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libri scelti da Francesco Di Blasi

LA ROSA QUANTICA

di Catherine Asaro
Gruppo Editoriale Armenia
pagg. 446 - € 15,00
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1. IRONBRIDGE - Primo canale di diffusione:

Kamoj Quanta Argali, governatore della provincia di Argali, riemerse dalla superficie del fiume in cui si era tuffata. Crogiolandosi nella bellezza della giornata, sollevò il viso al cielo violaceo. Il minuscolo disco di JuI, il sole, era così brillante che non osava avvicinare troppo lo sguardo. Nel cielo tremolavano cortine di luce color verde e oro, un'aurora visibile persino di pomeriggio.
Lyode, la sua guardia del corpo, in piedi sull'argine, sorvegliava la zona. Il suo vero nome era, secondo gli studiosi, un miscuglio di parole in antica lingua iotaca, "diodo emettitore di luce". Nessuno ne conosceva il significato, però, così tutti la chiamavano Lyode.
Kamoj fu presa dall'inquietudine. Si mantenne a galla con i capelli che le ondeggiavano intorno, avvinghiandosi alla vita sottile e poi lasciandola andare. Il riflesso nell'acqua mostrava una giovane donna dal viso a cuore, incorniciato da ricci neri. Aveva gli occhi scuri, come quasi tutti gli abitanti della provincia di Argali, ma i suoi erano più grandi del normale, con lunghe ciglia che in quel momento luccicavano di gocce d'acqua.
Sembrava tutto a posto. Canne rosse come prugne a baccello ondeggiavano sull'argine, e le lucertole a sei zampe vi correvano in mezzo, come lampi di azzurro e verde tra gli steli. A pochi passi di distanza da Lyode iniziava la foresta prismatica. Su, lungo il fiume, lontano verso nord, i picchi dei monti Quarzorosa galleggiavano come nuvole nella foschia. A nuoto, Kamoj si avvicinò all'altra riva, ma neppure lì notò niente di strano. Le colline erano ricoperte da un tappeto color turchese di tubomuschio interrotto qua e là da sporgenze rocciose, contorte come le nocche della mano di un gigante sepolto.
Provava una sensazione che non era esattamente inquietudine, era più simile a una nervosa attesa. Avrebbe dovuto sentirsi in colpa per la nuotata, ma era difficile in una giornata così bella. Il pomeriggio pulsava di vita, dorato e fresco.
Kamoj sospirò. Si stava davvero godendo la nuotata, rinvigorita dall'acqua fresca e dall'aria, ma doveva tenere conto del suo ruolo di governatore. Nuotare nuda, anche in quella zona appartata, era ben poco dignitoso. Scivolò verso l'argine e si arrampicò fuori dall'acqua, con le canne che le sferzavano il corpo.
Lyode continuava a sorvegliare la zona. Improvvisamente si irrigidì, fissando un punto dall'altra parte del fiume. Allungò un braccio per afferrare la balestra che portava legata alla schiena.
Perplessa, Kamoj guardò dietro di sé. Un gruppo di cervi. vetroverdi era spuntato da dietro una collina, ognuno con un cavaliere in groppa. I raggi del sole rimbalzavano sulle scaglie verdi degli animali, che restavano immobili sulle sei zampe, senza scalpitare. Le corna iridescenti, che si allargavano ai lati della testa, brillavano alla luce azzurrina del sole.
Tutti i cavalieri la stavano osservando.
"Dolce Airys", pensò Kamoj, mortificata. Risalì di corsa l'argine fino al punto in cui aveva ammucchiato i vestiti, alle spalle di Lyode. Da una sacca che portava alla cintura, la guardia del corpo estrasse una sfera di marmo grossa un palmo e la infilò nel tubo di puntamento della balestra, alloggiato all'interno di un cilindro a fisarmonica. Poi sollevò l'arma e la puntò contro gli osservatori dall'altra parte del fiume, prendendo la mira.
Chiaramente, lì ad Argali, la presenza di Lyode era più un segno del rango di Kamoj che un vero pericolo. Infatti, nessuno dei cavalieri imbracciò la balestra. Sembravano più che altro affascinati. Uno dei più giovani sorrise a Kamoj, un lampo di denti bianchi alla luce del sole.
"Non ci posso credere", borbottò lei, passando dietro l'altra donna e raccogliendo i vestiti. Infilandosi la tunica dalla testa aggiunse: "Quelloèavirlastan".
