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LA NOSTRA BIBLIOTECA...
libri scelti da Francesco Di Blasi

IL VOLO DEL PELLICANO
Un thriller alchemico-esoterico


 
di Giovanni Francesco Carpeoro
Bevivino Editore
pagg. 512 - 29 illustrazioni b/n e 22 foto colori - € 18,00
Per ordinare: ordini@acaciaedizioni.com

 

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L'ARGOMENTO »

PREMESSA:

Questo libro è un atto liberatorio, come tutti gli altri.
Ho sempre pensato che scrivere, comporre musica, dipingere, sia la liberazione di un prigioniero che è dentro di noi.
Prigioniero e straniero.
Un altro essere che si è arrampicato lungo il pozzo dove l'abbiamo sprofondato ed ha picchiato coi pugni sul muro della nostra vita quotidiana in cui l'abbiamo rinchiuso, finché non si è aperto un varco verso la libertà, e verso un'esistenza che, da quel momento, diventa indipendente da noi.
Ma se riflettiamo bene, non siamo poi così sicuri se sia stato l'altro essere a salire, o noi a scendere, a compiere il viaggio degli alchimisti all'interno della terra, secondo il precetto del VITRIOL, "Visita Interiora Tèrrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem", cioè: "Entra nelle viscere della terra e, correggendo le imperfezioni, troverai la pietra nascosta". In fin dei conti è lo stesso percorso di Teseo nel labirinto, al centro del quale uccidere una parte di sé, perché l'altra risorga continuamente.
Ho trascorso quella che presumo e spero possa essere la prima metà della mia vita a leggere tanti libri e a vivere con gran confusione. La gran confusione ha prosciugato le mie energie, mentre i tanti libri hanno continuato a nutrire l'altro essere, fino a renderlo molto ingombrante e forte, tanto che il pozzo profondo - dentro il quale gli calavo, col secchio, i tomi della mia biblioteca - è divenuto veramente angusto, insopportabile per lui.
Finché non si è aggrappato alla corda del secchio per venire in superficie, o forse, allo stesso modo, ha attirato me verso il basso. In ogni caso, quando siamo stati l'uno di fronte all'altro, il suo primo impulso è stato quello di guardarmi e ridermi in faccia.
Una risata sonora, lunga, vomitata con scherno e derisione. Al mio silenzio, è rimasto meravigliato, come se credesse impossibile che io fossi triste, che non ridessi con lui, di me, ma forse anche di tutti gli altri, e ha detto concitato:
"Prendi carta e penna, dobbiamo scrivere un libro."
Da quel momento ho scritto, sotto dettatura, un centinaio di pagine dense di storia, notizie e spiegazioni sui Rosa+Croce, personaggi, date, incontri, simboli, formule alchemiche, una giungla dove perdersi senza ritrovarsi mai più.
Quando siamo arrivati a quella che, secondo lui, avrebbe dovuto essere la fine del libro, gli dissi: "Bene, se ora tu hai terminato, posso iniziare io."
"In che senso?" mi chiese con una certa aria di diffidenza. "Nel senso che negli stessi giorni degli eventi di cui abbiamo trattato, ma ai nostri tempi, qualcuno ha vissuto una sua vicenda un po' particolare, sulla quale quanto avvenuto, secoli o decenni prima, ha avuto un suo effetto, una sua ripercussione, il cerchio più estremo, tra quelli causati da un sasso buttato in uno stagno, tanto tempo prima."
"Cosa vuoi fare, vuoi diventare un romanziere?"
Ho imparato da tempo a non entrare in polemica con lui perciò non gli ho nemmeno risposto.
Ma presto ho dovuto constatare che, per meglio spiegare quanto mi aveva dettato, dovevo elaborare una sorta di postfazione in forma epistolare, dove integrare tutte le citazioni e le annotazioni necessarie.
Così ho raccontato la vicenda di Giulio, la metafora di un mondo dove quasi tutto è nascosto, e quello che si manifesta può essere sottratto con la violenza, come l'amore.
Ho cercato, tramite la figura di Giulio, di sfatare un dogma del tutto umano: quello dell'intelligenza.
Sono sempre stato convinto che quello dell'intelligenza non sia un valore unico, né reale, né assoluto, né possa costituire, come purtroppo è luogo comune, metro di misura di noi stessi e degli altri.
Non è un valore unico perché, nella nostra accezione, tiene conto in modo errato dell'elemento temporale. Generalmente consideriamo intelligenza la rapidità di collegamento degli elementi, tanto è vero che per noi chi impiega più tempo a capire, è un "ritardato" e quindi, uno stupido. Non è un valore reale, perché filtrato, con ogni possibile distorsione, da una funzione che viene a monte dell'"intelligere": quella dell'acquisizione dei "dati" attraverso i nostri sensi, la vera e unica fase di contatto con la realtà, o quella che ci pare essere tale.
Non è un valore assoluto perché non tiene conto del nostro ruolo nel mondo animale e del concetto di adeguatezza del nostro essere al medesimo. Con riferimento al suo modello di vita, l'intelligenza di un'ape è da considerarsi superiore o inferiore alla nostra?
Strano concetto quello dell'intelligenza adeguata, distruttivo di ogni sogno di assolutizzazione delle nostre facoltà cerebrali.
Per sfuggire a questo ridimensionamento del dogma per gli animali non parliamo neanche di intelligenza, definizione riservata a noi creature superiori, ma di capacità.
Rimane il fatto che il migliore dei nostri architetti non potrebbe neanche sfiorare l'architettonica perfezione di un alveare. Quindi crolla anche la possibilità di costruire sull'intelligenza una scala di valori, tanto è vero che nell'illusione di costruire una classifica degli animali intelligenti, non ci accorgiamo di adottare esclusivamente il valore della comunicazione. Consideriamo il cane più intelligente di una formica perché ha delle forme di comunicazione più comprensibili per noi. In altri termini consideriamo intelligente il soggetto con cui meglio comunichiamo.
