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libri scelti da Francesco Di Blasi

QUANDO BABBO NATALE ERA UNO SCIAMANO

 
di Tony van Renterghen
Edizioni Amrita
pagg. 194 - € 15,49

Per ordinare: www.amrita-edizioni.com

 

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CAPITOLO I - L'ALBERO DEL FUOCO:

La maggior parte degli occidentali ha perduto quel rapporto intenso ed emotivo che i nostri antenati avevano con il fuoco. La terribile grandiosità del fulmine, la magia della scintilla, la fiamma, la luce, il calore che si irradia e il ruggito del fuoco vivo stanno diventando cose del passato. È sufficiente premere un interruttore e splende la luce, una luce immobile, inanimata e fredda; basta schiacciare un pulsante e, da qualche parte nello scantinato, nascoste in un armadietto, una fila di fiammelle blu trasforma l'acqua o il gas in un'immediata fonte di calore per la casa. Magari (per creare un'atmosfera o come preludio a un'avventura amorosa) un'atavica scintilla nella nostra memoria subconscia ci fa sfregare un fiammifero e accendere le candele sulla tavola, oppure premere un pulsante che accende i finti ceppi di un caminetto a gas.
lo sono tra i fortunati: sono figlio delle fiamme e del fuoco. Mi ricordo una mia zia che mi accompagnava a letto reggendo una candela dalla fiamma tremolante che proiettava ombre misteriose contro il muro; io sedevo e fissavo con attonito stupore le fiamme vive, ruggenti e scoppiettanti nel vecchio e maestoso caminetto dei miei genitori, aspirando il fumo del legno di pino o di quercia, assorbendo il calore nel mio corpo e osservando le braci ardenti consumarsi lentamente e silenziosamente.
In seguito, durante la seconda guerra mondiale, mi trovai costretto dal fuoco nemico a rifugiarmi in una casa il cui tetto di paglia era in fiamme e stava per cadermi sulla testa. Poi, quando vivevo a Malibu in Califomia, collaborai con i pompieri mentre un muro di fiamme ci si faceva incontro ruggente, seguito subito dopo da un'immensa tempesta di fuoco. In molti luoghi, ma mai in modo così intenso come in Africa, ho assistito al grandioso e tremendo potere dei temporali, con saette lunghe chilometri che squarciavano il cielo sopra di me. Tutto questo mi ha donato la consapevolezza dell'essenza viva del fuoco e della sua capacità di risvegliare le terribili forze della natura: creare, vivere, bruciare e infine, così come inevitabilmente succede con tutte le forme di vita, ritornare alla cenere.
Il fulmine e il fuoco sono strettamente legati alla vita e alla procreazione, al punto che i moderni scienziati ritengono che la prima creazione di vita fisica sulla Terra abbia avuto luogo quando una saetta si abbatté sul "brodo" chimico primordiale che al tempo copriva la superficie del pianeta; essa rappresenterebbe quindi letteralmente la prima "scintilla di vita". Il fuoco trasmesso agli uomini dai cieli grazie a una saetta e il coraggio dell'umanità nel domare la fiamma, impressero un ricordo indelebile nei nostri avi preistorici. È questa l'essenza dei nostri più antichi miti, la storia, quasi universale, dell'Albero del Fuoco e della Conoscenza, detto anche Albero della Vita, Albero Ardente, Roveto Ardente eccetera.
Nessuno sa a quante migliaia di anni fa risalga l'evento che cambiò la vita sulla Terra, ma il suo ricordo subconscio ci accompagna da sempre ed è il ricordo del preciso istante in cui l'uomo da mero animale ha fatto un passo avanti, iniziando a prendere il controllo dell'ambiente circostante. Il mito è stato trasmesso di generazione in generazione, da qualche parte semi-dimenticato, da qualche altra arricchito o adattato. Lo stesso discorso va fatto per quei riti svolti per ricordare l'evento: essi esistono tuttora, sia in forma di cerimonia religiosa che in quella di usanza duratura. La storia veniva, e viene, raccontata in quasi ogni clan.
