Il Mistero in Internet Chi siamo  Contatti   Site map    Cerca   Edicola Home  
EdicolaWeb 2007  
Nonsoloufo - Ufo and much moreClicca qui per prelevareARCHEOMISTERI - I quaderni di Atlantide
Cerca negli articoli
Consulta le rubriche
  Approfondimenti
  Archeologando
  Cercando il Graal
  Para Martia
  Atlante segreto
  Luci dei Maestri
  Decriptare la Bibbia
  Arcani enigmi
  Icone del tempo
  Altra dimensione
  Dal mondo eterno
  Viaggiatori del Sacro
  L'uomo e l'aldilà
  Oltre l'Orizzonte
  Approfondilibri
  Ufostorie
  Sentieri infiniti
  Usciamo dal tunnel
  Gli inserti stampabili
  Gli articoli dei lettori
  I racconti dei lettori
  La nostra Biblioteca

Consulta le riviste
  Archeomisteri
  UFO Notiziario
  Stargate
  Notiziario Ufo
  Ufo Network
  Dossier Alieni
  Extraterrestre
  Ali Dorate

in realizzazione
Lo spazio dei lettori
  Appuntamenti
  Invia i tuoi articoli
  Invia i tuoi racconti
  Richieste di aiuto

 

LA NOSTRA BIBLIOTECA...
libri scelti da Francesco Di Blasi

HALLOWEEN
Storia e tradizioni


 
di Jean Markale
Edizioni L'Età dell'Acquario
pagg. 176 - € 15,00
Per ordinare: metti nel carrello

 

    parti precedenti:

L'ARGOMENTO »
INTRODUZIONE »
Parte prima. La festa celtica di Samain »

La festa di Samain nel calendario celtico:

A partire dall'Alto Medioevo, la vita dell'Europa occidentale è ritmata in base al cosiddetto calendario "gregoriano" (da papa Gregorio Magno), una semplice riforma del calendario "giuliano", a quanto pare ispirato a Giulio Cesare. È un calendario solare che si fonda su un anno di 365 giorni e un quarto, quindi con un anno bisestile ogni quattro anni, e che segue rigidamente la traiettoria ellissoidale della Terra intorno al Sole. È dunque possibile ripetere annualmente alcune feste a date fisse, come il Natale al 25 dicembre o più prosaicamente la presa della Bastiglia il 14 luglio.
L'innegabile lato pratico non deve far dimenticare l'esistenza di un calendario di tipo completamente diverso. Sin dalla più remota antichità, per non dire dalla Preistoria, sono esistiti - e ancora esistono - vari modi per contabilizzare e ordinare i giorni dell'anno. In effetti ci si può stupire per il fatto che la Pasqua cristiana non cada mai alla stessa data (e che venga calcolata in modo diverso dai cristiani ortodossi). La ragione è che la Chiesa cristiana, sin dall'origine, ha voluto innestare il ciclo liturgico su dati ebraici: la Passione di Gesù Cristo e la Resurrezione sono intimamente legate alla Pasqua ebraica. Ma gli ebrei non avevano un calendario solare, bensì lunare, organizzato in base al ciclo immutabile dei ventotto giorni della lunazione, cioè alla durata reale della traiettoria completa della Luna intorno alla Terra. Ciò spiega anche le dispute scoppiate nei primi tempi del cristianesimo (in particolare fra i cristiani celti insulari e i continentali infeudati alla Chiesa romana) a proposito della datazione della Pasqua (1). Ma anche il calendario celtico è lunare. Lo sappiamo grazie a un calendario gallico in bronzo scoperto a Coligny (Ain), conservato nel Museo archeologico di Lione e costituito da 149 frammenti; e anche grazie a innumerevoli testi irlandesi in lingua gaelica, trascritti da monaci cristiani ma indiscutibilmente di origine orale tradizionale. Ne consegue che l'anno celtico era diviso in dodici mesi lunari di ventotto giorni, con un tredicesimo mese intercalare che doveva far coincidere il ciclo lunare e quello solare. Quindi tutte le feste celtiche, dipendendo dal ciclo lunare, non potevano mai essere celebrate alla stessa data, come nel caso della Pasqua cristiana, che trascina fatalmente con sé la datazione mobile dell'Ascensione e della Pentecoste, feste strettamente legate alla Resurrezione di Cristo. li problema posto dal calendario delle festività celtiche non è dunque affatto semplice ed è preferibile riportare Halloween, la grande festa druidica di Samain, nel proprio contesto originario. Il calendario cristiano mira all'universalità e a una sorta di eterno ritorno, mentre quello celtico si preoccupa maggiormente delle interferenze fra esseri viventi e cosmo, quest'ultimo considerato come una totalità indivisibile.
Presso i celti, lo stretto rapporto fra essere umano e cosmo condiziona lo svolgersi del tempo nel corso dell'anno. Ma contrariamente a ciò che accade presso i romani, le tappe temporali non sono fissate in modo regolare, statico, dunque puramente simbolico; sono al contrario modulabili, poiché assecondano un ritmo cosmico paragonabile a una lenta respirazione, che comprende una successione irregolare di inspirazioni ed espirazioni.
Si potrebbe credere che, per essere in armonia con il respiro cosmico, sia sufficiente osservare scrupolosamente i momenti più importanti dell'anno solare, cioè i solstizi e gli equinozi. Ma non è affatto così presso i celti: "nessuna festa celtica viene celebrata al solstizio o all'equinozio" (2). Le quattro date essenziali che scandiscono l'anno celtico presentano uno sfalsamento di 40-50 giorni rispetto al solstizio o all'equinozio. Questo è un fatto e non ne conosciamo la ragione. Tenuto conto della testimonianza di Cesare - corroborata da altri autori greci e latini - secondo la quale i druidi "disputano intorno agli astri e ai loro movimenti, alla grandezza del mondo e alla forma delle terre" (3), non è per misconoscenza astronomica che quelle grandi feste siano a tal modo sfalsate. I druidi sapevano perfettamente cosa facevano e, anche se è impossibile conoscere a fondo il loro ragionamento, possiamo supporre che i calcoli calendariali fossero elaborati in funzione del ciclo lunare.
Quest'ultimo, onnipresente, comporta varie altre peculiarità. Sempre secondo la testimonianza di Cesare, i galli considerano il tramonto come l'inizio del giorno (4); una usanza che ritroviamo presso gli ebrei, i quali osservano anch'essi un calendario lunare. Inoltre, la consuetudine celtica fa iniziare il mese di ventotto giorni la notte di plenilunio. Di conseguenza, se datiamo le principali feste dell'anno celtico il 1° novembre, il 1° febbraio, il 1° maggio e il 1° agosto, è soltanto per comodità: in realtà le feste cadono nella notte del plenilunio più vicino. Queste sono osservazioni indispensabili per comprendere la natura e il significato di Samain.
Secondo gli antichi testi gaelici irlandesi, l'anno celtico - almeno nelle isole britanniche, poiché nulla è provato presso i celti continentali - era suddiviso in due parti uguali, due stagioni in qualche modo, la metà buia, dunque l'inverno, che cominciava a Samain il 1° novembre, e la metà luminosa, dunque l'estate, che cominciava a "Beltaine" il 1° maggio. A metà di ogni "stagione" c'era una festa intercalare, "ImboIc" il 1° febbraio e "Lugnasad" il 1° agosto. Ma tradizionalmente l'anno cominciava a Samain.
