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LA NOSTRA BIBLIOTECA...
libri scelti da Francesco Di Blasi

NARRANO ANTICHE CRONACHE... Ricordi dal... futuro

di Roberto Volterri
Hera Edizioni
pagg. 212 - 110 immagini a colori - € 15,00
Per ordinare: ordini@acaciaedizioni.com

parti precedenti:

L'ARGOMENTO »
PREFAZIONE di Adriano Forgione »
PREFAZIONE di Giorgio A. Tsoukalos:

(Presidente della AAS RA - Archaeology, Astronalltics & SETI Research Association - e Direttore della rivista "Legendary Times")

Un giorno il genere umano si avventurerà nello spazio. Sono assolutamente certo di questo, perché fra tutti gli esseri viventi di questo pianeta, c'è una caratteristica particolare che ci distingue dal resto del regno animale: la curiosità. Siamo l'unica specie che consapevolmente possieda l'istinto della curiosità.
Noi formuliamo domande. Manifestando la nostra curiosità, l'istinto per l'esplorazione si aggiunge automaticamente al nostro repertorio caratteriale. Da sempre ci poniamo la domanda "Cosa c'è là fuori?" e sempre lo faremo.
Centinaia di anni fa i nostri antenati si chiedevano la stessa cosa, quando dalla costa spagnola il loro sguardo si perdeva lontano, oltre l'Oceano Atlantico. Sfidando i pareri contrari, sfidando la teoria che la Terra non fosse altro che un semplice disco, s'imbarcarono sui loro splendidi velieri e navigarono attraverso l'Oceano Atlantico, per scoprire di persona cosa ci fosse "là fuori".
La stessa predisposizione per la curiosità e la ricerca, un giorno si indirizzeranno verso l'esplorazione dello Spazio profondo. In una notte limpida ci può capitare di passare ore intere a fissare il cielo stellato, domandandoci "Cosa c'è là fuori?". E, dopo aver guardato una miriade di stelle, alcune persone possono perfino arrischiarsi a chiedere "Siamo soli?". Ma il semplice fatto di osservare quelle innumerevoli, vivide stelle ci porta all'unica risposta possibile: "non siamo soli nell'Universo".
Subito gli scettici grideranno: "Anche se non siamo soli, le distanze tra le stelle sono troppo grandi perché qualcuno riesca ad attraversarle!". La mia risposta è sempre stata (e sarà sempre) la stessa: dobbiamo modificare il nostro modo di pensare. Sì, sono assolutamente d'accordo sul fatto che le distanze fra le stelle siano immense. Con i nostri attuali sistemi propulsivi è impossibile attraversare, nell'arco di una vita, la distanza che ci separa da una stella lontana.
Tuttavia, chi dice che tutto debba essere realizzato nell'arco di una vita?
Con la tecnologia odierna, il volo nello Spazio interstellare non è più considerato pura fantascienza. Esistono già progetti dettagliati che raffigurano grandi "astronavi generazionali", completamente auto sufficienti, che potrebbero attraversare le gigantesche distanze tra le stelle, anche se con tempi molto lunghi.
Non giungerebbero a destinazione i membri del primo equipaggio, bensì i figli dei figli dei loro figli. Ecco il perché del nome "astronavi generazionali". Ipotizziamo che, fra 100 o 200 anni a partire da oggi, dopo aver costruito delle basi permanenti sulla Luna e su Marte, l'Umanità finalmente si avventurerà nello Spazio profondo per esplorare nuovi, strani mondi.
Infine, la nostra "astronave generazionale" raggiungerà un pianeta che ospita un qualche genere di forma di vita umanoide. Per proseguire con questo ragionamento ipotetico, supponiamo anche che la civiltà che incontreremo sia tecnologicamente inferiore alla nostra. Cosa faremo, dopo il nostro arrivo? Ci limiteremo a osservarli da lontano? Oppure li aiuteremo a progredire, gli daremo una piccola "spinta", insegnando loro alcune nozioni?
lo dubito fortemente che ci limiteremo a osservarli. Il nostro smisurato ego semplicemente non ce lo permetterebbe. Saremmo estremamente ansiosi di mostrare la nostra "superiorità" alla civiltà "inferiore".
