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libri scelti da Francesco Di Blasi

L'UNITÀ DELL'ESSERE
Una metafisica per la vita


 
di Francesco Lamendola
Lalli Editore
pagg. 110 - € 12,00
Per ordinare: francescolamendola@yahoo.it

 

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L'ARGOMENTO »
PRESENTAZIONE »

INTRODUZIONE:

Laceranti sono le contraddizioni in cui si dibatte la vita, ed eternamente vivo è l'anelito al raggiungimento della pace ultima, là ove il tumulto dello spazio, del tempo e del principio di causalità finalmente s'acquieta e tace. La contraddizione più evidente è quella gnoseologica: come posso io soggetto avere conoscenza vera dell'oggetto, se siamo due realtà distinte? E se siamo una realtà unica, come va che nasce in me la credenza di un tale sdoppiamento? E subito il problema gnoseologico rimanda a quello ontologico, il problema dei problemi: l'Essere è uno e semplice, o molteplice e complesso? Da sempre la metafisica si affanna a lumeggiare tali massime questioni, finché a un certo punto, troppo concentrata nell'indagine delle cose sovrumane, ha finito per perdere di vista le umane. La metafisica occidentale - non quella orientale - ha preteso di aver sciolto l'enigma dell'Essere e del conoscere, ma è rimasta significativamente muta circa il problema immediato e improrogabile dell'esistenza. Come una guida dalla vista acutissima, capace di scorgere a distanze immense montagne nuove e mari nuovi, è miseramente inciampata nei propri piedi. Di qui la veemente reazione alla metafisica verificatasi dopo Hegel e condotta in forme anche diversissime tra loro - basti pensare a Schopenhauer, a Kierkegaard, a Nietzsche - ma accomunata da una concreta preoccupazione esistenziale. Agli inizi, la reazione antimetafisica ha avuto il grande merito di scuotere i filosofi da una mentalità speculativa oramai asfittica e presuntuosamente avulsa dai problemi reali della vita: ma i successori non sono stati all'altezza dei pionieri. Kierkegaard ha operato una sacrosanta rivoluzione: ma la rivoluzione fruttifica solo se è intesa come trampolino verso sempre nuove incessanti acquisizioni; se si ferma a riposare subentra la reazione, nel significato più bieco e protervo della parola. Le successive generazioni di sedicenti "esistenzialisti", dopo avere asportato dalla filosofia di Kierkegaard la parte più vitale e stimolante, la parte costruttiva, hanno eretto a sistema permanente la sola "pars destruens", e là si son fermati a riposare. Dal fatto che la filosofia classica aveva peccato per eccesso di metafisica, han tratto la conclusione che ogni metafisica deve essere abolita. Ma Kierkegaard aveva la sua metafisica, solida come una roccia: ed era la metafisica dell'Assurdo, ossia della fede, del cristianesimo totale. A loro son rimaste le armi antimetafisiche di Kierkegaard, senza più alcuna metafisica: e dopo aver fatto a pezzi il vecchio edificio a colpi di piccone, si sono accorti che col piccone si può demolire, ma giammai costruire alcunché di nuovo. Onde da troppo tempo il pensiero ristagna nella palude del pessimismo e dell'impotenza più mortificanti.
In realtà, la metafisica è essenziale alla filosofia: non a caso oggi che si è praticamente eliminata la metafisica, si parla tanto di "morte della filosofia". Ma le è essenziale non come una oziosa e presuntuosa scorribanda nei regni dell'astratto, ossia come fine a sé stessa: questo è stato il peccato mortale della metafisica occidentale, peccato di smisurato orgoglio e di inescusabile evasione dalle urgenze dell'etica. Le è essenziale al contrario come il faro che splende nella notte, come sicura guida all'esistenza, di quella conoscenza che proviene da una più ampia comprensione del reale. La metafisica deve essere al servizio della vita e la sua unica ragion d'essere risiede nel dovere morale di aiutare la vita. Se vien meno a questo compito, merita d'essere gettata nella spazzatura delle cose inutili e vanesie, la quale di questi tempi è già fin troppo lussureggiante. La metafisica orientale ha sempre avuto ben presente la sua finale destinazione soteriologica, ma troppo spesso proprio la preoccupazione soteriologica ha preso la mano alla speculazione razionale. Come un bambino troppo preoccupato di non perdersi nel bosco, l'ansia di salvezza del pensiero orientale ha tanto pianto e tanto implorato che ha finito per far saltare i nervi al padre più esperto, col risultato di far smarrire la via ad entrambi. Riprendendo la stessa immagine, possiamo invece paragonare la metafisica occidentale a un padre duro di cuore e di orecchi, che si inoltra nel fitto del bosco alla ricerca della via e abbandona al suo destino il piccolo terrorizzato e piangente: il quale ultimo, crescendo, ha finito per rinnegare suo padre e si è seduto, solo e disperato, in mezzo alla selva.