Questa non è un'ipotesi, ma una certezza confermata dal calendario di Coligny, unica testimonianza gallica di calendario celtico precristiano. Tuttavia è necessario formulare delle riserve in merito alla sua attendibilità, poiché non soltanto è in contraddizione con il principio druidico del rifiuto della scrittura, ma è stato fabbricato in epoca romana, quindi rischia di esser stato alterato rispetto alla tradizione autenticamente celtica. Del resto, se paragoniamo il calendario di Coligny a ciò che sappiamo del calendario irlandese dell'Alto Medioevo, la delusione è inevitabile: solo il nome gallico "Samonios" corrisponde al gaelico Samain. I nomi degli altri mesi del calendario sono completamente diversi da quelli che venivano utilizzati nell'Irlanda medioevale e che ancora oggi sono usati in gaelico.
Il nome del mese di novembre in gaelico contemporaneo è Samain, identico dunque al "Samonios" gallico. Al limite possiamo ritrovare Samain nel nome del mese di giugno, "meitheamh" (gallese "Mehefin", bretone armoricano "mezheven"), proveniente da un antico "medio-samonios" ("mezza estate"). Tutti gli altri mesi dell'anno sono presi a prestito dal latino ("Eanair", gennaio; "Feabhra", febbraio; "Marta", marzo; "Abran", aprile; "luI", luglio) oppure sono perifrastici ("Mean Fomhair", settembre, "mese dell'autunno"; "Deire Fomhair", ottobre, "fine dell'autunno"; "Mi na NodIag", dicembre, "mese del Natale") o ancora sono nomi di antiche feste celtiche ("Beltaine", maggio, e "Lunasa", agosto). È evidente che questi termini non hanno niente a che vedere con il calendario di Coligny, dove "Riuros" indica gennaio, "Anagantios" febbraio, "Ogronios" marzo, "Cutios" aprile, "Giamonios" maggio, "Simivisonnos" giugno, "Equos" luglio, "Elembivios" agosto, "Edrinios" settembre, "Cantlos" ottobre e, dopo "Samonios", "Dumannios" dicembre.
In gaelico moderno Samain indica dunque il mese di novembre ed è una reminiscenza dell'antica festa druidica celebrata all'inizio del mese lunare, durante il plenilunio più vicino al 1° novembre. Quando è Ognissanti, cioè il 1° novembre, si dirà "La Sâmhna", letteralmente "giorno di Samain". Il nome, in un'epoca in cui l'ortografia non era ancora stabilizzata, assume differenti forme: "Samain", "Samhain", "Samhuin" oppure "Samfuin". Il significato è però inequivocabile: "indebolimento dell'estate" o "fine dell'estate". In un'Europa nordoccidentale sottomessa a un clima oceanico mite e umido, dove sostanzialmente ci sono solo due stagioni, l'estate e l'inverno, l'etimologia è conforme alla realtà del calendario. Nella Bretagna armoricana, a Ognissanti si entra nei cosiddetti "mesi bui", "mis du", novembre (letteralmente "mese buio") e "mis kerzu", dicembre (letteralmente "mese buissimo").
La datazione di Samain rimanda alla più remota preistoria dei celti e propone una spiegazione plausibile riguardo la scelta della data, altrimenti indecifrabile, almeno allo stato attuale delle informazioni di cui disponiamo. Entrare nei "mesi bui" significa realmente cambiare il ritmo della vita quotidiana. D'estate, grazie alla temperatura mite e gradevole, si lasciano le greggi al pascolo. Ma dal momento in cui si fa sentire una certa frescura, quando l'erba è meno abbondante sui prati, è necessario far rientrare le greggi nella stalla e proteggerle durante il periodo invernale. Ciò è valido per ogni società di tipo pastorale, la cui ricchezza è concentrata nelle greggi.
Lo studio dei costumi e delle leggi presso i popoli celti, in particolare quelli dell'Irlanda paleocristiana - sui quali disponiamo di abbondanti informazioni - prova che la società celtica è originariamente pastorale. I celti in generale sono dapprima stati pastori nomadi che, poco a poco, almeno sul continente, si sono stanziati su terre ricche che hanno coltivate e valorizzate, sviluppando al contempo le tecniche agricole, in particolare inventando il vomere dell'aratro in ferro e una sorta di mietitrice-trebbiatrice, come quella esposta al museo di Trier in Germania. All'epoca di Cesare, la Gallia - come la Sicilia - era un autentico granaio, e il loro pane era rinomato per l'alta qualità.
Ma se è vero che i galli erano diventati agricoltori, o piuttosto fattori, cioè praticanti al contempo l'allevamento e l'agricoltura, in Irlanda non era avvenuto altrettanto. Ancora oggi è essenzialmente un paese di alleva tori. Ciò implica una lunga tradizione pastorale, le cui strutture sociali possiamo ricostruire grazie ai trattati più o meno giuridici o tecnici e ai racconti epici gaelici.
Rimasta a lungo ai margini delle turbolenze continentali e mai sottomessa all'Impero romano, l'Irlanda costituisce un autentico luogo di conservazione di tradizioni e costumi arcaici, che ci permettono di immergerei in un passato remotissimo. Innanzitutto troviamo piccoli regni indipendenti gli uni dagli altri, di fatto "tribù" ("tùatha") eredi delle antiche famiglie pastorali, che si spostavano insieme ai greggi alla ricerca di pascoli floridi, rischiando sempre di scontrarsi violentemente con le altre tribù. Ciò spiega le continue e sanguinose lotte che hanno scosso l'Irlanda per tutto il Medioevo e la mancanza di unità che caratterizza ogni collettività di origine celtica. Certo, quell'"anarchia" ha condotto i popoli celti a esser dominati da avversari molto più utilitaristi come i romani, i vichinghi, gli anglosassoni e gli anglo-normanni. Può essere considerata una debolezza congenita. Ma costituisce altresì uno straordinario tentativo di costruire una società più giusta, responsabile e in fondo egualitaria (5).
Senza entrare nei dettagli, va ricordata a grandi linee questa visione molto particolare che hanno i popoli celti dei delicati rapporti fra la collettività e l'individuo. Pare non siano mai conflittuali, come invece avviene nelle società postindustriali derivate dal XIX secolo: si basano sul riconoscimento di diritti e doveri degli individui in seno alla collettività, in piena coscienza delle reciproche responsabilità, e soprattutto del fatto che si può essere allo stesso tempo "singoli" e membri integranti di una comunità (6).