Saremmo ben determinati a insegnargli quel che sappiamo, perché così dimostreremo quanto siamo evoluti. In cambio, verremo immediatamente innalzati allo "status" divino! Come potrebbe essere diversamente? Siamo in possesso di un sapere "magico", mai raggiunto prima dai nativi, e siamo desiderosi di condividere tale conoscenza con loro! Che genere di tracce lasceremo dietro di noi? Credo che lasceremo tracce di due tipi.
Il primo sarebbe costituito da tutti i resoconti scritti, cioè le relazioni e le tradizioni che gli abitanti del pianeta finiranno per scrivere su di noi, perché la nostra visita sul loro pianeta avrà un impatto enorme su di loro e sulla loro storia successiva. Scriveranno di esseri potenti che un giorno discesero dal cielo e insegnarono loro varie discipline.
L'altro tipo di segno sarà di natura fisica. Mi riferisco ai monumenti. Che genere di materiale useremo su un pianeta lontano, per lasciare qualcosa alle nostre spalle, magari un messaggio che le future generazioni possano comprendere? Per ovvi motivi sarebbe impossibile trasportare sull'astronave enormi travi d'acciaio. Dovremo fare assegnamento esclusivamente sui materiali grezzi disponibili "in loco". Conseguentemente, useremo la pietra, perché è un materiale da costruzione universale e può durare praticamente in eterno.
Cosa costruiremo? Supponiamo che intendessimo costruire una struttura molto grande. Chi la costruirebbe? Noi stessi? Non credo.
Abbiamo viaggiato per milioni e milioni di chilometri per giungere alla nostra destinazione. La civiltà che abbiamo scoperto è tecnologicamente "inferiore" alla nostra. Abbiamo deciso di costruire un qualche genere di monumento per lasciare dietro di noi una sorta di testimonianza della nostra presenza. Fin dal momento del nostro arrivo siamo considerati degli "dèi". Con una obbediente forza lavoro a disposizione, ci sporcheremo davvero le mani costruendo noi stessi il monumento? Sicuramente no. I nativi del pianeta sarebbero felici di aiutare i propri "dèi" nei loro progetti di costruzione.
Farebbero qualsiasi cosa per compiacere noi, i loro "dèi". Tutto ciò che dovremmo fare sarebbe semplicemente assisterli, per l'aspetto architettonico, con i nostri calcoli e progetti e, per l'aspetto tecnologico, con i necessari macchinari. Cosa accadrebbe alla nostra enorme struttura, una volta lasciato il pianeta? L'edificio, assai probabilmente, diverrebbe un tempio. Un tempio che verrà avvolto nel mistero e nel mito. Le successive generazioni parleranno di "dèi" che un tempo discesero dal cielo e insegnarono varie discipline ai loro antenati, e che risiedevano in quel tempio.
Gli "dèi" ora venerati in quello stesso tempio. Tale culto porterà alla costruzione di molti altri templi simili al primo, nell'intento di compiacere gli "dèi"... e tutti pregheranno perché un giorno ritornino. Alla fine, però, con il succedersi di molte generazioni, tutti questi racconti - un tempo reali - riguardo a strani e potenti esseri che, un tempo discesero dal cielo, verranno relegati nel regno delle leggende e dei miti. Perché? Perché, ironicamente, ormai la civiltà di quel pianeta avrà compiuto tali progressi tecnologici che loro stessi saranno in procinto di avventurarsi nello spazio, rendendo assolutamente impensabile l'idea che qualcun altro possa aver viaggiato nello spazio prima di loro!
La domanda che ora vi rivolgo, cari lettori, è questa: se tale ipotetico ruolo un giorno verrà svolto dalla nostra stessa specie, perché non sarebbe possibile che lo stesso identico ruolo sia stato interpretato qui sulla Terra, migliaia e migliaia di anni fa, da civiltà extraterrestri?
Ebbene, grazie al libro che vi accingete a leggere, sono assolutamente convinto che le cose siano andate proprio così! In questo saggio "Narrano antiche cronache...", il dottor Roberto Volterri presenta, infatti, innumerevoli "indizi", quasi delle "prove", davvero avvincenti riguardo alla presenza extraterrestre sul nostro pianeta, fin dai tempi biblici.
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