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libri scelti da Francesco Di Blasi

CAGLIOSTRO Il maestro sconosciuto

di Pier Carpi
Edizioni Mediterranee
pagg. 192 - 10 illustrazioni b/n - € 12,91
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L'ARGOMENTO »
PREMESSA:

Sotto il segno di Cagliostro
Nell'affrontare la vita, la via iniziatica, la missione esoterica del conte di Cagliostro, è bene premettere qualcosa di molto preciso: egli non fu un uomo dell'Illuminismo e del razionalismo, fu un maestro della Tradizione, della conoscenza segreta, della Gnosi.
Si pone sulla scia della grande stagione medievale, come Paracelso, Agrippa, Faust, solo per fare alcuni nomi. Affonda le radici nell'antico Egitto, sino al punto di chiamare "egiziano" il rito massonico da lui fondato e presieduto, come Gran Cofto. Anche se la sua figura viene accostata alla rivoluzione francese, non fece parte di quel mondo antitradizionale e controiniziatico: col suo agire, ma soprattutto per il sistema insostenibile di un tempo che andava spegnendosi sul piano politico, contribuì al crollo di un mondo ormai inaccettabile. Ma che non aveva nulla a che spartire con la Tradizione, l'esoterismo, la verità segreta.
Mentre agiva Cagliostro, altre grandi personalità erano sulla scena: il medico Anton Mesmer, col suo magnetismo animale, che non era altro che la neurologia scoperta e applicata da un genio; il conte di Saint-Germain, l'immortale, che fu amico di Maria Antonietta e tentò di salvarla, sino all'ultimo momento, anche quando era già prigioniera nella torre del Tempio. Avrebbe dovuto essere morto, e invece era ancora vivo, tanto che fu visto in diversi luoghi, sempre giovane, sempre uguale, anche decenni dopo; il filosofo occulto Louis-Claude de Saint-Martin, erede di Pasqually de Martinez e fondatore del Martinismo.
Gli orpelli e i vizi di certe società iniziatiche e, come vedremo, della massoneria, spinsero il grande iniziato a ritirarsi da tutte le società esoteriche, che secondo lui avevano perso la via iniziatica, a parte le strette, occultissime osservanze dei Templari e dei Rosacroce, per iniziare un solitario cammino sulla via secca, o eroica, che lo avrebbe poi portato ad avere nuovi discepoli, a penetrare a fondo nel mondo della Gnosi, arrivando sino ai nostri tempi. Nel mio libro "Le profezie di Papa Giovanni", (Edizioni Mediterranee, 1976) pubblico qualcosa di illuminante, che lega questi personaggi singolari e unici.
È l'ormai famosa "tavola dei tre maestri", redatta a Parigi da Louis-Claude de Saint-Martin, dal conte di Saint-Germain e da Cagliostro, che per questo si erano incontrati nel laboratorio alchemico del "maestro sconosciuto". Sui significati di questo testo si discute da molti anni e le sue interpretazioni sono diverse. Si tratta comunque di un documento che porta a un ritorno alla Tradizione da parte dei massimi possessori della "conoscenza" sul "piano sottile". I puntini che precedono e seguono il testo sono "colpi di batteria" a scopo evocativo e di unione delle forze benefiche, soprattutto coi "maestri passati".
Ciò che è certo è che in quel periodo, mentre il mondo profano andava incontro a un capovolgimento rivoluzionario, a un rinnovamento anche infausto per l'umanità e i suoi valori, buttando nella polvere chi non era stato degno del trono e dell'altare e dei relativi doveri, i massimi esoteristi ritennero giusto trovarsi e sancire una "tavola" che ribadisse il valore tradizionale della conoscenza esoterica, che doveva restare immutata nel solco della Tradizione. Una testimonianza di verità in un mondo, quello dell'occulto, ormai fatto di menzogne, di caricature, di riti e simboli, di esoterismo che non era più tale, di ordini improvvisati, di profanizzazione, per moda, per noia, per ambizioni spesso inconfessabili e più spesso ancora per superficialità, di cose esteriori ma prive di contenuti reali, che si erano perduti. Ed ecco la volontà di fermare, da parte dei tre grandi iniziati, i punti chiave di una conoscenza che non doveva essere né profanata né perduta.
