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libri scelti da Francesco Di Blasi

LE PIETRE DI ICA
In una biblioteca di pietre la storia misteriosa di
una umanità "diversa" vissuta 65 milioni di anni fa


 
di Cornelia Petratu e Bernard Roidinger
Edizioni Mediterranee
pagg. 200 - 25 foto fuori testo - 15 illustrazioni - € 12,91
Per ordinare: www.ediz-mediterranee.com

 

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CAPITOLO 1 - LE RIVELAZIONI DELLA SABBIA DEL DESERTO:

L'universo non è soltanto più straordinario di quel che pensiamo,
ma ancora più straordinario di tutto quel che possiamo pensare.

J.P.S. Haldane

Alcuni luoghi del nostro pianeta sono piacevoli. Sorridono in direzione del sole e della primavera come se fossero stati or ora creati. Il loro aspetto è molto vario, la vegetazione rigogliosa, la loro vista rallegra gli occhi e suscita sensazioni piacevoli. Invitano a stendersi sotto gli alberi o tra i fiori e a godersi il momento.
Altri paesaggi sono tristi, monotoni e desolati. Le crepe e le fessure del loro suolo disseccato sembrano le rughe profonde di un volto vecchissimo. Un paesaggio simile è il deserto di Ocucaje: una pampa sabbiosa prima delle Ande peruviane. Il vento ha formato gigantesche dune di sabbia - si presume che siano le più grandi del mondo - e l'argilla mescolata alla sabbia le ha fatte solidificare. Oltre vi sono i piani infiniti, le pampas. Se qui ci si ferma troppo, si crede di essere fuori del tempo e, in una certa misura, lo si è. Giacché le rocce che qui si ergono ovunque sulla sabbia sono antichissime, probabilmente le più antiche del nostro pianeta.
Di tanto in tanto vi sono delle oasi, collegate da strade polverose. Qui e là nel malinconico paesaggio s'intersecano persino dei fiumi che, però, sono in secca quasi tutto l'anno, benché le loro fonti si trovino sulle Ande. Soltanto in seguito ad una potente stagione delle piogge la loro acqua raggiunge il Pacifico.
Ogni tanto qui s'incontrano miseri campesinos, indiani, discendenti di Incas e Preincas. La maggior parte di essi sono analfabeti che, ai margini di questi fiumi prosciugati, coltivano il misero terreno come centinaia di anni fa e, con i raccolti insufficienti, campano alla meno peggio. Ma per gli archeologi tutto questo territorio è un vero tesoro che, dalla costa fino ai piedi delle Ande, alloggia e nasconde innumerevoli tombe del periodo inca e delle culture antecedenti.
Al centro di questa sconfortante solitudine si trova Ica, una città di quattrocento anni, fondata dai conquistadores e ancora oggi vivace e benestante. Qui vive un chirurgo peruviano di origine spagnola, che si è occupato intensamente, come archeologo amatoriale, del passato di questa regione, probabilmente più intensamente e sistematicamente degli archeologi accademici nella lontana Lima. E sembra che abbia fatto una scoperta che potrebbe rivoluzionare le nostre concezioni correnti della storia delle origini dell'umanità. I suoi ritrovamenti non indicano nient'altro che la "prova categorica" dell'esistenza di un'altra umanità, che deve essere vissuta sulla Terra, in un'epoca primitiva, a noi completamente sconosciuta.
All'incirca tra 50.000 e 10.000 anni prima della nascita di Cristo il continente americano era collegato all'Asia tramite un ponte di terra che passava sull'odierno stretto di Bering. E finora la scienza parte dal fatto che i primi uomini, in quanto cacciatori di selvaggina grossa, andarono in America sulle tracce di mammut e mastodonti attraverso questo ponte di terra e gradualmente si spinsero verso sud. Non prima di 20.000 anni fa sarebbero apparsi in Perù i primi uomini.
All'incirca 3.000 anni prima, c'era stato qui un progresso culturale degno di nota. Sparse per valli isolate e lungo le coste si andarono formando le più disparate cellule culturali, da cui sorsero infine i regni preincaici. Alcune tramontarono già dopo una breve fioritura, altre conservarono più a lungo il loro splendore. Gli Incas e i Preincas vengono designati come culture dell'antico Perù, come culture precolombiane o preispaniche. Essi sono noti anche come le "culture classiche" dell'antico Perù. Questa salda dottrina minaccia di crollare sui reperti di un archeologo amatoriale.