"Cosa?" domandò Lyode.
Kamoj abbassò la tunica con uno strattone, coprendosi il più in fretta possibile con il morbido tessuto grigio. La guardia del corpo rimase di fronte a lei, pronta a tirare. La ragazza contò cinque cavalieri, tutti vestiti con brache color rame, camicie blu e cinture bordate di piume di quetzal dalla coda blu.
Uno degli uomini era più alto degli altri di tutta la testa, aveva spalle ampie e gambe lunghe, e indossava un mantello blu scuro con cappuccio che gli copriva il volto. il cervo che cavalcava sollevò le zampe anteriori e scalpitò, con i doppi zoccoli lucenti come vetro, benché fatti di materiale più resistente, durevole e simile al corno. L'uomo ignorò i movimenti irrequieti della cavalcatura, continuando a tenere la testa rivolta verso·Kamoj.
"Quello è Havyrl Lionstar", ripeté la ragazza indossando le brache grigie. "L'uomo alto sul grosso vetroverde".
"Come fai a saperlo?" chiese Lyode. "Ha il volto coperto".
"Chi altri è grosso quanto lui? E poi, quei cavalieri portano i colori di Lionstar". Kamoj li guardò ripartire al galoppo verso le colline verdeazzurre. "Ah! Li hai spaventati".
"Quando erano cinque contro uno? Ne dubito". Lyode le lanciò un'occhiata ironica. "Molto più probabilmente se ne sono andati perché lo spettacolo è finito".
Kamoj fece una smorfia. Sperò che nessuno lo dicesse a suo zio. In quanto unico uomo registrato come corporazione ad Argali, Maxard aveva governato la provincia per conto di Kamoj quando lei era troppo giovane. Da quando era diventata adulta si era assunta la responsabilità di guidare il suo popolo e la provincia, ma Maxard, in quanto unico parente in vita, restava il suo stimato consigliere.
Gli unici che potevano rivelare la sua trasgressione erano gli uomini di Lionstar, che però venivano raramente al villaggio. Lionstar aveva "affittato" il Palazzo di Quarzo sulle montagne da più di cento giorni ormai, e in tutto quel periodo nessuno dei conoscenti di Kamoj lo aveva visto in volto. Per quale motivo avesse voluto un palazzo in rovina, dato che respingeva tutti i visitatori, lei non ne aveva idea. Quando i suoi emissari erano venuti a richiederlo, Kamoj e Maxard erano rimasti costernati dall'invito a lasciare che un estraneo si stabilisse nell'onorata, sebbene cadente, residenza dei loro antenati. Ricordava ancora quanto fosse diventata paonazza ascoltando gli stranieri esporre la richiesta del loro signore.
Tuttavia non era stato possibile sfuggire alI'"affitto" proposto dagli uomini di Lionstar. La legge era chiara: lei e Maxard dovevano superare la sua offerta oppure piegarsi alla sua autorità. Impoverita com'era, Argali non poteva competere con una tale proposta: badili e punteruoli forgiati in metalli di pregio, pile di legna da ardere, campanelli da briglia in oro, melata e melassa, rosa-porri secchi, frumento, trigranaglie e farina di canna che scivolava tra le dita come polvere di rubini.
Per questo avevano ceduto, e un furibondo Maxard aveva preteso che Lionstar pagasse un affitto dello stesso valore ogni cinquanta giorni. Era un pegno talmente esagerato che tutta Argali aveva temuto che Lionstar avrebbe inviato i suoi soldati a "rinegoziare".
Invece lo straniero incappucciato aveva pagato.
Con Lyode accanto, Kamoj entrò nella foresta.
Camminare tra gli alberi, con il tubomuschio sotto i piedi scalzi, la. rendeva ancora più consapevole della precarietà della sua posizione. Perché Lionstar era venuto fin lì? Era interessato anche alle sue terre? Kamoj aveva investito il suo affitto in macchinari e attrezzi per le fattorie di Argali. Per quanto le desse fastidio dipendere da uno straniero, era meglio che vedere il suo popolo morire di fame. Ma non avrebbe potuto sopportare di perdere qualcos'altro per aiutarlo, soprattutto non quella foresta che amava.
Doveva dunque indagare sulle sue attività e vedere cosa riusciva a scoprire.