Dopo la firma di Saint-Martin, ci sono sei punti: è il doppio triangolo, con tre punti in basso e tre in alto, del martinismo, qui messi in forma di "batteria". In quanto al S.I.I., significa Superiore Incognito Iniziatore, il massimo grado nel martinismo, che ha sì i suoi conventi e le sue logge, ma ha soprattutto "maestri liberi iniziatori", che possono iniziare chiunque ne ritengano degno e pronto sul "piano sottile".
I S.I.I. hanno una discendenza diretta, di maestro in maestro, con il fondatore. Il rituale di iniziazione è molto affascinante e prevede che l'adepto firmi il giuramento, che poi verrà bruciato dall'iniziatore, perché il legame nel martinismo è quello del cuore, non della parola profana. È lo stesso concetto che esige che i grandi maestri templari siano analfabeti. Come lo era Jacques de Molay, l'ultimo gran maestro "palese", arso sull'isolotto degli Ebrei, a Parigi. Analfabeti in quanto incontaminati dal pensiero contorto e deviante del mondo profano, dalla sua cultura che deve non imparentarsi con quella iniziatica. Del resto anche il Cristo e il Profeta Maometto erano analfabeti.
Il Profeta aveva steso al sole una pelle di cammello, quando i raggi solari, fortificati dalla volontà dell'Altissimo, incisero su quella pelle i primi versi di uno dei libri più grandi di ogni tempo, il Corano.
E nel Cristianesimo, quanti mistici e santi parlavano la loro lingua, o addirittura il loro dialetto, a stranieri venuti da ogni dove, eppure si facevano capire, ottenevano conversioni, confessioni, testimonianze di verità? Uno dei tanti doni dello Spirito Santo.
Tornando alla "tavola", la sigla G.C., dopo il nome di Cagliostro, significa Gran Cofto, ciò che era nella massoneria di rito egiziano. Per il conte di Saint Germain, R.C. significa Rosa Croce, com'è facilmente intuibile. Leggiamola, dunque, la "tavola dei tre maestri", che si pone sulla scia della Tavola di Smeraldo di Hermes Trismegistus.

"Essi non capivano quelle parole. Erano
tanto oscure per essi che non ne afferravano
il senso, ma temevano di interrogarlo su
questo punto."
(Luca, 9,45)

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Per colui che non si deve nominare
Pace. Pace nel triangolo nella piramide nei tre punti che abbiamo conosciuto, riconosciuto, rivelato. (Rivelare significa svelare, ma anche rimettere il velo, n.d.a.).
La pace delle fiamme dei maestri passati nei tre colori sacri.
Ci riconosciamo nel rosso del sacrificio che cementa il matrimonio del bianco e del nero, che nessuno saprà mai separare sino alla fine dei tempi nascosti nei templi. Sono aperte le ali del pellicano.
Squarciato è il petto, dai nostri maestri a noi, ai discepoli.
A coloro che chiameremo maestri.
Ai fratelli.
Oggi la rosa fiorirà sulla croce.
H.M.T.
Liberi i fratelli, liberi i maestri nel disegno che continua.
Liberi nella spada, nella maschera, nella mano.
Quando fu chiesto distruggete venne conservato. Ma i figli della discendenza dell'aquila e del serpente, della freccia e del serpente, sapranno riconoscersi fuori delle celle.
Oggi escono e si trovano sulla strada con la carne viva dei maestri passati. E uniti sono luce.
Il Tempio è stato distrutto, perché immortale. Non aveva tetto, oggi non ha pareti. È lo stesso della tavola del sole.
Ovunque è il Tempio e i nostri passi saranno sempre più leggeri. Scegliete il tempo e l'uomo. Scegliete l'uomo. E imponete per la forza che possedete. Conoscete il gesto e la parola. Siate liberi, come liberi furono i maestri.
E solo sul silenzio costruite la Parola.
Cercatela in voi. Sia sempre la stessa dell'operazione del sole. Nel grande Tempio rinato rinasce il Tempio del momento quando vi incontrate. E mai spezzate la catena. Noi vi siamo testimoni.
H.M.T.
Spendetevi e vi arricchirete.
Lasciate profonde orme sul vostro cammino, sempre da sud a nord, come il vento vuole. E non vi volgete.
E queste sono le quattro parti del mondo.
La prima luce.
La catena di luce.
La luce nel pugno.
La prima luce che donerete.
Siate liberi nel farlo. Ascoltate la chiamata di chi vuole. Siate liberi di scegliere. E del giuramento fate fuoco per la libertà di essere.
H.M.T.