Non esiste la proprietà individuale, bensì la proprietà collettiva, contrariamente a quanto avviene a Roma, dove il pater familias è il titolare assoluto dei beni familiari. D'altronde, a quale scopo possedere delle terre? Un vecchio adagio irlandese recita: "Il regno si estende fin dove può spingersi lo sguardo del re". In altre parole, le terre appartengono a coloro che le occupano comunitariamente, e spetta al re - equilibratore della società, garante dei contratti e della spartizione dei beni fra i membri della comunità - proteggere o ampliare i pascoli necessari alla prosperità dei greggi, fonte pressoché unica del benessere della tribù che ha in carico.
L'unica frontiera al regno o alla tribù è dunque rappresentata dall'estensione dell'esercizio del potere del re (o del capo clan). Ciò limita radicalmente il suo raggio d'azione e lo pone in conflitto con altri personaggi dello stesso rango, pronti a lottare per la sopravvivenza della propria tribù. Ma il re (o il capo clan) non può fare tutto da solo. Quindi delega alcuni poteri a individui che ritiene adatti per svolgere la missione me gli affida in base alle loro competenze e attitudini. Ciò non significa però che il "delegato" è proprietario di un gregge o di un pascolo: è soltanto un amministratore, e in quanto tale deve rendere conto della sua gestione sia ai propri concittadini che al re, incaricato di assicurare l'equilibrio fra i membri della società.
Nell'antica Irlanda si è così instaurata una vera e propria "soccida" (7): il re affida il gregge a un membro della tribù e spetta a quest'ultimo farne condividere i frutti all'intera comunità. Ovviamente nella società celtica arcaica - come traspare nei testi gaelici - esistono altre forme contrattuali che riguardano il fabbro (signore fondamentale della metallurgia e dell'evoluzione tecnologica), il guerriero (senza il quale il re è impotente di fronte a qualunque eventuale nemico), il porcaro (responsabile dei maiali, animali che rappresentavano il fondamento dell'alimentazione carnivora dei popoli celti), il raccoglitore di orzo (cereale indispensabile per la fabbricazione della birra e del suo corollario, il whisky), l'apicoltore (responsabile della produzione di miele, elemento necessario alla fabbricazione dell'idromele, bevanda dell'immortalità, e a quella del pane, delle focacce e delle zuppe, unici alimenti vegetali consumati a quell'epoca).
Il principale cibo dei gaeli, per non dire di tutti i celti, era il latte e i suoi derivati, non intesi come formaggi (la tecnica di fabbricazione odierna era non solo sconosciuta ma impossibile da realizzare a causa dell'eccessiva umidità dei luoghi) ma come latte cagliato (latte acido naturale, equivalente allo yogurt, e latte dolce, ottenuto grazie al caglio) e burro. Quando le vacche non davano più latte, venivano abbattute e se ne consumava la carne, bollita e non arrostita, secondo l'uso celtico che si è perpetuato nelle isole britanniche, per la disperazione dei continentali e la felicità degli adepti della cosiddetta "dieta biologica".
L'allevamento dei bovini, pur essendo fondamentale nell'economia dei gaeli irlandesi e in origine probabilmente di tutti i popoli celti, è affiancato dall'allevamento dei maiali, una ricchezza pressoché equivalente rispetto a quella rappresentata dalle mandrie di bovini. La quarta parte del ciclo mitologico gallese, che va sotto il nome unico e necessariamente artificiale di "Mabinogi", narra dell'apparizione dei maiali nella vita quotidiana dei bretoni insulari, che non conoscevano quell'animale "domestico" ed erano ancora fermi alla "caccia al cinghiale" tanto cara ad Asterix e Obelix. In confronto al cinghiale, il maiale è una prodigiosa ricchezza: l'addomesticamento dei porci selvatici, ossia dei cinghiali che un tempo ci si limitava a cacciare, ha cambiato la vita dei celti e ha loro permesso di assicurarsi la sussistenza per secoli. Così racconta la quarta parte del "Mabinogi", facendo intervenire nell'ottenimento del maiale domestico il mago Gwyddion, una sorta di demiurgo che trasmette segreti divini. Ma la tradizione gaelica irlandese ci presenta anche un "Festino dell'immortalità" durante il quale si consuma in abbondanza carne di porco, che procura l'immortalità ai Tùatha Dé Danann, gli dei dell'Irlanda precristiana, quando - vinti dai Figli di Mile nella battaglia di Tailtiu - dovettero spartirsi l'Irlanda con i vincitori e rifugiarsi nei tumuli sotterranei (i monumenti megalitici) che la tradizione chiama "universo del sidh".
Popolo di pastori e alleva tori di bovini - per i latticini e la carne - e maiali, cibo atto a procurare l'immortalità: ecco chi aono i celti, almeno i gaeli irlandesi, coloro che hanno conservato nella maniera più autentica la tradizione originaria.
A questo punto è comprensibile che la principale festa di questi popoli cada nel plenilunio più vicino al 1° novembre: è la fine dell'estate, bisogna proteggere i suini e i bovini, che costituiscono non solo la ricchezza ma la sopravvivenza della comunità. Dopo aver riposto nei granai i raccolti estivi, dopo essersi approvvigionati di fieno e derrate varie, si fanno rientrare le mandrie nei rifugi e, con le scorte accumulate, si è pronti per trascorrere i "mesi bui" nelle migliori condizioni. Nelle stalle le vacche daranno sempre il latte e i maiali forniranno un nutrimento pressoché inesauribile, come testimonia la leggenda secondo la quale i maiali del "dio" Mananann (che presiedeva il celebre Festino dell'Immortalità dei Tùatha Dé Danann) uccisi la sera rinascevano il mattino seguente.
Una leggenda, certo. Ma le leggende, etimologicamente "ciò che va trasmesso", simboleggiano una verità tradizionale veicolata da una generazione all'altra. Queste leggende si fondano sempre su una realtà che non comprendiamo a fondo, poiché non possediamo più la chiave d'accesso. Però un fatto è certo: nell'ambito di una società sostanzialmente pastorale, la festa di Halloween, erede della Samain celtica, è al posto giusto nel calendario, alla fine dell'estate, all'inizio dell'inverno, intorno allo novembre.