Tutto cominciò nel 1961, quando il Rio Ica, che altrimenti era in secca tutto l'anno, inaspettatamente si svegliò alla vita e inondò il deserto. Da decenni sulle Ande non era piovuto più così forte e assiduamente. Di colpo il Rio Ica crebbe fino a diventare una corrente impetuosa e trascinò con sé la sabbia del deserto verso il mare. In questo modo vennero dissotterrate numerose pietre dagli strati di terra profondi. Lì sotto c'erano svariati esemplari che presentavano misteriose incisioni.
Ma la cosa straordinaria di queste pietre, comparse all'improvviso, era che le raffigurazioni delle incisioni non si inserivano in nessun ambito culturale noto, poiché mostravano una flora ed una fauna in parte sconosciute per il sud America e, nei loro elementi identificabili, indicavano un'epoca primitiva, che supera di gran lunga i confini riconosciuti della storia dell'umanità.
Oltre a questi motivi naturalistici v'erano tra l'altro:
  • Mappe di territori sconosciuti e configurazioni astronomiche singolari.
  • La descrizione, tramite incisioni, di strumenti ottici (telescopi, lenti di ingrandimento).
  • Un'ampia serie di animali preistorici estinti, con i loro cicli biologici.
  • La rappresentazione di avanzati interventi chirurgici, tra cui operazioni estremamente complesse come trapianti di cuore, reni, fegato e cervello.
  • Raffigurazione di sistemi di trasporto meccanico.
  • Incisioni di diversi strumenti musicali.
  • Raffigurazioni nell'ambito di rituali, religione, sport, atteggiamenti sessuali e attività sociali.
  • Incisioni di battaglie, guerre e altre cose per noi misteriose e sconosciute.
All'improvviso esse si trovarono là, casualmente sparpagliate e, in gran parte, ancora sepolte sotto la sabbia, sulle sponde messe a nudo del fiume Ica. Per caso queste pietre furono scoperte da campesinos e contadini.
Questi più poveri dei poveri che, in un territorio così importante dal punto di vista storico, conducono una vita faticosa e piena di stenti sono l'incubo degli archeologi. Da generazioni cercano di precederli - spesso con successo - nella ricerca di tesori archeologici, per venderli in maniera redditizia, .raramente a mani esperte.
Costoro sono trafugatori, in Perù chiamati anche "huaqueros". Nella ricerca di oro, pietre preziose e "huacos" (1) essi aprono e distruggono antiche tombe e altri reperti archeologici. Fanno questo, in modo sistematico e organizzato, nell'ambito della famiglia o del clan. Quel che per loro non ha nessun valore commerciale viene nuovamente sotterrato. Numerosi relitti del passato, pezzi di inestimabile valore vengono così nuovamente sepolti e rovinati senza una valutazione scientifica.
Gli "huaqueros" vendono il loro bottino non soltanto ai "gringas" ma anche ai benestanti locali. Quasi ogni possidente di una hacienda o appartenente al ceto elevato colleziona simili reperti stravaganti. Il commercio illegale prospera, benché esso sia perseguito dalle autorità e sia punito con pene detentive.
Non si possono disapprovare i campesinos perché un buon reperto significa qualche mese di sostentamento per tutta la famiglia e dove avrebbero dovuto imparare a classificare esattamente gli artefatti?
Per caso il Dr. Cabrera, nel 1966, da un contadino che aveva curato gratuitamente, ricevette in dono una piccola pietra come fermacarte. Sopra di essa era inciso un uccello singolare. La pietra servì per lungo tempo come un profano fermacarte sulla scrivania del Dr. Cabrera, all'Ospedale dei Lavoratori della città di Ica, senza suscitare particolare attenzione. Ma un giorno il Dr. Cabrera si accorse che l'uccello inciso assomigliava in maniera sorprendente ad una figura mitologica. Divenuto irrequieto e curioso, decise di esaminare meglio la pietra. Confrontò il disegno con tutti gli originali di cui poté venire in possesso. Il risultato fu sconcertante, giacché il solo esempio che rassomigliasse al disegno, e in modo assolutamente preciso, era la ricostruzione di uno pterosauro, un rettile alato che viene datato tra 140 e 80 milioni di anni fa.
Nessun occhio umano, così ci insegna la scienza, può aver visto in carne e ossa una tale creatura. Ma chi avrebbe potuto riprodurre un simile rettile del Giurassico o del periodo Cretaceo, con tale sconcertante precisione? Da dove provenivano tali conoscenze? La confusione era enorme.
Perplesso e sbalordito circa i risultati delle sue ricerche, il Dr. Cabrera, che per il momento non voleva escludere una contraffazione, cercò di localizzare l'origine della pietra.
E così giunse alla scoperta più straordinaria degli ultimi anni: la biblioteca di pietra di un'umanità dimenticata, che deve aver popolato il nostro pianeta in un'oscura epoca primitiva. Nel suo ex ambulatorio - oggi un museo privato - il Dr. Cabrera ha raccolto più di 11.000 esemplari di queste pietre incise di diverse dimensioni, alcune pesano fino a 200 chilogrammi e sono delle vere opere d'arte; altre piccole e quasi invisibili.
