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Q, IL 1° VANGELO - I DETTI ORIGINALI DI GESÙ
A cura di Mark Powelson e Ray Riegert
con la consulenza di Marcus Borg


 
di Gesù di Nazareth
Edizioni Amrita
pagg. 100 - € 11,40
Per ordinare: www.amrita-edizioni.com

 

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INTRODUZIONE »

PREFAZIONE:

di Marcus Borg

È un onore e un piacere scrivere una prefazione a questa edizione del "Vangelo Q", un'edizione volutamente mirata a metterlo a disposizione di tutti i lettori.
Il Vangelo detto "Q" è di grande interesse e importanza poiché, a giudizio di molti studiosi, esso costituisce il primo Vangelo cristiano.
Scritto attorno al 50 d.C., solo una ventina d'anni dopo la morte di Gesù, il Q anticipa in modo significativo gli altri quattro Vangeli del Nuovo Testamento: il Vangelo di Marco, il più; antico, scritto attorno al 70 d.C., quelli di Matteo e di Luca dopo dieci o vent'anni e quello di Giovanni probabilmente nell'ultimo decennio del primo secolo dopo Cristo.
Solamente gli autentici scritti di Paolo, la maggior parte dei quali risalgono al 50 d.C., sono contemporanei al Q; tuttavia non si tratta di Vangeli ma di lettere, la corrispondenza personale e pastorale di Paolo con le prime comunità cristiane sorte al di fuori delle terre ebraiche; contengono quindi argomenti che interessavano tali comunità e pochissimo materiale su Gesù come figura storica, sui suoi insegnamenti e sul suo operato, dato che non era questo il loro scopo. Il Q dunque non è solo il primo Vangelo cristiano, ma anche la più antica forma scritta di tradizione risalente a Gesù.
Negli ultimi venticinque anni il Q è stato uno dei punti cruciali dello studio storico sui Vangeli e su Gesù, un argomento di estrema importanza nella ricerca accademica. Nel Nord America tale lavoro è legato soprattutto a nomi come James Robinson, Arland Jacobson, John Kloppenborg, Burton Mack e Leif Vaage (*).
Tuttavia, l'asserzione che esistesse un Vangelo perduto, il Q appunto, vale a dire un'antica raccolta cristiana contenente i detti di Gesù e precedente i restanti Vangeli, non è nuova: la questione accademica dell'esistenza del Q fu sollevata per la prima volta centocinquant'anni fa e, ai primi del Novecento, era stata ampiamente accettata dagli accademici che si dedicavano allo studio delle fonti cristiane.
L'"ipotesi Q", come viene comunemente chiamata, è basata su una grande quantità di materiale (più di duemila versetti) reperiti sia nel Vangelo di Matteo che in quello di Luca, ma non presenti nel Vangelo di Marco. La maggior parte degli studiosi ritiene che l'autore del Vangelo di Matteo conoscesse il Vangelo di Luca e viceversa, pertanto il materiale che essi hanno in comune non può essere il risultato di prestiti, ma deve provenire da una fonte più antica alla quale i due autori ebbero accesso. Questa fonte comune era il Vangelo perduto Q.
Il Q pertanto è un documento ipotetico: non ne è mai stata trovata alcuna copia ed è perciò possibile negarne l'esistenza, come di fatto avviene per alcuni studiosi; tuttavia la maggior parte accetta l'ipotesi Q. Secondo le mie stime, almeno il novanta per cento degli studiosi contemporanei accoglie l'ipotesi, perché la considera (e io pure) necessaria.
Dunque, ammettendo l'esistenza altamente probabile del Vangelo Q, com'era? Era un Vangelo di detti, gran parte dei quali attribuiti a Gesù e alcuni al suo contemporaneo e mentore, Giovanni Battista. Considerando la questione con occhio critico, il Q contiene pochissime storie su Gesù. Diversamente dai Vangeli del Nuovo Testamento, il Q non è narrazione: non vi sono storie sulla nascita, né sulla morte o sulla resurrezione. Le storie di miracoli sono rarissime e l'unica eccezione (la guarigione del servo di un centurione) possiede al suo apice un detto di Gesù, per cui anche quell'eccezione si inserisce nel modello di base che vede il Q come un Vangelo di detti.
Tali detti rientrano in tre principali categorie. La più numerosa riguarda gli insegnamenti di saggezza, ossia detti su come vivere secondo "la via" insegnata da Gesù. La seconda categoria è più ristretta e consiste in detti del conflitto e del giudizio. Tra i primi sono presenti detti in cui Gesù critica pratiche e/o gruppi che facevano parte della società del suo tempo o in cui risponde a critiche mosse contro di lui; i secondi minacciano un imminente giudizio di Dio. Va detto che '"Giudizio" nella tradizione biblica non significa necessariamente "il giudizio finale": i profeti della Bibbia ebraica ne parlano perlopiù come di qualcosa che avviene all'interno della storia, non come la conclusione della storia stessa. La terza categoria, quella più ridotta, consiste negli insegnamenti su Gesù medesimo: come fu tentato da Satana e come reagì, e i detti sul rapporto di Gesù con Dio, analogo a quello tra un figlio e il proprio padre.
