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UFO IMPATTO COSMICO
Guerre atomiche nella Valle dell'Indo


 
di Alfredo Lissoni
MIR Edizioni
pagg. 222 - € 12,00

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INTRODUZIONE:

GLI UFO NELLA MENTE
Ovviamente molti dei racconti presenti nei Veda, ne accennavo sopra, trovano una spiegazione con il mito.
La leggenda di un ottavo figlio del "principio astratto", il Sole, detto Martanda o uccello morto, ha una genesi storica. Secondo lo studioso indiano Bal Gangadhar Tilak, questo Sole "uccello morto" o "non nato" starebbe a dimostrare lo spostamento degli arii dalle regioni boreali verso l'India, "per cui essi avrebbero perduto il sole originario, l'aurora boreale, e ne avrebbero trovato un secondo nelle terre indiane". In questo caso sarebbe stato l'uomo a creare un dio (e non il contrario), in ricordo di passate mitologie.
Narrazioni di questo genere non interessavano la mia indagine, che era cronachistica. In più, ho dovuto tenere conto del fatto che sembra che gli arii facessero uso di sostanze allucinogene per vedere gli dèi; utilizzavano un'erba ritenuta magica e chiamata "soma" (o nettare divino), che diventò addirittura la personificazione di un dio, al quale venne dedicato persino un inno del "Rigveda". Gli effetti del dio-bevanda erano simili a quelle delle sostanze dilatatrici della coscienza: "Bevemmo il soma, ci sentimmo immortali, arrivammo alla luce e trovammo gli dèi. Che ci può fare ora la guerra? Noi pervenimmo là dove alcuni esseri sono in grado di conferire l'immortalità."
L'utilizzo di allucinogeni potrebbe spiegare ampiamente anche la nascita di una parte del pantheon immaginario degli indù: non solo, potrebbe anche spiegare alcune apparizioni extraterrestri del passato!
Gli studiosi Robert Graves e Raphael Patai, protestante il primo ebreo il secondo, sostengono in effetti che l'uso rituale di droghe, nelle popolazioni primitive e con lo scopo di provocare visioni divine, abbia notevolmente condizionato l'evoluzione delle credenze religiose, I due fanno notare che l'episodio ebraico-cristiano del giardino dell'Eden non ricorre soltanto nel mito greco del giardino delle Esperidi (custodito dal serpente Ladon), ma anche in Messico. "A Tlalocan un dipinto riprodotto da Heim e Wasson di un affresco Tepantitla ne 'I funghi allucinogeni del Messico', mostra uno spirito che entra in un fantastico giardino, ricco di alberi carichi di frutta", scrivono. "Dietro allo spirito si leva un serpente a chiazze, La droga allucinogena che produceva quella visione veniva da un fungo tossico, contenente psylocybin, ancora ritualmente mangiato in parecchie province del Messico". Lo stesso fungo, ha notato lo studioso Terence McKenna, produce oggi visioni di UFO e alieni. Nel maggio del 1997 questo etnobotanico ha formulato una propria teoria circa una sostanza detta DMT ed i suoi effetti sul comportamento umano.
La DMT o dimetiltriptamina viene prodotta spontaneamente dal cervello umano. Anche se lo scopo per cui viene sintetizzata rimane per il momento oscuro, si è potuto accertare che la DMT è una delle sostanze più "fugaci" che siano mai state osservate nel corpo umano. Rimane in circolo, infatti, per soli 5 minuti: se ne può rilevare la presenza nel fluido cerebrospinale, ma dopo questo breve lasso di tempo quantità anche considerevoli di essa vengono rapidamente riportate nell'organismo ai livelli di base. Raggiunge la massima concentrazione fra le 3 e le 4 del mattino, periodo che corrisponde di solito alla fase REM (Rapid Eye Movements) del sonno.
McKenna sosteneva che lo studio di questa sostanza, contenuta anche in alcune essenze vegetali che crescono nelle foreste amazzoniche (Psycotrio viridis, Desmenthacellanoianthus) e già note da tempo ad alcune tribù indigene della Colombia e dell'Ecuador, poteva dare un contributo non indifferente alle indagini sulle problematiche legate ai cosiddetti rapimenti alieni (ma ritengo che non risieda in ciò la spiegazione del fenomeno UFO).