Cercate i sepolcri. Non li ebbero i nostri maestri, non li avremo noi, voi non li avrete. Essi vivono, cercateli.
Per colui che non si deve nominare.

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(firme autografe)
LOUIS-CLAAUDE DE SAINT-MARTIN S.I.I. (......)
LE COMTE DE SAINT-GERMAIN R + C
LE COMTE DE CAGLIOSTRO G.C.

Uno dei punti chiave di questo libro è la distinzione, ben chiara e inequivocabile tra le persone del palermitano Giuseppe Balsamo e del conte Alessandro di Cagliostro, di origine portoghese.
La confusione tra i due personaggi fu voluta dai nemici di Cagliostro, tanto che nel famoso processo, ai testimoni veniva presentato Balsamo, e le accuse riguardavano poi Cagliostro.
Balsamo fu pagato per recitare, con sua moglie, il ruolo di Cagliostro, in un'epoca dove non c'erano i mass-media e dove questi giochetti si potevano anche fare. Ma Cagliostro disse e ripeté sempre: "lo non sono Balsamo".
In diritto è stabilito che una verità è tale fino a quando non si dimostra il contrario. E nessuno ha mai dimostrato che Balsamo e Cagliostro fossero la stessa persona, come ci hanno voluto far credere i gesuiti e il "Compendio", il testo fasullo redatto da monsignor Barbèri, o il falso atto di morte redatto in San Leo.
Ma se Cagliostro è una vittima, lo è anche Giuseppe Balsamo. Costretto a essere Cagliostro, entrò veramente nella parte, tanto che, entrato in un paese dove quasi tutti erano morti per epidemia, si disse Cagliostro e voleva curare i moribondi, così come Cagliostro aveva guarito, in una sola mattina, tutti i malati del lazzaretto di Strasburgo. Fu sua moglie a riportarlo alla ragione, a farlo desistere, sino al punto di trascinarlo via. L'invenzione dell'identità stessa tra Cagliostro e Balsamo, trasse molti in inganno. Tra essi, Giacomo Casanova, che conobbe Balsamo e Lorenza, e credette fossero, come dicevano, Cagliostro e la sua pupilla. Anche il grande Goethe cadde nell'inganno, durante il suo famoso "Viaggio in Italia". A Palermo, si finse un ricco nobile inglese che voleva conoscere, pagando in monete d'oro, i parenti di Balsamo per scoprire se si trattava veramente di Cagliostro.
I parenti di Balsamo, pur di incassare, dissero, millantando, che il loro Giuseppe Balsamo era veramente Cagliostro e se ne attribuirono meriti e fama. L'inganno inquisitoriale fu dunque facile a diffondersi. Ma lo stesso Giuseppe Balsamo, quando fu imprigionato in Castel Sant'Angelo con la promessa della libertà per lui e la moglie, se avesse continuato a fingersi Cagliostro anche durante il processo, ebbe una reazione dura, di grande dignità.
Quando capì che per lui era finita e che si voleva uccidere Cagliostro scambiandolo con Balsamo, disse che era infame che lui, seppur prezzolato e costretto, si fosse spacciato per Cagliostro. Ma era ancora più infame, disse, che Cagliostro diventasse Giuseppe Balsamo. Ormai non serviva più, e venne assassinato.
Col duplice nome di Cagliostro e Balsamo, il maestro sconosciuto venne rinchiuso a vita nel forte di San Leo di Montefeltro. Prima nella cella del "tesoro", dalla quale riuscì a uscire e venne fermato prima che l'evasione si completasse, poi murato vivo in una cella con una piccola apertura dall'alto, una finestrella con tre grate sull'abisso, una feritoia attraverso la quale veniva torturato a colpi di lancia più volte al giorno, non potendosi muovere molto, perché aveva un piede incatenato alla parete.
A parte l'affaire della collana e il relativo processo, nel quale Cagliostro ridicolizzò Maria Antonietta, fu assolto e acclamato dal popolo, quali sono le vere ragioni dell'odio della delfina, poi regina, nei confronti di Cagliostro? Al punto che, uscito dalla Bastiglia, Cagliostro venne esiliato in poche ore, dopo che la regina convinse Luigi XVI che la troppa popolarità di Cagliostro poteva scatenare la folla contro di lui e la monarchia.