Entrambi gli snaturamenti della metafisica, l'occidentale e l'orientale, hanno avuto inizio già in antichissima data. Il distacco di essa dalla vita concreta ebbe luogo fin dai primordi della filosofia greca, così come nella sua fase più antica la filosofia cinese cominciò a rinnegare sé stessa in favore dell'estasi e della contemplazione. Nel V secolo avanti Cristo Zenone di Elea sosteneva senza batter ciglio che ogni movimento è impossibile, che perciò né il veloce Achille avrebbe mai potuto raggiungere la tartaruga, né la freccia scagliata da un arco avrebbe mai raggiunto il bersaglio, e gettava così le basi dell'indifferenza della metafisica per la vita. Nel IV-III secolo avanti Cristo, Chuang-tzu propugnava l'armonia cosmica col Tao ("la via") mediante lo spegnimento del desiderio sia di agire che di conoscere, distruggendo così la fiducia che la metafisica possa e debba cooperare alla liberazione dell'uomo. E non è strano che dopo quindici secoli di traviamento la metafisica abbia finito coll'infastidire tutti, trascinando nel proprio declino la filosofia intera. Lo scetticismo oggi imperante è il risultato di queste speranze lungamente disattese, e ironicamente viene a coincidere col momento storico in cui per la prima volta la filosofia occidentale e quella orientale s'incontrano a mezza via su larga scala, influenzandosi reciprocamente. Solo centocinquant'anni fa avrebbe potuto essere l'incontro di due entusiasmi, fecondo di risultati; ora come ora appare il torbido mescolarsi di due scetticismi. Già con Schopenhauer appare evidente che il momento buono per l'incontro è passato: la fase creativa si sta esaurendo rapidamente da una parte e dall'altra, subentrano la stanchezza e il pessimismo. E l'attuale invasione del pensiero orientale fra i giovani d'Europa e d'America, pervaso di irrazionalismo mistico, difficilmente potrà sortire effetti costruttivi, poiché non si tratta di pensiero orientale autentico, ma a sua volta superficialmente occidentalizzato. Esso è già un ibrido quando approda a Los Angeles, a Parigi, a Londra, denso di cariche emotive ma povero di contenuti filosofici e morali. La sconcertante diffusione della setta della Coscienza di Krishna nei Paesi occidentali è una testimonianza eloquente di tale ibridismo. I filosofi orientali oggi di moda, i quali - circostanza già questa sospetta - fanno proseliti quasi solo fra i giovani d'Occidente, non hanno alcuna certezza da insegnare. Jiddu Krishnamurti, ad esempio, sostiene - per usare la definizione di Aldous Huxley - che le colonne portanti del dualismo sono il giudizio e il confronto e che pertanto per eliminare il dualismo occorre realizzare una "consapevolezza acritica". La povertà morale di siffatte dottrine è tale, che noi bene intendiamo le ragioni profonde del favore col quale il potere capitalista guarda al proliferare delle ambigue dottrine esotiche fra i giovani.
Ma è tempo di riscuotersi. Dobbiamo risollevarci dalla palude in cui, non senza nostra colpa, siamo ingloriosamente affondati. Non è un ritorno all'antico che auspichiamo, ma il recupero di una dimensione eterna del pensare al fine di fondare con rinnovata lucidità i valori dell'esistenza. Perché di valori c'è oggi un bisogno quasi disperato. E a tutti coloro che in questa battaglia son rimasti spettatori neutrali, ma specialmente agli intellettuali che con la loro acquiescenza e con la loro pusillanimità hanno collaborato al generale sbandamento delle coscienze, il domani chiederà severo: "E tu, dov'eri allora?".
In questo libro si tenta una sintesi metafisica incentrata sul concetto di intima unità dell'Essere. Le ragioni profonde per le quali il dualismo ci appare inaccettabile sono tanto di ordine intellettuale quanto di ordine etico. Il dualismo contrasta irrimediabilmente col principio della "economicità" del reale o, se si vuole, della semplicità dell'Essere. In luogo della spiegazione più naturale e convincente, è costretto a tentare le vie più astruse e contraddittorie per trarsi fuori dall'impaccio in cui si è messo da solo. Ma una almeno delle difficoltà in cui s'imbatte, quella gnoseologica, rimane insormontabile. Se finito e infinito, materia e spirito sono due realtà distinte ed autonome, com'è che nella conoscenza avviene il passaggio dall'una all'altra sfera? C'è poi la questione etica. La sussistenza indipendente del mondo fenomenico è non solo metafisicamente "antieconomica", come già dicemmo, ma altresì eticamente ingiustificata. Non c'è alcun bisogno, al cospetto di Dio, di un mondo materiale esistente in sé e per sé: e se non ce n'è bisogno, sarebbe immorale che Dio lo avesse materialmente creato. Anche impossibile, crediamo, dal momento che non può esservi altro fuori di Dio, né materialmente né metafisicamente: ma l'argomento etico è sufficiente.