La bellezza della foresta contribuì a placare la sua preoccupazione. Dagli alberi pendevano cortine di muschio, e felci-ombra ondeggiavano intorno ai tronchi. Dovunque crescevano i rampicanti di Argali, coperti dalle rose color rosa scuro che davano il nome alla regione. Argali significava "rosa rampicante" in iotaca.
O almeno, gli studiosi lo traducevano come "rosa". Un accademico insisteva a dire che significava "risonanza". Affermava anche che il secondo nome di Kamoj, Quanta, una parola iotaca dalla traduzione sconosciuta, fosse scritto in modo scorretto. "Kamoj" derivava dal termine iotaca per "vincolata", quindi se il bizzarro studioso aveva ragione il suo nome significava "Risonanza Quantica Vincolata". Sorrise pensando a quell'assurdità. "Rosa" era molto più logico, ovviamente.
La vita che pulsava nel bosco autunnale la rallegrò.
Mimetizzate tra le rose, le lucertole-palla gonfiavano le loro sacche rosse. Un colpo di vento aprì le fronde, lasciando penetrare un raggio di sole che tagliò obliquo la foresta, facendo brillare la corteccia a scaglie degli alberi. Poi il raggio svanì e il bosco tornò alle sue ombre violacee. Un pipistrello spinato passò rapido, battendo furiosamente le ali. Puntò su una lucertola e le forò con il becco affilato la sacca rossa, che si sgonfiò con un sibilo. L'animale corse via, e il pipistrello scontento si allontanò senza preda.
Frammenti di scaglie si posarono sul braccio di Kamoj, che si chiese come mai le persone non avessero scaglie. Era un'incongruenza che l'aveva sempre lasciata perplessa, sin dall'infanzia. Quasi tutto il resto su Balumil, il loro mondo, aveva le scaglie. Le radici degli alberi, coperte di scaglie e gonfie di umidità, rivoltavano il terreno. Gli alberi crescevano lentamente, trasformando l'acqua in energia di riserva da usare durante la lunga siccità estiva e le interminabili nevi invernali. Diversamente dalle persone, che lottavano tutto l'anno per sopravvivere alle dure condizioni, le piante stagionali crescevano solo nelle stagioni più miti di primavera e autunno. I loro semi grandi e dalle scaglie robuste rimanevano dormienti fino a quando il clima non era di loro gradimento.
La tristezza sfiorò i pensieri di Kamoj. Se solo le persone fossero state altrettanto adatte alla sopravvivenza. Ogni Anno Lungo faticavano a reintegrare la popolazione che veniva decimata dall'interminabile inverno. L'ultima volta le tempeste di neve e i terribili ghiacci avevano fatto più vittime del solito.
Compresi i suoi genitori.
Persino dopo così tanto tempo quella perdita la tormentava ancora. Era una bambina quando lei e Maxard, il fratello di sua madre, erano diventati gli unici eredi dei resti impoveriti di una provincia che un tempo era stata florida.
"Lionstar si prenderà quel poco che ci è rimasto?" Kamoj lanciò un'occhiata a Lyode, chiedendosi se condividesse le sue preoccupazioni. Alta e dai muscoli asciutti, la guardia del corpo aveva gli occhi e i capelli scuri molto comuni ad Argali. Lì all'ombra, le fessure verticali delle sue pupille si allargarono fino a riempirle quasi completamente le iridi. Portava gli stivali di Kamoj appesi alla cintura. Le due donne camminavano nella foresta in tranquillo silenzio.
"Hai presente le ragazze-mais che svolgono le faccende in cucina?" chiese Kamoj.
Lyode smise di controllare la foresta e sorrise. "Intendi le tre bambine? Quelle che ti arrivano al gomito?".
"Esatto". Kamoj ridacchiò pensando alla vivacità delle ragazzine e alle loro storie fantastiche. "Mi hanno detto, con tono solenne, che Havyrl Lionstar è arrivato qui su una nave maledetta sospinta nel cielo dal vento, e che non può più tornare a casa perché è talmente ripugnante che gli elementi si rifiutano di farlo salpare". Il sorriso svanì. "Da dove vengono tutte queste storie? A quanto pare, quasi tutti ad Argali credono che siano vere. Dicono che è vecchio di secoli, e che ha un volto di metallo talmente orribile che ti provoca gli incubi".