Maria Antonietta, venendo dall'Austria in carrozza per raggiungere il delfino a Parigi, si ripeteva, come le era stato profetizzato dai suoi occultisti di fiducia, che il suo destino di regina sarebbe dipeso dal primo uomo che avesse incontrato entrando in terra di Francia. E quell'uomo fu Cagliostro. Il quale si trovava ospite del castello di Maison Rouge, decadente e impoverito, a causa della decadenza della famiglia. Cagliostro disse ai presenti che sarebbe venuta la delfina e che dovevano ospitarla.
Terrorizzati per la miseria che non consentiva di accogliere un sì alto personaggio, il cavaliere di Maison Rouge e i membri della sua famiglia furono tranquillizzati da Cagliostro che, con uno dei suoi prodigi, trasformò piatti e candelabri, posate e tovaglie, arazzi e dipinti, nel meglio che ci potesse essere: servizi d'oro, coppe con gemme. Un'illusione, disse Cagliostro, sino a quando la delfina non se ne sarebbe andata. Un modo per aiutare i suoi amici a far bella figura. Trasformò i loro abiti, le livree dei loro servi, le carrozze, tutto nel lusso più sfrenato.
Arrivata a Maison Rouge, Maria Antonietta venne accolta da Cagliostro, all'ingresso: il primo uomo che incontrava sulla terra di Francia, quello legato al suo destino. Venne accolta con ogni onore e, dopo le libagioni, quando seppe che l'uomo tanto misterioso e impenetrabile era il famoso Cagliostro, noto anche presso la corte austriaca dalla quale veniva, gli domandò di dirle il proprio destino. Cagliostro chiese di esserne dispensato, ma la delfina insistette, arrivando, con arroganza, a ordinarglielo. Allora Cagliostro la condusse dinanzi a uno specchio nero e la invitò a guardarvi dentro. Maria Antonietta vide la ghigliottina che le mozzava la testa. Furente, se ne andò. E a Maison Rouge tutto tornò come Cagliostro l'aveva trovato.
Vi fu poi l'affaire della collana, di cui nel libro si parla nei dettagli, e ancora una volta vi fu uno scontro diretto tra Maria Antonietta e Cagliostro, con quest'ultimo vincitore. Prima, una dama di corte aveva riferito alla regina, incinta, che Cagliostro aveva detto che il figlio sarebbe stato un maschio e avrebbe avuto il titolo classico di duca di Normandia, ma che la Francia non avrebbe mai conosciuto un Luigi XVII.
Facendosi informare dalle sue spie, la regina seppe dove Cagliostro e Serafina tenevano una riunione della massoneria di rito egiziano, ed entrò nel tempio, affrontando violentemente Cagliostro, che era in piedi all'oriente. Disse che suo figlio sarebbe stato re e che lei avrebbe lottato con tutte le sue forze, per questo. Ma Cagliostro ribadì che un Luigi XVII non ci sarebbe mai stato e che Maria Antonietta, sdentata e coi capelli bianchi, invecchiata anzitempo, non avrebbe potuto difendere nemmeno se stessa dalla furia del popolo. La regina se ne andò giurando di distruggere Cagliostro. E fece poi di tutto, tramite il libellista Morande a Londra, l'esilio forzato, l'alleanza con gli altri nemici di Cagliostro. Già era riuscita a farlo imprigionare alla Bastiglia, nel corso dell'affaire della collana.
Quando ne uscì, Cagliostro disse al governatore che il popolo avrebbe fatto della Bastiglia un pubblico passeggio. Il governatore rise: nessun esercito aveva mai preso la Bastiglia. Sorrise anche Cagliostro, invitando il governatore a non confondere gli eserciti coi popoli.
Interessanti sono anche i rapporti con papa Clemente XIII, che ebbe come confidente Cagliostro, che aveva libero accesso nelle sue stanze. Il Papa voleva conoscere a fondo i "segreti" di Cagliostro e teneva in gran conto i suoi consigli anche sulle vicende della Chiesa.
Clemente XIII venne assassinato per aver sciolto la Compagnia di Gesù. Nel frattempo Cagliostro si incontrava in segreto con il cardinale Braschi, che non voleva si sapesse dei loro rapporti. Il cardinale era molto malato e quando chiese a Cagliostro di guarirlo, quest'ultimo gli diede delle monete d'oro. Così faceva con i poveri, spiegò il taumaturgo: non solo guariva, ma distribuiva oro a chi ne aveva bisogno. Infatti Cagliostro è stato accusato di tutto, ma non di aver mai preso un centesimo, come guarito re o alchimista. Nessuno lo accusò mai di speculare; anzi, ci si domandava come mai fosse tanto ricco da elargire oro a chi ne aveva bisogno e da dove venisse tanta fortuna. Si disse che fabbricasse l'oro nell'atanòr dei suoi laboratori alchemici, che fosse una spia straniera, stessa accusa lanciata al conte di Saint-Germain, che fosse addirittura un emissario dei suoi più spietati avversari, i gesuiti.