La prima parte di questo libro pone i termini del problema gnoseologico, e di conseguenza ontologico, passando in rassegna quelle posizioni filosofiche, sia dell'Occidente che dell'Oriente, che sono più utili per delineare la necessità di un monismo rigoroso, tanto nel campo della conoscenza che in quello dell'Essere. Questa parte del libro non ha e non vuole avere il carattere di una panoramica storica completa sul problema gnoseologico. Essa prende in considerazione solo i sistemi di pensiero fondamentali e particolarmente quelli d'indirizzo monistico (panteismo, solipsismo, nichilismo), balzando per così dire di vetta in vetta e trascurando le vallate e le stazioni intermedie. Di ciascuno di essi inoltre non si vuole tracciare tanto un profilo storico quanto porre in rilievo le questioni critiche che emergono di volta in volta ai fini del nostro obiettivo: la delineazione di un monismo rigoroso e, possibilmente, coerente.
La seconda parte di questo libro è dedicata all'esposizione del nostro punto di vista circa la soluzione monistica del conoscere e dell'Essere. Siamo perfettamente consapevoli della difficoltà, per non dire della impossibilità, di comunicare il sentimento della profonda ed intima unità del reale, appunto perché si tratta di un sentimento e i sentimenti si avvertono, non si comunicano. Quanto alle argomentazioni razionali che porteremo a sostegno della nostra tesi, sarebbe puerile illudersi che possano convincere chi un tale sentimento non condivide e non ha mai provato. Il pensiero logico, anche il più rigoroso, può imporsi alla coscienza ma non è detto per questo che riesca a convincerla intimamente: se così non fosse, il primo sistema filosofico della storia sarebbe stato anche l'ultimo. Alcuni hanno tratto da ciò la conclusione che il pensiero non è l'organo adatto per affrontare i massimi problemi dell'esistenza, e hanno cercato altre vie: il misticismo, l'illuminazione, l'annullamento dell'io. Partendo dall'assunto che il pensiero è la fondamentale causa di errore, d'infelicità e di separazione dall'Essere, hanno concentrato i loro sforzi sull'arresto del pensiero. Ora, siamo ben convinti che il solo pensiero non può condurci alla realtà suprema: se la pensassimo altrimenti, il nostro Cristianesimo non sarebbe che una mascherata. Ma dalla parabola dei talenti insegnataci da Gesù traiamo la conclusione che tentar di sopprimere il dono più prezioso della natura umana sarebbe colpa imperdonabile, e il non sfruttarlo al massimo, accidia senza attenuanti. Il fine resta sempre uno: e non è quello di sottrarsi al dolore o all'infelicità, ma di realizzare sempre più pienamente il significato della nostra vita, significato che tutto ci lascia credere non contingente né puramente edonistico. A questo fine tutto, tutto deve essere costantemente subordinato, dalla creazione artistica al progresso scientifico e tecnico: e così finalizzate le singole attività dello spirito, non che snaturarsi o avvilirsi, trovano la loro più autentica realizzazione. In questa prospettiva anche il pensiero filosofico, e più precisamente metafisico, può e deve portare il suo non certo secondario contributo.
Kierkegaard diceva che è veramente un argomento terribile contro la filosofia che essa sappia rispondere a tutte le domande ma non a quella circa l'uso concreto e immediato che dobbiamo fare della nostra vita. Aveva perfettamente ragione. Nulla giustifica la boria del pensiero che inorgoglisce di sé facendo la ruota come un pavone, allorché si scorda d'essere uno strumento di perfezionamento della vita e pretende di essere un fine bastante a sé medesimo. Quello stesso che rese lode a Dio per essersi rivelato ai piccoli e ai semplici e nascosto ai sapienti, ci aiuti a non incorrere mai in tale superbo accecamento. E compatisca il nostro continuo inciampare sul cammino, alla fine del quale è Lui che ci attende.

L'Autore
2/7/1984

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