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UFO IMPATTO COSMICO
Guerre atomiche nella Valle dell'Indo


 
di Alfredo Lissoni
MIR Edizioni
pagg. 222 - € 12,00

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INTRODUZIONE:

ALLA RICERCA DEGLI EXTRATERRESTRI
Il 19 gennaio 2002 la rivista scientifica "Le Scienze" pubblicava con enfasi questa news: "L'antichissima civiltà indiana: le immagini sonar hanno rivelato anche il letto di un antico fiume in fondo al mare. Un sito archeologico al largo delle coste occidentali dell'India indica che la civiltà indiana potrebbe risalire ad addirittura 9000 anni fa, diventando di diritto una delle più antiche del mondo. Questa scoperta è il risultato di circa otto mesi di ripresa di immagini sonar del fondo marino, dove sono state osservate strutture che somigliano a quelle costruite dall'antica civiltà Harappa, che risale a circa 4000 anni fa ed è la più antica finora nota sul subcontinente. Anche se sono stati individuati alcuni siti paleolitici risalenti a circa 20.000 anni fa nello stato indiano di Gujarata, si tratta della prima scoperta di strutture così antiche sotto la superficie del mare. La zona della scoperta, il golfo di Cambay, è stata oggetto di grande interesse da parte degli archeologi, per la sua vicinanza a un altro sito sottomarino, Dwaraka, nel vicino golfo di Kutch. Gli studi del nuovo sito sono però stati resi difficili dalla presenza di forti correnti di marea, con velocità fino a tre metri al secondo. Proprio per l'impossibilità di compiere vere e proprie immersioni, gli archeologi del National Institute of Ocean Technology indiano sono ricorsi alle immagini sonar. Il ministro indiano per la tecnologia oceanica, Murli Mahohar Joshi, ha riferito ai giornalisti che le immagini non mostrano solo le simmetriche strutture attribuite all'uomo, ma anche il letto di un antico fiume, sulle cui sponde fiorì la civiltà. La datazione del sito è stata fatta recuperando un frammento di legno da una delle strutture, che è risultata risalire all'anno 7600 avanti Cristo."
E il 3 febbraio 2002 il quotidiano "La Repubblica" rilanciava: "Un'Atlantide nei mari dell'India. È una città, è grande, molto grande, e risale addirittura al 7500 a.C. Pare quasi incredibile. Lo dicono tutti i libri di scuola: la prima città al mondo, Uruk in Mesopotamia, nacque non prima del 3500 a.C. Anticipare la storia del mondo di 4000 anni non è uno scherzo, significa riscriverla da cima a fondo. Eppure pare che stiamo correndo proprio questo rischio. La notizia viene dall'India, dai fondali del golfo di Cambay, sulla costa nordoccidentale della penisola, dove i geologi del National Institute of Ocean Technology hanno individuato tracce di edifici antichi e recuperato manufatti per chilometri e chilometri. Tutto cominciò nel maggio scorso, durante una ricognizione nel golfo per monitorare il livello di inquinamento. Le immagini sonar del fondale hanno rivelato la presenza, a 40 metri sotto il livello del mare, di strutture rigidamente geometriche, molto simili agli edifici delle città sorte lungo la valle dell'Indo verso il 2.500 a.C.: un'acropoli, una grande piscina, fondazioni di edifici, cortili, scale e canalizzazioni. Bagni, piscine e canali sono la caratteristica principale della 'civiltà dell'acqua' dell'Indo, che si è però espansa anche verso est con centri importanti come il grande porto di Lothar. I geologi pensarono subito di aver scoperto un'altra di queste città, sepolta dai flutti forse a causa di un terremoto. E progettarono nuove indagini. Ma nel Golfo di Cambay le correnti sono troppo forti perché i sub possano