Cagliostro era arrivato a Roma e introdotto presso alti personaggi e il Papa stesso, con lettere del gran maestro dell'ordine di Malta, Immanuel Pinto de Fonseca. La sua fama di guaritore e benefattore si sparse ben presto. Cagliostro guarì il cardinale Braschi, ma provvisoriamente: tenne la sua salute nel proprio pugno e ne fece uso, come vedremo in seguito. Dopo la morte, anche questa misteriosa - si pensa per avvelenamento - anche di Clemente XIV, divenne papa proprio il cardinale Braschi, col nome di Pio VI. Era stato sostenuto in conclave, presso i cardinali, dalla potenza e dal denaro dei gesuiti. Ma, prima di eleggerlo, i padri conciliari pretesero che giurasse dinanzi al crocefisso di non riabilitare mai la Compagnia di Gesù, seguendo così la politica dei suoi predecessori. Il cardinale lo fece e non tradì la promessa. Ma, nella gestione del potere ecclesiastico e politico, si affiancò sempre di gesuiti, che praticamente lo controllavano.
Pio VI fu un nemico implacabile di Cagliostro e seppe tessere la tela per screditarlo, poi per arrestarlo e condannarlo. Non riuscì però a ucciderlo, anche se la condanna a morte era stata sancita dalla Santa Inquisizione. Ogni volta che si accingeva a firmare la condanna, veniva preso da una crisi del suo male, che glielo impediva. Sapeva di essere "prigioniero" di Cagliostro. Il quale agiva su di lui a distanza, anche quando era murato vivo nel carcere di San Leo. Lo faceva ammalare e lo guariva a distanza. E, per ottenere la libertà, volle dimostrare cosa sapeva fare, per lui. Per ben due volte, dalla cella dove era murato vivo, Cagliostro informò per tempo il governatore della fortezza di tentativi per assassinare il papa. E tutte e due le volte gli attentatori vennero fermati in tempo, grazie alle indicazioni di Cagliostro. Tra gli altri, una ragazza travestita da paggio che, con un pugnale nascosto sotto un cuscino, arrivò a pochi passi dalla persona del papa. Seguendo l'avvertimento di Cagliostro l'attentato fu sventato.
In Vaticano c'era il terrore che Cagliostro potesse fuggire, nonostante fosse murato vivo e incatenato alla parete. E Pio VI temeva quel personaggio, che aveva tanta influenza su di lui. Sapeva dei suoi rapporti con Clemente XIII e vedeva che anche nel mondo ecclesiastico le sue idee facevano strada, in modo sconcertante. Prima che venisse arrestato e processato il Gran Cofto, un suo grande amico e sostenitore, il grande elemosiniere di Francia, principe cardinale di Rohan, aveva scritto a Pio VI, inviandogli il rituale della massoneria di rito egiziano di Cagliostro, chiedendo che la Chiesa lo riconoscesse come documento ufficiale e desse all'ordine un riconoscimento di istituto laico approvato dalla Chiesa.
Questo fatto mandò su tutte le furie Pio VI. Il quale disse che Cagliostro e i suoi seguaci, con quel rituale e quell'ordine, volevano riabilitare i templari, volevano instaurare ufficialmente l'eresia nel mondo cattolico. Se anche cardinali dell'importanza di Rohan credevano a queste cose, il pericolo per la Chiesa, pensava il Papa, era enorme. Per questo bisognava stroncare Cagliostro, distruggerlo, per far piazza pulita delle sue eresie e della sua influenza sia sui re e i principi della Chiesa, sia sul popolo.
Quando Cagliostro venne condannato, infatti, il suo rituale, gli altri documenti e i simboli del suo rito vennero pubblicamente bruciati a Roma, in piazza della Minerva. Era tanta la paura ecclesiale di Cagliostro e dei suoi seguaci che, dopo la condanna, tramutata in carcere a vita, dovette essere trasferito nel carcere nella fortezza papalina di San Leo di Montefeltro e furono prese misure incredibili. I gendarmi pontifici, travestiti, stavano nascosti in un bivacco durante il giorno, in numero spropositato, tenendo guardato a vista Cagliostro, che era anche incatenato. Marciavano a tappe forzate solo di notte.