Il momento preciso in cui questo evento ebbe luogo si è perduto nelle nebbie del tempo, ma vi sono talmente tante versioni della stessa storia in così tante culture, che io mi sento libero di avanzare alcune ipotesi su un possibile scenario in cui collocare l'origine di questo mito.
In un qualche momento dell'era preistorica, forse in una fredda sera attorno al periodo del Solstizio d'Inverno, una violenta tempesta si scatenò contro il fianco di una montagna, sparpagliando un piccolo clan di animali umani. Essi iniziarono a correre spaventati quando una saetta accecante illuminò la foresta, abbattendosi e incendiando un vecchio albero. Mentre il tuono rombante riecheggiava tra le colline, gli uomini osservavano sgomenti le fiamme serpeggiare lungo il tronco dell'albero fino a raggiungerne i rami. Persino a distanza essi riuscivano a percepire il caldo bagliore delle fiamme che illuminava la notte e ricordarono come in passato Loki, il grande serpente del fulmine, avesse rubato il fuoco dai cieli per scagliarlo sulla Terra, creando un inferno di fiamme che aveva oscurato boschi e colline, uccidendo nel percorso ogni sorta di vita. Questa volta tuttavia l'umidità aveva impedito al fuoco di propagarsi oltre l'albero. All'improvviso un ramo in fiamme cadde a terra frantumandosi e sollevando una pioggia di scintille, spingendo così gli spettatori a rifugiarsi nella loro caverna.
Una giovane donna tuttavia non fuggì ma rimase a strepitare in preda all'agitazione. Poi, timorosa ed esitante, allungò una mano a raccogliere una pezzo del ramo in fiamme. Con cautela, tenendolo lontano dal proprio corpo, lo studiò, ne percepì il calore e infine lo portò all'entrata della caverna. Lì danzò con il ramo nella mano, quindi lo depositò trionfante ai piedi del maschio più anziano. Questi fece un balzo all'indietro, terrorizzato sia dal fuoco che dall'atto sacrilego della donna. Lei, prendendo fiducia, alimentò la fiamma con dei pezzetti di legno secco.
Dal momento che il caldo bagliore cominciava a diffondersi nella caverna, e notando che nessuna saetta celeste aveva punito la ragazza, l'uomo e il resto del clan si avvicinarono al fuoco. Timoroso ma deciso a non lasciarsi scavalcare da una semplice ragazza, l'uomo si avvicinò maggiormente quindi, dopo essersi battuto con forza il petto, raccolse con circospezione il ramo. Non accadde nulla. Acquistando coraggio l'uomo prese a saltellare attorno e nell'eccitazione mosse il tizzone ardente davanti agli spettatori terrorizzati, che fuggirono e stettero ad osservare. da una distanza sicura.
Orgoglioso del suo nuovo potere e sessualmente eccitato dal calore prodotto fuori stagione dalle fiamme, l'uomo si avvicinò alla giovane donna, la portò vicino al fuoco e si accoppiò con lei.
Questa è una libera interpretazione del mito più antico dell'umanità. Fin da principio l'uomo temette che, avendo ricevuto del fuoco "rubato" (uno spaventoso tabù) e pertanto acquisito la prima conoscenza (scienza) sul modo di controllare la natura, questo fatto avrebbe rappresentato un'offesa contro il Grande Spirito della Natura, un atto che forse gli avrebbe scatenato contro l'ira della natura stessa. In un certo senso aveva ragione, poiché così facendo il vaso di Pandora, con tutti i suoi mali, era stato aperto; dopo milioni di anni di lenta evoluzione, quel gesto aveva provocato l'improvvisa fine del paradiso animale e dato l'avvio a una reazione a catena che, ancor oggi, prosegue a ritmo sfrenato.