McKenna affermava in buona sostanza che, una volta assunta la DMT, dopo circa 15 secondi si avvertiva la netta sensazione di "essere andati" d'improvviso in un luogo particolare, completamente diverso da quello in cui si era prima di entrare nello stato alterato di coscienza. Molte tra le persone che si sono volontariamente sottoposte alla sperimentazione della DMT hanno riferito di essersi ritrovate all'interno dei dischi volanti e di aver trascorso tre minuti circa del nostro tempo in mezzo a stranissime macchine elfiche, manovrate da piccole creature dalla pelle grigia, dagli occhi grandi e dal cranio enorme, per poi essere ridepositate nel proprio appartamento quasi senza recare i segni dell'avventura. Immagini identiche, se ci facciamo caso, a quelle che da sempre riferiscono le popolazioni dedite, per tradizione culturale o necessità ambientali, al consumo di sostanze psicòtrope: dagli aborigeni australiani agli aztechi, dagli indios amazzonici ai maya, eccetera.
Proseguiva McKenna: "In altre parole, attraverso gli effetti della DMT l'uomo ogni notte, durante gli stati profondi del sonno, accede probabilmente ad altre dimensioni, che appartengono ad una realtà effettiva ma diversa da quella in cui si trova allo stato di veglia e di cui conserva, faticosamente, un vago ed ancestrale ricordo. Insomma: gli alieni esistono, ma possiamo comunicare con loro soltanto attraverso le nostre menti."
Chi scrive non concorda con questa conclusione finale, un po' azzardata. Vero è che esistono droghe allucinogene che possono creare visioni di UFO e alieni, come pure sostanze nel nostro corpo (come la serotonina) che creano le stesse "allucinazioni" (curioso che molti rapiti dagli UFO mostrino un aumento della serotonina nel sangue dopo il rapimento; e se fossero gli alieni stessi a manipolare la nostra chimica interna per produrci allucinazioni ed impedirci una percezione esatta di quel vissuto?); inoltre l'uso di droghe non può spiegare le conoscenze antistoriche che troviamo nei testi sacri indù, né la mole di dettagli ufologici.
Se passiamo in rassegna i Veda, oltre alle divinità tradizionali autoctone, legate al folklore locale, troviamo alcuni "dèi" troppo simili ai moderni alieni (che l'ufologia ci descrive divisi in almeno due tipologie base, pur esistendone altre: i Grigi, bassi, macrocefali, scuri di pelle, glabri, con occhi ovali e dediti a rapire uomini ed animali per sottoporli senza pietà alcuna ad esperimenti; ed i Nordici, di tipo umano, alti e biondi, apparentemente amici di questa umanità).
Scopriamo così alcune illuminanti descrizioni (non sempre sono identiche, anzi l'aspetto degli dèi indù sembra variare con grande frequenza).
Indra ad esempio è un dio di tipo ariano, che non ha nulla in comune con le divinità vediche, solitamente dalle pelle blu, o con gli indiani, che sono di pelle bruna. Egli ha barba e capelli rossi, corporatura alta e robusta, occhi chiari ed a volte può assumere tratti mostruosi. Se stessimo scrivendo un libro di fantascienza, ci azzarderemmo a dire che ldra sia in realtà l'alieno di tipo Nordico e che i tratti mostruosi (occhi enormi, zanne, tubi sulla testa) altro non sono che la descrizione, in preda al terrore, di una tuta spaziale, tolta la quale il "dio" appariva come un normale essere umano. Suo scopo principale era combattere i "mostri avversari" o i "diavoli" che "rapivano le vacche" (compito questo, particolarmente caro ai moderni Grigi), "otturavano le caverne" e "trattenevano le acque". Di questi ultimi, il cui aspetto umanoide poteva avere a ragione meritato loro l'appellativo di mostri, si dice che apparivano nelle notti quando non c'è la luna.
Dice un inno. "I mostri sono in grado di ridurre notevolmente le loro dimensioni per entrare nel corpo umano; una volta penetrati s'insediano nelle vene e succhiano il sangue; altre volte perforano il midollo e lo divorano."
Se non sapessi che si tratta di un resoconto riferito più di cinquemila anni fa, penserei di stare leggendo un moderno rapporto di avvistamento sul "chupacrabras", una sorta di mostruoso Grigio degenerato e bestiale, segnalato particolarmente in Centro e Sudamerica, del quale si dice mutili uomini ed animali uccidendoli con un sondino che infila loro nel corpo, per aspirarne gli organi interni...

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