immergersi. Nella seconda ricognizione, lo scorso novembre, ci si dovette dunque accontentare di ulteriori immagini sonar e di strumenti di prospezione capaci di penetrare il fondale marino di oltre dieci metri. Si individuò così il letto di un antico fiume, lo si seguì per nove chilometri, trovando tracce di edifici per tutta la lunghezza. Con una draga si portarono in superficie ceramiche e perle, ossa e denti, pezzi di sculture e di legni incisi. E uno di quei legni, analizzato al carbonio 14, ha fornito ora l'incredibile datazione di ben 9.500 anni fa. II ministro indiano per la tecnologia oceanica Murli Mahohar Joshi ha già annunciato che nominerà una commissione di esperti per nuove ricerche e verifiche. Ma le voci di scetticismo non mancano, soprattutto tra gli archeologi. Le immagini rivelatrici non circolano, e si è vociferato addirittura di una mossa del ministro, già noto per il suo tentativo di nazionalizzare i testi scolastici di storia, per rivendicare all'India il primato della civiltà. 'Purtroppo non conosco i particolari della scoperta - lamenta Kamlesh Vora, archeologo del National Institute of Oceanography di Goa - Ma si sa che 11500 anni fa nella costa occidentale dell'India il livello del mare era 100 metri più basso di oggi. Con la fine dell'ultima glaciazione si è progressivamente innalzato, raggiungendo i livelli attuali circa 6.000 anni fa. Dunque le date collimano alla perfezione con quella della città sommersa. Ma un legno non basta. Servono molti altri dati per avere certezze'. La nuova Atlantide deve attendere..."
L'India, dunque, ha appena iniziato a svelare i propri misteri.
Da sempre la mitologia indù ha affascinato l'Occidente (si pensi ad esempio al successo dei romanzi di Salgari), tant'è che si dice che mentre esplodeva la prima bomba atomica, Oppenheimer, uno dei suoi realizzatori, leggesse una copia della "Bhagavad-Gita", un testo sacro dell'antica India. E che una copia dello stesso libro fosse sempre sul comodino del presidente Clinton.
Pur con tutte le sue contraddizioni, le caste, la spaventosa povertà, l'India ha sempre colpito la fantasia degli occidentali per i suoi misteri, i suoi colori, la sua spiritualità (che ha portato molti politici e VIP a recarsi in pellegrinaggio nella terra di Gandhi, come Antonio Craxi, fratello del più celebre Bettino, che divenne seguace del guru Sai Baba di Puttapharti).
Le molte divinità dell'antica India hanno stupito i missionari e gli studiosi, ed hanno allarmato le gerarchie ecclesiastiche, che improvvisamente si siano sentite dire che Dio (il Brahma indiano) non era eterno ma poteva morire, che esistevano oltre duecento milioni di dèi, che il valore delle "opere di bene" (per le quali nei secoli passati l'Occidente si era spaccato, dividendosi in due fazioni, cattolici e protestanti) era relativo perché eravamo tutti soggetti ad un karma, una sorte predestinata, che avremmo espiato solo con un ciclo di reincarnazioni; infine, che l'universo aveva molte migliaia di anni e che dunque la storia come noi l'apprendevamo a scuola era sbagliata, perché molte altre civiltà ci avevano preceduto, ed erano state distrutte (e questa credenza fece la gioia dei cultori di Atlantide e degli ufologi. Ed è in particolare di quest'ultima "credenza" che andremo a trattare in tale sede).
Queste ed altre idee, importate in Occidente dai primi viaggiatori che raggiunsero l'India, e rinate con maggior fortuna nell'Ottocento romantico, hanno avuto un insperato successo con la New Age, che tanto ha attinto dall'Oriente. Ad esse hanno attinto nel XX secolo, sette e gruppi di potere, come pure circoli iniziatici.