"Le leggende spesso hanno una base di verità", ribatté piano Lyode. "Non è un essere soprannaturale, ma il suo comportamento fa sì che la gente lo tema".
Kamoj aveva sentito raccontare troppe storie sul comportamento imprevedibile di Lionstar per ignorarle. Da quando era arrivato ad Argali la ragazza aveva visto personalmente diverse volte le sue cavalcate selvagge, in cui galoppava come un pazzo.
Lyode la guardò attentamente e proseguì con un tono meno serio: "Be', sai, con le ragazze-mais chi può dirlo? Hanno cercato di convincermi che Argali è infestata dagli spiriti. Dicono che è per questo che tutti i pannelli si sono spenti".
Kamoj rise piano, sollevata per il cambio di argomento. "L'hanno raccontato anche a me. Però non hanno detto esplicitamente chi infesta cosa". Secondo la leggenda, la Corrente un tempo illuminava tutte le case delle Terre Settentrionali. Ma era avvenuto molti secoli prima e anche più, nelle Isole del Cielo del Nord, dove la Corrente era scomparsa da migliaia di anni. L'unico motivo per cui un pannello di luce ancora funzionava a Casa Argali, dove abitava Kamoj, era che i suoi genitori avevano trovato alcuni filamenti di fibra ottica ancora intatti tra le rovine del Palazzo di Quarzo.
Il pannello la affascinava quanto la lasciava perplessa.
Era collegato a cavi che risalivano lungo le pareti della casa fino ad arrivare ai pochi riquadri solari rimasti sul tetto. Nessuno ne capiva il meccanismo, ma il marito di Lyode, Opter, sapeva farlo funzionare. Non aveva idea del perché, e non era capace di riparare i componenti rotti, ma se gli venivano dati pezzi non danneggiati era sorprendentemente in grado di inserirli nei pannelli.
"Ahi!" esclamò Kamoj quando un ramoscello le ferì un piede. Sollevò la gamba e vide un foro sanguinante tra le dita.
"Un buon motivo per indossare le scarpe", commentò Lyode.
"Puah", ribatté Kamoj. Le piaceva camminare a piedi nudi, ma questo aveva i suoi inconvenienti.
Uno scalpitare che fino a quel momento era stato quasi impercettibile si fece abbastanza forte da attirare la sua attenzione. "Cervi vetroverdi".
Lyode piegò la testa per ascoltare meglio. "Diretti ad Argali".
Kamoj sorrise. "Forza, andiamo a vedere". Cominciò a correre, poi passò a saltellare sul piede sano e infine continuò a camminare zoppicando. Quando arrivarono alla strada le due donne si nascosero dietro gli alberi, ascoltando il rombo degli zoccoli.
"Scommetto che è Lionstar", disse Kamoj.
"Troppo rumore per soli cinque cavalieri", commentò Lyode.
"Allora devono essere banditi in fuga", replicò la ragazza lanciandole un'occhiata da cospiratore. "Dobbiamo catturarli!".
"E perché mai", chiese la guardia del corpo, "quegli scellerati starebbero scappando lungo la strada che va dritta alla residenza dell'autorità più importante della provincia, eh?".
Kamoj scoppiò a ridere. "Smettila di essere così ragionevole".
Lyode non sembrava preoccupata, tuttavia estrasse un proiettile e armò la balestra.
I primi cervi spuntarono dalla curva in fondo alla strada.
I cavalieri erano uno spettacolo magnifico. Indossavano cotte di maglia d'oro a dischi, capi evidentemente da cerimonia, troppo morbidi per la battaglia, concepiti per fare colpo. Formate da dischi piatti, le casacche erano disposte a strati in modo da creare un indumento a tenuta ermetica. Un risultato che non veniva ottenuto mai, ovviamente. Per quale motivo qualcuno volesse una maglia metallica ermetica era un mistero per Kamoj, ma la tradizione diceva di farli così, e così venivano realizzati.
In rare occasioni i cavalieri indossavano anche brache e cappuccio di maglia metallica. Alcune antiche illustrazioni li mostravano rivestiti da capo a piedi, compresi guanti, stivali al ginocchio e con una copertura trasparente sul viso. Per Kamoj quest'ultima doveva essere una licenza artistica. Non ne vedeva il motivo, altrimenti.