Il Dr. Cabrera non rimase l'unico. I fratelli Carlos e Pablo Soldi raccolsero parimenti un numero considerevole di queste "opere d'arte", come ha riferito lo storico Hermann Buse nel 1965 (2). I reperti delle prime ore si trovano oggi nella hacienda dei fratelli Soldi, morti nel frattempo. Essi, in quanto proprietà privata, non sono accessibili al pubblico.
Un anno dopo apparve nel supplemento scientifico del quotidiano di Lima, "El Comercio", un articolo dal titolo: "Le pietre misteriose del deserto di Ocucaje" (3). Gli autori erano il Rettore dell'epoca del Politecnico di Lima, Santiago Agurto Calvo, e l'archeologo Alejandro Pezzia dell'Istituto Nazionale Peruviano di Archeologia, che era allo stesso tempo l'incaricato delle ricerche archeologiche di questa regione. Entrambi avevano trovato simili pietre in tombe preincaiche.
Esse erano, dunque, già note alle culture incaiche e preincaiche e da queste erano state collegate a precisi contenuti religiosi o di culto, così che le si dava ai defunti come pietre magiche nel viaggio nell'al di là.
"Pietre magiche di culture precolombiane" - questa è anche la definizione, sotto cui esse furono inizialmente raccolte, catalogate e descritte dall'archeologo Pezzia Assereta, allora responsabile del Museo Regionale di Ica. La prima pubblicazione pertinente in un quotidiano adottò ugualmente questo termine come titolo e menzionò anche il luogo in cui gli studiosi avevano rinvenuto i reperti, un settore a sud della regione di Ocuacaje, bandita come zona archeologica protetta e indicata dagli archeologi come "Max Uhle-Hügel e Tomaluz".
Già questo primo articolo sulle pietre di Ica descrive le misteriose incisioni. Fu dato rilievo ad un uccello "di genere sconosciuto" e a piante e stelle. Soprattutto questi ultimi motivi sono da considerarsi insoliti per le raffigurazioni preincaiche, come hanno notato gli studiosi. I reperti furono attentamente registrati e, dopo un periodo ragionevole di tempo, nuovamente dimenticati. Un piccolo avvenimento, degno di un semplice articolo, ma niente più.
Questo primo rinvenimento documentato, ancora scevro da preconcetti scientifici, risale all'agosto del 1966. Poco tempo dopo lo studioso Calvo, nell'ambito dei suoi scavi a "Max Uhle-Hügel" ripeté la scoperta. Accumulò le cento pietre e fece condurre le prime analisi nel laboratorio dell'Istituto di Mineralogia del Politecnico del Perù.
I risultati furono riepilogati in una perizia, di cui si assumevano le responsabilità il Dr. Fernando de las Casas e il Dr. Cesar Sotillo, entrambi riconosciuti intelligenze dell'Istituto. Il contenuto della perizia fece scalpore, ma questa volta ne fece parecchio: le ricerche erano approdate al fatto che le incisioni, sulla scorta del fine strato di ossidazione che ricopriva le superfici e le incisioni, risalivano ad un'epoca di non oltre 12.000 anni. I risultati di tale perizia furono pubblicati nel supplemento scientifico del quotidiano "El Comercio" a Lima; l'originale può essere visto ancora oggi presso l'università locale.
Naturalmente gli specialisti si mostrarono estremamente sorpresi di tale risultato. Si era, tuttavia, concluso che in quel lontano passato, che doveva essere assunto come epoca minima delle evolutissime incisioni sulle pietre di Ica, secondo l'opinione accademica sinora valida, le prime orde di cacciatori asiatici si trasferirono nel continente americano attraverso il ponte di terra dello stretto di Bering. Lo stesso Rettore dell'Università di Lima riconobbe che il risultato delle ricerche lo aveva del tutto sorpreso, eppure nessuno si aspettava un'epoca così remota dei rinvenimenti.
Nel 1968 il già menzionato archeologo Pezzia Assereta, nel suo libro "Ica e il Perù preincaico", riferì le sue personali scoperte: "Dopo. aver informato il Museo Regionale di Ica di questo importante rinvenimento, l'11 settembre dello stesso anno, in compagnia dell'architetto Agurto Calvo, intrapresi un secondo scavo su un altro pendio del 'settore Max Uhle-Hügel'. All'interno di una tomba attribuibile alla cultura Paracas trovammo una pietra incisa. Con questo rinvenimento, da un lato fu confermata l'età presunta delle pietre incise e, dall'altro, si dimostrò che esse erano in rapporto con un atto magico-religioso, non ancora spiegato, di questa cultura preincaica."
Ma il collezionista più zelante fu il Dr. Cabrera. Nel corso degli anni egli raccolse non meno di 10.000 pietre con disegni incisi. Egli le aveva rinvenute nel medesimo deserto di Ocucaje, ma in zone lontane dai noti luoghi del ritrovamento nel "settore Max Uhle-Hügel". (segue...)

Note:
1. "Huaco" o "huaca" (= sacro) deriva dal quechua, la lingua indiana finora più largamente diffusa. Pietre, tombe, antichi edifici e luoghi che dagli Indiani furono dichiarati sacri, si chiamano huacos. Gli huacos più conosciuti sono le pietre e le ceramiche sacre, entro cui o accanto alle quali si lasciano oblazioni.
2. H. Buse - "Introduccion al Perù", Lima 1965.
3. "El Comercio", Lima 11 dic. 1966.

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