Sappiamo che Hitler rielaborò l'esoterismo celtico e anche le credenze indo-tibetane (tant'è che nel 1938 inviò a Lhasa una spedizione alla ricerca del "Ioto azzurro", una sorta di S.Graal orientale, che avrebbe dovuto garantire l'immortalità al suo scopritore; come pure andò alla ricerca delle radici dei mitici "ariani", collegati con la popolazione indoeuropea degli arii della Valle dell'Indo; sempre Hitler trasse dall'India il simbolo della svastica, che rappresentava il carro del sole in movimento nel cielo, e la rovesciò trasformandola in un simbolo di morte e distruzione)
E sappiamo che durante il fascismo, sfuggendo alla rigida censura di regime, circoli iniziatici milanesi presero a tradurre e a divulgare le dottrine dello yoga e della teosofia in Italia (ho personalmente conosciuto Libero Berozzi, un editore spiritista che negli anni Trenta dirigeva la rivista esoterica "Humana", forse la prima a trattare con il grosso pubblico dell'esoterismo d'Oriente).
Ancora oggi i più seri e paludati ambienti scientifici strizzano l'occhio alla mitologia indù: come vedremo più avanti, al dio Chandra è dedicato un satellite spaziale, e ad un altro dio indiano, Varuna, è stato dedicato il presunto decimo pianeta scoperto nel 2001 da un gruppo di astronomi di Honolulu all'interno del nostro sistema solare, presso il limite esterno.
Non solo, la stessa NASA, come pure diversi inventori dilettanti, hanno cercato di ricostruire le misteriose "navi spaziali" di cui si parla negli antichissimi testi indù, vecchi di cinquemila anni (in queste opere ritenute "mitologiche" si accenna assai dettagliatamente al passaggio di velivoli non terrestri, descritti sin nei minimi particolari, in sorvolo sulla Terra). Del resto, è opinione comune di molti scienziati che i primi rudimenti di astronomia si trovino nel "RigVeda", ove è presente la divinazione del Sole, delle stelle e delle comete.
Gli antichi indù ritenevano poi che i pianeti, chiamati Grahas, fossero responsabili delle umane sfortune (per questo era necessario studiarli, per prevedere il proprio futuro). Così Shani (Saturno) e Mangal (Marte) erano considerati pianeti di cattivo auspicio...
Nelle credenze che servirono per creare l'oroscopo (Janmakundali, un misto di superstizioni e di Khagola-shastra, scienza astronomica) i Veda "nascosero" però anche cognizioni scientifiche autenticate solo in questo secolo dalla nostra scienza, come l'esistenza di altri pianeti all'interno del nostro sistema solare, oltre i nove attualmente mappati (gli indù credevano nell'esistenza dei due pianeti-demoni Rahu e Ketu, dalla sinistra influenza; la NASA da tempo ha individuato un decimo e un undicesimo pianeta oltre Plutone); o come il fatto che il sole fosse al centro dell'Universo (ovvero, del nostro sistema; si trattò di una concezione rimarcata dall'astronomo Aryabhatta nel 476, mentre in Occidente si insegnava il geocentrismo), o che la circonferenza della Terra misurasse 5000 yojanas (una yojana corrisponde a 7,2 chilometri), come è effettivamente (venne stimato nel VII secolo dallo studioso Brahmagupta). E del resto, l'interesse degli indiani per l'astronomia non si è certo spento in questo secolo; in India è stato da poco costruito un enorme osservatorio astronomico con un telescopio con una parabola di 4500 metri, che idealmente unisce antico e moderno (non dimentichiamoci che a Jaipur esiste un enorme quanto antico osservatorio in pietra!).
Sfortunatamente, verso la cultura indiana, a parte un certo filone New Age non sempre rispondente alla realtà, vi è da secoli un fortissimo pregiudizio. Basti solo pensare che i numeri che noi utilizziamo, e che consideriamo "arabi", furono in realtà inventati dagli antichi indiani (gli arabi li "ereditarono" attorno al IX secolo); costoro ebbero il grande merito di inventare lo zero, un segno per esprimere il nulla, ignoto all'Occidente e che permetteva un grande risparmio di spazio e di tempo nell'eseguire i calcoli. Ma non si creda che un sistema così pratico sia stato immediatamente accettato in Occidente. Fino al XIV secolo esso fu vietato in Europa dalla Chiesa, che considerava lo zero come un numero ideato dal diavolo! Ed, incredibilmente, solo all'inizio del XIX il sistema numerico indiano venne adottato in tutto il nostro continente.