La presenza di queste categorie di materiale, abbastanza diverse tra loro, costituisce uno dei motivi che hanno dato agli studi sul Q un recente sviluppo. In pratica, verso la metà degli anni Ottanta alcuni studiosi sostennero che il Q poteva essere diviso in tre livelli o stadi di sviluppo; per dirla in altri termini, essi affermarono che il Q aveva avuto tre edizioni o stesure. Queste stratificazioni o edizioni susseguenti vengono indicate come Q1, Q2 e Q3.
Il Q1, il materiale sapienziale, viene considerato il più antico (probabilmente scritto attorno al 50 d.C.) e il più vicino a ciò che Gesù stesso insegnava. Nonostante sia esigente, il Q1 ha essenzialmente un'impronta ottimista e riflette l'entusiasmo che il movimento di Gesù doveva avere agli inizi. Il Q2, con i suoi elementi di conflitto e giudizio, riflette un successivo stadio nella storia del movimento, uno stadio nel quale era cresciuta un'opposizione che lo rifiutava (negli anni dal 50 fino ai primi dopo il 60 d.C.). Il Q3 è di poco più tardo e riflette le emergenti credenze cristologiche del movimento, che vedevano in Gesù il figlio di Dio.
Tuttavia molti studiosi considerano con scetticismo il fatto che il Q possa essere diviso in tre susseguenti livelli di sviluppo. Il problema non sta nello stabilire se il Q fosse o meno una tradizione che andava sviluppandosi, perché di fatto lo era, proprio come i Vangeli nel loro insieme costituiscono il prodotto di tradizioni nate dai primi movimenti cristiani. La questione semmai sta nello stabilire se il Q possa essere nettamente diviso in una successione di chiari e distinti stadi di sviluppo. Il presente volume non divide il Q in Q1, Q2 e Q3, ma lo presenta come un'unità completa.
Similmente a tutti i Vangeli, "Q, il 1° Vangelo" può venir letto a due diversi livelli, cioè lo si può affrontare con due differenti interrogativi in mente, entrambi molto interessanti e di particolare importanza nello studio di Gesù e delle origini cristiane. In primo luogo, che cosa ci dice questo Vangelo a proposito della gente appartenente alla comunità che lo produsse? Che cosa ci rivela sulla loro situazione, le loro convinzioni, le pratiche, la visione della vita, il senso di ciò che era davvero importante, le loro credenze rispetto a Gesù? In secondo luogo, che cosa ci dice su Gesù come figura storica? In questo caso si sposta l'attenzione dalla comunità al modo in cui il documento funge da lente per poter scorgere il Gesù storico.
Non desidero in questa prefazione suggerire risposte esaurienti a tali domande, poiché sarebbe impossibile farlo; inoltre lo scopo delle domande è quello di guidare la lettura individuale di questo Vangelo perduto. Desidero tuttavia sviluppare un paio di punti.
Inizierò con il fatto più impressionante riscontrabile in questo Vangelo a proposito della comunità in cui fu prodotto. Se partiamo dal presupposto che il Q raccolga quanto era più importante per la comunità Q, allora esso ci fornisce prova di un'antica comunità cristiana per la quale la morte e la risurrezione di Gesù non costituivano l'aspetto più saliente del suo messaggio. Il Q non accenna alla passione, alla morte o alla risurrezione e questo è un punto importante: per quella comunità l'aspetto rilevante di Gesù non era costituito né dalla sua morte né dalla sua risurrezione.
Quella gente non riteneva importante "credere" che Gesù "fosse morto per i nostri peccati e fosse poi risorto"; ciò che contava per la comunità Q era l'insegnamento di Gesù.
Il Q è in larga misura un classico insegnamento sulle "due vie", una forma nota nella tradizione ebraica e in gran parte delle altre religioni. Esiste la via saggia e quella stolta, quella stretta e quella larga; una di esse conduce alla vita, l'altra alla morte. I detti presenti nel Q si riferiscono per la maggior parte alla Via o sentiero che Gesù ha mostrato, una strada che sovverte in modo profondo la coscienza culturale dominante del suo tempo e forse di tutti i tempi. Si trattava di una forma primordiale di Cristianesimo (probabilmente della Galilea) che sottolineava la centralità della "Via", per usare un'espressione che compare negli Atti degli Apostoli come il primo nome dato al movimento cristiano, e che era notevolmente diversa dalle forme oggi conosciute come più tradizionali e più moderne di Cristianesimo.
