopriva le superfici e le incisioni, risalivano ad un'epoca di non oltre 12.000 anni. I risultati di tale perizia furono pubblicati nel supplemento scientifico del quotidiano "El Comercio" a Lima; l'originale può essere visto ancora oggi presso l'università locale.
Naturalmente gli specialisti si mostrarono estremamente sorpresi di tale risultato. Si era, tuttavia, concluso che in quel lontano passato, che doveva essere assunto come epoca minima delle evolutissime incisioni sulle pietre di Ica, secondo l'opinione accademica sinora valida, le prime orde di cacciatori asiatici si trasferirono nel continente americano attraverso il ponte di terra dello stretto di Bering. Lo stesso Rettore dell'Università di Lima riconobbe che il risultato delle ricerche lo aveva del tutto sorpreso, eppure nessuno si aspettava un'epoca così remota dei rinvenimenti.
Nel 1968 il già menzionato archeologo Pezzia Assereta, nel suo libro "Ica e il Perù preincaico", riferì le sue personali scoperte: "Dopo. aver informato il Museo Regionale di Ica di questo importante rinvenimento, l'11 settembre dello stesso anno, in compagnia dell'architetto Agurto Calvo, intrapresi un secondo scavo su un altro pendio del 'settore Max Uhle-Hügel'. All'interno di una tomba attribuibile alla cultura Paracas trovammo una pietra incisa. Con questo rinvenimento, da un lato fu confermata l'età presunta delle pietre incise e, dall'altro, si dimostrò che esse erano in rapporto con un atto magico-religioso, non ancora spiegato, di questa cultura preincaica."
Ma il collezionista più zelante fu il Dr. Cabrera. Nel corso degli anni egli raccolse non meno di 10.000 pietre con disegni incisi. Egli le aveva rinvenute nel medesimo deserto di Ocucaje, ma in zone lontane dai noti luoghi del ritrovamento nel "settore Max Uhle-Hügel". (segue...)

Note:
1. "Huaco" o "huaca" (= sacro) deriva dal quechua, la lingua indiana finora più largamente diffusa. Pietre, tombe, antichi edifici e luoghi che dagli Indiani furono dichiarati sacri, si chiamano huacos. Gli huacos più conosciuti sono le pietre e le ceramiche sacre, entro cui o accanto alle quali si lasciano oblazioni.
2. H. Buse - "Introduccion al Perù", Lima 1965.
3. "El Comercio", Lima 11 dic. 1966.

INDICE:


| 1. Le rivelazioni della sabbia del deserto |
pag. 13 |
| 2. La memoria delle pietre |
pag. 51 |
| 3. Il punto alfa dell'umanità |
pag. 92 |
| 4. Il nodo di Paracas |
pag. 120 |
| 5. Ci sono molte umanità |
pag. 152 |
| 6. Templi di pietra preistorici sul globo terrestre |
pag. 176 |




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