L'uomo gradì la nuova comodità e i vantaggi che essa gli conferiva sugli altri, ma comprese anche che aveva commesso una "sacrilega" invasione in un regno di cui non avrebbe mai posseduto il controllo. Volendo placare la natura o i cieli, a cui pensava d'aver sottratto il fuoco, l'uomo collocò delle offerte sacrificali sui rami di un albero tentando di bruciarlo, con l'intenzione di restituire il fuoco assieme a delle offerte espiatorie. Se l'albero non si fosse consumato interamente, egli avrebbe attaccato dei tizzoni ardenti sui rami o avrebbe tagliato l'albero per bruciarlo assieme alle offerte. Il rito sarebbe stato ripetuto ogni anno in un gesto di ringraziamento, di timore e di pace, un rito che l'uomo ha svolto, in un modo o in un altro, fino al giorno d'oggi.
Comprendendo che c'erano ben poche speranze di ottenere ancora del fuoco nello stesso modo, lo sciamano (in seguito conosciuto anche come "flamine" o "custode della fiamma") ordinò alle vergini del clan di mantenere sempre accesa la fiamma ad ogni costo. Sorprendentemente migliaia di anni più tardi i romani, che erano ormai degli esperti nell'accensione del fuoco, svolgevano ancora il medesimo rituale preistorico di "custodire il fuoco". Infatti, sotto l'egida di un sacerdote romano (chiamato appunto "flamine"), le Vergini Vestali accudivano al fuoco eterno, pena la morte in caso lo avessero lasciato estinguersi. Sebbene l'utilizzo del fuoco risalga probabilmente a ottocentomila anni fa e la sua accensione a centomila, esistono popoli (come i tasmaniani) che ancora alla fine dell'Ottocento ignoravano il modo per accenderlo. I miti legati all'origine del fuoco, così come i rituali per la sua conservazione, sono stati tramandati di generazione in generazione e, di conseguenza, sono antichi ma al tempo stesso relativamente recenti. Oggigiorno una fiammella viene mantenuta costantemente accesa in molte chiese, ma in genere i fedeli non ne conoscono il motivo, oppure è stata fornita loro una spiegazione religiosa recente, dimenticando che fiamme simili ardono nei templi di quasi tutte le religioni.
Ho accennato a questi fatti per dimostrare quanto tenaci e durevoli siano tali riti e tradizioni; una volta che la mente dell'uomo è stata programmata dal rito, essa si comporta in modo molto simile a un computer e riprogrammarla è quasi impossibile, ecco perché seguitiamo a celebrare la festività dell'Albero del Fuoco. Il nostro albero di Natale affonda quindi le sue radici in un terreno vecchio di cento-ottocentomila anni.
Il fuoco, il fulmine, la sessualità e la fertilità sono sempre stati legati uno con l'altro e con il simbolismo del serpente. Alcuni messaggeri e guardiani di Dio furono di quando in quando raffigurati sotto le sembianze di serpenti o fulmini, basti pensare al Serafino dei babilonesi, degli ebrei, dei cananei, degli arnoriti e degli ittiti, oltre che a Lucifero (letteralmente "colui che porta la luce"), l'angelo caduto. La storia del fuoco rubato ai cieli da un fulmine-serpente che lo diede all'uomo è presente in quasi tutte le culture, dal mito greco di Prometeo a quello germanico di Loki, dalle leggende indiane fino all'episodio biblico del Giardino dell'Eden, nel quale il serpente (il fulmine) tenta Eva con il frutto (simbolo del fuoco e della fertilità) dell'Albero della Conoscenza (ovvero "l'Albero del Fuoco", "l'Albero della Vita").
In tutti i miti, una volta posseduta la chiave per l'uso del fuoco (e appreso a lavorare i metalli), l'uomo acquista potere e controllo sull'ambiente e sulla vita, ma al prezzo di dover abbandonare per sempre il paradiso e il suo idillico, innocente (ignorante) stato animalesco, uno stato in cui egli era vissuto in totale armonia e simbiosi con il ciclo di nascita, vita e morte della natura.
