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libri scelti da Francesco Di Blasi

L'UNITÀ DELL'ESSERE
Una metafisica per la vita


 
di Francesco Lamendola
Lalli Editore
pagg. 110 - € 12,00
Per ordinare: francescolamendola@yahoo.it

 

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L'ARGOMENTO »

PRESENTAZIONE:

L'uomo del XX secolo è ormai preso dall'ingranaggio dell'abitudine che macina sentimenti e logica, impedendogli di vivere nell'autentico orizzonte della ragione, il cui esercizio "...è difficile e ricco di responsabilità e di rischi perché rifiuta in linea di principio ogni pretesa di infallibilità. La razionalità sola nel suo esercizio libero ed efficace, può rendere possibile all'io la sua libertà e al genere umano la sua sopravvivenza." (1)
Ed è proprio nel distacco tra la ragione, intesa come conquista della propria interiorità e la prassi, un brancolare lucido nella sopravvivenza economica, politica, etica e intellettuale dell'individuo stesso, che si cela la fobia dell'Essere, una paura quasi totemica per quella dimensione che Parmenide vedeva cristallizzata in se stessa "immortale, intera, compatta, unica, immobile, senza fine" (2) e che i filosofi moderni e post-moderni nella loro boria speculativa, hanno preteso di spiegare a seconda della dottrina di cui erano i sostenitori: gli Idealisti con la perfezione dell'Idea in sé, i realisti con la chiarezza dell'Oggetto, i Materialisti fautori di una Materia che tutto spiega e tutto comprende, i Positivisti registratori attenti del Fenomeno nel suo darsi e nel suo evolversi, gli Spiritualisti con la purezza immobile dello Spirito in sé e gli Esistenzialisti nel loro dramma costante relativo all'Uomo e alle sue dinamiche.
Francesco Lamendola con il coraggio proprio dell'esploratore che sa dell'esistenza di un luogo bello e terribile mai scoperto, si avventura così sul terreno intricato e pericoloso della dimensione ontologica costellato dai resti in putrefazione di verità scoppiate, ponendosi la domanda delle domande, l'archetipo di ogni itinerario logico-esistenziale "Cos'è la metafisica?". Un simile quesito ha sconvolto culture e determinato correnti filosofiche, pensatori e intellettuali di ogni epoca si sono dati battaglia su campi diversi e con diverse intonazioni: nelle culture occidentali per fissare il problema dell'Essere entro schemi e dottrine, nelle culture orientali ricerche ascetiche cercavano di comprenderlo avvolgendolo in meditazioni trascendentali e mistiche. E intanto la dimensione ontologica veniva lacerata da nemici interni che cercavano di identificarla con problemi gnoseologici o teologici, volendola vedere rinchiusa nella prigione dell'"universale", e da nemici esterni che tentavano di toglierle consistenza demandando il problema alla realtà materiale che tutto ricopre e tutto evolve, schiacciandola nella limitatezza del "particolare".
Lamendola con questo libro non intende porgere la chiave per aprire il portone dell'Essere, ma attraverso un lavoro speculativo e originale, elabora una interpretazione personale della metafisica all'interno di una società quale la nostra, che sembra aver perso il contatto con la propria identità etico-razionale, tesa a risolvere problemi non più esistenziali ma tecnici, logistici e pratici.
L'opera di Lamendola si presenta in una veste sciolta ma tecnicamente difficile, cesellata con termini filosofici svolti sul filo della logica rigorosa e chiara; in tal modo il lettore che si appresta a studiarla, deve essere consapevole di trovarsi di fronte ad un trattato di filosofia e non ad uno zibaldone in cui i singoli pensieri si possono giocare sul tappeto delle emozioni e sensazioni dello stesso Autore.
Se ci accostassimo al testo di Lamendola con un atteggiamento di sufficienza culturale per un argomento di cui crediamo di sapere già tutto, immaginando di trovarvi scritte tesi note o stralci di ragionamenti rabberciati da una buona capacità prosastica, sicuramente cadremmo in gravi errori di interpretazione e di valutazione che nuocerebbero al valore intrinseco dell'opera.
Infatti nonostante conoscessi Francesco Lamendola da molti anni, apprezzando la sua seria preparazione in campo pittorico, poetico e storico, sono incorsa in quel "fraintendimento" dal quale cercavo di rimanere lontano, forse perché temevo, inconsciamente, di non trovare nel testo quella scintilla intuitiva di portata innovatrice. Invece era anni data proprio nel lembo più riposto della sua costruzione speculativa, nell'idea cardine "dell'illusione".