La paura era dovuta anche a numerosi manifesti apparsi sui muri di Roma che dicevano: "Un'altra ingiustizia dell'Inquisizione, un'altra vittima innocente, il conte di Cagliostro". E seguivano minacce di insurrezioni popolari e di colpi di mano per liberare il prigioniero. Già, quando era in Castel Sant'Angelo, aveva ricevuto la visita del Papa, che lo pregava di guarirlo: come tutta risposta, Cagliostro gli diede una moneta d'oro e il Papa si infuriò. Da Castel Sant'Angelo era quasi riuscito a fuggire, travestito coi panni di un frate confessore che aveva tramortito e legato nella sua cella.
Il più duro avversario di Cagliostro, che avrebbe voluto che il Papa firmasse la condanna a morte, per consegnarlo al braccio secolare e al boia, fu il cardinale Zelada, segreto protettore dei gesuiti e potente segretario di Stato. Quando Cagliostro fu in San Leo, egli si trasferì nelle vicinanze, a Pesaro, e disse personalmente al governatore della fortezza/carcere papalina, che, se Cagliostro fosse fuggito, avrebbe fatto tagliare la testa a lui e a tutte le guardie.
In San Leo si viveva nel terrore, dunque, di una fuga di Cagliostro.
E, quando per poco non riuscì ad evadere dalla cella del "tesoro", venne appunto murato vivo. Nel frattempo, chiusa in un convento a Roma, la povera contessa Serafina, sua moglie, veniva torturata, perché si pretendeva che avallasse false accuse contro il marito. Negli ambienti egizi della loggia "La saggezza trionfante" di Lione, tuttora attiva, si sostiene che, con un rituale più giansenista che cattolico, dopo averla torturata, le suore del convento dove era prigioniera, la facessero morire in croce. E che sulla croce, dopo la sua fine, sbocciasse una rosa bianca.
Una mattina le guardie si accorsero che dalla cella, per quanto murato vivo e con una gamba incatenata al muro, Cagliostro era sparito. Dalla finestrella con tre grate, da cui non poteva certo fuggire, perché dava su un immenso baratro, si poteva vedere il monte a forma di tartaruga. Cagliostro a suo tempo aveva profetizzato: "lo soffrirò accanto alla tartaruga". Temendo per la sua testa e per quella delle guardie, il governatore fece uccidere un altro prigioniero. Ce ne erano alcuni, sempre, incatenati al muro, immersi nell'acqua fetida, tra serpi e topi, nei sotterranei bui del castello. Nel buio, diventavano tutti ciechi e spesso venivano lasciati morire di fame e di sete. Lo sventurato venne sepolto in un luogo segreto, in terra non consacrata, affermando che non aveva voluto confessarsi e redimersi.
Quanto invece fosse forte la fede di Cagliostro, lo dimostra la scritta, fatta col proprio sangue e un pennellino ottenuto dai peli della sua barba ispida, che lasciò sul muro della cella: una invocazione alla Vergine Maria. La congiura riuscì, anche grazie all'arciprete Marini (poiché anche la sua testa era, in pericolo) che si prestò alla stesura di un falso atto di morte.
Il cardinal Zelada credette alla messa in scena e se ne tornò a Roma. Ma Cagliostro era ancora vivo. Esistono sue lettere da San Leo e dintorni inviate ai "fratelli" della loggia di Lione, nelle quali si parla di fatti accaduti dopo la data della sua presunta morte, tra cui un terremoto che scosse San Leo. Cagliostro fu visto a Malta, a Strasburgo, a Parigi il giorno della presa della Bastiglia, come anche il conte di Saint- Germain.
Nel suo testamento spirituale, Cagliostro scrive: "Versate una lacrima sul mio sepolcro". Ma questo sepolcro non si sa dove sia, a meno che non sia un segreto del rito egiziano, noto soltanto ai suoi adepti.
Cagliostro, a Roma venne arrestato dopo una clamorosa seduta a Villa Malta, che poi sarebbe, ironia della sorte, diventata la sede ufficiale, come è anche oggi, proprio della Compagnia di Gesù.
