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Tutte le recensioni dei Libri EDERA NELL'ANIMA

di Stefano Salvatici
Edizioni Le Pleiadi

Per ordinare: hicarus@nonsoloterra.com

€ 10,50
 

RECENSIONE:

Si può descrivere come un viaggio introspettivo alla ricerca della propria anima, della vera essenza insita nell'uomo, quella scintilla che ci permette di entrare in contatto con Dio.
È un diario particolare e interattivo nel quale l'autore mostra totalmente e senza maschere, giocando con lo specchio, la sua parte più profonda e vera... lui la chiama anima, che dà le risposte che una persona non si darebbe mai, si tratta male ma si perdona perché in fondo è questo che bisogna arrivare a fare per amarsi di più, cominciare a perdonarsi e rendersi conto che non siamo mai soli. C'è sempre un altro dentro di noi, un po' come quando sei piccolo e hai l'amichetto immaginario che ti fa compagnia, chi è? Sei tu e nessun altro, l'amico del cuore, la dolce metà... sei sempre tu ma non ci fai mai caso e non ti ascolti e continui una sterile ricerca al di fuori di te per tutta la vita con un insaziabile senso di insoddisfazione perché ti manca qualcosa o qualcuno che ti completi... è l'anima, il sé interiore sei tu, basta fare silenzio ed ascoltare.

L'autore Stefano Salvatici nasce a Cagliari il 15 Agosto 1961. Esperto astrofilo è iscritto all'U.A.I. (Unione Italiana Astrofili). Presidente e fondatore dell'Associazione "Non Solo Terra", svolge la professione di consulente tecnico del Tribunale di Cagliari. Ufologo e ricercatore nell'ambito spirituale attraverso le trasformazioni della chimica individuale. Autore anche dei libri "Rapiti dall'universo - ma lassù qualcuno ci osserva", e "Il risveglio del Maestro Invisibile - le vere origini dell'uomo", è stato ospite di numerose trasmissioni televisive come il "Sogno dell’Angelo" ed il "TG Oltre", collabora con importanti radio nazionali ed affermate testate giornalistiche che si occupano di misteri, oltre a diverse televisioni locali della Sardegna.

PRESENTAZIONE:

L'Anima in mano
Gli scrittori in realtà scrivono per se stessi e non per altri. Sarebbe più semplice dire che ci sono gli scrittori che scrivono per far vedere agli altri quanto sono bravi oppure per far soldi oppure per insegnare qualcosa a qualcuno.
Così le librerie si riempiono di libri di saggistica, di trattati, di romanzi.
La realtà appare ben diversa quando si comincia a scoprire che dietro per esempio ai Personaggi dei romanzi, si nascondono personaggi che l'autore conosce bene, a cui ha dato nomi e collocazioni storiche differenti.
L'autore non sempre se ne rende conto ed in realtà utilizza il suo romanzo per far fare e far dire ai suoi amici, nemici e parenti, quello che lui vorrebbe che accadesse in un romanzo, quello della vita fantastica in cui, lo stesso autore è il Dio supremo.
Così, per esempio, chi scrive un trattato di fisica, lo scrive perché, così facendo, si chiarirà le idee sulle sue stesse teorie, e questo processo accadrà miracolosamente durante la stesura del proprio manoscritto. Così inevitabilmente uno storico anche se fedele a questo od a quel personaggio, lo tratterà da amico o nemico a seconda che sia all'autore antipatico o simpatico.
Tutto questo oggi lo chiamano revisionismo storico ma in realtà il revisionismo storico è dentro di noi da sempre ed a volte diventa esageratamente appariscente ma altre volte è più subdolo, discreto, subliminale, quasi impalpabile... Ma è sempre presente!
Dunque la scrittura è un modo per parlare con se stessi, con la parte più profonda di noi, che, attraverso il segno grafico, ci permette di venire a contatto con il nostro inconscio.
E qui va anche detto che Hillman ritiene che la parte più profonda del nostro IO sia proprio l'inconscio, dove albergherebbe l'anima che è l'archetipo di Dio (James Hillman in: L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Ed.Adelphi, Piccola biblioteca vol. 481, 2002 Milano).
Hillman dice: "Plotino e Jung hanno in comune una visione radicale fondata sull'anima come metafora primaria, sicché tutto ciò che viene detto è, nello stesso tempo, una affermazione dell'anima e insieme una affermazione sull'anima e intorno all'anima".
I neoplatonici, a cui i nostri Plotino, Jung ed Hillman appartengono, sostengono che: l'anima scrive incessantemente di Sée.
Ficino definisce la vera attività della Psiche il "raziocinare perpetuo".