Figuriamoci dunque tutto il resto!
Nel condurre questa ricerca, dunque, mi sono basato sulle quattro raccolte dei "Veda", i più antichi testi indù; essi sono il "Rigveda" (che contiene gli inni di lode agli dèi), il "Samaveda" (il testo dei preti cantatori), l'"Yajurveda" (le formule sacrificali) e l'"Atharvaveda" (gli incantesimi). Studiare questa documentazione è stato compito tutt'altro che agevole. Sono molte le difficoltà interpretative: c'è lo scoglio della cattiva traduzione e della manipolazione dei testi originali, dei quali, sin dagli anni Sessanta, circolano in Europa estratti, perlopiù divulgati dal lord inglese sir Oesmond Leslie e da W. Raymond Drake, pieni di errori ed imprecisioni. Per questo motivo mi sono basato principalmente sulle più attendibili versioni di filologi ed esperti di sanscrito (la lingua sacra nella quale vennero stesi i Veda) di A. De Gubernatis, Ralph T. H. Griffith, E. J. Thomas, A. A. Macdonnell, Valentino Papesso e degli indiani Richard Thompson e Swami Prabhupada (quest'ultimo, in quanto fondatore del movimento Hare Krishna, potrebbe essere considerato di parte; in realtà, nei suoi libri non offre solo la traduzione del testo, ma anche la versione in sanscrito, la traslitterazione in italiano e la traduzione parola per parola. Si tratta quindi di un lavoro ineccepibile).
Proprio uno degli studiosi sopra citati, Richard Thompson (che in realtà è un indiano a nome Sadapuda Dasa, di fede Hare Krishna, che vive in America e che ha scritto un libro sugli UFO intitolato "Alien ldentities", tradotto in italiano dall'ex Hare Krishna Giorgio Cerquetti con il titolo "Le civiltà degli alieni") ha criticato le precedenti traduzioni in inglese dei testi sacri indù, rilevando la presenza di un numero di errori tale da snaturarne i significati.
Pur non avendo nulla a che fare con il movimento Hare Krishna, e riconoscendo parimenti la validità delle traduzioni di Dasa e Prabhupada, il sottoscritto ha dunque deciso di servirsi anche dei loro testi, oltreché delle versioni di noti orientalisti. Ovviamente vi era il sospetto che anche i testi vedici in commercio in Oriente potessero essere stati manipolati (così come è avvenuto per la Bibbia, della quale esistono non meno di ottantamila diverse traduzioni); ma fortunatamente il dotto Max Muller, che aveva studiato in passato tutte le versioni esistenti della prima raccolta dei Veda, ha dimostrato che "le molteplici raccolte ora in circolazione non erano altro che trascrizioni più o meno fedeli al testo originario, di modo che in un solo inno si potevano avere molte interpretazioni, spesso determinate da interpolazioni personali per rendere più comprensibile un dato passo".
Le ripetizioni, nei Veda, sono massicce; lo studioso Bloomfield ha calcolato che vi siano non meno di 2400 versi ripetuti o interamente o parzialmente; poiché sono ripetuti in media due volte e mezzo, si ha un totale di circa 6000 ripetizioni. Essi parlano spesso degli dèi che, nel "Rigveda", sono stimati in soli 33 (negli altri testi sono milioni) e sono così distribuiti: 11 nel cielo, 11 sulla Terra e 11 nelle acque (chiaramente si tratta di un mito che si ricollega a eventi celesti, atmosferici, acquatici e terrestri).
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