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IL VANGELO DI TOMMASO E COME FU SCOPERTO
A cura di John Dart e Ray Riegert
commentato da Hohn Dominic Crossan


 
di Didimo Giuda Tommaso
Edizioni Amrita
pagg. 106 - € 11,40
Per ordinare: www.amrita-edizioni.com

 

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L'ARGOMENTO »

PARTE PRIMA - LA SCOPERTA:

UNA SANGUINOSA FAIDA
Lungo il corso superiore del Nilo, dicembre è il mese ideale per scavare alla ricerca di "sabakh", perché la terribile calura estiva è scomparsa e nella vallata il terreno diventa più malleabile di quanto non sia nella stagione secca. Il dicembre del 1945 fu particolarmente favorevole: la seconda guerra mondiale era terminata quattro mesi prima e l'Egitto si stava godendo un sospirato momento di pausa tra i danni di Rommel e l'imminente guerra per lo stato di Israele. Nel Medio Oriente era scesa una pace rara.
Tuttavia i cammellieri che scavavano ai piedi di un'altura vicino al fiume, avevano una guerra personale di cui preoccuparsi. Erano in sette, tra i quali Mohammed Alì e due suoi fratelli. La zona in cui cercavano il fertilizzante ricco di nitrati non si trova lontana dal loro villaggio nativo e, ad un occhio ignaro, appariva tranquilla e per nulla degna di nota. È una zona a circa cinquecento chilometri a sud del Cairo, dove il Nilo scorre da est a ovest; non lontano sorge il piccolo villaggio di Nag Hammadi, presso un'ansa del fiume.
In quel luogo una linea ferroviaria segnava un confine che per Mohammed Alì e il suo gruppo era minaccioso come la linea sulla sabbia che aveva diviso i carri armati tedeschi dalle milizie degli alleati. A sud dei binari, là dove il fiume rientra, vi era il territorio del clan di Alì, mentre a nord sorgeva Hamrah Dum, il villaggio fortificato del clan guerriero che aveva già ucciso il padre di Alì. I sette cercatori di "sabakh" si trovavano in terra di nessuno, tra il protettivo abbraccio del loro villaggio e una zona di morte certa. Gli Hawwari di Hamrah Dum sostenevano di essere una nobile stirpe di arabi che discendeva dal Profeta stesso, ma su di loro una sola cosa era sicura: provavano per la gente di Alì un odio sanguinario.
Fu il fratello di Alì a scoprire la giara. Abu al-Majd aveva quindici anni, e stava lavorando con gli altri uomini più anziani su un'area pianeggiante vicino a una scarpata che risaliva erta verso una parete piena di buchi. Scavando sotto un masso a forma di botte, Abu scoprì una grande urna dalle sfumature rossastre. Era alta una sessantina di centimetri e aveva quattro piccole anse sulla cima; l'imboccatura era coperta da una ciotola e sigillata con del bitume.
Mohammed Alì assunse immediatamente il controllo della situazione. Da principio il fratello maggiore, pur essendo un maturo uomo di ventisei anni, era troppo spaventato per aprire il misterioso contenitore: si trattava infatti del tipo di recipiente adatto a contenere un "jinn", un spirito malvagio che può apparire in forma umana o animale e che esercita sulle persone poteri sovrannaturali. Tuttavia la cupidigia alla fine ebbe la meglio sulla paura: Ari pensò che, invece della buia dimora di un demone, la giara d'argilla avrebbe potuto essere piena d'oro. Sollevò quindi la zappa e la ruppe.
Trent'anni più tardi, Mohammed Alì temeva ancora quella zona. Era il settembre del 1975, anno in cui uno studioso americano finalmente era riuscito a trovare lo sfuggente contadino: la zappa di Alì aveva rivelato qualcosa di molto più sbalorditivo di un "jinn" e quel professore alto e spigoloso voleva svelare il mistero che circondava la sua scoperta. Sebbene il sito si trovasse nel raggio di otto chilometri dal villaggio di Alì, l'egiziano in trent'anni non vi aveva più fatto ritorno.
James M. Robinson era un uomo particolarmente determinato, con un modo di fare zelante e la pronuncia leggermente strascicata tipica del sud degli Stati Uniti. Si era laureato a pieni voti al Columbia Theological Seminary più o meno nel periodo in cui Alì maneggiava i suoi attrezzi di scavo e ora aveva trovato l'uomo la cui scoperta era stata determinante per la sua carriera accademica.
Tuttavia Alì era inflessibile: anche dopo aver mostrato una cicatrice sopra il cuore inflittagli da un membro del clan rivale ed essersi vantato dicendo che avrebbe ucciso il suo assalitore, Alì rifiutò di condurre Robinson sul Nilo. Robinson tentò di corromperlo e alla fine mise in dubbio il coraggio del contadino; Alì cedette.
Comunque Alì pose le sue condizioni, che sembravano uscite da una comica dei Keystone Cops (*): lui avrebbe indossato abiti americani e si sarebbe seduto accanto a Robinson sui sedili posteriori di una jeep russa; e in caso di spari Robinson avrebbe fatto da scudo: all'andata infatti lo studioso si sarebbe seduto dal Iato di Hamrah Dum, mentre al ritorno si sarebbero scambiati i posti, con Robinson di nuovo tra l'egiziano e il villaggio rivale. Il giorno prescelto cadeva durante il Ramadan, un periodo di digiuno e, per garantirsi una maggior sicurezza, Alì propose di partire nel tardo pomeriggio, quando la fame e la sete avrebbero trattenuto in casa i nemici. L'autista avrebbe oltrepassato le alture senza fermarsi mentre Ah indicava il luogo della scoperta.