In quell'occasione, alla presenza di nobili, cardinali, ambasciatori e personalità di gran rilievo, fece alcune profezie: annunciò la fine dei Capeto, la decapitazione di Luigi XVI, nonché l'avvento, dalla terra di Francia, di un suo discepolo, che avrebbe strappato il papa da Roma per farlo morire in esilio. Lo scandalo fu enorme. Di qui la decisione dell'arresto, che era maturata, voluta da tempo. Con lui venne arrestata anche sua moglie Serafina, con la quale non avrebbe mai avuto rapporti carnali. Cagliostro, come i cavalieri templari, era legato al voto di castità. Nessuno dei suoi nemici ha mai messo in dubbio la sua moralità, anche se qualche libellista lo confuse addirittura con Casanova.
La condotta morale di Cagliostro fu sempre irreprensibile. Serafina era la sua "colomba", la sua "pupilla" attraverso la quale vedeva nel futuro e faceva le evocazioni nei rituali. La "colomba" di questi riti, secondo la tradizione, deve essere vergine e pura. Cagliostro incontrò Serafina quando giunse alla sua maturità iniziatica sul piano sottile: quando, come gli era stato profetizzato dal suo maestro Althotas, in lui si sarebbero fusi l'ego maschile con quello femminile, dando vita al "bambino nuovo", al suo nuovo essere: le nozze chimiche, dentro di lui, che si sarebbero compiute con i dolori del parto e subito dopo con il pianto di un bambino nel suo cuore.
Cagliostro visse e superò questa prova mistica ed iniziatica e subito dopo incontrò Serafina, la compagna del suo errare iniziatico.
Una fascinosa leggenda, che noi riportiamo, ci parla di un triste funerale, per le vie di Roma. Il funerale di una ragazza bellissima. Cagliostro fermò il carro funebre e, tra lo stupore dei presenti, si chinò sulla bara scoperchiata della ragazza bellissima, la baciò sulla fronte, sugli occhi e sulle labbra, quindi la fece rivivere, per condurla con sé: la sua Serafina.
Era un tempo, quello, in cui, proprio in opposizione all'arrivo dell'Illuminismo, del razionalismo, della negazione del soprannaturale e dello spirituale, nel trionfo del profano e della controiniziazione, si credeva a tutto. Quanti ciarlatani e falsi maestri, per l'Europa. Ma quanti grandi iniziati, tra cui appunto Cagliostro. Il quale non era il miscredente e l'ateo che si voleva far credere, non odorava di zolfo e di magia nera.
È tempo di togliere la patina diabolica, messa confusamente da sprovveduti bigotti o da zelanti nemici di tutto quanto non era bigotteria, ai grandi personaggi dell'esoterismo e del magico. Essi furono, nelle loro epoche e nei loro luoghi, personaggi straordinari, che però seppero coniugare con rispetto la pratica esoterica con quella exoterica. Come scrive René Guénon, non si può seguire una via esoterica, senza praticare un culto exoterico. E questi personaggi straordinari furono credenti, profondamente, e fecero molto, per la fede e per la verità religiosa, per la speranza e soprattutto per quella gran luce della pratica religiosa, senza la quale non c'è sincerità religiosa, che è la carità.
Furono maestri nelle scienze esoteriche uomini che praticarono la fede exoterica con zelo e impegno: da Raimondo Lullo, che fu anche frate francescano, oltre che alchimista e iniziato, a Nostradamus, la cui rettitudine religiosa venne messa sotto osservazione, di continuo, dalla Santa Inquisizione. Furono maestri della conoscenza occulta, ma anche credenti, uomini come Paracelso, Cornelius Agrippa, Maitre Philippe, Mesmer, fino al mistico Rasputin, solo per fare alcuni nomi. Altri, soprattutto Rosacroce, praticavano la virtù di venerare e rispettare le divinità dei paesi in cui si trovavano o solo anche passavano, nel nome del Dio unico e della sola verità finale.
C'era una gran confusione, in quel tempo, sulle verità esoteriche e iniziatiche. In tutti i tempi, possiamo dire, ma in quello in modo particolarmente accentuato. L'esoterista pieno di desiderio, ma sulla via sbagliata si trovava ovunque, in ogni classe sociale, a ogni livello culturale. Classico esempio è i! cardinale di Rohan, che divenne poi amico e protettore di Cagliostro: si impegnava nell'alchimia per trovare la pietra filosofale, non già quella che cambia l'anima e porta alla nascita dell'uomo nuovo, ma quella speculativa per trasformare il piombo in oro. Rohan, in disgrazia presso Maria Antonietta, venne coinvolto dalla contessa de La Motte nello scandalo della collana, che lui comprò per rientrare nelle grazie della regina. Un uomo diviso tra potere religioso, politico, ambizioni occultistiche.