Se non si comprende appieno il significato di questo concetto, non si è compreso lo sforzo dell'Autore che con audacia e spirito meditativo, ha infranto le barriere della comodità esistenziale per ricercare nella creazione e nelle cose del mondo, il fine ultimo della volontà di Dio. Un fine che non è necessità per l'uomo ma scelta morale, un impegno etico e spirituale senza tepori o rimpianti, un fine che racchiude in sé tutti i valori che hanno generato l'unione, la fratellanza e la solidarietà umana, poiché proprio i sentimenti sono lo scopo della creazione. Ma mi riservo di approfondire più oltre questa concezione così delicata e complessa.
Nella Prima Parte del libro Lamendola, dopo aver affrontato i termini del problema dell'Essere nelle accezioni filosofiche del realismo e dell'idealismo, scardinando con logica sottile ma ferrea le conclusioni alle quali pervengono le due correnti di pensiero, passa ad analizzare con un veloce e meditato "excursus", la problematica del dualismo nelle concezioni del panteismo, del solipsismo occidentale e orientale e infine del nichilismo.
Ancora una volta l'Autore mortifica senza averne intenzione alcuna, la generale presunzione della mentalità occidentale tesa a scoprire le radici ormai mutilate dei propri ragionamenti capziosi, a guardare le gonfie vesciche demagogiche di discorsi che si rincorrono all'infinito, a riformare istituzioni che ricordano sepolcri imbiancati, arrogandosi il diritto di creare Sapere, misconoscendo al tempo stesso l'altra faccia della cultura dell'uomo, magari più lontana più silenziosa ma anche più profonda e meditativa: quella orientale.
Infatti in un paragrafo esauriente e chiaro, Lamendola spiega con consapevole rispetto per una cultura a noi nuova pur nella sua millenaria tradizione, il pensiero Buddista, Vedanta e Zeno Ci scorrono così sotto gli occhi concezioni, immagini e pensieri che credevamo appartenere alla leggenda, alla favola, ma che con umiltà dobbiamo riconoscere veri e soprattutto risonanti di una saggezza semplice e forte, in grado di scuotere la nostra boriosa cultura di occidentali.
Una riflessione sorge però spontanea, una considerazione che supera il significato della stessa opera, approdando sul terreno della metodologia in vigore nelle nostre scuole e nelle nostre università che prevede, per le prime una amputazione arbitraria e irragionevole dei programmi relativa alla conoscenza della filosofia orientale, culla del pensiero meditativo che innalza la possibilità della mente umana alla sfera di una trascendenza pura e incommensurabile; per le seconde lo studio del pensiero orientale si esaurisce in un'indagine tecnica e settoriale, indirizzata esclusivamente ad un orientamento speculativo della storia della filosofia in toto.
Ed è con questa grave lacuna che affrontiamo la lettura delle più belle e nel contempo complesse pagine del libro di Lamendola, inseguendo quel filo che così delicatamente tiene salda l'idea di "illusione" alla critica al dualismo e soprattutto all'esistenza della materia, sfociando nella Seconda Parte nell'ampio bacino meditativo in cui l'Autore dipana con logica incisiva il suo concetto di "illusione".
Costruire un edificio speculativo così nuovo e così convincente non è facile, soprattutto quando le fondamenta poggiano sulla roccia viva del pensiero giovane e vergine e non sui sedimenti di dottrine e teorie preesistenti.
Affermare l'insostenibilità del dualismo, significa abbattere i pilastri sui quali è poggiato il pensiero filosofico nel suo protender si alla scoperta di un rifugio storico, in cui leccarsi le ferite delle continue lacerazioni infertegli dal dubbio paradossale ma onnipresente dell'esistenza dell'Assoluto, per rilevare come l'uomo nella sua presunzione esistenziale e spirituale, abbia confuso il piano ontologico con quello gnoseologico, cercando di comprendere la creazione e se stesso all'interno di un discorso ontologico razionalizzante, crollando però nel baratro della follia e della disperazione.
Il rischio in cui Lamendola poteva imbattersi, era quello di creare un sofisma contorto e inconcludente rimanendo invischiato nella tela del ragno metafisico dove tutto è parola e consapevolezza acritica. L'Autore invece per dimostrare le sue premesse non si è addentrato nel labirinto stagnante di costruzioni astratte, non ha sovrapposto la metafisica alla teologia seguendo il ragionamento semantico per cui le due dimensioni appartengono a ciò che non è dato all'uomo nella sua evoluzione fenomenica e conoscibile, ma ha analizzato con atteggiamento logico e rigoroso - senza facili ottimismi ed entusiasmi - le parole del Vangelo, in un'indagine chiara che parte non da un sentimento di delirante spirito religioso, chiuso tra mura di elucubrazioni intellettualistiche a sfondo puramente cattolico, ma dal desiderio di dare spessore all'esistenza dell'uomo così sballottato da ideologie pagane e spiritualistiche, da attenuanti e rigorismi comportamentali.