Con un colpo di bacchetta magica il dogma dell'intelligenza viene sostituito dalla funzione della comunicazione.
D'altro canto non è grazie ad uno scambio di informazioni genetiche che veniamo al mondo?
Dobbiamo smetterla di considerare intelligente solo ciò che ci somiglia, perché le conseguenze di questo assioma sono paradossali. Se sono stupido, ma considero intelligente solo quello che mi è simile, mi illuderò di creare una classificazione di intelligenza che invece sarà solo di stupidità.
Forse mi sono dilungato, ma lo scopo era di spiegare che Giulio è una persona che non punta sull'intelligenza, ma sulla comunicazione, al punto di adottare il linguaggio dell'interlocutore, quando incontra la difficoltà di esprimersi con mezzi propri. Ma è proprio questa capacità che gli consente di entrare nel mondo degli altri in punta di piedi, senza destare quei blocchi e quelle difese che rendono impossibile comunicare.
Così facendo, riesce a svelare il mistero di un omicidio doloroso e complesso e a scoprire che i Rosa+Croce erano quel che erano, o, forse, sono quello che sono, perché hanno la perenne capacità non solo di comunicare, ma di creare arti e linguaggi di comunicazione selettiva, con oggetti contenenti più messaggi, ognuno indirizzato al destinatario giusto.
Come delle enormi radio ricetrasmittenti, in continuo contatto col mondo, hanno trasmesso a tutti noi la possibilità, per ognuno, di estrarre dal loro messaggio, il tipo di musica adatto per sé.
Questo è stato il volo del Pellicano: la conservazione e la trasmissione nei secoli di un grande, prismatico messaggio di progresso e d'amore.
Apparentemente morto con la fine della civiltà egiziana, il Pellicano è risorto ed ha ripreso il suo volo nel messaggio cristiano, unico, ma adatto ad ognuno.
Sia chiaro: ho detto adatto, non adattabile.
Quando al termine della stesura, io e l'altro essere abbiamo riletto il libro insieme, lui, aggiungendo alla fine una poesiola oscura, ha detto scuotendo la testa:
"Comunque, alla fine sei inesorabilmente riuscito di nuovo a fare solo qualcosa di normale."
È l'unica volta in cui sono stato d'accordo con lui.
Ho sempre diviso i libri in tre categorie: brutti, passabili e capolavori.
Quando leggo un libro brutto, ognuno rimane nel suo mondo, io nel mio ed il libro nel suo, come una conoscenza o un incontro casuale di nessun interesse reciproco, dove alla fine ci si saluta ed estranei come prima.
Quando leggo, invece, un libro passabile entro nel mondo disegnato dall'autore e mi muovo dentro di esso a mio agio, perché, distaccandomi dal mio presente, condivido le altrui emozioni.
La lettura di un capolavoro è come l'inizio di una grande storia d'amore, è il libro che entra nel mio mondo interiore, e vi si radica come se ne avesse sempre fatto parte, riconosco le emozioni, le parole ed i pensieri come provenienti dal mio passato, viventi nel mio presente, disegnate nell'immaginazione del mio futuro.
Il libro, quando è un capolavoro, diventa lo scultore ed il lettore, l'opera d'arte.
Questo è il miracolo che compie l'autore di un capolavoro, creare qualcosa in grado di entrare nei pensieri, nelle emozioni, negli istinti, nelle azioni, insomma nella vita e nel mondo di chiunque vi si accosti.
Spero solo che questo libro non faccia parte della prima categoria, anche perché quel brutto ceffo supponente ne ricaverebbe, nei miei confronti, ulteriore motivo di derisione.
Ma non è per la paura che sia un libro brutto che ho deciso di nascondermi dietro uno pseudonimo.
Ne ho fatte tante, di cose brutte e sottoscritte col mio vero nome, che questa scivolerebbe via senza problemi, e poi ci sono le immagini, create da altri, tutte belle, e suggestive, che nella loro scelta e disposizione, non casuale, sicuramente spiegano anche ciò che io non sono riuscito ad esprimere.
In realtà ho deciso di nascondermi perché alle inevitabili domande circa le ricostruzioni, per così dire, storiche, scritte, valga ripeterlo, sotto dettatura, non saprei cosa rispondere.
Non saprei nemmeno come ribaltare le domande suddette al vero autore di quelle ricostruzioni, lui sì, veramente anonimo, senza neanche il velo, e la conseguente possibilità di svelarlo, di uno pseudonimo.
Ma forse tutto questo non sarà neanche necessario, perché queste pagine verranno lette dai pochi che mi conoscono e che sanno bene con chi hanno a che fare.

Milano 30 novembre 2005
G. F Carpeoro

P. S.: Gli ho fatto leggere anche questa premessa e lui, per la prima volta è uscito fuori dai gangheri, si è alterato, ha detto che non avrei dovuto neanche accennare alla sua esistenza, non desiderando essere, in nessun modo, anche solo accostato, a un'opera letteraria così mediocre.
Non lo sopporto più: quasi quasi lo ributto nel pozzo e lo affogo con i libri di Dan Brown.

Anche il processo della. creazione si è verificato in due luoghi,
uno superiore ed uno inferiore, perciò la Torah comincia
con la lettera Beth, il cui valore numerico è "due".
Il processo inferiore corrisponde a quello superiore,
uno produsse il mondo superiore (delle Sefiroth),
l'altro il mondo inferiore (della creazione visibile).

Zòhar I, 240 b

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