I cavalieri di suo zio quel giorno erano splendidi. Sotto le cotte indossavano camicie con maniche scampanate dorate come grano del sole. Le brache color oro erano infilate in stivali al ginocchio color rosso scuro, bordati di piume di quetzal dalla coda verde. Le redini erano ornate di nastri rossi e oro intrecciati, e alle briglie dei cervi vetroverdi tintinnavano campanelli. La luce del sole penetrava obliqua tra gli alberi, e illuminava la strada creando scintille nell'aria polverosa.
Lyode sorrise. "Il seguito di tuo zio è uno spettacolo magnifico".
Kamoj non rispose. Di solito le piaceva osservare la guardia d'onore di Maxard, tanto più che voleva molto bene ai cavalieri, che conosceva da tutta la vita. Svolgevano un buon servizio per Maxard che, grazie al suo carattere amabile, si faceva benvolere da tutti, e infatti una ricca mercante delle Isole del Cielo del Nord gli faceva la corte, nonostante la sua fosse solo una piccola società. Quel giorno però egli non era insieme alla sua guardia d'onore, che era stata inviata ad Ironbridge qualche giorno prima e ora tornava con uno stimato ospite, una persona che Kamoj non aveva alcuna voglia di vedere.
I primi cavalieri oltrepassarono il suo nascondiglio, sollevando la polvere scagliosa della strada con i doppi zoccoli delle loro cavalcature. La ragazza riconobbe l'uomo alla testa del drappello, Gallium Sunsmith. La sua vista le rallegrò la giornata. Gallium era un uomo grande e robusto, che lavorava insieme al fratello Opter in una bottega solare, costruendo congegni alimentati dalla luce, come il macinapepe a specchi inventato da Opter. Inoltre, ogni anno faceva una bella figura all'esibizione di maestria con la spada alla fiera. Per questo quando Maxard aveva avuto bisogno di una guardia d'onore aveva scelto Gallium.
Lungo la strada apparvero altri cavalieri. Questi indossavano cotte di maglia nere, con camicie e brache color viola scuro e stivali neri bordati di pelliccia argentata. Al centro cavalcava Jax Ironbridge, il governatore della provincia di Ironbridge. Era un uomo dalle gambe lunghe, muscoloso e più alto degli altri, con un volto attraente dalle linee decise, come fosse scolpito nel granito. I capelli neri erano striati d'argento. Cavalcava Mistrider, un enorme cervo vetroverde maschio, con corna dalle punte color delle nuvole e scaglie del colore delle foschie opalescenti delle montagne del nord.
La contentezza di Kamoj svanì. Ancora nascosta, volse le spalle alla strada. A braccia conserte, si appoggiò all'albero e scrutò l'interno della foresta, aspettando che i cavalieri passassero.
Dietro di lei il suono di un corno squarciò l'aria. La ragazza trasalì, poi si girò di scatto. A quanto pareva non era nascosta bene quanto credeva: Jax si era fermato in mezzo alla via e la stava osservando, tenendo in mano l'impugnatura curva del corno.
Kamoj arrossì, consapevole che nascondersi era stato un gesto offensivo. La sua fusione con Jax era stata prevista da sempre. Ironbridge aveva la società più importante nelle province settentrionali, che comprendevano Argali, le Isole del Cielo del Nord e Ironbridge. La traduzione della parola iotaca "società" era controversa, ma in mancanza di un'interpretazione migliore quasi tutti gli studiosi affermavano che indicava la dote di un uomo, le proprietà e le ricchezze che portava in dote nel matrimonio. Una società grande come quella di Jax diventava uno strumento politico, secondo la medesima legge del "supera l'offerta o cedi" dell'affitto pagato da Lionstar.
lronbridge però aveva lasciato ad Argali una scelta. Jax aveva fatto un'offerta che Kamoj e Maxard avrebbero potuto superare. Avrebbero dovuto chiedere prestiti persino ai contadini più poveri, ma sarebbe bastato superare l'offerta anche di un solo stelo di bifrumento. Dopodiché avrebbero rifiutato l'offerta di matrimonio e ripagato i prestiti. Kamoj era stata tentata. Ma Argali era una sua responsabilità, e la provincia aveva bisogno di quella fusione con la prospera Ironbridge, perciò aveva accettato.
Jax la fissava con sguardo impassibile. Le porse la mano. "Ti riaccompagnerò a Casa Argali".
"Ti ringrazio per la gentile offerta, governatore lronbridge", rispose lei. "Ma non è necessario che ti disturbi".