Certo, lo "spessore" a cui ho accennato non è inteso nel pensiero dell'Autore in senso fisico ma in senso morale, uno spessore etico e non estetico, rintracciabile in modo evidente nella sfera dell'Amore che, come asserisce Lamendola, è un "precipitare all'interno di sé per trovare Dio, la cui esperienza permette all'individuo di giungere agli altri". Si è così pervenuti al fulcro della concezione fondamentale, all'idea di "illusione", a quella sfera così pericolosa che rischia di chiudere l'Autore in un circolo vizioso dal quale difficilmente si può liberare.
Di tutte queste difficoltà dalle quali poteva essere travolto, Lamendola si sbarazza con eleganza rifiutando il tradizionale modo di pensare che ha paradossalmente racchiuso il concetto dell'Essere entro una logica quantitativa costituita da termini comprensibilmente efficaci alla limitata mente umana, quali quelli di spazio, tempo, causa-effetto.
Quindi non più un'intersezione tra il piano dell'immaginazione mentale e il piano del pensiero, ma tre dimensioni: punto, istante e intuizione - definite con lucida chiarezza dall'Autore attraverso immagini immediate e fluide - consentono quel magico incontro tra il finito e l'infinito così suggestivamente colto da Michelangelo e da lui raffigurato nella volta della Cappella Sistina, in cui la scintilla della fusione ontologica rivive nella tensione dolce ma intensa del congiungimento tra la disponibilità di Dio e il desiderio dell'uomo nella comunicazione plastica e significante delle mani.
È con questo ritmo, cadenzato e sicuro, che Lamendola giunge alla configurazione del concetto di "illusione", prendendo le mosse proprio da quel deposito meraviglioso ma fallace che è la materia. La creazione infatti altro non è che un "campo di manovra" dato necessariamente da Dio all'uomo, perché l'individuo possa esplicare le sue scelte morali e i suoi sentimenti indipendentemente dalla concretezza degli oggetti poiché privi di una propria consistenza ontologica. La creazione secondo Lamendola è quindi solo gnoseologica e non ha alcuna rilevanza sul piano dell'Essere: è "illusione". Una conclusione sicuramente sconcertante abituati come siamo da una cultura pratica, a conferire una connotazione negativa all'illusorio, al sogno, ma dobbiamo con un coraggioso sforzo superare una tale limitata deformazione e approdare in una dimensione nuova in cui l'"illusione" non è "altro", ma quella materia che noi conosciamo come ciò che cade sotto i sensi. Perciò "illusione" intesa come falsa conoscenza secondo cui si attribuisce consistenza ontologica a ciò che non esiste in sé e per sé: la materia. Per avere un oggetto è allora sufficiente avere l'idea dell'oggetto rimandando la realtà alla libertà di azione dell'autocoscienza, che ci permette un impatto gnoseologico tale da farci dire "Questo è un tavolo e questo è un albero". È da rifiutare infatti il pensiero che Dio debba dare spessore ontologico ad un oggetto di cui basta l'idea per viverlo.
Una metafisica per la vita è ciò che Lamendola propone, una vita ispirata a valori autentici che non hanno confini culturali né spirituali, in cui la materia è "avidya" (3) termine tratto dal sanscrito che rende in modo più evidente il concetto di illusione come ignoranza, quella stessa ignoranza che ci rende "ciechi vedenti" di una realtà che non è, mentre copriamo col glorioso mantello del pensiero, la nostra falsa sicurezza.
Sono convinta infine che il discorso dell'illusorietà della materia trattato dall'Autore, possa affiancarsi ai nuovi orientamenti della cultura che si muovono verso la soluzione di un universo in cui la materia è sostituita da campi di forza ancora sconosciuti, ma la cui ricerca segna il tempo della nascita dell'Uomo nuovo.

Paola Alessandra Vacalebre
3/2/1985

Note:
1. Nicola Abbagnano - "Questa pazza filosofia", Milano, Editoriale Nuova, 1979, pag. 178.
2. Parmenide - frammento 7 in Antonio Capizzi - "I presocratici". La Nuova Italia Ed., 1975, pag. 43.
3. Per un approfondimento su questo argomento confronta: Sarvepalli Radhakrishnan, "Storia della filosofia orientale" 2 voll., Milano, Feltrinelli, 1981.

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