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libri scelti da Francesco Di Blasi

CRONOVISORE LA MACCHINA DEL TEMPO Il nuovo mistero del Vaticano

di François Brune
Edizioni Mediterranee
pagg. 162 - € 14,95

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1. "PAPÀ, AIUTAMI":

Era il 1964. Avevo appena terminato la mia laurea in Sacra Scrittura presso l'Istituto biblico di Roma. Eppure, più che all'esegesi dei Libri sacri, già m'interessavo molto alla teologia e alla mistica dei cristiani d'Oriente. Avevo avuto la possibilità di consultare un certo numero d'opere nella biblioteca del "Russicum", l'Istituto pontificio di studi di queste tradizioni, come pure l'opportunità di studiare a Roma un buon numero di mosaici bizantini. Avevo approfittato delle vacanze scolastiche per andare a contemplare le opere musive di Ravenna. Mi mancava ancora un luogo celebre dell'influsso bizantino: Venezia. Alla fine dei miei studi, rientrando quindi in Francia, decisi di fare una deviazione verso la città dei dogi; in autostop, come sempre, poiché le mie magre risorse non mi permettevano il treno. Non mi sarei poi pentito dei miei sforzi.
Visitando l'insigne abbazia benedettina di San Giorgio Maggiore, feci la conoscenza, per caso, di un monaco assai strano: Padre Pellegrino Emetti. Aspettava il vaporetto al piccolo imbarcadero che si trova proprio di fronte al suo monastero. Lo aspettavo anch'io. Non so bene come iniziò la conversazione: senza dubbio qualche alta osservazione filosofica sulle irregolarità del clima o su quella dei battelli. Fatto sta che finì per chiedermi, più per cortesia che per un vero interesse, cosa facevo e da dove venivo.
Padre Emetti aveva studiato le stesse lingue antiche che avevo studiato io. Cominciammo ben presto a parlare di teologia e di Sacra Scrittura. Passai subito a confidargli la mia irritazione per la nuova tendenza esegetica che cominciava già ad affacciarsi, oggi largamente trionfante, la quale consiste nel considerare i testi, e persino i Vangeli, esclusivamente per il loro contenuto concreto. I racconti dei miracoli non sarebbero altro che finzioni, metafore a scopo pedagogico. Le parole stesse del Cristo solo tarde costruzioni letterarie, elaborate dalle prime comunità. Quanto alla grandiosa sintesi mistica di San Giovanni, non sarebbe che pura speculazione, probabilmente "di un cristiano che scriveva in greco, verso la fine del I secolo, in una Chiesa d'Asia nella quale le diverse correnti di pensiero del mondo giudaico e dell'Oriente ellenizzato si fronteggiavano", o ancora di un autore che "si ricollegava ad una tradizione legata all'apostolo Giovanni". Ho tratto queste parole da un testo più recente del mio incontro con Padre Emetti, ma era questa l'evoluzione che mi accorgevo si stava verificando, e la prova che non mi stavo ingannando è proprio la citazione che ho appena presentato, proveniente dall'ufficiale "Traduzione ecumenica della Bibbia" (4). "Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita" (5), tutto questo sarebbe solo un espediente letterario per meglio ingannarci.
Fu grande la mia gioia nel vedere che Padre Emetti condivideva completamente la mia indignazione. Senza dubbio fu la sincerità che vedeva in me ad incitarlo a fare un'allusione ad un misterioso apparecchio che avrebbe potuto ridurre al silenzio questi bei discorsi. Poiché il suo battello arrivava e la sua direzione non era la mia, aggiunse rapidamente: "Guardi, giacché presto andrà ad insegnare in un gran seminario, se ne ha il tempo venga a trovarmi domani pomeriggio al monastero. Riparleremo di tutte queste cose con più comodo."
Tutta la sera ripassai nella mia mente i dettagli di questo strano incontro, e cominciai necessariamente ad elaborare tutta una serie di ipotesi su cosa mai potesse essere questo apparecchio capace di mandare in rovina le costruzioni intellettuali di tanti venerabili professori. L'indomani ripresi il piccolo vaporetto ed andai a suonare per la prima volta al portone del monastero. Se avessi saputo ciò che mi attendeva!