E secondo Dodds, in "Tradition and personal achievement"; si sostiene con Plotino, che, dentro di noi, c'è un uomo interiore, un uomo segreto, impegnato nel tentativo di arrivare alla noesis, alla conoscenza di Sé e dell'Altro: alla conoscenza del Tutto praticamente.
Ma come parlare con l'anima? Come instaurare un rapporto con questa elusiva parte di noi? Se l'anima alberga nell'inconscio profondo bisogna sfruttare i ben poco noti meccanismi per accedere all'inconscio stesso.
La nostra struttura mentale non prevede di poter colloquiare con noi stessi poiché si suppone che a rispondere alle nostre stesse domande saremmo noi stessi in un loop assurdo e privo di significato e valore.
Allora il nostro cervello escogita un trucco. Costruisce un corpo fisico, un doppio, il più possibile riconoscibile per noi e quindi necessariamente una copia di noi e mette dentro questa copia il proprio IO interiore, estroiettando dunque parte di Sé nell'altro.
Ora, dopo aver effettuato lo sdoppiamento, il cervello potrà tentare di colloquiare con l'altro Se stesso ma il colloquio così condotto non sarà un colloquio tra sé e se medesimo ma tra due parti del Sé: il conscio che è rimasto nell'originale e l'inconscio che è stato estroiettato nel doppio. Ma siccome nell'inconscio alberga l'anima ecco che il colloquio con essa verrà reso meccanicisticamente possibile.
L'accesso alla propria anima dunque è possibile solo se si diviene staccati da essa in un processo di schizofrenia necessaria alla comprensione del Sé totale.
Va ricordato che Hillman sostiene che la sanità di mente è uno stato di perenne malattia ed ancora che è in realtà lo schizofrenico che vede il mondo come in realtà esso è e non il sano di mente che vede il mondo attraverso la mediazione di un subconscio, pronto a far sembrare l'universo attorno a lui, meno doloroso di quello che realmente sarebbe.
Dunque, secondo queste ipotesi per guardarsi dentro bisogna diventare schizoidi e nel farlo non ci sarebbe proprio niente né di patologico né di pericoloso ma qualcosa di assolutamente necessario.
Come fare ad ottenere tutto questo?
Come costruire una copia di Sé che ospiti l'anima?
La cosa è più semplice di quanto non possa sembrare ed il nostro cervello risponde a questa richiesta in modo archetipico, indicando saggiamente che il nostro "alter ego" altri non è se non la nostra immagine speculare.
Archetipicamente l'immagine allo specchio ha un simbolismo potente, profondo e vecchio come l'essere umano stesso. Gli indigeni dell'Africa non vogliono farsi fare le fotografie perché dicono che nell'immagine della foto appena scattata rimane la loro anima che si separa dal loro corpo.
E che dire della storia del diavolo che ti vuole rubare l'anima, proprio perché non la possiede ed appare privo della sua immagine allo specchio?
Nel noto vecchio film "Il ritratto di Dorian Gray" il personaggio principale fa un patto con il diavolo che alla fine dei giochi, vorrà come sempre l'anima di Dorian in cambio dell'immortalità fisica. Nella storia Dorian non invecchia mai ma ad invecchiare è la sua immagine dipinta in un quadro. In questo contesto oltre allo sdoppiamento del proprio IO, attraverso la costruzione di un involucro solido che accorgesse il proprio inconscio, si è fatto un altro passo. Si sono infatti scambiati i ruoli mettendo l'anima eterna nel corpo di Dorian e lasciando tutto ciò che è fisico nel quadro, nell'immagine, nel doppio di Dorian.
Ma la storia punisce Dorian dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che l'anima ed il corpo devono stare assieme in un processo di reciproca conoscenza perché assolutamente necessari l'uno all'altra.
Stefano Ferrari nel suo libro dal titolo "Lo specchio dell'io, autoritratto e psicologia", Editori Laterza, 2002, aggiunge che ogni autoritratto eseguito, osservato o semplicemente immaginato, rievoca e rispecchia le tappe della formazione dell'IO riattivando e in qualche misura rielaborando le ansie relative al senso della nostra identità.
L'anima archetipicamente parlando rappresenta dunque la vera profonda identità nascosta e parlare con l'anima vuoI dire parlare con la parte di Dio che è in noi.
Il nostro inconscio che produca questa idea ne è convinto, tant'è vero che il mitico Narciso per guardarsi nello specchio delle acque di un lago per ammirarsi e rimirarsi, cade nelle placide acque ed affoga perché non sa nuotare.
In senso archetipico tutto ciò rappresenta la perdita della vita a causa della non conoscenza del proprio IO profondo. Narciso cerca nell'anima qualcosa di corporale che non trova, Narciso non capisce che l'anima non è il corpo, non riconosce la propria anima ed affoga in se stesso perdendosi per sempre nell'acqua, liquido che rappresenta la vita. Narciso infatti non guarda i suoi lineamenti mentre per vedere la propria anima dovrebbe guardarsi negli occhi perché questi ne sono lo specchio.
Un altro personaggio che cade nello specchio è Alice nel paese delle meraviglie.
Cadere nello specchio vuole simboleggiare il gettarsi nel proprio inconscio e, come diceva Jung, questo vuoI dire diventare schizofrenici per veder la verità vera. Alice non vede, al di là dello specchio, tutto in modo distorto, come qualcuno può credere ma vede simbolicamente tutto come in realtà esso è perché la visione della realtà distorta si ha al di qua dello specchio e non al di là. Sempre che si consideri la visione che l'anima ha dell'universo, una visione più oggettiva e meno soggettiva.
Da un punto di vista psicologico invece gli psicologi moderni considerano il mondo di Alice un mondo da rifiutare per stare con i piedi sulla terra.