Non ho mai smesso di sorprendermi dinanzi all'incredibile consapevolezza di coloro che l'uomo moderno chiama, con tanta condiscendenza, "pagani primitivi", e alla loro profonda visione della psicologia, della filosofia, della sociologia e della natura: furono loro ad ideare i miti e a tramandarli oralmente di generazione in generazione, mettendo sempre in guardia l'uomo contro i pericoli derivanti dalla sete di potere, da un'eccessiva ricchezza materiale, dal controllo sulla natura e dagli sforzi compiuti dall'umanità per sfidare la morte cercando ogni volta invano di ottenere l'immortalità.
Al giorno d'oggi il mito dell'Albero del Fuoco continua a trasmetterci la meraviglia della natura e ad insegnarci ad essere. grati per i miracoli del fuoco, della luce e della conoscenza; ci ricorda inoltre di usare i nostri poteri con saggezza, con amore e mai con egoismo. Ci comunica che l'uso e la gestione di questa conoscenza "rubata" (oramai atomica!) comportano responsabilità, il prezzo terribile che l'uomo deve pagare per aver usato violenza alla terra, per aver mercanteggiato con la natura o, come si diceva un tempo, "per aver cercato di entrare nel regno degli dèi".
Potreste chiedervi che cos'abbia a che fare questo antico mito con il nostro attuale albero di Natale: dopo tutto la tradizione racconta che fu il principe Alberto, marito della regina Vittoria, a portare per primo in Inghilterra, nel 1840, l'albero di Natale dalla sua nativa Germania, dove quell'invenzione risaliva presumibilmente al sedicesimo secolo. Questa storia viene generalmente supportata da una pubblicazione tedesca del 1521, accompagnata da un dipinto di Strasburgo raffigurante "il primo albero di Natale che si conosca". Dall'Inghilterra l'usanza di adornare l'albero si sarebbe quindi diffusa nel resto del mondo.
Si tratta di una bella storia, ma inesatta e incompleta; dell'albero di Natale infatti si parlava in Inghilterra già nel 1789, molto tempo prima del principe Alberto: quando nell'ottavo secolo San Bonifacio venne a convertire i pagani del Nord, il culto degli alberi era così diffuso che egli decise di abbattere l'antico albero sacro dedicato alloro dio Wodan; in seguito, nel Medioevo, in alcune cosiddette sacre rappresentazioni comparivano alberi adorni ma, sebbene da principio la Chiesa fosse scesa a compromessi aggiungendo alle decorazioni delle ostie consacrate, ben presto proibì del tutto il rito dell'albero, che sopravvisse soltanto in alcune zone pagane del mar Baltico, ben lontane dal controllo ecclesiastico. La cerimonia dell'Albero del Fuoco, come già detto, risale in un modo o nell'altro a molto tempo prima della nascita di Gesù, addirittura al momento in cui l'uomo osservò per la prima volta con stupore il dono del fuoco ricevuto tramite un albero in fiamme (è probabile che il racconto del roveto ardente di Mosè sia collegato al mito dell'Albero del Fuoco).
Le tradizioni che vedono la restituzione del fuoco "rubato" al dio, assieme ai sacrifici compiuti per riparare al "torto", sono presenti in tutti i popoli di origine indoeuropea e sono solitamente legate a festività quali Capodanno, Pasqua (che in origine rappresentava l'inizio dell'anno) o i Solstizi (in particolare il Solstizio d'Inverno, celebrato come Natale). È importante comprendere che questa celebrazione è di fatto un unico rito ma che, per una serie di ragioni, viene ora osservata in periodi molto diversi da tribù diverse. Tra i motivi vi sono:

1. Gli alti e bassi delle varie religioni, sia pagane che cristiane, e la loro diffusione.
2. La misura in cui le culture hanno adottato i riti di altri popoli.
3. Il grado di controllo che i governanti possedevano nei confronti del popolo.
4. Problemi di calcolo del tempo e di differenze stagionali a latitudini diverse.

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