Lui le rivolse un sorriso gelido. "Anch'io sono contento di vederti, amore mio".
Ahi! Non era stata sua intenzione offenderlo ancora di più. Kamoj si fece avanti e gli afferrò la mano. Lui la sollevò sulla cavalcatura con un braccio solo, uno sfoggio di forza che ben pochi altri cavalieri potevano permettersi persino con un bambino, tanto meno con un adulto. La fece girare in modo che potesse sedersi di traverso sul cervo, con il fianco appoggiato alla prima sporgenza ossea sulla schiena. Jax si sistemò dietro di lei, a cavalcioni tra la prima e la seconda sporgenza, premendole con le gambe muscolose sul fianco e sulla gamba.
Kamoj sentì l'odore della sua cotta di maglia, ricco di olio e sudore. Quando Jax chinò la testa verso di lei, la donna si scansò istintivamente. Si pentì immediatamente di quella reazione. li volto di lui non mostrò rabbia, ma un muscolo della mascella si contrasse. Kamoj cercò di non sussultare quando l'afferrò per il mento, tirandola verso di sé. Poi Jax la baciò, stringendole la mandibola e costringendola ad aprire la bocca per infilarvi la lingua. Nonostante tutti i suoi sforzi, Kamoj si irrigidì e quasi serrò le labbra. Lui le strinse forte il braccio per tenerla ferma.
Una folata d'aria le sibilò accanto, seguita dallo schiocco di un proiettile di balestra sul tronco di un albero e il fruscio delle scaglie che cadevano a terra. Jax alzò la testa. Lyode era a lato della strada, con la seconda palla già pronta nella balestra puntata contro di lui.
I cavalieri di Argali e quelli di Ironbridge avevano estratto le armi e tenevano Lyode sotto tiro. Erano tutti visibilmente molto a disagio. Nessuno voleva colpire la guardia del corpo di Kamoj. I cavalieri di Argali erano cresciuti con lei, e Gallium era suo cognato. Jax aveva fatto visita alla sua promessa almeno due volte ogni Anno Breve per quasi tutta la vita della ragazza, sin dal loro fidanzamento, quindi anche gli uomini di Ironbridge conoscevano bene Lyode. Ma non potevano ignorare il fatto che aveva appena tirato un proiettile che era passato a pochi palmi di distanza dai due governatori.
Con una voce gelida che solo Kamoj riuscì a sentire, Jax disse: "La tua ospitalità non cessa mai di sorprendermi". Rivolgendosi a Gallium Sunsmith, aggiunse a voce più alta: "Tu. Accompagna Lyode a Casa Argali".
"È mio onore servirti, signore", rispose il cavaliere in tono cauto. "Ma forse anche il governatore Argali vorrà compiacerti e riaccompagnare la sua guardia del corpo".
Kamoj fu tentata di imprecare. Sapeva che le intenzioni di Gallium e di Lyode erano buone e ne apprezzava la lealtà, ma avrebbe preferito che non avessero interferito. Avevano ottenuto solo di farlo arrabbiare. Lei e Jax dovevano risolvere la questione tra loro. Anche se la fusione favoriva Ironbridge, non dava il controllo a nessuna delle due parti. Avrebbero diviso l'autorità: lei si sarebbe concentrata su Argali, e lui su Ironbridge. Non conveniva a nessuna delle due province che i due governatori non andassero d'accordo.
Forse poteva ancora riuscire a placare Jax. "Ti prego di accettare le mie scuse, governatore Ironbridge. Parlerò del suo comportamento con Lyode lungo la strada del ritorno. Risolveremo la cosa".
Jax allungò una mano e le afferrò il piede ferito, piegandole la gamba al ginocchio per esaminarle il collo del piede. "Puoi camminarci su?".
"Sì". La posizione in cui le teneva la gamba era molto più fastidiosa della ferita.
"Molto bene". Lasciandole il piede, le sfiorò il taglio tra le dita. La fitta di dolore la irrigidì. Kamoj non credeva che l'avesse fatto apposta, ma non poteva esserne certa.
Smontò dal cervo, facendo bene attenzione ad atterrare sull'altro piede. Mentre zoppicava verso Lyode, sentì alle sue spalle un tramestio di doppi zoccoli. Si girò e vide i cavalieri allontanarsi al galoppo lungo la strada per Argali.
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