Non è comunque il caso di calcare troppo la mano su questo punto. Ad esempio, sebbene esso significhi che la teologia dei cristiani Q era molto diversa dalla teologia di Paolo, i due punti di vista a mio parere non sono fondamentalmente inconciliabili.
Naturalmente il Vangelo Q ci racconta molto di più sulla comunità Q, ma questo lo lascio leggere a voi. Passerò ora al secondo interrogativo: quali scorci su Gesù ci offre il Q? Attenzione: il fatto che il Vangelo Q sia relativamente antico non significa che lo dobbiamo ritenere una trascrizione fedele degli eventi e degli insegnamenti risalente allo stesso Gesù. Come puntualizzato in precedenza, il Q è il prodotto di una tradizione che va sviluppandosi e parte del materiale con molte probabilità non risale a Gesù. Tenendo conto di ciò, quale immagine di Gesù emerge?
Considerando il Q nella sua totalità, elencherò sei elementi.
Uno, Gesù fu un maestro di saggezza che parlava per metafore, un maestro che comunemente esprimeva una saggezza non convenzionale attraverso memorabili aforismi; era maestro anche nella concisione e nell'arguzia.
Due, Gesù criticò in modo radicale la cultura del suo tempo. Sebbene sovvertire la coscienza culturale sia una caratteristica di molti maestri che insegnano una saggezza non convenzionale, nel Q vi è anche un'acuta e appassionata critica sociale, critica che viene diretta contro la ricchezza e le élite al potere (religiose, politiche ed economiche); di fatto il Gesù presente nel Q minaccia Gerusalemme (patria delle élite) con il giudizio divino. Il coinvolgimento sociale di Gesù, visibile nella sua radicale critica alla cultura, lo rende simile ai grandi profeti della Bibbia ebraica.
Tre, dal Q si deduce un Gesù mistico, dedito all'estasi religiosa: egli ebbe visioni, intraprese una dura prova nel deserto (una ricerca della visione), trascorse lunghe ore in preghiera, i suoi detrattori lo dissero posseduto dagli spiriti e parlò di Dio con intime metafore.
Quattro, possiamo supporre che fosse un guaritore e un esorcista: sebbene il Q possieda soltanto una storia di guarigione, esso contiene detti sia sulle guarigioni che sugli esorcismi.
Cinque, la comunità Q definiva Gesù "la Saggezza di Dio" (vale a dire la "Sophia" di Dio) e "Figlio di Dio" (anche se non ancora in senso ontologico). Se una di queste immagini cristologiche risalga a Gesù è un fatto incerto e sul quale molto si dibatte.
Sei, il Gesù del Q parlò sia di escatologia apocalittica che di escatologia sapienziale: la prima riguarda un intervento sovrannaturale di Dio nell'imminente futuro e, come sostiene lo studioso contemporaneo John Dominic Crossan, pone l'accento sull'attesa dell'azione divina; la seconda riguarda la fine del predominio della coscienza culturale, fine scatenata dalla risposta all'insegnamento di un maestro illuminato. Per citare ancora Crossan, la seconda forma pone l'accento sul fatto che Dio sta aspettando la nostra azione. Sia l'una che l'altra si trovano nel Q; se esse possano risalire a Gesù (e in tal caso, in che modo siano in relazione fra loro) è un'altra questione.
Come tutte le edizioni del Vangelo Q, anche la presente è una ricostruzione fatta partendo da materiale assente nel Vangelo di Marco ma comune a Matteo e Luca.
Mark Powelson e Ray Riegert, curatori di questo volume, si sono concentrati sulla storia degli studi del Q dal diciannovesimo secolo fino ad oggi, e conoscono in maniera approfondita le numerose recenti pubblicazioni sull'argomento. La loro ricostruzione segue ampiamente l'ordine del Q quale emerge dal recente studio di base compiuto da John Kloppenborg: essi hanno fatto largo uso dei monumentali commentari di W.D. Davies e Dale Allison (su Matteo) e di Joseph Fitzmyer (su Luca). Hanno preso in considerazione le conclusioni del polo più conservatore dell'intera cerchia accademica, come ad esempio I. Howard Marshall e Robert Guelich. La loro traduzione tiene conto delle numerose versioni della Bibbia, pur essendo spesso di nuovo conio. Vi raccomando quindi questo libro e vi invito ad esplorare per conto vostro la più antica stratificazione della tradizione su Gesù.

Note:
(*) Studiosi di teologia, in particolare del Nuovo Testamento.

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