Mentre il gruppo costeggiava la parete rocciosa, Alì li guidò verso una tomba, dove in seguito Robinson ritornò senza il nervoso cammelliere. Dopo cinque giorni di scavi, non avendo concluso nulla, capì che sarebbe stata necessaria un'altra ricerca guidata: questa volta Alì scese dall'auto, s'incamminò senza esitazione verso il masso a forma di botte e iniziò a scavare nella terra, dichiarando che il luogo era quello. Disse che il suo cammello era stato legato sul Iato sud del masso e ricordò come tutti e sette gli uomini avessero temuto di essere schiacciati da quel masso.
Descrivendo la scena sette anni più tardi, Alì ammise di essere stato spinto a rompere la giara dal pensiero dell'oro. Quando l'antica terracotta era caduta in pezzi, per un momento era parso ad Alì che il suo sogno fosse stato realizzato: piccole scaglie gialle avevano riempito l'aria, e se il contadino egiziano non aveva evocato un "jinn" color ambra, allora aveva fatto fortuna.
Di fatto ciò che aveva trovato era di inestimabile valore: Mohammed Alì, il contadino analfabeta che in seguito non sarebbe mai riuscito a ricordare il momento esatto in cui era successo il fatto, aveva compiuto una delle più grandi scoperte archeologiche del ventesimo secolo. Quei granelli dorati erano in realtà piccoli frammenti di papiro, poiché il tesoro di Alì era una raccolta di tredici libri contenenti più di cinquanta antichi manoscritti, molti dei quali cristiani, risalenti al quarto secolo dopo Cristo.
Tra questi vi era "Il Vangelo di Tommaso", una raccolta contenente più di cento detti di Gesù, presumibilmente trascritti dallo "scettico Tommaso". Da lungo tempo gli storici conoscevano l'esistenza di questo Vangelo tramite i riferimenti che comparivano negli scritti dei primi padri della Chiesa, ma in quasi duemila anni non ne era mai stata rinvenuta una copia completa. Se alcuni dei detti trovavano riscontro nel Nuovo Testamento, molti erano unici nel loro genere e ritraevano Gesù come un saggio, a volte dall'impronta Zen; negli anni che seguirono, certi studiosi della Bibbia sostennero che alcuni dei detti si avvicinavano al Gesù storico più del Nuovo Testamento stesso.
Gli scarti di uno, come si dice, sono il tesoro dell'altro: Mohammed Alì era stato molto deluso: ciò che il mondo avrebbe chiamato prezioso ritrovamento storico, per il contadino erano cocci di terracotta e un cumulo di vecchi frammenti di papiro tenuti assieme dal cuoio. Alì iniziò a suddividere gli antichi codici, deciso a spartirli con i compagni; ma essi, forse temendo l'uomo e ritenendo insincera la sua offerta, li rifiutarono. Alì allora sciolse il turbante, lo distese e vi collocò all'interno i libri; si caricò il tutto sulla spalla, slegò il suo cammello e si diresse verso casa. Là, nella stanza in cui teneva gli animali e il foraggio, lasciò cadere il carico.
Nei dieci anni successivi, esperti e funzionari governativi avrebbero iniziato a rendersi conto che il tesoro dell'umile cammelliere era la più grande raccolta di scritti cristiani apocrifi sconosciuti mai scoperta fino ad allora, gli antiquari avrebbero presentato i codici sui mercati dal Cairo a New York, e la questione dell'accesso alla "raccolta di Nag Hammadi" sarebbe divampata in un dibattito internazionale che avrebbe coinvolto persino le Nazioni Unite. Quella sera la madre di Alì, alla ricerca di alcuni ramoscelli per il suo forno d'argilla all'aperto, gettò qualche codice nel fuoco.
In seguito la famiglia cercò di vendere i libri, sperando di ricavarne qualche lira egiziana, ma nessuno li comprò. Qualcuno fu barattato con arance e sigarette; secondo varie voci, la famiglia ricevette anche un po' di tè e una scorta di zucchero. Ad un certo punto Alì apprese che i documenti erano scritti in copto, un'antica lingua usata dai cristiani in Egitto: ciò significava che essi appartenevano probabilmente alla Chiesa e questo per lui poteva significare guai. Possedere tali reperti era un crimine, e Mohammed Alì era già sotto sorveglianza ogni sera infatti la polizia perquisiva la casa alla ricerca di armi. Non era trascorso nemmeno un anno da quando il padre di Alì, una guardia notturna, aveva ucciso un intruso che sfortunatamente si era rivelato un abitante del villaggio di Hamrah Dum. Nel giro di qualche ora il padre era stato assassinato, colpito in fronte da un proiettile e gettato accanto al corpo dell'uomo che lui aveva ucciso. La madre di Alì era riuscita a superare il dolore e ai suoi figli aveva insegnato a tenere le zappe ben affilate. Queste erano le circostanze quando Mohammed Alì aveva scoperto i manoscritti.
Circa un mese più tardi i timori della polizia si concretizzarono. Qualcuno corse a casa di Alì e riferì agli uomini che l'assassino del loro padre si era addormentato nei paraggi e giaceva su una strada sterrata con accanto una brocca di melassa. James Robinson raccontò l'orribile scena dopo aver intervistato Mohammed Alì: "i figli afferrarono le zappe, piombarono sul pover'uomo prima che questi potesse fuggire, lo fecero a pezzi, gli strapparono il cuore e, dividendoselo tra di loro, lo mangiarono crudo, come ultimo atto di una vendetta sanguinaria".

Note:
(*) N.d.T.: i Keystone Cops, i "poliziotti buffi", furono ideati da Mack Sennet (presso la cui società lavorò anche Charlie Chaplin) e caratterizzarono film comici ai tempi del muto.

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