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libri scelti da Francesco Di Blasi

QUANDO BABBO NATALE ERA UNO SCIAMANO

di Tony van Renterghen
Edizioni Amrita
pagg. 194 - € 15,49

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INTRODUZIONE:

Se girovagate per le strade di Londra, Parigi, New York o persino Tokyo nel mese di dicembre, vedrete una gran quantità di alberi di Natale e di allegri Babbi Natale ad impennare le vendite di moltissimi beni di consumo, gran parte dei quali tra parentesi si riveleranno completamente inutili. Perché lo facciamo, che cos'è questo mito? Da dove spuntano riti come quello dell'albero di Natale con le sue candeline accese o la figura di Santa Claus? Non saranno, invece che un mito, solo favole per bambini, come Paperino o Topolino? Contano. E questo importa davvero a qualcuno? E in quale misura?
La maggior parte di noi non ha la più pallida idea ormai di cosa sia un vero mito, per non parlare poi delle origini delle antiche usanze in questione o del significato di tali figure e simboli. Eppure nel nostro subconscio sono impressi vaghi ricordi di rituali mitici, le cui reminiscenze portiamo avanti tuttora e trasmettiamo ai nostri figli senza conoscerne il motivo. Molti infatti non sanno che l'albero di Natale e Santa Claus costituiscono miti e rituali antichissimi; essi fanno parte delle radici dell'uomo occidentale e, forse, proprio le vostre. Bene, direte, ma cosa c'è di così importante nelle proprie radici?
Noi viviamo in uno stato di instabilità emotiva, in un periodo di rapido, caotico cambiamento e di shock culturale. Da un lato le nostre menti sono sovraccariche di nuove informazioni che affluiscono in sempre maggior quantità, dall'altro tentiamo in qualche modo di sopravvivere tra le macerie di ciò che un tempo era la famiglia tradizionale. Catturati in un turbine di nuove tecnologie, di violenza, di culture diverse e in rapida espansione che portano con sé nuovi fondamentalismi religiosi, molti di noi provano un disperato bisogno di conservare i propri valori culturali, per una sorta di sopravvivenza psicologica in quello che pare essere diventato un mondo estraneo; e se non ci riavviciniamo a queste "radici" adesso, quel poco che rimane verrà pian piano cancellato dai nostri ricordi e sarà perduto per sempre.
I miti e i rituali come quelli del Natale e di Santa Claus, sono tra i pochi legami che tuttora ci collegano ad esse, giacché fanno infatti parte del mito più tenace e importante: la prima volta in cui l'uomo ha compreso di appartenere a qualcosa più grande di lui, il ricordo, pur vago e frammentato, della conquista del fuoco, di quel grandioso momento che ha completamente mutato il destino dell'umanità.
La società moderna si sta rendendo conto, lentamente e con riluttanza, del fatto che bisogna imparare a vivere in armonia con l'ambiente che ci circonda e con la natura, pena l'estinzione. Questo concetto, secondo il quale la terra è conosciuta con il nome di "Gaia", considera il mondo e in senso più esteso l'intero universo, come un'entità vivente della quale noi siamo una parte minuscola e vitale. Coloro che noi definiamo "uomini primitivi" possedevano una ben maggior sintonia con Gaia e le loro più remote concezioni religiose riflettevano la simbiosi con la natura e con le forze della creazione, della vita e della morte. Il loro sciamano o uomo-di-medicina costituiva il legame (in termini moderni "il canale") tra loro e Gaia: quando egli compariva solenne e parlava come sciamano, gli uomini non lo vedevano semplicemente come posseduto dalla voce e dallo spirito di Gaia, ma come incarnazione stessa della Terra. Gaia non moriva mai, pertanto nemmeno l'uomo moriva veramente ma, riassorbito dalla Terra, continuava ad esistere.
Guardate lo sciamano e vedrete Gaia, mangiate del pane e mangerete parte di Gaia, bevete del vino e berrete parte di Gaia; ascoltate e danzate al battito del tamburo e alla melodia dei flauti, e ascolterete e sentirete Gaia. Danzate, congiungetevi al vostro compagno o compagna e non solo sentirete Gaia, ma le permetterete anche di entrare in voi; sia voi che Gaia siete rinati... siete una cosa sola!
Giunse poi l'istante più importante nella storia dell'uomo: la sua prima conoscenza, la scoperta del fuoco e del suo uso. Questa scoperta diede all'uomo un vantaggio sugli altri animali ma costituì anche il primo distacco da Gaia. Da allora l'uomo si è considerato sempre superiore, quasi simile a un dio, capace di controllare e dominare l'ambiente che lo circonda. Questo evento viene ricordato nella Bibbia come il peccato originale e si riflette inoltre nell'arrogante tendenza dell'uomo occidentale a vedere e raffigurare il suo Dio nelle sembianze di un essere umano di sesso maschile e della propria razza.
Due antichi miti esistono tuttora per rammentarci quel breve istante nel passato dell'uomo:

1. Il mito dell'Albero del Fuoco, il più antico rito umano legato a questo elemento. La nostra usanza dell'albero di Natale è una delle ultime reminiscenze di quell'antico mistero.
2. Il ricordo, vago ma persistente, dell'antico sciamano che aiutava l'uomo a rimanere in armonia con Gaia. Al giorno d'oggi il Santa Claus dei negozi ne è solo un patetico residuo.

Perché questi miti e rituali antichi sono tuttora importanti?
I filosofi da sempre affermano che siamo più di quello che mostriamo, che facciamo parte di un'entità più grande e che questa entità fa parte di noi, che non viviamo una sola vita immersa nel vuoto, ma che siamo parte del passato, del presente e del futuro. Prendete in considerazione le cellule del nostro corpo, che muoiono ogni sette anni: senza tali cellule il corpo non esisterebbe, eppure esso nella sua totalità continua ad esistere nonostante il loro continuo ricambio. Allo stesso modo la nostra generazione è parte del "corpo" che costituisce la nostra entità, un'entità formata dalla razza, dalla cultura, dalla nazionalità e dalla storia. Essa esisteva prima di noi, si espande e cambia con noi e seguiterà ad esistere dopo di noi come parte di un'entità ancora più grande, il mondo e ancora oltre, l'universo. È un po' come un floppy disk regolarmente aggiornato, che continua a funzionare nonostante il fatto che alcune parti del computer vengano continuamente sostituite.
Ma tutto questo cosa c'entra con la nostra vita attuale?
Molto più di quanto si creda. Consideriamo l'esempio seguente: durante le vacanze invernali può capitarci di ritrovarci seduti davanti a un accogliente caminetto acceso a bere qualcosa di caldo in compagnia, dopo aver collocato i nostri regali sotto quell'albero che abbiamo appena decorato e illuminato con candeline.
Vi siete mai chiesti perché facciamo tutto questo e perché lo consideriamo piacevole? Dopo tutto, non si può dire che i caminetti siano pratici o convenienti, oppure che portarsi in casa un abete da decorare con paccottiglia scintillante e che sparge i suoi aghi ovunque sul pavimento serva a qualche scopo pratico. E poi perché alcuni di noi si vestono da vecchio barbuto, fingendo di essere un tipo strambo chiamato Babbo Natale?
Qual è lo scopo di questi strani riti e perché ci "donano gioia e conforto", come recita un vecchio canto natalizio? (1) Come per tante altre usanze, lo scopo è stato dimenticato da tempo ormai, eppure continuiamo ad eseguire il rito e a sentirci bene, perché migliaia di anni fa siamo stati culturalmente e ritualmente programmati a farlo e a provarne piacere.
Lo scopo dei rituali può venire dimenticato in un lasso di tempo molto breve. Considerate ad esempio il rito americano del Memorial Day, una ricorrenza statunitense originariamente istituita per commemorare i caduti della Guerra Civile e poi estesa alla commemorazione dei caduti di tutte le guerre. Non è trascorso che un secolo dall'istituzione di tale rito, eppure l'ottanta per cento della popolazione ha dimenticato per chi è stata istituita in origine questa commemorazione, e un buon cinquanta per cento la considera soltanto un'occasione per praticare sport, giochi o fare un picnic con la famiglia. Nonostante questo l'evento viene osservato e, a meno che una qualche nuova cultura non arrivi a spazzar via l'attuale, continuerà ad essere osservato per secoli, persino quando i cittadini avranno completamente dimenticato il motivo originario di questa celebrazione.
Più antichi sono riti e tabù, più appaiono duraturi. Di cosa si tratta esattamente?
