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libri scelti da Francesco Di Blasi

ATLANTIDE Il mito, i fatti, il mistero

di Daniel Kircher
Edizioni L'Età dell'Acquario
pagg. 144 - 12 illustrazioni b/n - € 14,00
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INTRODUZIONE:

Paul Schliemann scoprì il manoscritto per caso, spulciando tra le note del nonno.
Non si trattava certo di un'opera letteraria e nemmeno di uno scritto destinato alla pubblicazione, ma piuttosto di appunti di lavoro. Quelli di Heinrich Schliemann. Il grande archeologo non ne aveva mai parlato a suo nipote e quest'ultimo non ne avrebbe mai sospettato l'esistenza se, come tutti gli eredi, non fosse stato tenuto a inventariare i beni che gli aveva lasciato.
Il primo documento era datato 1875. Era stato redatto a Hissarlik, l'antica Troia. Schliemann dava conto della scoperta di un vaso di bronzo che recava un'iscrizione fenicia: "Dal re Chronos di Atlantide".
Il secondo documento, del 1883, riferiva di una visita al muuseo del Louvre. Heinrich Schliemann annotava di aver scoperto dei vasi molto simili a quello che aveva trovato otto anni prima, ma privi di iscrizioni. Era molto eccitato, poiché provenivano dall'America Centrale.
Il terzo documento era un rapporto analitico e specificava che il vaso in possesso dell'erudito non era, com'egli aveva creduto, in bronzo, ma composto da una lega di platino, alluminio e rame.
Le ultime note dell'anziano studioso concernevano alcuni manoscritti egizi e maya che aveva consultato: tutti alludevano ad Atlantide e alla sua localizzazione in mezzo all'Atlantico. Inoltre, quelle carte si riferivano a un vaso a "testa di gufo".
Dapprima il giovane erede non comprese quest'ultimo dettaglio. Poi, d'un tratto, si ricordò di averlo scorto fra gli oggetti di varia misura che fanno parte di ogni eredità. Si mise a cercarlo e riuscì a scovarlo. Appena lo ebbe fra le mani, sentì che conteneva qualcosa. Lo ruppe e ne inventariò il contenuto.
Si trattava di frammenti di vasellame, oggetti in osso fossilizzati e un rettangolo metallico. Di un metallo che gli era del tutto ignoto. Era coperto da iscrizioni che si rivelarono essere fenicie. Il giovane le fece tradurre e scoprì che significavano: "Frammento proveniente dal Tempio coi muri trasparenti".
Ma la cosa più importante doveva ancora avvenire! In effetti, il vaso conteneva anche una specie di medaglia, contrassegnata con caratteri geroglifici. Quando a loro volta furono tradotti, Paul Schliemann provò una comprensibile emozione. L'iscrizione diceva: "Dall'Atlantide del Re Chronos".
Il racconto di questa celebre scoperta fu pubblicato per la prima volta sul "New York American", il 20 ottobre del 1912, firmato dal dottor Paul Schliemann.
Dopo aver così raccontato l'evento che decise della sua vocazione, informava i lettori del seguito delle ricerche. Innanzitutto scrisse che, nelle collezioni di suo nonno, aveva trovato anche un elefante in avorio proveniente dallo Yucatan, e pure una mappa di Atlantide disegnata da un egizio! Quanto al misterioso rettangolo in metallo, il giovane medico ora era certo che si trattasse del famoso "oricalco dai riflessi fiammeggianti" (1) descritto dal filosofo Platone.
Non contento di quelle prodigiose scoperte, Schliemann junior aveva intrapreso lunghi viaggi per confermare le affermazioni del progenitore. Così, a Londra aveva potuto leggere un antico manoscritto maya, e a Lhasa, in Tibet, un altro manoscritto, stavolta caldeo, conservato in un antichissimo tempio buddista. I due testi, risalenti a parecchi millenni or sono, confermavano l'esistenza di una grande civiltà atlantidea, che aveva dato vita alle civiltà egizia, mediterranea e americana!
La risonanza dell'articolo fu mondiale! In tutti i continenti, e specie in Europa e in America, gli studiosi di Atlantide si entusiasmarono: tutte le loro intuizioni venivano confermate. Molte persone, semplicemente appassionate di storia, si commossero di fronte a quel totale ribaltamento delle concezioni correnti. Poi ovviamente si fecero sentire gli scettici. Ebbero buon gioco nel rilevare che una lega di rame, platino e alluminio non era mai stata vista da nessuna parte, nemmeno in tempi moderni. Ed era tanto più sorprendente ritrovarla in una lega antica poiché il platino era stato scoperto solo nel XVIII secolo e l'alluminio ancora più tardi. Si fece anche notare che non esistevano mappe egizie dell'Egitto, quindi era paradossale trovarne una di Atlantide. Inoltre, l'esistenza di una pergamena caldea sembrava paradossale: la scrittura cuneiforme era stata concepita per essere incisa su tavolette d'argilla, dunque ci si sarebbe aspettati di trovare un testo di quella natura su un mattone cotto, per esempio. Infine, il manoscritto tibetano pareva inaccessibile; si tentò di ritrovare quello di Londra. Invano...
Di fronte alle critiche che si accumulavano, il dottor Paul Schliemann rispose fermamente, citando in giudizio i suoi detrattori. Poi annunciò la pubblicazione di un libro sul nonno, in cui avrebbe fornito prove che avrebbero stupito gli scettici. Poiché la questione aveva appassionato il grande pubblico, si attese con impazienza questo nuovo sviluppo. Si attese a lungo. Si attende ancora oggi... Nessuno sentì più parlare del dottor Paul Schliemann e delle sue prove.
Questo piccolo episodio è rappresentativo della particolare atmosfera che abitualmente regna intorno alla questione di Atlantide. E Alain Decaux, dell'Académie Française, che le consacra il primo capitolo dei "Grands mystères du passé" (2), non ha torto quando scrive:

"Coloro che credono in Atlantide spesso sono animati dal fervore - e talora dalla credulità - dei neofiti. Scagliano anatemi su chi li contraddice e ovviamente si dichiarano i soli detentori dell'unica verità. Maneggiano con una totale mancanza di discernimento gli argomenti più comprovati così come quelli più fallaci."

Aggiungiamo che l'ambiente è molto ricettivo nei confronti di mitomani e imbroglioni.
Il mito di Atlantide evoca irresistibilmente... l'America! Almeno per coloro che hanno la sfortuna (o la fortuna) di non essere americani. Si tratta di un potente impero, insediato in una regione benedetta, dal clima mite, con innumerevoli ricchezze, in mezzo all'immensità del mare.. Un impero abitato da un popolo federato, virtuoso, che se non dispone di tutte le invenzioni della tecnica, ha almeno tutto il piacere del comfort. Un popolo altresì incline a comportarsi in modo indecente, e a essere "pieno [...] di un'avidità e di un potere senza remore di giustizia" (3). Si capisce che la storia del suo sprofondamento nell'oceano faccia riflettere.
Circa 40 mila libri con pretese scientifiche hanno rivolto la loro attenzione a questo mistero, e abbiamo rinunciato a enumerare il numero di romanzi, racconti, film e articoli che ha ispirato. In "Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi" (4), Sprague de Camp recensisce almeno 5000 autori che hanno scritto in merito, da Aarken a Zugsmith. Quanto alla localizzazione del "soggetto", si ha soltanto l'imbarazzo della scelta: Platone lo collocava in fondo all'Atlantico, ma Diodoro Siculo lo situava in Nord Africa, Jean Bailly nello Spitzberg e Léo Frobénius in Nigeria. Secondo altri autori, Atlantide si trovava in Svezia, nel Sahara (Hoggar), nel Pacifico, nel Sud della Spagna (Tartessos), in Palestina, a Cipro, a Creta, in Pern, nell'Africa australe, nel golfo di Guascogna, nell'Oceano Indiano, in Groenlandia, nel mar d'Azov, nel Caucaso, nel Nord America, in America Centrale, alle Antille, in Iran, in Portogallo (nei pressi di Lisbona), in Bretagna, nel Massiccio Centrale, nella Mosella (Bliesbruck), in Olanda, in Belgio, in Arabia, in Brasile, nel Mare del Nord, in Tunisia, nell'Est africano, in Inghilterra, nell'Antartico, in Germania (Heligoland), in Italia (Etruria), nello Sri Lanka, nel deserto del Gobi, addirittura nella foresta di Fontainebleau! La lista non è esaustiva ed è redatta solo per convincere il lettore che si fa prima a citare tutti i luoghi dove si ritiene che Atlantide "non" si trovi.
Secondo Jacques Van Herp, la questione atlantidea è "il più prodigioso romanzo poliziesco della Storia, poiché se ne cerca la chiave da 2500 anni" (5). Per risolvere il problema sono stati mobilitati praticamente tutti i rami della scienza: geografia, oceanografia, antropologia, etnografia, archeologia, zoologia, geologia, sismologia, filologia, ittiologia, paleontologia, e poi botanica, filosofia e critica letteraria. Poiché non era ancora sufficiente, spiritisti, teosofi, occultisti e veggenti si sono immischiati nella questione. E se a tutto quel mondo aggiungiamo gli eccentrici, come il famoso dottor Paul Schliemann, romanzieri, cineasti e giornalisti scandalistici, non ci si stupirà se il tema di Atlantide è diventato tabù per le persone "serie".
Ma merita veramente un tale obbrobrio? Tenteremo di rispondere a questa domanda.

Note:
1. Cfr. Platone, "Crizia", 116c, in "Tutti gli scritti", Rusconi, Milano 1991. [Per tutte le citazioni è stata effettuata la ricerca della traduzione italiana, ove esistente, e dei riferimenti bibliografici. N.d.T.]
2. Alain Decaux, "Les grands mystères du passé", Éditions de Trévise, Paris 1964.
3. Platone, "Crizia" cit., 121b.
4. Lyon Sprague de Camp, "Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi", Fanucci, Roma 1998.
5. Jacques Van Herp, "Panorama de la science-fiction", Marabout, Verviers 1975.
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