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libri scelti da Francesco Di Blasi

IL TERZO REICH E IL SOGNO DI ATLANTIDE

 
di Franz Wegener
Edizioni Lindau
pagg. 192 - 21 illustrazioni b/n - € 19,00
Per ordinare: www.lindau.it

 

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Capitolo 1 - Genesi dei fenotipi:

1.1. Modelli
L'analisi dei precursori letterari della trasposizione nordista-razzista del mito di Atlantide, qui presa in esame, porta in campo tre antichi miti: il racconto platonico di Atlantide, il mito della leggendaria isola di Thule - collocata dagli autori antichi nelle terre del Nord - e la leggenda del popolo degli Iperborei, anch'essi presunti abitanti del Nord. Poiché in parecchie delle trasposizioni ancora da trattare si ritrovano alcuni elementi del racconto platonico di Atlantide, proponiamo di analizzare più da vicino prima di tutto quest'ultimo.
Platone narra dell'isola di Atlantide nei dialoghi intitolati "Timeo" e "Crizia", ed è rifacendosi a essi che gli antichi sacerdoti egizi ne hanno tramandata la storia. Solone poi, ricevuti tali scritti su Atlantide, deve averne a sua volta parlato. Riguardo a quanto segue, mi attengo alla traduzione di Otto Kieser, risalente al 1909, poiché la sua resa del tempo e dello spazio dell'azione mi sembra più fedele all'originale rispetto a quella proposta dagli autori della rivoluzione conservatrice.

Per iniziare, vogliamo prima di tutto richiamare alla memoria il fatto che sono trascorsi in totale 9000 anni da quando, come è stato narrato, ebbe luogo quella guerra tra gli uomini che vivevano al di là delle Colonne d'Ercole e tutti coloro che abitavano entro le stesse, evento di cui proprio ora sono venuto a conoscenza. Sugli uni deve aver governato il nostro Stato, [...] sugli altri i sovrani dell'isola di Atlantide. Come venne osservato, quest'isola era un tempo più grande dell'Asia e della Libia messe insieme, ma poi, a causa di un terremoto, s'inabissò, lasciando in questo modo dietro di sé una profondità impenetrabile e melmosa, che impedisce a chiunque voglia intraprendere un viaggio dall'altra parte del mare di proseguire ulteriormente. [...] Nel ricordare dei fatti, che avevo ascoltato quand'ero ancora ragazzo, spero che la memoria non mi abbandoni. [...] All'interno della fortezza, la residenza del Re era così allestita: al centro si ergeva un tempio, consacrato alla dea Cleito e a Poseidone, a cui solo i sacerdoti potevano accedere [...] e all'interno del quale venne creata e data alla luce la stirpe dei dieci sovrani. Ogni anno, da tutte le dieci regioni del regno, venivano inviati al tempio i primogeniti, offerti in sacrificio a ognuno di loro. [...] Più in là si ergeva il tempio di Salomone. [...] Statue d'oro vi s'innalzavano: il dio stesso, in piedi sulla sua carrozza [...] e tutt'intorno a lui centinaia di Nereidi sui loro delfini. [...] Per molte generazioni, fin quando agì ancora in loro l'origine divina, esse diedero ascolto alle leggi e furono bendisposte verso la divinità da cui discendevano. [...] Finché [...] perdurò in loro l'efficacia della natura divina, prosperò tutto quel che ho appena descritto, e nel modo migliore. Ma quando quella parte del loro essere discendente dagli dei iniziò a venir meno, a causa delle molteplici e frequenti unioni con i mortali, e !'impronta umana si fece dominante, allora esse non furono più in grado di sopportare la loro felicità, e degenerarono. [...] Zeus tuttavia, il dio che secondo le leggi eterne domina gli dei, certo capace di intuire tali fatti, e vedendo una stirpe virtuosa decadere così tristemente, decise di far sì ch'essa espiasse le sue colpe, [...] e parlò.