Cagliostro lo iniziò al suo rito egiziano e fece dei prodigi, per lui, trasformando, per esempio, un diamante in un altro dieci volte più grande. Ma disse al cardinale che queste cose non contavano nulla. Che la verità era altrove, dentro l'uomo. Che il suo potere Cagliostro lo traeva in "verbis, herbis et lapidibus". Rohan capì e si mise in umiltà sulla via della ricerca, come molti altri personaggi illustri o più semplici, che da Cagliostro ebbero la rivelazione, l'iniziazione, l'ammaestramento.
La confusione più grande era nella massoneria. Ne parliamo a lungo, nel libro, a proposito del Convento dei Filaleti per l'unità di tutte le tradizioni e le obbedienze massoniche. Cosa praticamente impossibile, tanto che Cagliostro, invitato, ingiunse di distruggere rituali e documenti di tutte le grandi logge e di far convergere i "fratelli" solo sul suo rito egiziano. Non se ne fece nulla, naturalmente.
La massoneria, in quel tempo, conosceva una miriade di realtà contrastanti tra loro. Era massone Cagliostro, ma lo era anche la sua grande nemica Maria Antonietta, a capo di una obbedienza femminile fatta di snobismo e capricci della nobiltà, nonché di tresche di corte. Quando ci si chiede come mai la massoneria non fece nulla per salvare Cagliostro, per aiutare o fermare la Rivoluzione francese, la cosa si spiega con i fatti. Nella massoneria c'erano le divisioni politiche, religiose e corporative, specchio profano, spesso, di realtà in lotta tra loro. Era massone Luigi XVI, come lo era Robespierre, che lo fece ghigliottinare. Era massone Mesmer, ma lo erano anche i medici alla moda, delle logge di medicina ufficiale, legata alla corte e ai privilegi, che lo combatterono fino a costringerlo a lasciare Parigi. Erano massoni i principi, i nobili, ma anche i cospiratori che volevano abbatterli.
Anni prima, durante la guerra di indipendenza americana, il massone generale George Washington, piombò all'improvviso su un accampamento di inglesi, che si diedero alla fuga. Nella tenda del comandante, Washington trovò che era allestito un tempio massonico e che i lavori dei fratelli inglesi li aveva interrotti lui. Il giorno dopo chiese una tregua e mandò arnesi di loggia e paramenti ai nemici "fratelli".
Quando negli Usa vi fu la guerra di secessione, il massone Abramo Lincoln mandò il massone generale Grant a Caprera, per chiedere al massone generale Garibaldi, porgendogli la spada del massone Washington, di assumere il comando delle truppe nordiste. Garibaldi, sempre smanioso di combattere, volle però pensarci e dopo qualche giorno chiamò il generale nordista e gli disse: "Fratello Grant, restituite al fratello Lincoln la spada del fratello Washington e ditegli che il fratello Garibaldi non combatte guerre fratricide".
Erano massoni Napoleone e Wellington, che si scontrarono a Waterloo. Era massone Simon Bolivar che, una volta al potere, bruciò le logge e mise in galera i massoni.
Nel periodo di Cagliostro, in Francia, erano massoni i più acerrimi nemici tra loro, legati a logge improvvisate o a grandi logge di diverse obbedienze. Cagliostro provò a trovare una via unica, esoterica ed iniziatica, senza scorie politiche e sociali, per la massoneria, con il suo rito. Non gli riuscì, così come non sempre riuscì a distogliere gli ingenui della pratica esoterica dagli alambicchi e delle sfere di cristallo, per portarli sulla giusta via. Per impedire, come lasciò scritto, che si inoltrassero "in una di quelle strade da cui non si fa ritorno".
Cagliostro cambiò il suo tempo e cambiò gli uomini che incontrò. Si radicò nel popolo, ove ancora vive, si spese avanzando, come il vento del sud, seminando se stesso e la sua verità. Dimostrò che il male viene dal male e che solo la verità può salvarci. Non per nulla il suo nome è celebre nel mondo, ancora nel nostro tempo.

Pier Carpi
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