È vero che la nostra Alice va aiutata ma non ad uscire dallo specchio bensì a capire che relazione esiste tra il di qua e il di là e cioè tra il dentro di noi ed il fuori di noi.
Se infatti così non si facesse il soggetto che avesse avuto il privilegio di parlare allo specchio con la sua anima, potrebbe non avere più voglia di staccarsi da lei per acquisire la visione di Sé sia materiale che spirituale, nel tentativo di ripudiare quello che è sofferenza di questo mondo materiale.
L'errore che fanno oggi le religioni, è pensare che "spirituale" sia più bello di "materiale", mentre noi pensiamo che "materiale e spirituale" siano le parti di un tutto migliore perché semplicemente più completo.
Dunque parlarsi allo specchio è qualcosa di più che un semplice passatempo ma un trucco simbolicamente valido per instaurare un rapporto con la parte profonda di noi stessi, e questo la psicologia moderna sembra averlo capito con la pratica di metodologie che utilizzano proprio la specchio come oggetto-soggetto transizionale in cui è come se un altro, che sono io, la mia copia, parlasse a me da un luogo spazio-temporale differenziato; e chi, meglio di me, sa quali siano i miei profondi dilemmi?
Dunque un tentativo di diventare psicologi di noi stessi, un tentativo di differenziare l'Es dall'IO e fare in modo che queste due entità, prima tra di loro opportunamente dicotomizzate schizofrenicamente, si contattino, soprattutto quando questo contatto, nella vita normale non può accadere. E non è assolutamente da credersi che, se qualcuno passa qualche minuto a parlarsi davanti allo specchio tutte le mattine, questa pratica sia una perdita di tempo in cui si dicono delle banalità, perché attraverso quelle banalità tutta la potenza del metalinguaggio prenderà invece corpo e tutte quelle che sono le regole della "Programmazione Neuro Linguistica" scatteranno permettendo di scrutare il dentro ed il fuori di noi, permettendo di verificare che la Mappa non è il Territorio (C. Vincis in: "Magia della Comunicazione: manuale di Programmazione Neuro Linguistica", Ed. Information System Italia, 2003 Piancogno - BS).
Si tratta di mettere in atto quel qualcosa che alcuni psicologi chiamano "terapia dello psicodramma" in cui i due ruoli esistenti sono ricoperti questa volta dall'inconscio e dal conscio del medesimo soggetto che è anche il trainer di se stesso.
Ma da un punto di vista più profondo, più simbolico, altro non si fa se non tentare di parlare con colui che viene visto archetipicamente come il nostro Creatore.
In Genesi 1.27, infatti viene detto "...Perché gli Dei hanno fatto l'uomo a sua immagine, a sua immagine lo hanno fatto..."
Dunque se il nostro inconscio percepisce questa idea come la verità, tentando di parlare con la sua immagine speculare, tenta solamente di parlare con quella parte di Dio che è lui stesso, cioè con la sua Anima.
Solo dopo un attento percorso conoscitivo interiore, si capirà che non c'è bisogno di guardarsi in uno specchio per parlare con se stessi, ed a quel punto avremo la nostra anima nella mano.

Corrado Malanga - Gennaio 2004

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