L'ufficio di Padre Emetti era una grande stanza più lunga che larga, dal soffitto molto alto, situata poco dopo il portone del monastero. Essa comprendeva essenzialmente un immenso tavolo, anch'esso molto lungo e robusto, di legno massiccio, collocato lungo l'asse della stanza. Era coperto di libri in evidente disordine. Le pile erano in alcuni casi crollate le une sulle altre. Il tavolo sicuramente era antico, come pure le sedie, con le loro alte spalliere, un po' in stile Luigi XIII. Sarebbe stata una scenografia straordinaria per un lavoro teatrale, ad esempio, per una rappresentazione del "Faust". Solo un telefono pareva piuttosto incongruo e rovinava l'insieme. Tuttavia, come avrei presto scoperto, esso svolgeva un ruolo assai importante nelle attività di Padre Emetti.
Questo primo colloquio durò per lo meno due ore buone. Fu l'inizio, credo di poterlo dire, di una lunga amicizia. Non ci siamo visti molto spesso, la distanza rendeva gli incontri difficili. Ma ogni volta fu uno scambio in profondità. Ci siamo subito sentiti in comunione su una quantità d'argomenti essenziali, da cui, senza dubbio, la fiducia totale che egli mi manifestò.
A dire il vero, non me la accordò immediatamente. Dopo aver fatto una conoscenza un po' più ampia, precisando le nostre origini familiari, i rispettivi studi, i punti d'interesse, sentivo in lui una sorta di reticenza. Esitava ad affrontare direttamente la questione che del resto lui stesso aveva evocato il giorno prima, e per la quale mi aveva invitato. Probabilmente già si pentiva di essersi impegnato troppo presto con un giovane confratello, simpatico (spero), ma di cui ancora non sapeva pressoché nulla. Attraverso tale silenzio misuravo interiormente quanto la scoperta che mi aveva annunciato dovesse essere importante e, senza dubbio, ancora alquanto segreta. Così, prima di giungere alla rivelazione di questo mistero, volle sondarmi. Almeno questo è ciò che compresi in seguito, riflettendo su tutto il concatenarsi di questa storia.
Prese dunque a raccontarmi uno straordinario episodio, che non era ancora ciò che io attendevo, ma che costituiva già di per sé una scoperta prodigiosa, perfettamente incredibile, sbalorditiva e tuttavia autentica. Quel giorno non mi avrebbe comunicato altro, ma fu sufficiente a farmi rientrare la sera in albergo completamente frastornato.
Era dunque il 1952. All'università del Sacro Cuore di Milano, nel laboratorio di fisica sperimentale, Padre Agostino Gemelli e Padre Pellegrino Emetti conducevano degli esperimenti su alcune voci di canto gregoriano. Stavano provando ad eliminarne le armoniche, per vedere se in tal modo sarebbero riusciti ad ottenere un suono più puro. Lavoravano con i primi magnetofoni che non erano ancora a nastro, ma a filo. Il filo si rompeva spesso, e bisognava fare allora un nodo, più fino possibile per non disturbare troppo l'ascolto, ma in ogni modo sufficientemente robusto. Ora, Padre Gemelli aveva una vecchia abitudine, dalla morte del padre, come un tic, un riflesso quasi automatico: ogni volta che gli si presentava qualche difficoltà, qualche piccolo guaio, esclamava, pensando a suo padre: "Ah! Papà, aiutami".
Quel giorno, era il 17 settembre 1952, il filo si rompe ancora una volta. "Ah! Papà, aiutami", dice subito, come al solito, Padre Gemelli. Fatto il nodo, il magnetofono si rimette in moto, ma, sorpresa, invece delle voci che cantano in gregoriano, l'apparecchio fa ascoltare la voce del padre di Agostino Gemelli: "Ma certo che ti aiuto. lo sono sempre con te". Terrore di Padre Gemelli! - mi racconta Padre Ernetti - che istintivamente ferma subito l'apparecchio. "Andiamo, dobbiamo continuare, dobbiamo vedere ciò che viene dopo", insiste Padre Ernetti (segue...)

Note:
4. Nuovo Testamento. - 1972. p. 289.
5. 1 Gv. 1.1.
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