Note:
1. Al proposito si veda J. Markale, "Le christianisme celtique et ses survivances populaires", Imago, Paris 1983 e "Le périple de Saint Colomban", Georg, Genève 2001.
2. Contrariamente a quanto sostengono i neodruidi contemporanei e altri celtomani, che si ostinano a celebrare i rituali più fantasiosi soprattutto in occasione del solstizio d'estate. Le feste solstiziali sono molto più antiche: risalgono alla preistoria e tutto lascia pensare che fossero praticate durante l'Età del Bronzo, I famosi "fuochi di San Giovanni" sono le loro lontane propaggini.
3. Caio Giulio Cesare, "De bello gallico", VI, 13. [In realtà il passo è tratto da VI, 14, N.d.T.]
4. Ne è rimasta traccia nel vocabolario inglese, dove il termine "fort-night", che indica la quindicina, la metà del mese, in realtà significa "quattordici notti".
5. Mi sono dilungato su questo aspetto in "La femme celte. Mythe et sociologie", Payot, Paris 1989 e in "Le roi Arthur et la société celtique", Payot, Paris 1976.
6. Nel XIX secolo, solo il socialista utopico Charles-Louis Fourier ha definito l'essenza di questa concezione della vita nelle sue tesi sul "falansterio" e sulle "affinità elettive". [Vedi il "Traité de l'association domestique-agricole", in Oeuvres complès", Anthropos, Paris 1967-1972, N.d.T.]
7. Si tratta di un contratto agrario a carattere associativo fra chi dispone del bestiame e chi lo alleva. Prevede la ripartizione degli utili derivanti dallo sfruttamento del bestiame e dalle attività connesse. [N.d.T.]

parti seguenti:    

INDICE »

									

vai alla visualizzazione stampabile di tutto l'articolo

  invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home

  aggiungi Edicolaweb a Preferiti


									Copyright © 2007 EdicolaWeb - Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata.
									
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio articolo]  Tutti i libri
  della nostra Biblioteca
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio articolo]
 
UFO NOTIZIARIO - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
HERA - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
AREA DI CONFINE - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
Editori amici di Edicolaweb
Eremon Edizioni - www.eremonedizioni.it
Nostre realizzazioni



  BibbiaWeb

  Interkosmos

  OdontoStudio

  Officina
    Multimediale


Summa Prophetica - Renucio Boscolo

videosoftservice.it
videosoftshop.it
videosoft.it - L'informatica per chi lavora

Edicola Home | Chi siamo | Contatti | Site map | Cerca | Registrazioni | Links | Appuntamenti
info@edicolaweb.net  
Per i contenuti tutti i diritti sono riservati alle società proprietarie delle riviste pubblicate
EdicolaWeb
hosting hardware Editore Hera, I Misteri di Hera, Area di Confine Eremon Edizioni