Solo alla fine, il "Timeo" ci rivela quindi di quale isola si tratti: "Inabissandosi nel mare, l'isola di Atlantide venne sottratta alla vista."
Le interpretazioni di questa storia sono innumerevoli. Tutti coloro che ancora oggi vanno in cerca di Atlantide considerano il racconto un documento geograficamente e storicamente attendibile. Altri vi vedono una lezione di natura etica, una sorta di parabola che Platone lega al suo racconto, come se fosse, per così dire, un'utopia negativa - o nera - la quale tuttavia, proprio come l'utopia positiva, mira al bene, raggiungendolo soltanto per altra via, la via cioè del deterrente. Anche se la veridicità storico-geografica del racconto fa dunque ancora discutere, in questa sede essa non deve, né può, ulteriormente interessare.
Si sviluppa poi, accanto all'Atlantide di Platone, anche l'antica saga dell'isola di Thule, una terra che diversi autori antichi collocano nell'estremo Nord, a sua volta utilizzato spesso come sfondo per le trasposizioni nordico-razziste del mito, come quelle, per esempio, che analizzeremo più avanti. Citiamo qui, per la sua forza espressiva, un passo tratto da Seneca: "Alla fine dei tempi l'oceano scioglierà le catene delle cose e l'immenso globo terrestre si farà visibile: Teti svelerà così nuove regioni e Thule non apparirà più come la terra estrema.". Nei racconti di Thule, elementi di mitologia insulare si uniscono a una rappresentazione del mondo tipicamente nordista, cosa che - come mostreremo più avanti - rende la saga particolarmente allettante ai fini di una propaganda di natura nazionalista. Più volte, inoltre, è presente anche un accostamento con Atlantide.
La saga greca narra poi del popolo degli Iperborei, anch'essi localizzati al Nord, seppure non su un'isola, e la cui leggenda, nelle varie trasposizioni, viene spesso accostata al racconto di Atlantide o a quello di Thule. La tradizione situa gli Iperborei proprio in prossimità del Polo Nord, tanto che Ecateo ci segnala come la Luna non apparisse mai tanto vicina come in quei luoghi. Si racconta che siano stati vegetariani, e che poi, nauseati dalla vita, si siano dati la morte saltando in mare. Erodoto manifesta i suoi dubbi a proposito dell'esistenza di questo popolo mite, pacifico e sereno. Apollonio sostiene invece di avervi trascorso l'inverno. Un accenno sul tema, apparso nell'Enciclopedia Reale dell'Antichità Classica, mostra come già nel 1916 fosse stata azzardata e subito abbandonata, a livello scientifico, una comparazione fra gli Iperborei e i popoli germanici.
Tutte e tre queste tradizioni, l'Atlantide di Platone, la leggenda di Thule e la saga degli Iperborei, vengono utilizzate spesso e volentieri, come sostegno alla loro tesi, dagli autori che tratteremo qui di seguito.
La prima età moderna ci offre poi un altro modello letterario spesso citato: apparve infatti in Svezia, nel 1675, l'opera intitolata "Atland eller Manheim". L'autore, Olof Rudbeck il Vecchio (1630-1702), uno studioso di botanica proveniente da Uppsala, sosteneva che Atlantide corrispondesse alla Svezia. Si tratta, per quanto ne so, della prima connessione fra Atlantide e i territori nordici, argomentazioni in cui Bessmertny non vede altro che un tentativo di "usurpare Atlantide in senso nazionalistico". Jean Bailly, infine, nel 1799 presentò, nel suo libro "Lettres sur l'Atlantide", un ulteriore progetto di notevole influenza. Egli ravvisò negli attuali Spitzbergen, in Norvegia, il centro di Atlantide, e spiegò come la zona artica, a quei tempi, dovesse essere stata ancora piuttosto temperata, almeno fino a quando gli abitanti di Atlantide non furono costretti a emigrare, a causa dell'improvviso irrompere del gelo, forse verso il Caucaso. Bailly, nato nel 1736, fu presidente dell'Assemblea Nazionale francese e sindaco di Parigi. Autore di testi filosofici e astronomici, nel 1793 venne ghigliottinato. A lui risale l'ultimo collegamento di vecchia data fra il mito di Atlantide e il mondo nordico. Solo molto più avanti, nel 1888, il geologo Eduard SüB sosterrà, nel suo libro "Das Antlitz der Erde" [Il volto della Terra], di aver individuato i resti di Atlantide nel territorio dell'attuale Groenlandia.

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