Molto tempo prima che nascesse il linguaggio, quando gli antenati dell'uomo vivevano assieme in piccoli gruppi o in clan, essi svilupparono due modi, molto simili tra loro, per conservare e ripetere quelle azioni utili alla sopravvivenza del clan (l'uomo non è sicuramente l'unica specie ad agire così, lo fanno anche alcuni altri mammiferi, tra cui i lupi). Prima dell'avvento della parola essi svilupparono il rito, che può essere definito al meglio come "comportamento imitativo", vale a dire una cerimonia in cui vengono imitate le azioni degli altri; crearono inoltre il tabù, il comportamento proibito, il "non devi farlo". Questi due comportamenti non ci sono stati (e non sono attualmente) insegnati su base razionale, ma sono stati "programmati" (2) nel nostro subconscio al momento della nascita: il rito con l'esempio ripetuto da parte del clan e il tabù con la minaccia di punizioni severe o persino della morte.
Con l'avvento della parola giunse anche il nuovo concetto del "perché?", ossia il primo mettere in discussione l'autorità. Questo comportò lo sviluppo del mito, una storia allegorica, poetica e spesso fittizia che spiegava l'origine e la necessità del rito o del tabù. Con il tempo un mito, un rituale o un tabù potrebbero anche rivelarsi inutili o non più necessari a un clan, eppure proprio per il modo in cui essi sono stati programmati nella cultura, è quasi impossibile cancellarli fintanto che sussistono anche minime tracce di quel clan. Può però anche succedere che un clan o una nazione cadano sotto una diversa influenza culturale e, così facendo, assorbano e portino avanti i riti e i tabù della nazione dominante, apparentemente senza motivo se non quello di considerarli come le insegne del potere di una struttura che essi ammirano e tentano di copiare.
CarI Jung, e più recentemente Joseph Campbell, hanno affermato che miti e rituali ci collegano all'infanzia dell'umanità tramite antichi ricordi subconsci di riunioni del clan e della calda sicurezza dei raduni attorno al fuoco. Hanno inoltre affermato come questi miti e rituali ci abbiamo trasmesso dei necessari riti di passaggio e punti di riferimento per aiutarci a trovare la nostra strada nella vita, fornendo al nostro clan un senso della continuità che precede la nostra nascita e si prolunga in un lontano futuro in cui noi, come individui, non esisteremo ormai più.
Oggi la Natività cristiana simboleggia l'adorazione della Chiesa per la nascita di Gesù di Nazareth, nel quale essa vede il Cristo ("l'Unto"), il Figlio di Dio. Santa Claus, l'Albero del Fuoco e la festività pagana del Solstizio d'Inverno d'altro canto rappresentano ben più remote vestigia di un antico passato pagano, mitologico e culturale, con radici così remote e profonde da venire quasi completamente dimenticate; eppure, curiosamente, è questa festa natalizia pagana più che la rappresentazione della Natività a incarnare quella gioiosa fede che molti di noi hanno nei principi d'amore, generosità e altruismo insegnati da Gesù di Nazareth, il giovane maestro e falegname ebraico che si definiva Figlio dell'Uomo: nessun'altra celebrazione si avvicina maggiormente allo spirito degli insegnamenti di Gesù come il Natale pagano.
Dal momento che il mito della Natività è ben noto, questo libro tratterà esclusivamente della riscoperta di quei tenaci miti del nostro più antico passato culturale e pagano. Consideratelo quindi semplicemente come una specie di "giallo" ancestrale, una ricerca delle nostre radici, da leggere accanto al caminetto in una fredda notte d'inverno.
Gran parte di ciò che contiene è necessariamente basata su congetture e su paragoni con culture primitive tuttora esistenti, di conseguenza mi aspetto che gli studi futuri smentiscano o confermino alcune delle mie scoperte. Spero comunque che incoraggi altri a dedicarsi alla materia anche con maggior precisione.
Tony van Renterghem, 1995

Note:
1. L'Autore si riferisce alla carola è il tradizioanle inglese "God Rest Ye Marry, Gentlemen".
2. Nei campi d'addestramento dell'esercito e nei regimi totalitari si usano strategie simili.

Nel libro uso il termine "uomo" in senso generale, per evitare il pedantesco ricorrere a "gli uomini e le donne" e ad altri simili "escamotage" letterari.
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